E torniamo a parlare di Cina…

E torniamo a parlare di Cina…

Tutti noi abbiamo potuto vedere le immagini della “rivolta” dei cinesi di Sesto Fiorentino; ameno centro industriale tessile toscano, in cui le così dette “nuove” risorse dagli occhietti a mandorla, da anni così discreti e così operosi, hanno risposto con insolita veemenza al tentativo (legittimo) da parte dello Stato italiano di pretendere un minimo indice di trasparenza da parte di quelle imprese, venute da così tanto lontano, e che hanno lavorato talmente bene da desertificare l’impacciata concorrenza delle PMI autoctone che, di fatto, hanno ceduto come l’esercito italiano di fronte agli austriaci a Caporetto un secolo fa.

Di Cina realmente si parla poco, degli interessi cinesi in Italia e nel resto del pianeta si parla sempre in modo entusiastico. Tuttavia si dovrebbe chiarire quanto, la seconda economia mondiale, sia ad oggi in una situazione che definire difficile è quasi riduttivo.

Cosa centri Sesto Fiorentino con la globalizzazione è presto detto; Sesto Fiorentino E’ LA GLOBALIZZAZIONE NELLA SUA FORMA PIU’ PURA.

La formula vincente che ha permesso ad un gigante dormiente da decenni di scalare così rapidamente i vertici della piramide economica sta tutta in Sesto Fiorentino, e si chiama dumping.

Dumping nelle produzioni di massa per il mercato dei consumi globalizzati. Dumping sociale, per via dell’attrattività che, fino a non molti anni fa, la manodopera cinese garantiva alle imprese, occidentali in primis ma soprattutto autoctone, di produrre a costi ridicoli, massimizzando i profitti a livelli mai visti. Dumping finanziario, con cui Pechino, grazie alle sue enormi riserve valutarie, accumulate grazie ai proventi dell’export, ha potuto letteralmente comprarsi mezza Africa e un bel pezzo di America Latina. Esponendo gran parte delle economie emergenti alle sue necessità di sviluppo, alla sua crescita in punti di PIL.

Però ogni favola prima o poi finisce, e se la favola prende i connotati di un rischio sistemico per l’economia mondiale, ecco che il “lieto fine” rischia di tramutarsi in tragedia. E non stiamo esagerando.

Come dicevamo all’inizio di Cina si parla in modo volutamente errato, tentando di minimizzare quello che sta succedendo all’ombra della salma di Mao, nella speranza che il motore della globalizzazione, quello vero, mica gli Stati Uniti, si risollevi sulle sue gambe, senza grossi traumi, e senza che nessuno si renda conto di quel che, realmente, potrebbe accadere.

L’economia cinese sta rallentando da ormai un anno, ed i dati macro sulla sua situazione segnano sempre il colore rosso dei verdetti negativi. Tale situazione è frutto di un insieme di fattori che si stanno unendo in una sorta di “tempesta perfetta”, tenuta a freno dalle drastiche misure espansive volute dal Partito Comunista Cinese (PCC), anima e cuore di questo drago.

L’anoressica ripresa dell’Occidente e la mancanza di mercati alternativi reali su cui convergere il proprio export ha portato Pechino e il suo sistema produttivo a richiedere sempre meno materie prime, cosa che ha innescato, ad esempio, parte del collasso economico brasiliano, altro fattore di rischio di cui si parla sempre poco e male. Tale situazione, una sorta di cane che si morde la coda, ha messo a nudo, giusto un anno fa, tutte le fragilità del circuito finanziario e del credito cinesi. I tecnocrati del PCC hanno risposto iniettando liquidità nel circuito creditizio attraverso la Banca Centrale, la People Bank of China, svalutando artificialmente lo yuan, azione che ha destato i timori (fondati) della Fed statunitense, che ormai per ogni decisione preferisce valutare ciò che avviene oltre Pacifico, ed imprimendo una svolta dirigista nella gestione della crisi speculativa che ha colpito le sue tre borse; Hong Kong, Shanghai, e Shenzhen, che ad oggi vedono un’esposizione di capitali pubblici che in Occidente sarebbe impossibile.

Questa serie di misure, se da un lato pone argine al peggio (ma fino a quando?), da un lato sta facendo lievitare come un panettone il debito made in China, che ha raggiunto i 25 mila miliardi di dollari, e che aumenta ad un tasso del 5% superiore alla crescita nominale dell’economia, valutata dall’agenzia di rating Fitch intorno al 6% per il 2017. La Cina è dipendente dal debito e non può ripagare i debiti accumulati, molti dei quali sono in realtà delle sofferenze e deve richiedere ulteriori prestiti solo per pagare quelli che ha già contratto e non per aumentare la produzione industriale.

Quanto potrà reggere una simile situazione, con tutte le incognite e le variabili che potrebbero profilarsi, è difficile a dirsi.

Dal nostro punto di vista riteniamo improbabile che la “tempesta perfetta” possa essere imbrigliata a lungo, forse ci vorranno ancora uno o due anni al massimo, ma i nodi verranno al pettine. Anche perché la globalizzazione ha ormai inevitabilmente interconnesso le economie dell’Occidente con quella cinese e viceversa, quindi, una prolungata stagnazione sistemica, già per altro profilata da numerosi economisti (VEDI), non potrà che accelerare il collasso del sistema su cui poggia il XXI secolo.

 

Gabriele Gruppo

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