Focus esteri: il Pakistan e il suo caos politico

Focus esteri: il Pakistan e il suo caos politico

 

Il Pakistan riveste un ruolo importantissimo nell’area coinvolta dal conflitto in Afghanistan, e la sua soggiacenza in questi anni all’influenza USA nella regione, prima con il burattino golpista Pervez Musharraf, oggi con il Presidente Asif Ali Zardari, vedovo illustre della controversa Benazir Bhutto, ne ha determinato più di una crisi politica, ponendo anche in discussione la stessa integrità territoriale di questo gigante dai piedi d’argilla. Diviso tra regioni tribali, e centri di potere ufficiali.

Alla vigilia delle elezioni parlamentari il quadro pakistano è quanto mai confuso, e non ci ha lasciato indifferenti la promessa del Presidente Zardari, il cui partito è dato in vertiginosa caduta di consensi, di un disimpegno di Islamabad dall’appoggiare ulteriormente Washington nelle sue missioni di caccia al talebano, lungo il poroso confine tra Pakistan ed Afghanistan.

Il malcontento contro l’arroganza statunitense, che è costata numerosi morti tra i civili pakistani, coinvolti loro malgrado nella lotta al terrorismo targata Obama, e l’affinità etnica tra le popolazioni dei due lati del Khyber Pass, rappresenta una spina nel fianco per chiunque intenda mettere il cappello sui centri del potere in Pakistan, nessuno escluso, nemmeno i partiti religiosi.

Il problema per chi attualmente governa è che il guinzaglio americano rappresenta un vincolo ancora molto forte, e ogni eventuale tentativo di Zardari di materializzare le sue promesse elettorali, rischia di scatenare una replica di Washington vecchio stile: un colo di Stato, magari utilizzando qualche generale fidato, o il sempre efficiente ISI (Inter-Services Intelligence), che non ha mai smesso di condizionare l’orientamento politico del Pakistan.

Oltre all’evidente impasse tra il potere centrale e consistenti settori del variegato panorama etnico/religioso pakistano, anche l’aspetto economico non aiuta certo né Zardari, né chiunque voglia laicamente governare.

Qualsiasi governo uscirà dalle urne, dovrà rimettere mano alle trattative con il FMI, per un primo prestito d’emergenza di 5 miliardi di dollari, capace di tamponare le falle di un tessuto economico minato da più di un problema strutturale e sociale.

Tuttavia, leggendo i numerosi servizi su queste elezioni legislative, scopriamo che la preoccupazione principale dell’élite politica pakistana sembra essere la spartizione delle future poltrone, in perfetto manuale Cencelli; forse l’Italia ha fatto scuola anche da quelle parti.

Quel che dovrebbe far riflettere, invece, è che il Pakistan non ha mai smesso di essere una pedina fondamentale nell’Asia centrale, anche nei periodi più difficili per l’area, ed un suo ulteriore indebolimento potrebbe coincidere con l’apertura di un nuovo fronte d’instabilità geopolitica.

E guardando chi confina con il Pakistan si dovrebbe capire il motivo.

Gabriele Gruppo

 

 

 

 

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