Il giro dell’Asia in tre elezioni (prima parte)

Il giro dell’Asia in tre elezioni (prima parte)

Non solo elezioni europee nella Primavera di quest’anno, anche l’Asia sta vivendo una fase politica delicata, che caratterizza tre nazioni diversamente importanti nel quadro complessivo del continente: India, Iraq ed Afghanistan.

Con il presente focus cercheremo di fornire un’analisi a caldo su questi appuntamenti elettorali, che per molti aspetti segneranno anche una svolta geopolitica in aree cruciali, la cui rilevanza è indubbia tranne che per i media italiani, i quali hanno dedicato a tali avvenimenti giusto qualche veloce commento sulla carta stampata, e pochi superficiali servizi nei telegiornali.

Se pensiamo a quanta enfasi da “lieto fine”, fino a non molto tempo fa, era posta per le presidenziali in Afghanistan, o per il rinnovo del parlamento irakeno, possiamo ben comprendere il grado d’imbarazzo che oggi la classe politica italiana può nutrire, nell’ammettere che le due guerre per “portare la democrazia” in quelle nazioni siano state semplicemente inutili, e non abbiano recato nulla di concreto all’Italia. Guerre cui noi, è bene rammentarlo, abbiamo partecipato ciecamente, al seguito della super potenza USA e dei suoi fallimentari progetti di penetrazione e controllo del Grande Medio Oriente.

Le elezioni indiane, invece, avrebbero dovuto suscitare magari un pochino d’interesse in più; forse non per gli importanti risvolti economici globali (sic!), evidentemente troppo complicati da sintetizzare (sic!), ma se non altro per il fatto che due soldati del nostro esercito, due connazionali al servizio dello Stato italiano, si trovano praticamente sotto sequestro da ormai due anni. Prestare un po’ più di attenzione mediatica a chi guiderà l’India nel breve/termine, e spiegare agli italiani cosa vuol fare in nostro Governo per risolvere tale contenzioso, alla luce del cambio della guardia a Nuova Delhi, non avrebbe certo fatto del male a nessuno.

 

L’INDIA VOLTA PAGINA?

Le elezioni parlamentari indiane, cui si affibbia l’appellativo de “le più grandi al Mondo”, recano in noi un interrogativo di fondo.

E’ vera svolta?

La sonora batosta ricevuta dallo storico Partito del Congresso, in cui troneggiava l’irritante figura dell’italiana Sonia Ghandi, madre del mediocre candidato premier di questo gruppo politico, per molti analisti era cosa certa. L’India, negli ultimi dieci anni, è stata guidata nella sua ascesa di “nazione emergente” proprio dal Partito del Congresso, cui faceva capo Manmohan Singh, uomo di grandi capacità, molto abile a gestire la collocazione del gigante asiatico nell’ambito della nuova economia globalizzata, e rivendicando anche un nuovo ruolo geopolitico per essa; in ragione della sua crescita in punti di Pil e di posizione di congiunzione tra diverse aree strategiche (Medio Oriente, Asia centrale e Sud/Est asiatico). Purtroppo però l’India, legatissima all’Occidente, cui ha sempre concesso un certo grado di fedeltà, ha sofferto molto della crisi economica cominciata nel 2007, avendo un sistema di sviluppo di stampo prettamente neo-liberista, ed una classe politica minata da incapacità e corruzione a dir poco endemica. Il Partito del Congresso deve essere stato considerato come un grosso elefante malato, non più capace di soddisfare le richieste e le aspettative di una nazione grande, complessa e piena di contraddizioni. Anche l’incapacità dimostrata da Singh di arginare la guerriglia marxista/separatista che affligge vaste regioni indiane, deve aver contribuito ad un tracollo senza attenuanti.

Ecco dunque profilarsi dalle urne la fiducia chiara verso Nerendra Modi e il suo Bharatya Janata Party, il cui programma (VEDI) è un mix di nazionalismo moderno, tradizionalismo indù e ricette economiche liberiste. Modi promette una burocrazia più efficiente e rapida, lotta alla corruzione, un nuovo piano per l’ammodernamento delle infrastrutture, competitività globale dell’economia e la catalizzazione di maggiori investimenti esteri verso l’India. Il tutto condito dal richiamo ai principi di unità nazionale e di adesione maggiore alla specificità religiosa portata dall’Induismo. Musica per le orecchie di quegli strati sociali in cui povertà ed emarginazione ancora segnano la quotidianità, e che rappresentavano, in buona sostanza fino a ieri, la base elettorale del Partito del Congresso.

L’incognita è stabilire quanto Modi potrà (o vorrà) armonizzare i rapporti interni con l’Islam, che rappresenta una buona fetta della popolazione indiana, sedare lo storico confronto con il Pakistan e dare alla sua nazione una diversa collocazione rispetto a Cina ed Occidente, e ridare fiato alla rupia. Tutti fattori indispensabili per stabilire se il nuovo corso in atto a Nuova Delhi sia sostanziale o puramente di facciata.

Per il momento i risultati elettorali sono stati ben accolti dalla borsa di Mumbai, segno che gli investitori credono in Modi e nel suo programma nazional/liberista. Senza dubbio un buon auspicio, ma bisognerà vedere quanto durerà questa “luna di miele”, e se il neo Governo riuscirà a risolvere i tanti nodi che l’India ancora serba.

Gabriele Gruppo

Share

Lascia un commento