StampAlternativa http://wordpress.thule-italia.net Organo ufficiale Thule Italia Mon, 10 Jan 2022 07:41:57 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.7.6 Il Ponte di Cassandra (la conclusione) http://wordpress.thule-italia.net/?p=11104 http://wordpress.thule-italia.net/?p=11104#respond Wed, 05 Jan 2022 22:51:38 +0000 http://wordpress.thule-italia.net/?p=11104 Un breve preambolo alla conclusione: il biennio “pandemico”

Tutto cominciò in modo estremamente strano, in quel frangente di inizio anno che vide, per la prima volta, i media mainstream divulgare notizie relative ad un grosso focolaio virale in Cina, nell’ormai famigerata città di Wuhan, sconosciuta ai più fino a quel giorno, una situazione la cui gravità effettiva si palesò per l’appunto ad inizio 2020. In tutto vi era del paradossale fin da principio, un quadro cui nessuno avrebbe mai dato credito, quale prospettiva di criticità mondiale, se non si fosse sviluppato con modalità e tempistiche a dir poco travolgenti. Per poi protrarsi mese dopo mese, in una ridda di avvenimenti contrastanti ed incongruenti, sempre sul crinale dell’ambiguità. Infatti, nel lasso di tempo intercorso dai primi allarmi circa la pericolosità del virus, fino al finire del 2021, si può dire che il pianeta, in gran parte delle sue regioni (specie quelle più sviluppate), abbia vissuto la prima (finta) problematica sanitaria emergenziale del nuovo secolo, corroborata da una grancassa mediatica che molto ha enfatizzato, e poco ha approfondito. Tuttavia, vorremmo far notare, che questa pestilenza (mediaticamente ipertrofizzata) non ha mai avuto tassi di mortalità così gravi, ad esclusione delle zone geografiche più colpite, comunque circoscritte, atte a giustificare ciò che abbiamo visto e subito in questo biennio,  quali misure di “emergenza” draconiane messe in campo da Governi ed Istituzioni in giro per il pianeta.

A noi certo non interessa fare la cronistoria del “corona virus”. Il panorama dell’informazione prospera di menestrelli e cantori di tale sedicente pandemia. Ciò che ci ha spinto ad inquadrare nelle ultime analisi e riflessioni di quest’articolo anche tale argomento, è non tanto per ciò che rappresenta in sé; una questione di criticità sanitaria globalizzata. Quanto per quelli che sono stati i suoi risvolti e i suoi sviluppi politici, economici e sociali in determinate aree del pianeta. Partendo dal presupposto che, ne siamo certi, il biennio pandemico ha inciso in modo diverso, e non univoco, nelle diverse macroregioni cui si compongono i continenti.

Nel biennio appena trascorso, infatti, abbiamo visto una decisa accelerazione verso prospettive di ridefinizione sociale, economica, politica e financo culturale, su vasta scala geografica, grazie al propellente di una condizione di “eccezionalità”, non certo eccezionale ma piuttosto pianificata a tavolino. In quanto era chiaro da tempo che il sistema imperante aveva necessità di fornire una sterzata brusca verso un nuovo paradigma di sviluppo, a suo dire, necessario per tutto il globo, e per farlo serviva una cesura forte con l’equilibrio andatosi a cristallizzare nel post crisi economica del 2007/2008. Servono eccezionalità convincenti, per poter giustificare nuove modalità, nuove regole e prospettare nuove “opportunità”.

Opportunità il cui compito è di bilanciare il risvolto negativo della medaglia. Ricordiamo ancora coloro che, proprio negli anni della crisi economica mondiale, con i suoi pesanti contraccolpi sociali, parlavano del cercare: “Opportunità nella crisi”. Nulla è cambiato, anche in questo frangente storico, così ravvicinato a quella precedente criticità, l’imperativo categorico è quello di mostrare che, tutto sommato, i timonieri sanno quello che fanno, lo fanno per il bene di tutti, e per nome e per conto di tutti. Ed esortano, anche questa volta, a vedere le “opportunità nella crisi”.

Durante le misure di chiusura e di distanziamento sociale, articolatesi nel 2020 ed ancora oggi in vigore, numerosi popoli, in particolare quelli più sviluppati, sono stati esortati a vedere come un’esperienza positiva questa nuova modalità d’interfaccia umano nelle sue varie manifestazioni: lavoro non manuale, istruzione, svago/intrattenimento, ecc. Un modus vivendi calmierato da nuove norme di comportamento, in cui l’importanza degli strumenti informatici diventava pressoché totalitaria.

Serviva un pretesto, ed il pretesto è arrivato, così da poter cominciare quella litania, già per altro sentita molte volte da inizio secolo: “Nulla sarà più come prima”.

Attraverso questa frase, con un incedere deciso e ridondante, il sistema si è dapprima sbarazzato degli ultimi orpelli di differenzialismo economico del XX secolo, con l’avvento della globalizzazione e del “miracolo cinese”, che coniuga autoritarismo tecnocratico con liberismo economico, due antitesi fino a non molti decenni fa. Per giungere a ridimensionare, emergenza dopo emergenza, i più “sacri” principi anche in Occidente: libertà e democrazia.

2022: pillola rossa o pillola blu?

A volte, una riflessione, fa più rumore di tante parole.

Siamo certi che tutto, o quasi, si poteva immaginare, fuorché assistere a ciò che è il nostro presente, nei suoi aspetti più palesi, tanto quanto a quel che si cela sottotraccia, lontano dai riflettori, distante dai social network. Un presente in cui la realtà è finzione, la verità è cecità consapevole, il futuro una delega in bianco.

Inutile sviscerare ossessivamente i dettagli di questo presente, qualsiasi essi siano, in quanto ciò che essi sono nella sostanza, se non presi singolarmente ma nella loro connessione sistemica, offre il quadro che, con una certa insistenza, tentiamo di fornire da tempo. In cui, tassello per tassello, ci si ritrova di fronte ad un muro impenetrabile come quello che fu edificato a Berlino, eppure trasparente come il cristallo più puro.

“I muri crollano”.  Direbbero i più fiduciosi, o i più babbei, a seconda della prospettiva d’osservazione.

Certamente, però crollano quando non sono più utili a nessuno, e non crollano certo da soli.

Il problema suppletivo è che, se il muro non è visto come tale, se è trasparente ed offre delle illusorie prospettive rassicuranti di “libertà”, ecco che la sua funzione di perimetro di una prigione non sarà avvertita dalle masse. Le masse penseranno di non essere entro il perimetro di una prigione, e si atterranno ad osservare il panorama di “libertà” concesse o promesse, in nome di una affannosa ricerca di una normalità perduta. Ciò vale in special modo per le masse considerate più sviluppate da un punto di vista socio/economico, culturale, tecnologico, ecc.

Esse, e lo ribadiamo, sono i principali oggetti d’intervento ristrutturatore, su cui maggiormente il sistema vuol incidere nel futuro prossimo.

Che nessuno s’illuda; non avverrà alcun fantomatico “risveglio” delle masse. Morfeo è calato sull’Occidente, quello “libero” per intenderci, quello che doveva insegnare (agli altri) gli errori e gli orrori di cui la storia trabocca nel suo millenario incedere attraverso il tempo. Un pulpito talmente traballante, che presto non servirà nemmeno più, in quanto si è già aperta l’epoca della prigione senza sbarre né catene, senza guardie munite di manganello, in cui si assisterà ad un processo di autoreclusione/autocastrazione collettiva, che sarà (comunque) chiamata “libertà”. Il tutto accompagnato dal politically correct, vera e propria neo educazione civica moralistica, per omuncoli globalizzati; vistosa quanto un elefante in una cristalleria, e vuota come un reality show. Perché le parole, quando prive di principi identitari, possono essere utilizzate come dei contenitori da riempire con qualsiasi cosa. Ed il politically correct rappresenta l’essenza di questo assioma, in cui si distorcono le parole, e si rimettono in discussione anche le cose più palesemente logiche, in nome di un pensiero debole mediaticamente diffuso, confacente a poteri forti.

Nell’anomala conclusione di questo nostro articolo, che non ha la pretesa di essere né un prontuario per ribelli “fai da te”, né una lunga sequela di informazioni, utili soltanto ad estemporanee dissertazioni finalizzate al nulla in un forum o in un gruppo di discussione virtuale, ecco che proponiamo una metafora tratta da un’opera cinematografica di oltre due decenni fa, disinteressandoci di quanta consapevolezza ci fosse in coloro che la trasposero dal canovaccio del copione alla pellicola.

Chi vi scrive è ora danti a Voi, le mani sono aperte a porgere in ogni palmo una pillola. Ne dovrete scegliere una.

Buona fortuna!

Pillola blu

Vi hanno portato per mano verso un secolo di grandi opportunità: internet, la globalizzazione, le comodità intrinseche ad una tecnologia diffusa ovunque; facile da assimilare nel quotidiano, facile da comprendere nei suoi meccanismi, in quanto sempre più intuitiva per uomini ormai assuefatti a processi informatici anche di base. Vi hanno detto che era il progresso, che era per il vostro bene.

Vi hanno addomesticato ad accettare un controllo costante dei vostri spostamenti; prima c’erano le “celle telefoniche”, poi è arrivata la “rete”, infine la geolocalizzazione. Vi hanno detto che era il progresso, che era per il vostro bene.

Vi hanno concesso di dire tutto ciò che volevate (all’inizio) senza restrizioni ma, con l’andar del tempo, in modo sempre più indirizzato vi hanno fatto accettare un pensiero unico, omologante, non più orbato da triviali frontiere culturali, sociali, generazionali, ecc. In un no border esistenziale di piramidi etico/valoriali rovesciate, in cui il relativismo e l’individualismo sovrastano ogni aspetto dell’essere contemporaneo liquido. Vi hanno detto che era il progresso, che era per il vostro bene.

Vi hanno rassicurato la coscienza, facendovi credere che grazie a questo secolo di grandi opportunità, centinaia di milioni di persone in tutto il pianeta si sono affrancate da miseria ed arretratezza, e che se adesso in Africa gli iPhone sono diffusi tanto quanto l’AIDS, o i cinesi possono indebitarsi tanto quanto gli statunitensi, è merito della globalizzazione, e che essa è irreversibile quale fenomeno epocale positivo. Vi hanno detto che era il progresso, che era per il vostro bene.

Vi hanno convinto che eternità, identità, realtà, non sono altro che parole desuete, in quanto tutto, uomini, merci ed idee, nel XXI secolo, dovrà fluire senza sosta, senza ostacoli, senza vincoli, in un continuo mutamento ravvicinato nel tempo di forma, di sostanza, di realtà. In quanto il “tempo” sarà dettato dalle necessità del mercato. Vi hanno detto che era il progresso, che era per il vostro bene.

L’uomo sarà plasmato alle necessità del mercato. Il mondo sarà a disposizione del mercato. La sua finitezza non sarà più un problema in quanto, grazie alla realtà virtuale (offerta dal metaverso), ogni legge fisica sarà abbattuta, ed il mercato potrà crescere a dismisura all’infinito, in uno spazio infinito, a disposizione di masse consumatrici ipersviluppate. Tuttavia, il mercato avrà sempre bisogno di differenziare il proprio raggio d’azione produttiva; l’offerta di beni e servizi. Per questo motivo, grazie alla così detta “transizione economica”, si stanno formando macro categorie sociali, omologate a livello globale, che saranno funzionali a consumi via via meno “raffinati” da un punto di vista tecnologico, fino ad arrivare all’ultimo gradino di questa piramide, in cui arrancheranno gli “impastatori di letame”; coloro che vivranno di ogni tipo di scarto, e che con il loro lavoro/schiavo forniranno le preziosissime materie prime necessarie ad ogni filiera produttiva, oppure andranno a ricoprire mansioni a bassissimo valore aggiunto, soprattutto nelle così dette “nazioni sviluppate”, in un quadro di sussistenza esistenziale di poco superiore alla semplice sopravvivenza quotidiana. Vi diranno che sarà il progresso, che sarà per il bene di tutti.

Questo è il mondo che potrete accettare con facilità, o che vi faranno accettare con facilità, la cui “facilità” sarà tuttavia inversamente proporzionale all’eventuale collocamento del singolo nella stratificazione decrescente della piramide sociale, che caratterizzerà la globalizzazione 4.0 ed in ciò che sarà la sua natura totalitaria e totalizzante. Non crediate che potranno più valere definizioni anacronistiche quali “terzo mondo”, “nazioni emergenti”, “mondo libero”, ecc.

Tali classificazioni saranno preistoria antropologica.

Gli Stati non saranno più un riferimento, quanto un oggetto del mercato. La globalizzazione avrà bisogno soltanto di grandi categorie sociali prive di confini; quelle apicali interconnesse tra i diversi continenti, mentre dentro gli stessi “confini”, di quei gusci vuoti che saranno gli Stati vetusti, si troveranno caste (poiché questo saranno) non comunicanti tra loro, tuttavia simbiotiche in quanto parti diversificate del processo di produzione/consumo massificato, diversificato in modalità apartheid, confacente alle dinamiche e alle necessità del mondialismo speculativo apolide.

Vi diranno che sarà il progresso, che sarà per il bene di tutti.

Non ponetevi domande (se volete), non contestate (se volete), scegliete la pillola blu dell’acquiescenza (se volete), perché accettandone gli effetti allucinogeni, potrete così addormentare qualsiasi impulso vitale che vi possa portare fuori dalla caverna, ad osservare quello che è il futuro che ci attende, e che stanno programmando i burattinai di questa epoca, attraverso le sperimentazioni di ingegneria sociale, intraprese non soltanto negli ultimi due anni, ma che hanno la loro progressione graduale nell’ultimo mezzo secolo. Sì, perché la “lunga marcia” del travaso comunicante tra una società aperta ad una società liquida, fino all’accoglimento del sistema vincente tecnocratico/liberista improntato al modello cinese, è cominciata molto prima del biennio pandemico. Ciò cui (impotenti) assistiamo oggi, è soltanto la sua sferzata definitiva verso ciò che il mondialismo auspica quale parto travagliato del XXI secolo: spingere il mercato ad infrangere ogni limite. Diventare, in una parola, DIO a tutti gli effetti.

Cosa resterà delle libertà individuali? Nulla, in quanto chi prenderà la pillola blu, potrà soltanto sperare di rientrare nel novero di coloro cui sarà concessa la parte alta o medio/alta della “transizione economica”. In quanto oggetto passivo delle necessità mondialiste, il singolo non potrà avere nessun ruolo, sradicato come già è da qualsiasi forma di comunitarismo, che possa in qualche modo fare fronte compatto. Ed anche in questo frangente, vi diranno che sarà il progresso, che sarà per il bene di tutti.

Pillola rossa

Chi prenderà la pillola rossa, scoprirà quanto buia e profonda si rivelerà la tana di questo satanico bianconiglio. Vedrà il muro fatto di cristallo, che stanno finendo di creare intorno alle nostre esistenze, la “prigione/non prigione”, in cui tutto sarà edulcorato, tuttavia, decisamente più spietato di qualsiasi polizia politica del passato.

Chi prenderà la pillola rossa, si sentirà come un leone, che ruggisce in un deserto fatto di miraggi e di allucinazioni. Chi sarà consapevole della realtà che lo circonda, si sentirà piccolo ed in qualche modo impotente, tuttavia, consapevole quindi forte.

Cercherà di differenziarsi per quanto più possibile dai morti viventi con cui condivide le singole giornate, di cui è composta la quotidianità. Tenterà di sottrarsi (sempre nel limite del possibile) a controlli e controllori, mantenendo un sacro confine tra la propria esistenza e la vulgata imperante che lo circonderà, che lo guarderà con sospetto, che forse farà finta di ignorarlo pubblicamente, in quanto, alieno ed allogeno al progresso. Scordatevi l’iconografia dell’eroe “solo contro tutti” che alla fine trionfa, in quanto non si tratterà di eroismo, quanto di spirito di sopravvivenza. Per sé e per quel circuito ristretto di affetti su cui potrà contare. Ognuno dovrà scegliere il modo e le modalità di resistenza e di sopravvivenza, che più saranno confacenti ai suoi scopi e alle sue necessità. Inutile cercare programmi, ricette, soluzioni politiche. In questo emisfero del globo, che da tempo ha ormai rinunciato a voler fare la storia, le masse sono intorpidite dalla promessa, nemmeno troppo velata, di poter aumentare le loro comodità esistenziali, attraverso un progresso tecnologico incommensurabile, a portata di tutti (o quasi), capace di creare veramente quel “paradiso in terra”, che più nessuna religione o ideologia può garantire. L’occidentale/tipo ha già delegato le sue responsabilità alla democrazia rappresentativa. Ora sta accettando forme di libertà sempre più condizionate dalle mutevoli esigenze del mondialismo e dei suoi paradigmi.

Scordatevi messia, profeti, o “uomini della provvidenza”, calati dall’alto per qualche strana intercessione divina o metafisica. Sarà una lotta resistenziale anonima, logorante, faticosa, spesso solitaria. Una via battuta soltanto da altri sodali altrettanto solitari.

Scegliere la pillola rossa vorrà dire vedere ciò che la massa non vuol nemmeno prendere in considerazione, esser come Cassandra; inascoltata e guardata come minimo con sospetto. Cerchiamo almeno di non fare la sua brutta fine. Resistenza non è per forza martirio.

Ascoltiamo attentamente coloro che, in continuazione, ci diranno che questo è il progresso, che contro di esso non si può combattere, che si deve essere felici della sua preponderanza, in quanto ci libera dai “rischi del passato”. Bisognerà esser grati ai portatori di progresso, loro sì vogliono filantropicamente il bene dell’umanità. Tutto questo è vero, credetemi, una verità lampante, facile da trovare, difficile da dimenticare, in quanto, mentre la ragione vorrebbe che anche noi ingoiassimo la pillola blu, così da poter godere del mondo degli “uguali”, popolato da cittadini del mondo, divisi in caste rigide, ma pur sempre liberati dalle catene dell’identitarismo, e dagli errori del passato. Lo spirito dovrà sempre gridare in noi che la nostra natura è migliore, più forte magari, o forse meno propensa all’egualitarismo. Non perfetta ma non mercificabile. Animata da quella fedeltà a principi eterni, solidi, e alla responsabilità intrinseca verso chi ci ha preceduto, e verso coloro che seguiranno. Certamente non riusciremo a fare la storia, però lotteremo come potremo, da soldati dell’esistenza, silenziosi e testardi, per non far scrivere la nostra storia ad altri, terremo la posizione in modo deciso, cedendo a volte per stanchezza, ma cercando sempre di riconquistare il terreno perduto senza sosta, senza tregua. Perché le vite non sono tutte uguali, perché vivere non è soltanto respirare.

Perché vivere è lottare!

Gabriele Gruppo

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Il ponte di Cassandra (seconda parte) http://wordpress.thule-italia.net/?p=11101 http://wordpress.thule-italia.net/?p=11101#respond Sat, 30 Oct 2021 21:49:24 +0000 http://wordpress.thule-italia.net/?p=11101 Il baricentro europeo tra il XIX secolo ed il XX secolo, da cui si diramarono purtroppo anche le direttrici fondamentali dell’economia di mercato in tutto il pianeta, vide l’ultimo grande frangente d’importanza della sua millenaria storia. Importanza che cessò definitivamente con le risultanze degli accordi di Yalta (Febbraio 1945), in cui il Vecchio Continente si trovò ad essere da soggetto della storia ad oggetto di due potenze allogene ad esso, vincitrici del secondo conflitto mondiale.

La sostenibilità dell’equilibrio sorto dal tramonto del baricentro europeo, il sistema bipolare in cui si trovò ripartito il pianeta nei suoi snodi fondamentali, ebbe una durata temporale di qualche decennio. Ed in esso, attraverso le conoscenze maturate, possiamo oggi intravvedere i prodromi del processo di globalizzazione, che proprio sul finire del “secolo breve” e del bipolarismo ebbe il suo primo slancio.

Dei due paradigmi della globalizzazione abbiamo già fatto cenno nel precedente capitolo. Quindi, non torneremo più sulla loro natura effimera, anche se saranno sempre indicati quali “convitati di pietra” delle nostre tesi.

Ovviamente ciò che abbiamo sintetizzato, non deve essere inteso come un’analisi esaustiva, quanto un doveroso punto di partenza. Il problema della sostenibilità si è presentato sotto diverse forme nel corso dei due secoli che abbiamo alle nostre spalle. Purtroppo il prevalere di forze economiche apolidi e culturalmente mondialiste, ha degenerato dapprima il primato europeo, per poi tracimare negli eccessi del processo liberista di sviluppo produzione/consumo, che sembra ormai l’unico metro di misura su cui si fondano le prospettive per l’avvenire dell’umanità.

L’ipertrofia dell’economia mercantile; che non prevede revisioni critiche costruttive o ridimensionamenti, e l’utopia del mercatismo finanziario, quale corroborante autoreferenziale di tale sistema, sono alla base di tutte le distorsioni e criticità che, come detto in precedenza, stanno venendo al pettine. L’attuale condizione emergenziale in cui si trova quasi la metà del pianeta, un’emergenza “sanitaria” che presenta tutte le stigmate della pretestuosità casuale, del famigerato casus belli, non è altro che il primo atto di destabilizzazione del secondo paradigma. O meglio, il primo atto ufficiale, in quanto di prodromi e premesse di questa nuova crisi se ne possono riscontrare già nel recente passato, non ultimo, il conclamato prospetto dell’economia mondiale che, a fine 2019, già mostrava segnali negativi. Così come si può evincere dal contributo da noi fornito.

Senza il timore di esser tacciati di qualunquismo o di superficialità, possiamo ritenere che, il II Paradigma, non sia stato altro che un “navigare a vista”, da parte di ogni attore della politica o dell’economia mondiale. E ciò dovrebbe far sorgere più di qualche semplice domanda o di qualche banale critica all’acqua di rose. L’insostenibilità di questo ennesimo modello di globalizzazione dovrebbe essere chiaro, e dovrebbe offrire lo spunto per una critica radicale, potenziata da una pars construens altrettanto radicale.

I campi dove andare a colpire sono tanti, rappresentano i nuovi totem del XXI secolo. Essi coinvolgono settori economici e modelli di sviluppo diversificati, progetti d’ingegneria sociale, nuove forme di schiavitù, il tutto in un quadro estremamente complesso, ed esponenzialmente pericoloso, in cui, dietro allo slogan “Andrà tutto bene!”, il potere mondialista apolide cercherà di instaurare una vera e propria gabbia di controllo, piena di camere di compensazione del dissenso, dove i popoli saranno stipati dopo averli differenziati, in ragione della loro capacità di recepire nuove forme di produzione/consumo, o di non essere più necessari a tale nuovo paradigma, quindi destinati all’annichilimento identitario, ed all’estinzione terminale.

Analizzando organicamente ciò che si è susseguito nell’arco dell’ultimo decennio a livello mondiale, come detto fino al 2019, vediamo nel multipolarismo economico e geopolitico che lo contraddistinse non tanto il perseguimento di un modello sostenibile da parte delle élite sistemiche, quanto una fase di transizione dinamica, in cui forze, a volte convergenti, a volte divergenti, sempre diversificate nella forma ma coniugate nell’aderenza ai principi di sviluppo, su cui si fonda l’era post moderna, andavano a ricercare un punto d’appoggio, una fase di stabilità provvisoria, nell’attesa di un traguardo ben più importante da conseguire.

Un traguardo, paragonabile soltanto per valore alla vittoria del modello liberale, in tutte le sue sfaccettature, rispetto al contraltare anodino fornito dal socialismo sovietico russo, e dalle sue fallaci interpretazioni ed applicazioni tra il 1945 ed il 1989.

Il pianeta, nella nostra sintesi, è stato quindi preparato a transitare dalla multipolarità, ad una nuova grande crisi sistemica pilotata, attraverso dei prodromi ben precisi, che assurgono secondo logica a vere e proprie fondamenta, per l’edificazione di un nuovo modello di globalizzazione, forse quello peggiore e maggiormente invasivo:

Il riposizionamento della super potenza statunitense, non più unica nel suo ruolo, ma sempre fondamentale, e che resta sotto spoglie diverse dinamico, e quindi utile, strumento del mondialismo; prima attraverso il soft power della Presidenza Obama, poi con l’America first del mandato di Donald Trump. Due facce della stessa medaglia quindi, eterodirette dai medesimi “burattinai”.

Gli Stati Uniti del ticket Biden/Harris sono un’incognita sotto molti aspetti. Tuttavia, riteniamo probabile un approccio totalmente diverso nella gestione delle crisi internazionali. Una differenziazione netta, tanto dalla tradizione democratica, quanto da quella repubblicana. In ragione di una situazione di contingenza storica che potrebbe far saltare molti equilibri.

Il rallentamento necessario della crescita nelle economie “emergenti”, Cina in primis, attraverso collassi finanziari o scoppio di bolle speculative. Vedremo in seguito quest’aspetto.

L’implementazione in Europa, Stati Uniti, Giappone, ed in tutte le nazioni altamente occidentalizzate, di nuovi fattori economici e produttivi, con prospettive e progetti, articolati nel medio/lungo termine; robotica industriale applicata su vasta scala, diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico, teorizzazione in modo completo, e prospettive di applicazione, della green economy.

Mutazione, uniformazione e regolamentazione delle dinamiche sociali a livello mondiale, attraverso tutta una ridda di strumenti di condizionamento culturale; sviluppo di forme di consumismo capillare di bassa gamma, soprattutto nelle aree meno sviluppate economicamente del pianeta (Africa, Asia centrale e Sud/Est asiatico, ecc.). Diffusione a diversi gradi d’intensità della così detta “teoria gender” e del politicamente corretto. Ribalta periodica di organizzazioni terroristiche, o di fenomeni terroristici specifici, con etichette tuttavia di tipo brand stereotipato. Il tutto corredato da un’elasticità di fondo, capace di rendere il terrorismo, sia manifestazione di un’organizzazione artigianale, spontaneistica, sia la proiezione di un progetto strutturato su scala globale. Implementazione della cultura social e dei condizionamenti via internet, al fine di una sempre più marcata omogeneizzazione dei consumi e degli usi su scala planetaria, trasversale a fasce sociali, anagrafiche o a differenziazioni di qualsiasi tipo.

Cultura della “sicurezza” invasiva; legislazioni speciali anti-terrorismo, legislazioni speciali sulla tutela della sicurezza in generale, legislazioni sulla tutela della privacy. Ultime in ordine di tempo, saranno le misure contro le sedicenti pandemie. Tutti capisaldi apparentemente al servizio di un più armonica convivenza civile, corroborati però da strumenti ideati ed applicati per migliorare il livello di controllo fisico delle genti, dei dati personali individuali, per finalità a dir poco opache.

Ciò che in questa ennesima fase di transizione del XXI secolo ci lasceremo alle spalle, sarà un frangente storico complesso nella forma, tuttavia semplice nella sostanza, paragonabile con quella che fu la parabola delle “guerre di successione”, che coinvolsero l’Europa nella prima metà del XVIII secolo, e che garantirono un assetto sistemico stabile, fin quasi agli esordi della parabola napoleonica. Tali conflitti, iniziati per ragioni dinastiche, assunsero infatti fin dall’inizio anche il carattere di guerre per il mantenimento dell’equilibrio politico europeo sostanziale, pur mutando alcuni aspetti dello status quo, che rischiava di essere gravemente compromesso dalla possibilità che la successione ai vari troni, potesse giungere ad unioni di corone e di Stati in modo troppo sbilanciato, in favore di una dinastia, a discapito di altre.

A nostro giudizio, sono state combattute diverse “guerre di successione” nell’ultimo decennio, negli ambiti salienti che caratterizzano le dinamiche di sviluppo economico e strategico planetario. Per questo motivo, la crisi sistemica in fieri, porterà al rafforzamento di ciò che abbiamo pocanzi cercato di sintetizzare al meglio, ed alla scomparsa di quei tratti non più in linea con i tempi; come la necessità di uno o più baricentri sistemici, in grado di tutelare i principi del processo di globalizzazione.

La fluidità, sarà il tratto distintivo della fase che stiamo per vivere; tanto da attori consapevoli, quanto da inconsapevoli strumenti.

Dal concetto di “economia emergente”, a quello di “blocco sociale emergente”

Durante l’ultimo ventennio, seppur declinato in diverse modalità, abbiamo avuto modo di familiarizzare con il concetto di “economia emergente”, fattore che più di ogni altro contraddistinse le prime fasi della globalizzazione, e che ebbe un deciso ampliamento proprio durante il paradigma multipolare che ci stiamo lasciando alle spalle.

Non essendo questo il luogo deputato ad analizzarne la cronologia e lo sviluppo, terremo soltanto a puntualizzare che il concetto di “economia emergente” fu prima diretto unicamente alla Cina, quale sinonimo di sviluppo impetuoso e (pseudo) ineluttabile, per poi esser rivolto a tutte quelle realtà economiche, eterogenee ma funzionali al sistema, la cui crescita in punti di PIL risultava più performante, rispetto a quelle realtà consolidate ma declinanti sotto certi aspetti, e storicamente più “mature”; Europa occidentale e Stati Uniti.

Fu coniato financo un acronimo, “BRICS”, anche da noi spesso utilizzato in passato, che stava ad indicare i principali soggetti Stato/nazionali coinvolti in questa fase di esuberanza economica. Con il termine “BRICS”, si raggruppava in modo foneticamente accattivante ma privo di una reale logica strutturata, la prima lettera nominale di Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa.

Nell’ottica multipolare, esclusa la Cina che fu già protagonista della prima fase della globalizzazione, queste nazioni avrebbero dovuto rappresentare la “novità” del post crisi 2007/2008, il contraltare di sviluppo, rispetto al modello occidentale, che avrebbe reso maggiormente diversificato il pianeta. Le nazioni coinvolte però avevano tratti divergenti maggiormente accentuati rispetto a quelli convergenti, ed un vero direttorio dei BRICS, di fatto, non decollerà mai, nonostante i tentativi ufficiali, di facciata, che vedevano il plauso di chi animava le elucubrazioni e gli entusiasmi infantili di certe fazioni politiche così dette “antagoniste”.

Infatti, se si escludono le dimensioni imponenti da un punto di vista geografico e demografico, Sud Africa escluso ovviamente, poco altro avrebbe potuto amalgamare queste nazioni, o strutturare una condotta univoca di esse su scala planetaria. Molto abbiamo scritto in passato sui BRICS, non lesinando obiezioni tra ciò che si auspicava, anche in ambito geopolitico, e ciò che fosse secondo noi la realtà dei fondamentali. Da un punto di vista strettamente economico e sistemico in particolare, le divergenze sono sempre state macroscopiche. Mentre Cina e Russia, seppur nell’alveo del modello mondialista, mantengano da sempre un dirigismo autoritario, ed un certo livello di controllo statale sui settori strategici di politica ed economia, India e Sud Africa, in quanto ex colonie britanniche, hanno mantenuto standard ideologici e legislativi tipicamente aderenti all’imprinting del liberalismo classico della City. Il Brasile, invece, non è stato altro che un grande gioco di prestigio del populismo indigenista, realizzato grazie ad una congiuntura economica internazionale favorevole, quella dell’alto prezzo delle materie prime, che appena venuta meno ha mostrato tutta la sua fragilità strutturale, trascinando il Brasile, esportatore netto di commodities, in una fase di criticità politica e sociale, sfociata nel 2018 con l’elezione a Presidente della Repubblica di Jair Bolsonaro; uomo di provata fede atlantista e liberista, che ha riportato il gigante carioca nel classico ruolo di gregario degli Stati Uniti nel Cono Sud.

Il ruolo, o meglio, alcuni aspetti salienti delle economie emergenti, sembrano ormai decisamente superati, e nell’ambito del mutamento di paradigma della globalizzazione sarà interessante vedere se e come questi soggetti potranno avere nuove peculiarità, funzionali ovviamente al sistema mondialista.

In sintesi, possiamo essere certi che Cina e Russia manterranno aspetti di contraltare al blocco euro/atlantico, in un gioco delle parti storicamente consolidato, in grado di evitare principalmente il risorgere dell’Europa dall’ignavia senile che la sta uccidendo, ed a latere di mantenere lo status quo vigente tra Cina e Stati Uniti, con Mosca nelle vesti di terzo incomodo. Per quanto concerne Brasile, India e Sud Africa, il loro destino rimarrà quello o di “giganti dai piedi d’argilla” (India e Brasile), o di eterni incompiuti (Sud Africa), di volta in volta soggetti a crescita o a declino, in ragione di esigenze “superiori”, funzionali al consolidamento del nuovo paradigma.

Una domanda da porsi, da un punto di vista tanto concettuale quanto realistico, è se abbia o meno ancora senso parlare di “economie emergenti”.

In base alle nostre tesi, ciò che riteniamo più concreto, è che dal concetto di “nazione emergente”, si passerà a quello di “blocchi sociali emergenti”. In tale nuovo concetto si può ravvisare il superamento di tutti i limiti che il liberismo vede nelle architetture Stato/nazionali, e la proiezione dei postulati di sviluppo (produzione) e di benessere (consumi), verso gruppi umani o da addomesticare alla globalizzazione, o da rieducare alla globalizzazione, senza nessun tipo di vincolo o resistenza.

Nel primo insieme troviamo, e troveremo sempre più, ampi settori della società africana post moderna, che nell’ultimo ventennio è stata progressivamente urbanizzata ed occidentalizzata (utilizziamo questo termine per comodità, seppur ne ravvisiamo i limiti), ed in cui vediamo tutti i prodromi del “blocco emergente”, atto ad essere addomesticato alla globalizzazione, nella sua modalità più grezza e massificante; consumismo di basso livello implementato nell’offerta, e diffuso capillarmente, per giunta accolto quale superamento della condizione d’inferiorità storica dell’Africa. Mentre le migrazioni dal Continente Nero di questi nuovi “consumatori”, serviranno a consolidare i dettami culturali di neutralizzazione delle identità specifiche, tanto proprie quanto di altri popoli, attraverso un contributo biologico significativo al meticciato, grazie ad alti tassi di natalità, e d’imago archetipico di vitalismo e dinamicità, rispetto a gruppi umani più vulnerabili o svirilizzati.

Proprio questi ultimi poi, saranno oggetto di una vera e propria “rieducazione” alla globalizzazione, ed avranno un capitolo a sé stante del nostro lavoro.

Il “blocco sociale emergente”, da addomesticare, sarà quindi omologato nella sua sostanza più profonda, ma diversificato in base a formali criteri di collocazione geografica, o di funzionalità al tipo di economia in cui si trova. Ciò che farà la differenza, invece, sarà il grado di controllo che il sistema integrerà al processo di addomesticazione, attraverso le Istituzioni Stato/nazionali compiacenti, che avranno perciò l’unico compito di sorvegliare l’adesione ai dettami organici del Terzo Paradigma, essendo state svuotate ormai di ogni altra prerogativa.

Prendete la nostra civilizzazione, ormai giunta al suo zenit; benessere consumistico diffuso, tecnologia (materiale e virtuale) assurta a vera e propria “protesi esistenziale”, capillarmente inserita in ogni frangente del vivere quotidiano, perdita di qualsiasi tipo di radicamento organico, comunitario, dei popoli, in ragione di un funzionalismo più “pratico”, individualista ed edonista.

Unitevi la progressiva introduzione, ad opera del sistema/modello imperante, di prospettive di sviluppo sempre più velleitarie, purtuttavia, sempre più indiscutibili ed ineluttabili.

Vi troverete di fronte all’essenza della matura civilizzazione occidentale, quindi, a quella fetta di popolazione umana, che comunque va oltre i confini geografici dell’Occidente stesso, pronta per essere inquadrata in una nuova realtà.

La “rieducazione alla globalizzazione”.

Il processo parte, come si suol dire, da lontano. La nostra società occidentale è da decenni immersa come una rana in una pentola che s’è fatta via via sempre più calda. Una condizione subdola, che se da una parte ha fornito i presupposti per il benessere diffuso negli anni d’oro tra i due secoli, dall’altro sta mostrando il suo risvolto pericoloso. Il sistema ha compreso da tempo che il graduale aumento della temperatura, che sta facendo venir meno gli aspetti positivi di questo “bagno”, non trova contrasti diffusi in chi c’è immerso, in quanto la società mostra palesemente riflessi intorpiditi, e sovente teme addirittura che il cambiamento possa significare la perdita di quelle prerogative che hanno reso unica nel suo genere (in senso negativo ovviamente) la civiltà del consumismo. I popoli occidentali sentono ormai il pericolo imminente, ma sperano ancora che esso possa non presentarsi a chiedere il conto.

Il paradosso di questa metafora sta proprio nell’avere sotto in nostri occhi, tutti gli elementi di rischio ben visibili e ben percepibili ma, nel medesimo tempo, dove il sistema al potere ha saputo abilmente annichilire la rabbia che normalmente sarebbe sfociata in una reazione, con la paura dell’ignoto che attanaglia ormai inesorabilmente la nostra società borghese.

Nel nuovo paradigma, la funzione dei gruppi umani occidentalizzati, ad elevata integrazione con il consumismo più sviluppato, sarà quella di rappresentare una nicchia (seppur composta da centinaia di milioni di persone) che se da un verso godrà dei benefici di una posizione elevata nella piramide socio/globale, quale contropartita sarà estremamente controllata ed irreggimentata. Docile ed acquiescente, “rana bollita”, verrà perennemente sottoposta ad una rieducazione culturale, di consumi, di abitudini, in quanto, la sua elevata posizione coinciderà con l’assoluta liquidità teorica baumaniana, applicata in modo radicale.

L’uomo occidentale, quindi, sarà oggetto di processi di rieducazione, in quanto il costante mutamento dei suoi consumi di media/alta gamma, servirà da propellente per la ricerca di sempre nuovi beni, nell’ottica consumistica quale moto perenne, cui sarà sempre declinata anche una ridda di surrogati, non che l’architrave della finanziarizzazione economica senza più vincoli e confini, o di una marcata specializzazione delle mansioni tecnologicamente più “elevate”, nel quadro dell’organigramma sociale globalizzato.

Non facciamoci illusioni; ciò che stiamo descrivendo è già in parte realtà!

Prendiamo la progressiva terziarizzazione tecnologica della società, in cui vivono milioni di occidentali, lo sviluppo dell’industria 4.0 (da noi descritta molte volte in questi anni), ed il conseguente mutamento del così detto “mercato del lavoro”, sempre più discriminante nelle sue manifestazioni dicotomiche post crisi 2007/2008. L’impatto culturale, non soltanto materiale, di tali processi, sta già travolgendo i resti superstiti della vecchia concezione classista borghese, uno smantellamento partito dall’ultima “rivoluzione” tecnologica di fine XX secolo.

Ad oggi, l’avvento della green economy o “transizione ecologica”, con tutto il suo bagaglio di prospettive teoriche e di modalità pratiche, sarà il mantra per l’Occidente nell’imminente fase di ristrutturazione sociale in fieri. Dopo che per almeno due decenni sono stati percorsi, in ascesa, i gradini verso una globalizzazione totalizzante e totalitaria.

La green economy non è altro che una patina di colore, che celerà nuove forme di sfruttamento, seppur abbellite da una visione ecologica, o di quello che viene definito “sviluppo sostenibile”.

Verrà implementata una sorta di fede naturistica, ben allineata ai dettami culturali del consumismo, di venerazione per la “terra”, intesa quale agiografica rappresentazione di un cosmos da osservare dall’esterno, e preservare, nelle sue forme più differenziate, in modo direttamente proporzionale allo sradicamento da quella stessa natura differenziata, proprio degli uomini coinvolti da questo nuovo credo, laico e progressista.

Siamo convinti come non mai della nostra tesi, frutto di osservazione, studio ed analisi: non ci sarà la “fine” dell’Occidente, seppur demograficamente la componente europea o euro/americana, sarà sempre più esigua, bensì “l’occidentale” sarà un costrutto sociale globalizzato, ipertecnologico, asettico da un punto di vista culturale. Con il passare del tempo potrebbe anche non essere più necessario alcun appellativo, in quanto l’umanità liquida, in perenne processo rieducativo, non avrà più bisogni di nessun orpello identitario o identificante.

(segue)

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Il ponte di Cassandra (prima parte) http://wordpress.thule-italia.net/?p=11093 http://wordpress.thule-italia.net/?p=11093#respond Sun, 10 Oct 2021 18:55:38 +0000 http://wordpress.thule-italia.net/?p=11093 Globalizzazione terminale

Partiamo da un punto imprescindibile: Siamo nella seconda decade del XXI secolo, e nulla di ciò che fu prospettato quale “avvenire a portata di mano”, in quell’ormai lontano 31 Dicembre 1999, si è de facto concretizzato nelle modalità che molti credevano necessarie, o addirittura indispensabili, nel percorso che doveva seguire il processo di sviluppo di mondiale.

Detto questo, il sistema/modello che si è profilato con sempre maggior forza e nitidezza, sulle ceneri del vecchio mondo post bipolare, anno dopo anno ci ha portati ad assistere ad uno stravolgimento sostanziale di ogni prospettiva di sostenibilità strutturale e complessiva, coinvolgente lo sviluppo della nostra civilizzazione post moderna. “Sostenibilità”, parola di cui si abusa, tuttavia posta dalla comunicazione mainstream ad indicare soltanto un aspetto, quell’eco/ambientale, delle problematiche contemporanee. In realtà, la sostenibilità di tutto ciò che oggi coinvolge organicamente il complesso castello di carte definito comunemente globalizzazione, è palesemente non più in grado di reggere o calmierare tutte le criticità sorte nell’ultimo ventennio.

Potremmo quindi ipotizzare, che il modello non sia più in grado di adempiere quelle sue funzioni, espletando ciò per cui era stato posto in essere. In pratica, l’assetto del progresso a trazione globalizzata sta mostrando dei limiti oggettivi decisamente grossi.

Per tali motivi, poniamoci seriamente questa domanda: “Ma la globalizzazione è sulla via della sua conclusione?”.

Sotto certi aspetti sì, in quanto è andato completandosi ormai il processo graduale di connessione economica, imprescindibile nei suoi aspetti principali già ben prima del nuovo secolo, che ha posto in essere una vera e propria ragnatela d’interdipendenze tra Stati, grandi trust economici sovranazionali, e mercati (siano essi regionali o continentali).

Tecnicamente nessun soggetto Stato/nazione si trova al di fuori dall’interdipendenza globale, nemmeno soggetti come la Corea del Nord, giusto per fare un esempio estremo. E non esiste nessuna potenza globale o regionale che sia svincolata dai precetti del mercato.

Sintetizzando brutalmente: ad oggi non esistono soggetti realmente antagonisti al sistema mondialista.

Allora, perché ritenere conclusa la globalizzazione?

Semplice, perché essa ha concluso la sua fase espansiva e pervasiva, ed attraverso la mutazione dei paradigmi di sviluppo che l’avevano caratterizzata fin dai primi esordi, cerca di perpetrare la sua validità agli occhi dei popoli. Post modernità, globalizzazione e progresso, rappresentano la vera trinità in perenne mutazione paradigmatica del mondialismo. Trimurti cui nessun soggetto (in teoria) dovrebbe sfuggire, a detta dei suoi esegeti, o sottrarsi ad una venerazione acquiescente. In quanto, essa compenetra ogni aspetto dell’esistenza, anzi, stiamo ormai tracimando nel principio filosofico dell’essere la sola esistenza possibile.

Era da tempo che attendevamo questo momento.

Negli ultimi anni abbiamo cercato di osservare con attenzione le avvisaglie e ciò che presagiva l’inevitabile seconda grande crisi del nostro secolo; il paradigma della Globalizzazione multipolare sta vivendo il suo punto di non ritorno.

In questa nostra lunga e non facile sintesi, cercheremo di far comprendere come il nostro contemporaneo sarà ricordato nell’avvenire quale frangente storico saliente, in cui i nodi arriveranno uno dopo l’altro al pettine, ed in cui o vedremo la fine della globalizzazione, così com’è stata intesa fino ad oggi, e l’inizio di una “terra incognita” dove tutto sarà rimesso in discussione, definitivamente, ma non certo in modo tranquillo e colloquiale. Oppure assisteremo al terzo cambio di paradigma della post modernità, in cui il sistema imbriglierà l’umanità in una ferrea struttura ultra liberista, ed in tal caso potremo deporre ogni speranza di un mutamento radicale di quel destino infausto che ci porterà, a tappe sempre più serrate, dalla velleitaria società aperta alla totalitaria società liquida.

Per essere più chiari, partiremo col descrivere in modo schematico i primi due paradigmi della globalizzazione. Questione non di secondaria importanza, visto che proprio dalla metamorfosi della globalizzazione, occorre partire per comprendere ogni criticità dei nostri tempi.

I Paradigma: “Il passaggio di consegne”

E’ stata la prima ipotesi sullo sviluppo della globalizzazione, teorizzata e messa parzialmente in pratica a ridosso della fine del (fasullo) bipolarismo ideologico, che caratterizzò la seconda metà del XX secolo. Essa prevedeva, con la scomparsa dell’Unione Sovietica, e la conversione dei regimi comunisti asiatici sopravvissuti (Cina, Vietnam, ecc.), ad un’economia ultra mercatista, irreggimentata però in un modello politico dispotico, il sopravvivere di una potenza geostrategica egemone, gli Stati Uniti d’America, che avrebbero dovuto garantire attraverso un attivismo finanziario e militare, il “passaggio di consegne” tra il baricentro economico atlantico, verso un baricentro economico Asia/Pacifico. Baricentro in cui la Cina, nazione dalle enormi potenzialità produttive e consumistiche, avrebbe assunto un ruolo dominante; in principio solamente sul piano economico, ed in seconda battuta soppiantando parzialmente la super potenza americana. Furono gli anni di quella che, noi di Thule Italia, definimmo “economia del fantastico”, che descrivemmo in numerosi articoli con dovizia di particolari, e con una buona dose di pragmatismo.

In tutto questo quadro d’insieme, il Vecchio Continente avrebbe assunto, attraverso il processo d’integrazione economica, la costruzione a ranghi serrati dell’Unione Europea e l’adozione di una moneta unica, l’euro, un ruolo di sedicente “super potenza morale”; economicamente stabile, grazie all’egemonia tedesca, tuttavia marginale nella proiezione geopolitica, ad eccezione di alcune realtà nazionali, come Francia e Gran Bretagna, funzionali comunque allo sviluppo del paradigma.

Con la crisi finanziaria iniziata nel 2007, divenuta ben presto crisi di sistema, questo primo paradigma s’interrompe nel suo sviluppo, per essere accantonato definitivamente a fronte della necessità di non far collassare in modo irreversibile le aree macroeconomiche più mature, e da cui de facto era iniziato il processo di globalizzazione; Stati Uniti ed Europa. In quanto ancora indispensabili nelle loro prerogative di funzionalità per la finanza speculativa apolide, nell’ambito dei processi di produzione/consumo, e nel ruolo geopolitico di alcuni suoi elementi.

II Paradigma: la globalizzazione multipolare

Attraverso tutta una serie di procedimenti di “salvataggio” delle aree e dei settori più colpiti dalla crisi del 2007, il processo di globalizzazione non s’interruppe. Bensì, dopo un breve rallentamento, modificò il paradigma, attraverso un cambio di prospettiva: non era più necessario un unico baricentro egemone di coordinamento dei processi economico/finanziari, e non era più necessaria la ricerca di un fattore di stabilità strategica attraverso la proiezione di una super potenza univoca.

L’economia mondiale trovò una via di fuga dal totale collasso, nell’implementare importanza sistemica a quelle che furono definite “nazioni emergenti” che, oltre alla Cina, potevano garantire una crescita in punti di PIL adeguatamente alta, spesso gonfiata ad arte, in grado di ammortizzare le ripercussioni dei “salvataggi”, operati in Europa e negli USA dalle centrali di potere finanziario apolide, dalle banche centrali e da gruppi multinazionali tra i più diversi.

Il mondo si scopre desideroso di multipolarità; Cina, India, Russia, Brasile, ed in misura minore altre nazioni di proiezione più regionale, assurgono quale contraltare dinamico a tutto campo, rispetto all’Occidente, ormai ritenuto non più indispensabile, e dove dominano le ripercussioni della crisi sistemica. Sono anni di grandi “miracoli” economici, che hanno quali protagoniste nazioni non strutturate né socialmente né finanziariamente come l’India, o come il Brasile, altro esempio negativo, che attraverso politiche espansive al proprio interno, corroborate dai proventi degli alti prezzi delle materie prime, pretendevano il proprio “posto al sole”, senza pensare alla fallacità nella tenuta dei loro sistemi interni al mutare di alcuni fattori nei processi di produzione/consumo globali.

Il rovescio della medaglia del multipolarismo in ambito geopolitico, si è rivelato poi anch’esso comunque molto difficile nella sua gestione, in quanto non esistendo una collegialità globale nell’affrontare conflitti e faglie di criticità tra attori di diverso livello, si è arrivati ormai ad avere quelle che sono state definite alleanze a “geometria variabile”, tanto spregiudicate, quanto destabilizzanti. Ad accompagnare ciò, anche tutta una serie di torsioni economico/finanziarie, che non tarderanno a ridimensionare il ruolo di molti Stati “emergenti”, e a portarci verso lo snodo cruciale che stiamo vivendo.

Di fatto il II Paradigma, la globalizzazione multipolare, ha mostrato nel breve volgere di meno di un decennio (2011/2019), tutta la sua scarsa attitudine a poter durare nel lungo termine. Troppi i fattori discordanti, troppe le forze e le criticità sorte quale diretta conseguenza della corsa di ogni attore, tanto geopolitico, quanto macroeconomico, nel volersi ritagliare il proprio spazio d’influenza, là dove fattori endogeni o esogeni hanno creato le condizioni adatte; tra vuoti di potere “creati ad arte” (Medio Oriente), fallimenti politici ed economici (America Latina), o promettenti spazi di crescita economica (Africa subsahariana). Occorre non dimenticare anche, i diversi scompensi finanziari, che hanno costellato questo frangente storico.

Riproponiamo integralmente un pezzo del Luglio 2015, così da poter chiarire le fondamenta della nostra analisi:

Ricordate questa data: 8 Luglio 2015.

Ricordatela bene, in quanto essa potrà avere due valenze, chiare, inequivocabili, senza zone grigie.

Il giorno 8 Luglio 2015, ieri, è cominciata ad esplodere la bolla speculativa della piazza finanziaria di Shangai; ed è subito scattato il panico generalizzato, che ha coinvolto tutte le altre piazze asiatiche, portandosi dietro nel calo anche i prezzi di numerose materie prime, di cui la Cina è sovente il primo importatore mondiale, come nel caso del rame.

Noi ce lo aspettavamo da tempo, non lo neghiamo.

Poco più di un mese fa, sempre da queste pagine, componevamo l’ennesimo focus sulla Cina e sulle sue criticità economiche. Non abbiamo sbagliato mira, infatti, il combinato disposto del mix letale asiatico; speculazione a tutti i livelli, opacità del sistema dei prestiti, il famigerato shadow banking, ed eccessiva spregiudicatezza politica nel sottovalutare questi fenomeni, hanno portato la Cina forse al punto di rottura.

Nella notte tra il 7 e l’8 Luglio, oltre 1000 titoli azionari scambiati sui mercati di Shenzhen e di Shanghai sono stati bloccati su decisione autoritaria giunta da Pechino che, in ultima istanza, ha cercato in vano di arginare la falla. Sortendo però quale unico risultato quello di paralizzare praticamente più del 54% di tutto l’azionario cinese ($2,6 trilioni o il 40% del valore). Governo e Banca Centrale si stanno muovendo in queste ore come il classico contadino che chiude la stalla dopo che i buoi sono già fuggiti, mentre miliardi di dollari sono già andati in fumo.

A nulla valgono né le rassicurazioni ufficiali, né quella sorta di sottile censura, volta a minimizzare, anche in Occidente, la portata dell’evento.

Se tutto andrà come nel 2007/2008 con lo scoppio della bolla sub prime statunitense, la detonazione a livello globale è garantita. Quel che sta avvenendo oggi con la Cina, in quella che doveva essere l’economia del “fantastico”, è tuttavia ben più grande e grave di ciò che abbiamo vissuto in questi anni.

Dovete pensare che proprio per il fatto che fu il Drago asiatico a reggere l’urto del contagio post 2007, grazie alla sua crescita economica e al suo essere divenuto il motore manifatturiero mondiale, oggi il collasso potenziale del suo sistema finanziario equivarrà ad una valanga senza precedenti, capace di abbattersi ovunque la Cina abbia portato i suoi interessi, quindi, Europa inclusa. Per non parlare poi dell’enorme esposizione debitoria che gli Stati Uniti hanno con Pechino… cifre che ammazzerebbero un toro economico di qualsiasi tipo.

Se eravate preoccupati per la “Grexit”, per l’euro e la sua difficile situazione, o se non siete mai andati oltre la questione “migranti”, bene, state pur certi che se tutto andrà come deve andare, cioè con il collasso della Cina, ed avremo tante sorprese da levarcene la voglia, saremo solamente all’inizio di quella svolta epocale cui noi aneliamo da molto tempo.

Preparatevi quindi, o siamo solamente all’inizio della fine, oppure questo sistema dimostrerà forse di avere ancora degli assi nella manica. Noi, da quel che possiamo intuire, pensiamo che sia stata chiusa con l’8 Luglio 2015 una partita, e che sia cominciata (finalmente) una fase storica nuova.

Il nostro appello lo ribadiamo dunque: Teniamoci pronti, tutto potrà succedere!

Abbiamo voluto riproporre questo pezzo, di quasi cinque anni fa, proprio perché imputiamo alle criticità economico/finanziarie createsi all’ombra della globalizzazione multipolare, i maggiori fattori di rischio che stanno conducendo ad una seconda crisi sistemica globale, in ragione dell’impossibilità, da parte del sistema stesso, di poter rendere sostenibile nel lungo periodo il proprio modello di sviluppo.

Per “sostenibilità”, lo ribadiamo, noi intendiamo non soltanto il termine nel suo utilizzo comune: sostenibilità ecologica, il cui concetto è direttamente legato a doppio filo con gli ambiti economici e di modello di sviluppo globale. Quanto in un insieme di caratteristiche interconnesse, comprendenti sicuramente l’aspetto entropico delle risorse naturali a disposizione del genere umano, ma anche nella sua accezione in ambito sociale, politico e culturale. Ciò nel quadro d’insieme di un’epoca in cui, per la prima volta nella storia, si mette a dura prova ogni forma ipotetica di equilibrio la cui durata sembra ormai essere al quanto effimera.

(segue)

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C’era una volta… ma non è una favola http://wordpress.thule-italia.net/?p=11088 http://wordpress.thule-italia.net/?p=11088#respond Sun, 15 Aug 2021 22:45:47 +0000 http://wordpress.thule-italia.net/?p=11088 Sembrerà strano, ma questa storia, che non è una favola, potrebbe cominciare non con uno, bensì con tanti: “C’era una volta…”.

Questo perché è una storia con tanti inizi, anzi, con finali sempre uguali, che portano ad inizi sempre uguali. Perché mai come in questo frangente potremmo dire panta rei, però poi tutto torna, anzi, tutto ri-torna nelle vesti di sempre.

Poco importa che sia il 24 Dicembre 1979, o che sia il 7 ottobre 2001.

Poco importa che sia il 15 Febbraio 1989, o il 15 Agosto 2021.

Tutto ri-torna senza soluzione di continuità, in cui ciò che conta non è chi sta vincendo “pro tempore”, o chi si sta rivelando per quello che è; un innesto artificiale, atto a giustificare motivazioni di espansionismo imperialista. Ciò che conta è la sostanza, quello specchio fedele, in cui si riflette l’immagine della cruda realtà, lontana dai manicheismi tra chi vorrebbe un mondo americanizzato, e chi vorrebbe un arcobaleno d’ipocrisie liquide, in cui si confonde la barbarie eterodiretta dai signori del petrolio 4.0 (leggi Arabia Saudita & C.), per guerra di “liberazione” da quell’Occidente (bianco), che non fa più paura a nessuno, se non a se stesso, ed è ormai capace soltanto di inginocchiarsi di fronte a fenomeni mediatici falsi come una banconota del Monopoli.

Ciò che dovrebbe essere chiaro, ma non lo è, rappresenta la negazione stessa di ciò che dovrebbe essere “il migliore dei mondi possibili”; in cui convivono guerre dimenticate, che di tanto in tanto fanno capolino per una ribalta tanto cruenta quanto effimera, e guerre “farlocche” contro pandemie da operetta, in favore di diritti civili da “conquistare”, per ortaggi avariati o chirurgicamente modificati, o per un mondo più green, in cui i cittadini (privilegiati) dello stesso lottano per ottenere auto ecologiche, energie rinnovabili, e cibi vegan, mentre a Sud della linea dei “buoni e giusti”, dei poveri cristi estraggono coltan per una manciata di dollari, e vivono della merda green che lasciano in giro i cittadini del mondo “buoni e giusti”.

Chi leggerà quest’articolo potrebbe chiedersi consa centra tutto ciò cui s’è fatto cenno fino ad ora, con l’Afghanistan, con i Talebani, o con ciò che sta succedendo in questo lembo di Asia Centrale.

Centra, perché l’Afghanistan è stato, e temiamo sarà ancora, la messinscena di tutte quelle falsità che pullulano nel nostro tempo; che siano motivate da una presunta volontà di “esportare” la democrazia, o motivate da vecchi sessantottini, ormai sul viale del tramonto (o che son già passati a miglior vita), che vedono in ogni tagliagole barbuto un Lumumba o un Sankara.

Centra, perché non appena i riflettori si sposteranno altrove, l’Afghanistan sarà di nuovo dimenticato, così come lo Yemen, il Tigray, la Siria, il Congo, ecc. Perché è più facile indignarsi a gettone, o fare della geopolitica spicciola da forum o da social network, piuttosto che comprendere quanto, tutte queste “dimenticanze”, prima o poi si salderanno in un unico grande movimento disgregativo, in un mondo sempre più fragile e sempre più alle dipendenze di entità economiche ben definite, che agiscono con il fine ultimo di violare le leggi dell’entropia, con un fideismo che nemmeno anima i più fanatici cultori dell’Islam.

Oggi, quindi, potremmo dire “c’era una volta…”, perché tante cose nella vicenda afgana hanno il sapore di una favola alla rovescia, in cui non è il “bene che vince ed il male che perde”, piuttosto una riedizione di tutte le contraddizioni e le ipocrisie, testé accennate in quest’articolo.

Un ultimo cenno a chi, oggi, “scopre” l’acqua calda. Sì, i Talebani esistono ancora, e dopo un ventennio di guerra sono tornati là fin dov’erano arrivati, e da dove erano stati scacciati: Kabul, la spettrale capitale di uno Stato che non esiste più da molto tempo, che in tanti (troppi) hanno cercato di (ri)costruire a propria immagine e somiglianza, ma che, alla fine, resta il simulacro di un’epoca che non ha bandito la guerra, non ha bandito la violenza, e che non potrà certo organizzare da quelle parti qualche nuova pagliacciata mediatica.

Meglio il silenzio, meglio dimenticare che il problema esista, meglio pensare che il XXI secolo abbia problemi più “nobili” da gestire.

Fine della favola.

Buon oblio Afghanistan, buon oblio.

Gabriele Gruppo

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Frammenti di storia, che parlano al presente http://wordpress.thule-italia.net/?p=11083 http://wordpress.thule-italia.net/?p=11083#respond Tue, 10 Aug 2021 22:07:07 +0000 http://wordpress.thule-italia.net/?p=11083 In una situazione di grave crisi economica, occorreva infatti che ciascun soggetto contribuisse alla vita dell’organismo Res pubblica restando “al proprio posto”.

Tratto dal testo delle Ar “Odoacre”, di Tommaso Indelli

Il tramonto ormai definitivo di una grande epoca. I primi incerti passi di ciò che si sarebbe rivelata la genesi di una grande spinta vitale, la quale ci ha condotto ad una nuova parabola declinante, dopo secoli di ascesa trionfale.

Perché guardare ad un tempo così contraddittorio?

Perché cercare punti di connessione storici, e spunti di riflessione in esso?

Semplice, perché non siamo che uomini viventi in un’epoca di contraddizioni. Perché la nostra civilizzazione non sarà ricordata in modo benevolo, se non per i suoi aspetti terminali di limes indistinto tra la fine di un ciclo storico, e l’inizio (incerto) di uno completamente nuovo.

Se vogliamo veramente differenziarci, non dovremmo ambire ad essere ricordati come Giuliano Imperatore o la filosofa Ipazia, ultimi romantici sfortunati bagliori di un mondo che si stava dissolvendo, quanto come coloro che, nello sfaldarsi d’identità, popoli, e comunità nazionali, sono rimasti silenziosamente ma inesorabilmente “al proprio posto”. E che se l’Europa occidentale sarà inghiottita definitivamente dal mondialismo, e dal suo messianismo “liquido”, allora dovremo essere i tessitori anonimi di una tela che un giorno, forse un giorno lontano dalle nostre esistenze, porterà una nuova civiltà in fasce; una civiltà di sole ed acciaio.

Per far ciò non serviranno né “masse” né “moltitudini”.

Per far ciò, servirà restare saldi ed avere perseveranza. Perché nulla è perduto e nulla è già scritto. L’Alto Medioevo ce lo insegna, ed apprendere tale lezione è indispensabile se vogliamo tessere la nostra tela.

Gabriele Gruppo

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Estate di tendenza: il verde aragosta http://wordpress.thule-italia.net/?p=11075 http://wordpress.thule-italia.net/?p=11075#respond Sun, 01 Aug 2021 18:01:36 +0000 http://wordpress.thule-italia.net/?p=11075 Estate; tempo di “tormentoni”, stagione di tendenze, animata da quello spirito spensierato fatto apposta per chi vuol evadere dal canone quotidiano, che ci accompagna per tutto il resto dell’anno.

Qualche cosa però non è avvenuta nel 2021. Latita il motivetto stagionale, che ci avrebbe dovuto frantumare gli zebedei da Giugno a Settembre. Gli europei di calcio hanno giusto entusiasmato alla fine, quando la situazione sembrava farsi interessante. Mentre delle Olimpiadi nipponiche nessuno sembra fregarsene molto.

“Cosa ci resta per ravvivare quest’Estate 2021?”.

Ecco cosa devono aver pensato dalle parti di Palazzo Chigi, di concerto con gli ormai immancabili sapientoni dell’Unione Europea. Soluzione presto trovata: una bella contrapposizione popolare, a livello continentale, sul colore dell’Estate.

“Troviamo un bel colore, un colore veramente ganzo, mai visto, anzi meglio ancora, inesistente: il verde aragosta!”.

Servito su di un piatto da portata degno di uno sposalizio di alta classe, il verde aragosta sta animando gli animi di un’Estate tutto sommato moscia, dividendo gran parte dell’opinione pubblica continentale in tre macro gruppi: “No verde aragosta!”, “Sì verde aragosta!”, “Fate quello che vi pare, a me basta andare in ferie”.

Il risultato è che non si parla d’altro se non del colore dell’Estate, il verde aragosta appunto. Dai social network, a Giuseppe il mio barbiere, se ne parla nelle piazze e nelle pizzate, durante i corsi di pilates, in coda al supermercato, ecc.

In poche parole il fine ultimo di ravvivare il panorama generale è stato centrato, i toni si sono accesi, e si riconferma tutta la veridicità pratica di quel falso storico del “facite ammuina!”, di risorgimentale tradizione.

Siccome da sempre coltiviamo un sincero approccio scientifico ai fenomeni della nostra epoca, troviamo perciò più utile analizzare il reale, piuttosto che disquisire nel virtuale come tanti eremiti digitali, ed essendo dotati di un gruppo Telegram, abbiamo chiesto, a titolo VOLONTARIO, se ci fosse chi avesse voglia e tempo di andare ad osservare le manifestazioni avverse al verde aragosta, valutarne la composizione bipede, i toni, i contenuti, insomma, tutto ciò che poteva essere utile per incrociare dati oggettivi, al fine di poter sintetizzare il riscontro a quella puzza di fregatura, che si percepisce a tratti in tutta questa vicenda.

Così, una settima fa, chi vi scrive ed un pugno di volontari volenterosi, sono andati ad osservare alcune manifestazioni “contro” il verde aragosta in diverse piazze. Piazze di provincia, numeri da osservare gestibili senza grossa difficoltà, purtuttavia con una discreta aderenza alla tendenza generale di questa protesta.

Ciò che si riscontrava, a parte il singolo caso di una piazza in cui spiccava monocratica una monocromatura ideologica in via di estinzione, era una ridda di tipologie sociali, politiche ed anagrafiche varie e diversificate… forse un pochino troppo.

In mezzo a molta gente comune, nocciolo numerico rilevante ed interessante, c’era chi si appellava agli stilisti del 1945, a quanto pare i migliori di sempre nello scegliere colori di “tendenza”, c’era chi tirava fuori lo spauracchio della solita sartoria tedesca, con le sue tonalità bruno/nere, c’era chi la metteva sul patriottico, pensando che i colori della bandiera nazionale potessero fornire un collante comune, e c’era chi, forse proprio tra gli organizzatori in finto incognito, nutre la strana idea che l’opposizione al verde aragosta possa innescare una protesta a livello continentale, simile a quella che, qualche anno fa in Francia, animò la parabola (fallimentare) dei gilet gialli.

Un coordinamento sottotraccia, in incognito, come accennato pocanzi, nessuno che fungesse da oratore di spicco, direttive organizzative diffuse tramite il passaparola mediatico di social network dalle estrazioni, anche qui, più varie e diversificate… forse un pochino troppo.

Una galassia di soggetti: “No vax”, “No green pass”, “Commercianti arrabbiati”, coordinamenti di ogni tipologia, “estreme” provenienti da riserve politiche poco rappresentative, ecc. In sintesi era visibile ad occhio nudo un caleidoscopio di soggetti che, per un motivo o per l’altro, proprio non amano il verde aragosta, soggetti che se presi singolarmente non riempirebbero un oratorio, ma una volta sommati hanno avuto la capacità di portare un discreto numero di persone in diverse piazze della penisola. Complice anche il malessere, indubbiamente presente ed innegabile, di porzioni di società ormai non più così inclini ad accettare tutto ciò che arriva dalle sartorie ufficiali, e si domandano (legittimamente) il motivo per cui, dopo la stagione “Covid19”, ci si debba sorbire altre passerelle di questa pantomima.

E qui nasce il problema, la famosa “puzza di fregatura”, quando riscontriamo delle forme di protesta con proposte strampalate, vedi Movimento 5 Stelle (ormai diretto verso le 5 stalle), o delle proteste senza la benché minima proposta, anche soltanto accennata nelle sue linee generali, allora ci sorge il dubbio di trovarci di fronte all’ennesima camera di compensazione, creata per incanalare un malcontento trasversale, che può avere delle logiche giustificazioni, ma che si esprime così come il sistema vuole; attraverso strumenti, modalità e contenuti (quando ci sono), che al massimo portano verso ad una più o meno lunga parabola di visibilità mediatico/esistenziale, destinata ad esaurirsi così com’è nata: dal nulla, o comunque dal molto poco.

Quello che potrebbe restare dalla protesta contro il verde aragosta, detta in termini semplici, è la presenza di forme di resistenza all’omologazione imperante non spurie, che cominciano a farsi strada negli animi d’individui non ideologizzati, magari inquadrati in diversificate categorie sociali, ma accomunati da un sospetto trasversale verso quella che è la “narrazione ufficiale” del sistema. Un tipo di consapevolezza della “puzza di bruciato” che a tratti si sente, ma che ancora non ha trovato né modo di esprimersi in modo strutturato, e nemmeno con il supporto di una solida proposta tanto antagonista, quanto (valida) alternativa.

Ciò detto, riteniamo ancora utile, se non indispensabile, per chiunque ambisca a sintetizzare una “proposta”, l’osservazione della realtà, in tutte le sue forme e manifestazioni, perché soltanto osservando con piglio scientifico si può comprendere quali sono i limiti che minano le attuali forme di opposizione al nuovo corso post pandemia, e quali possono essere le opportunità o gli spazi di manovra per agire nel concreto.

Non è cosa facile, serve buona volontà e perseveranza. Tuttavia, se c’è chi nel verde aragosta vede uno specchietto per le allodole, e non il dualismo manicheo “bene assoluto”/”male assoluto”, allora c’è ancora speranza, ma bisogna incontrarsi nel reale e nel reale agire. Come diciamo da tempo, serve contarsi per poter contare.

Gabriele Gruppo

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“Carta Verde”: un pizzico di concretezza. http://wordpress.thule-italia.net/?p=11067 http://wordpress.thule-italia.net/?p=11067#respond Tue, 20 Jul 2021 07:38:08 +0000 http://wordpress.thule-italia.net/?p=11067 Scriviamo queste righe, in quanto l’argomento è fonte di discussione e polemica.
Così come accadde per la “stagione” degli attentati e del sedicente terrorismo islamico globale, in Occidente si andò a modificare il concetto di sicurezza, stringendo le maglie del controllo sui singoli, situazione corroborata da una vera e propria narrazione del “nulla sarà come prima”.


Anche oggi, così come allora, i toni sono i medesimi, seppur questa volta il gioco del sistema nel voler modificare stili di vita, o effettuare vere e proprie sperimentazioni sociali, è stato a tutti gli effetti molto più pervasivo ed impattante.
La cosa non ci stupisce; chi tira le fila del mondialismo ha da tempo affinato e gradualizzato il proprio modus operandi.

Lungi da noi il voler qui analizzare nel dettaglio tali fenomeni post pandemia (ciò sarà riservato a dei lavori di ricerca più articolati), l’interesse per noi è altro.
Vorremmo, in questo breve scritto, offrire una sorta di indicazioni, per coloro che aspirano ad una presa di coscienza comune, circa il rischio inerente alla messa in rodaggio della “Carta Verde” sanitaria.


Per prima cosa suggeriamo di reperire informazioni affidabili; testi di legge ufficiali, iniziative documentate, ecc.
Il “si dice” o il “flatus vocis”, tendono a screditare ogni posizione antagonista.
Affidiamo le nostre perplessità ad esperti competenti di fiducia, consultando legali ferrati in materia o esperti indipendenti, e che non siano però abbonati al “mensile del complottista”.
Cominciamo ad elaborare proposte sensate di disobbedienza comune, ma non speriamo in velleitarie “rivolte di piazza”, né in Italia né all’estero, per quanto in alcune nazioni europee l’opposizione alla tecnocrazia sia più marcata.

In sintesi: avendo fondamenta solide, e comportamenti non bizzarri, possiamo fare tantissimo, e creare sinergie costruttive.

Gabriele Gruppo

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I temi del XXI secolo: le Criptovalute http://wordpress.thule-italia.net/?p=11061 http://wordpress.thule-italia.net/?p=11061#respond Sun, 27 Jun 2021 20:12:30 +0000 http://wordpress.thule-italia.net/?p=11061 Con quest’articolo introduttivo, comincia un’articolata serie di riflessioni e di sintesi, che hanno il loro focus nei grandi temi del XXI secolo.

Non abbiamo cominciato a caso con un difficile argomento economico, anzi, di neo-economia o di economia 4.0, in quanto attraverso esso si possono trarre alla vista tutti i riflessi del nostro contemporaneo; dalla globalizzazione, al mercatismo, fino ad arrivare a lambire l’essenza della società liquida.

Cercheremo di offrire la NOSTRA visione di uomini differenziati, su ciò che si sta profilando nell’attuale secolo, quale “ineluttabile” destino che, gradualmente, vedrà coinvolto ogni popolo del pianeta. Un destino, non più dettato dallo sviluppo della Kultur identitaria di genti organizzate in comunità nazionali, quanto plasmato dagli interessi del Dio/mercato, cui la speculazione apolide ne è il braccio secolare.

Che cos’è una criptovaluta?

In questa sede non esporremo i dettagli tecnici, cui stiamo dedicando ampio spazio con interventi in modalità podcast presso il canale Telegram di StampAlternativa (@stampalternativa), piuttosto ne cercheremo di trarre allo scoperto gli aspetti “filosofici”. Non tragga in inganno questo termine, in quanto, ogni aspetto, ogni manifestazione del contemporaneo ha per noi una vera e propria “filosofia” che, per quanto malata e degenerata, ha spessore, profondità e finalità ben precise e palesi. Ripetiamo FINALITA’ PALESI, in quanto non esistono sordidi complotti, orditi da logge segrete d’iniziati, o burattinai occulti, quanto, piuttosto, una rete di soggetti, gruppi di potere, esegeti dell’anti-identitarismo ad ogni livello, e semplici esecutori materiali di essi, che alla luce del sole prospettano di un “mondo nuovo”, in cui l’uomo sarà ormai nella sua forma più libera di sempre.

Certamente, il concetto di libertà, per tali soggetti/gruppi, rappresenta una sorta di neo totalitarismo assiomatico e dogmatico, in cui, dietro ad un antropocentrismo individualista spiccato, si cela nient’altro che l’idolatria dell’economia quale “motore” di ogni cosa, ed alfa/omega del progresso mondiale.

Le criptovalute, per quanto possa sembrare incredibile, data la loro natura funzionale, di strumento di pagamento spacciato per “pratico” e “neutrale”, non sono altro che uno degli aspetti di disgregazione di ogni radicamento, in favore di un orizzonte di veloce movimento di ogni cosa, di un nomadismo esistenziale, oltre che materiale. Le criptovalute violano uno dei principi cardinali, su cui si fonda la volontà di potenza e la manifestazione di esistenza di una comunità di popolo, che si fa nazione, quindi, soggetto aggregato, radicato in un territorio, e dal raggio d’azione dettato da una visione del mondo specifica, e da una Kultur definita.

Il “battere moneta”, è stato, fin dall’antichità e presso ogni tipo di civiltà rilevante tra Europa, bacino mediterraneo ed Asia, una manifestazione di esistenza di ciò che abbiamo appena brevemente descritto. La moneta non era certamente elevata a livello di “allucinazione collettiva”, così come avviene nel contemporaneo, quanto piuttosto uno strumento d’interscambio materiale, avente anche caratteristiche identitarie.

Il fatto che, nel pieno ormai del XXI secolo, abbiano cominciato ad essere ideate “monete” non legate a caratteristiche identificative di una comunità nazionale, quanto piuttosto a prerogative sovranazionali, è secondo noi sintomatico di un preciso orientamento che sta chiaramente prendendo tanto la globalizzazione, ormai capillarmente diffusa, quanto il suo propulsore ideologico; il mondialismo.

Già in ambito di speculazione finanziaria, abbiamo visto come, fin dai suoi albori, quanto il “giocare” con le valute nazionali fino alla loro attuale virtualizzazione borsistica, sia stato il viatico prediletto dal mondialismo per influenzare scelte politiche di natura socio/economica, sminuendo le prerogative degli Stati/nazione, in favore di enti sovranazionali, e di cessione progressiva di sovranità. Tuttavia, il concetto di criptovaluta, nella sua essenza filosofica, rappresenta un gradino superiore nella scala involutiva della nostra civilizzazione post moderna. In quanto recide il vincolo tra l’esclusività del “battere moneta” da parte di un organismo politico organizzato, dato il suo essere espressione di una comunità nazionale, e l’economia nelle sue diverse forme e manifestazioni.

Attraverso la criptovaluta, QUALSIASI organismo avente una rilevanza globale; sia esso una multinazionale, un gruppo finanziario o assicurativo, o un social network, potranno “creare dal nulla” la loro divisa monetaria, indipendente da regolamentazioni politiche, e profittevolmente legata al commercio in rete o a transazioni finanziarie tra le più diverse. Amazon o Ikea, facebook o You Tube, soltanto per citare alcuni esempi, potrebbero tra breve decidere di svincolare gli acquisti delle loro merci e dei loro servizi a discapito delle valute nazionali, richiedendo ai consumatori di essere pagati attraverso delle loro criptovalute, il cui valore sarà dettato dai risultati in ambito di speculazione finanziaria apolide.

Ciò che descriviamo non è fantascienza e nemmeno complottismo, quanto una prospettiva concreta, dettata dall’analisi che stiamo compiendo da anni su quelle che sono le dinamiche che legano il mercatismo al mondialismo.

Il potere coercitivo degli organismi politici cui fanno capo gli Stati/nazione si sta sempre più affievolendo, anche, purtroppo, per via di una manifesta impossibilità di poter delineare modelli economici che non siano legati al neo liberismo, da parte degli stessi Stati/nazione. L’incalzare dei dettami su cui si fonda il processo di liquefazione di ogni società, rende il “virtuale” sempre più alla portata del consumatore, in ogni sua sfumatura esso permea le prospettive di vita e di sviluppo, financo l’educazione delle future generazioni, o l’approccio all’esistenza.

Le criptovalute, quindi, e il loro futuro sviluppo, s’inquadrano perfettamente in tale processo, ne sono strumento, non certo l’unico ma nemmeno il più banale. In quanto se un simbolo, per avere efficacia, deve avere un valore intrinseco, quasi metafisico, quando tale valore “cambia di proprietà”, se esso muta la sua natura, porterà beneficio a chi ne detiene le nuove prerogative.

E questo è un problema, se a detenere le nuove prerogative del simbolico “battere moneta” non sono più le manifestazioni politiche delle comunità nazionali, quanto invece i signori grigi del mondialismo apolide.

Gabriele Gruppo

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Conferenza di Thule Italia http://wordpress.thule-italia.net/?p=11046 http://wordpress.thule-italia.net/?p=11046#respond Sun, 06 Jun 2021 18:33:27 +0000 http://wordpress.thule-italia.net/?p=11046

Per informazioni 340/6206094 oppure g.druido@gmail.com

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StampAlternativa e il suo canale Telegram http://wordpress.thule-italia.net/?p=11038 http://wordpress.thule-italia.net/?p=11038#respond Mon, 31 May 2021 20:03:07 +0000 http://wordpress.thule-italia.net/?p=11038 In seguito ad evidenti problemi di incompatibilità con la nota piattaforma social network Facebook, palesatisi attraverso il permanere di una costante censura, estremamente attenta ai contenuti da noi proposti, abbiamo deciso qualche mese fa di interrompere ogni tipo di attività su tale piattaforma, a seguito dell’ennesimo episodio di “oscuramento”.

Dopo un’attenta analisi, non ce la siamo sentita di eliminare la nostra presenza dai media, quindi, è stata scelta l’opzione “Telegram”. Tale piattaforma ci risulta congeniale, in quanto “ibrida”, una via di mezzo tra la vecchia modalità forum, ed i social network più moderni. La nostra intenzione è quella di creare una rete di contatti che, accomunati dall’interesse per le tematiche proposte su StampAlternativa, intendano “andare oltre” il chiacchiericcio della comunicazione contemporanea.

Per iscriversi al nostro canale Telegram, basta cercare @stampalternativa, oppure contattarci al numero 340/6206094.

Gabriele Gruppo

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