Il silenzio della tempesta

Il silenzio della tempesta

Altro capitolo di quello che potremmo definire il nostro “viaggio dentro la tempesta”

Una tempesta per ora ancora lontana da noi in Italia e dall’Europa, attualmente alle prese con gli strascichi della “piccola” tragedia greca, ma che comincia però a lambire l’Occidente, con l’annuncio della recessione canadese, ed incentiva la turbolenza accentuata delle piazze finanziarie asiatiche (VEDI). Una tempesta che secondo la tesi da noi già illustrata in precedenza su questo sito, dovrebbe giungere presto, forse già nel prossimo Autunno, colpendoci in pieno con i suoi effetti devastanti.

La grande crisi finanziaria in Cina, cominciata poco più di un mese fa, e la conseguente amara “sorpresa” che il gigante asiatico ha un’economia dai piedi d’argilla, prosegue inesorabile, anche e nonostante le misure messe in campo dal Governo di Pechino, che ha tentato in ogni modo di arginare la falla che s’è venuta a creare nel proprio sistema di sviluppo.

Le ultime notizie provenienti da oltre Muraglia non lasciano presagire nulla di buono. Dopo la terza manovra in poche settimane di svalutazione della divisa cinese, lo yuan, che secondo gli alti dirigenti del Partito Comunista dovrebbe rilanciare con i suoi effetti competitivi l’economia del Drago, favorendone le esportazioni, il più rodato motore di sviluppo della nazione asiatica, s’è creato un negativo effetto a catena sulle borse di mezzo pianeta, che è andato prima a colpire soprattutto il settore delle materie prime, le commodity, per poi propagarsi a tutto quell’universo di settori legati alla Cina, da cui dipendono numerosi Stati; dal Canada, entrato come detto per questo motivo in recessione, all’Australia, dal Perù e il Cile, fino ad una serie di Stati africani, Sud Africa in primis. Tutte nazioni dipendenti ormai da tempo dal PIL cinese e dai suoi andamenti, quindi, il suo essere oggi in una condizione di palese affanno, porta i soggetti coinvolti a subire gli effetti negativi di questa prima fase della tempesta, in una sorta di “prima linea” d’arrivo.

Ad aggiungere criticità a criticità, va segnalato il recentissimo appello al Governo cinese di una decina di “banche ombra”, uscite per evidente necessità dal loro status, un appello volto a scongiurare di questi soggetti finanziari anomali l’imminente default, attraverso un piano di salvataggio della People’s Bank of China, simile a quelli effettuati in Occidente dai Governi nazionali e dalle loro banche centrali, durante la fase più acuta della crisi finanziaria del 2007/2008.

Un paradosso vero e proprio!

“Banche ombra”, che MAI hanno operato entro regole definite, e che hanno creato i presupposti per la bolla finanziaria scoppiata nella piazza di Shangai ai primi di Luglio scorso, ora chiedono al potere politico cinese di accollarsi le loro spaventose perdite; il prezzo di un default del complesso sistema creditizio “non ufficiale” sarebbe però incalcolabile, ed una ricaduta sull’economia cinese immediata. Tuttavia, se Pechino decidesse di accollarsi la chiusura di questa falla, dopo aver già speso metri cubi di dollari per non far esplodere la borsa di Shangai, potrebbe trovarsi a dover dilapidare in breve tempo il proprio patrimonio di riserve valutarie, cosa che avrebbe ripercussioni recessive sugli Stati Uniti, e non solo, che vivono (e sopravvivono) d’investimenti cinesi sul loro debito estero.

Quindi ci troveremmo di fronte ad uno scenario simile a quello verificatosi nell’Estate del 2007. Forse addirittura peggiore.

Ecco quindi il combinato disposto che sta alimentando questa nuova crisi, e che si sta per abbattere anche sulle nostre teste, per la maggior parte ignare di quel che tra breve tempo potrebbe succedere.

Per questo motivo, riteniamo prioritaria l’osservazione dell’evoluzione di questa silenziosa ma letale tempesta.

Gabriele Gruppo

 

 

 

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