Precari; una nuova “non classe sociale” (ultima parte)

Precari; una nuova “non classe sociale” (ultima parte)

 

L’orizzonte che si prospetta per il futuro del mondo del lavoro non è roseo. Abbiamo subito una vera e propria rivoluzione dei rapporti tra chi offre lavoro, le imprese, e chi cerca lavoro, il popolo, senza che ci siano state resistenze significative, o la presa di consapevolezza di quanto fosse pericolosa la china che stava prendendo la situazione venutasi a creare con l’applicazione della riforma Biagi/D’Antona del 2003, e delle sue successive evoluzioni.

 

Denunciamo il colpevole comportamento dei principali sindacati; più attenti a preservare ciecamente lo status quo di certi settori e di certi comparti generazionali della nostra comunità nazionale, ed inefficaci, invece, nel porre un argine alle devianze delle normative in materia di lavoro elaborate nell’ultimo decennio.

 

Denunciamo la classe politica italiana; la cui permanenza indegna in ruoli di responsabilità, è il segno evidente di quanto immaturo sia il popolo nelle sue scelte di rappresentanza.

 

I precari in Italia sono 4 milioni, i lavoratori interinali non sono nemmeno censiti in modo adeguato, per via dell’atomizzazione della loro presenza nei settori produttivi, tuttavia riteniamo con una certa sicurezza che siano diversi milioni. Parliamo quindi di una fetta consistente della popolazione attiva, una vera e propria “non classe sociale” priva di rappresentanze serie, capaci di fare blocco contro le persistenti richieste di maggior flessibilità e minori diritti provenienti dalle imprese.

La crisi economica sta inoltre agevolando l’utilizzo di forme contrattuali sempre più estreme, accettate a denti stretti dai lavoratori, spesso disoccupati o perennemente all’inseguimento di occupazioni temporanee.

 

La situazione è critica:

 

1-      Lo Stato sociale in Italia non prevede strumenti efficaci di sostegno al reddito per queste nuove categorie di lavoratori. L’ASPI può essere considerata giusto un “pannicello caldo”.

2-      Non esiste una contrattazione nazionale in materia, e nessuno nelle Istituzioni repubblicane sembra volersi interessare alle distorsioni prodotte dalla riforma Biagi/D’Antona.

3-      I lavoratori interinali e precari non possono adottare forme di lotta classiche per far valere i loro diritti, in quanto facilmente ricattabili dal padronato.

 

Per intervenire su questa situazione di neo sfruttamento del mercato sui lavoratori, serve il superamento legislativo di tutte le riforme che hanno innescato questa perversa spirale. Per prima cosa stabilendo due cardini fondamentali, che all’interno del Programma del Movimento di Transizione Nazionale sono già presenti:

 

1-      Tale formula (dei contratti a tempo determinato) non dovrà avere una durata inferiore ai sei mesi lavorativi.

2-      Le aziende non potranno utilizzare per più di una volta tale formula contrattuale con un singolo lavoratore.

 

“Precarietà” non potrà essere una sorta di destino per milioni di lavoratori, e non si potrà più sacrificare sull’altare della flessibilità e della competitività, qui diritti che ogni lavoratore deve poter avere garantiti dallo Stato.

 

Gabriele Gruppo

 

 

 

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