I catari e gli albigesi

Nella prima metà del secolo XII erano divampati per l’Europa diversi moti di contestazione alla chiesa, tra cui i patarini e gli arnaldisti, troppo tumultuosi e troppo circoscritti nello spazio, dando però l’indicazione di una volontà di riforma religiosa che aveva solo bisogno di maturare. Moti che terminarono soffocati dalla repressione della Chiesa, ma nel frattempo la contestazione riprendeva a serpeggiare per tutta l’Europa alimentata da un intento unitario tenuto vivo da una più consapevole coerenza di comportamento. Non erano più i predicatori itineranti a denunciare la vita corrotta del clero per ricondurre la Chiesa ai perduti valori evangelici, ma un rifiuto dell’istituzione ecclesiastica e una diversa interpretazione del cristianesimo, frutto di un pessimismo sulla vita umana e di sfiducia nei mezzi di salvezza proposti dalla Chiesa. Non erano una setta, ma un movimento spontaneo, che affiorò in punti diversi dell’Europa. Si fondava su un pensiero elementare: questo mondo è il regno del male, delle sofferenza, della corruzione, della ingiustizia. Bisogna quindi vivere isolati, seguendo retti principi morali, nell’attesa della morte che sarà la liberazione. In principio i nuovi eretici furono scambiati per manichei a causa del dualismo della loro dottrina, il contrasto fra il bene e il male. La differenza essenziale è che, per i manichei, la presenza del male nel mondo aveva una spiegazione cosmologica e metafisica, quindi indipendente dall’uomo, mentre ora l’idea del mondo e del bene erano il riflesso delle aspirazioni a una società democratica, senza differenze di classe e senza abusi di potere. La nuova eresia fu scoperta la prima volta a Colonia e a Bonn, nell’anno 1144. Ne diede notizia a Bernardo di Chiaravalle l’abate di Steinfeld, Eberwin, descrivendo questi eretici come individui sospetti che conducevano vita errabonda, accompagnati da donne votate alla verginità, che celebravano la comunione per conto proprio, solamente con il pane, recitando il Paternoster, ma rifiutavano di frequentare le chiese e di accostarsi ai sacramenti. Pochi mesi dopo, il cardinale Alberico di Beauvais, in missione in Francia, denunciò anch’egli a Bernardo di Chiaravalle la presenza di identici eretici nella Francia meridionale. Bernardo si rec immediatamente sul posto, e a Tolosa, ad Albi e a Verfeil cercò di discutere con loro, ma fu respinto e persino beffato. Allora cominciarono le persecuzioni e i processi, col sussidio di un testo: il Tractatus de haereticís del domenicano Anselmo d’Alessandria. Nel 1147, molti di essi, tra cui alcuni membri del clero, preti monaci e suore, e anche qualche nobile, vennero condannati al rogo a Périgueux, nella Francia centrale. I verbali del processo li indicano questa volta con un nome specifico: “petragorici” (pitagorici), forse per il fatto che essi confessarono di non bere vino e di essere vegetariani. Nel 1163, nelle campagne intorno a Colonia, se ne fermarono cinque provenienti dalle Fiandre, che vivevano nascosti in un granaio, segnalati dai contadini al loro parroco, perché la domenica rifiutavano di recarsi in chiesa ad assistere alla messa. Tradotti in giudizio essi dichiararono di considerarsi veri cristiani, poiché usavano vivere in povertà e castità prendendo il pane dell’eucarestia (senza vino) dalle mani dei propri sacerdoti, e mortificando il corpo con digiuni e astinenze, per liberare l’anima dalla possessione del male. Condannati al rogo, una fanciulla che era con loro e alla quale un giudice, impietosito, avrebbe voluto salvare la vita, si svincolò dalle mani di coloro che la trattenevano e si gettò spontaneamente nelle fiamme con i compagni. Questi eretici erano così sicuri della propria fede che osavano talora sfidare ad aperti dibattiti il clero cattolico. Nel 1165, mentre a Lombers, nella Linguadoca, era riunito un Sinodo di vescovi di Tolosa, di Lodève, di Nimes e di Albi, con i vari abati e prevosti della diocesi, alla presenza del conte Raimondo di Tolosa con la moglie, del visconte Raimondo Trencavel di Béziers e di altri nobili, si presentò un gruppo di loro boni homines, cioè di loro sacerdoti, e a nome di tutti parlò un certo Oliviero, chiedendo di poter esporre quale fosse la loro dottrina: conformare la vita strettamente e unicamente ai precetti evangelici; così facendo, essi si ritenevano veri cristiani. Al termine della sua esposizione, il vescovo di Lodève lesse la seguente sentenza: “lo, Gaucelin, vescovo di Lodève, d’accordo col vescovo d’Albi e con gli altri qui presenti, giudico eretici costoro che si fanno chiamare boni homines, e con loro condanno la setta degli eretici di Lombers”. E poiché quelli protestarono che egli era un ipocrita e non un vero cristiano, il vescovo Gaucelin li avverti che si sarebbe appellato al papa e al re di Francia e che h avrebbe segnalati come nemici della fede a ogni corte cattolica. In quegli anni, nei verbali dei processi celebrati in Germania, codesti eretici cominciano a essere chiamati col nome che resterà poi loro definitivamente: catari. E fu tale la loro diffusione, e così decisa la loro opposizione alla Chiesa, che il vocabolo Ketzer è rimasto da allora nella lingua tedesca a indicare genericamente “eretico”, e Ketzerei significa “eresia”. Evidentemente il nome è la trascrizione del greco Kàtharoi, ossia i “puri”, ma per una facile assonanza, spesso il clero, ignorante della lingua greca, li confondeva coi patari o patarini, e se accettava il vero nome ne dava etimologie strane e fantasiose, come quella del monaco Alain de Lille: “Dicuntur catari a cato [dal gatto], perché usano baciare le parti posteriori del gatto, sotto il cui aspetto, come essi affermano, appare loro Lucifero”.La Chiesa continuò a lungo a non capire quali fossero i motivi della straordinaria diffusione del catarismo tra uomini e donne, e non soltanto delle classi più umili, ostinandosi a considerarlo una setta di adoratori di Satana, dediti a sabba osceni con demoni e streghe, e a interpretare il loro rifiuto dei sacramenti da parte del clero come una forma di perverso sacrilegio. O forse la rabbia dei persecutori si spiega come lo sfogo di un complesso di colpa di fronte all’integrità morale dei catari, i migliori dei quali giungevano fino a praticare la castità assoluta, perché il mondo della materia finisse più presto. E, in qualche caso, fu proprio la constatazione di un simile impegno morale da parte di qualche persona a farne sospettare l’appartenenza al catarismo. Così avvenne, per esempio, a Reims nel 1162, quando una fanciulla, insidiata da un chierico, essendosi rifiutata di accettare le sue proposte, venne tratta in arresto e processata; e con lei una vecchia che l’aveva introdotta al catarismo. Ma la vecchia – a quanto riferisce un cronista dell’epoca – riuscì a fuggire, calandosi dalla finestra per mezzo delle sue arti magiche. Proprio in quest’occasione, i catari risultano designati con un altro nome ancora: pobliciani, che ricorre anche altrove nella forma populiciani. E questa è la spia che permette di riconoscere i legami, anzi probabilmente la derivazione del catarismo, da un movimento religioso più antico, ma ancora vivo in quegli anni nella penisola balcanica e in Bulgaria. La parola “pobliciani” o “populiciani” è la corruzione di pauliciani, nome di una setta ascetica sorta in Armenia nel secolo VII, dal patronimico Paul-ík, ossia “figlio di Paolo”, “seguace di Paolo”, perché i suoi membri erano convinti di continuare nel modo più esatto la dottrina dell’apostolo Paolo di Tarso, accentuandone il concetto dell’umanità peccatrice in Adamo e dominata da Satana, e la necessità di una vita ascetica perché il male venisse vinto e il bene trionfasse. Espulsi dall’Armenia verso la fine del secolo IX, i pauliciani si erano trasferiti in Tracia, e di lì, sconfinando nei paesi vicini, avevano dato vita, in Bulgaria, a un’altra setta affine, i bogomili, così chiamati, dal nome di un pop Bogomil, equivalente in lingua bulgara a “Teofilo”(bog = Dio, mile = amico).Anche i bogomili seguivano la concezione dualistica, attribuendo a Satana la creazione di Adamo e di Eva, e prendevano dal Vangelo di Giovanni la dottrina gnostica dell’emanazione dei Verbo, a cui, tuttavia, essi negavano ogni partecipazione alla natura umana, considerando Maria un angelo, preventivamente inviato in terra da Dio, per accogliere il Verbo. I bogomili praticavano una vita ascetica e rifiutavano la mediazione della Chiesa, anche per un’opposizione politico-sociale al cesaropapismo bizantino. Per questo motivo erano stati più volte perseguitati: nell’842 dall’imperatrice Teodora, che ne aveva fatti sterminare più di centomila; nell’870 dall’imperatore Basilio, e nel 1118 da Alessio Comneno, il quale ne aveva arrestati e imprigionati molti, bruciando sul rogo il loro pop Basilio. Tuttavia essi erano ancora sempre fiorenti, specie nella Bosnia, protetti dal ban Kulin, e contro di loro papa Innocenzo III nel 1200 incaricherà il re d’Ungheria Imre di condurre una crociata di sterminio. La stretta parentela tra i bogomili e i catari è dimostrata innanzi tutto da un confronto fra le due dottrine, possibile ora per la fortunata scoperta di un vangelo bogomila (l’unico finora conosciuto), che pare sia stato portato in Italia dalla Bulgaria nel 1190 dal cataro Nazario, e di qui finito a Carcassonne, nella Linguadoca: vangelo da me tradotto per la prima volta in italiano. La variante catara di questo vangelo ci è stata tramandata da un anonimo del Duecento. Ma la prova definitiva è il fatto che il primo grande Concilio generale dei catari, tenutosi nel 1167 a Saint-Félix de Caraman, presso Tolosa, fu presieduto dal pop Niceta, venuto da Dragovica, il quale informò i compagni di fede sulla consistenza delle chiese dei bogomili di Serbia, Romania, Macedonia, Bulgaria e Dalmazia, e sul loro modello si organizzarono le chiese catare della Linguadoca e della Provenza, tra cui la più importante divenne tosto quella di Albi, tanto da dare poi il nome di albigesi a tutti i catari occitanici. La forte carica di apostolato, da parte di ciascun fedele, permise in queste due regioni la rapida diffusione del catarismo e la sua costituzione in una struttura stabile, dottrinalmente e disciplinarmente. Le chiese albigesi erano presiedute dai boni homines, che gli eresiologi chiamano spesso “i perfetti”, per la solita confusione coi manichei. I neoconvertiti si disponevano all’apparelhament cioè ad apparecchiarsi alle severe regole di vita, sottostando per qualche tempo, anche più di un anno, ad astinenze, digiuni e penitenze. Talvolta chiedevano ai boni homines la grazia di ottenere un melhorament della loro condotta: “Bon crestia, balhatz nos [dacci] la benediccion de Dieu e de vos!”. Dopo il periodo di prova, i nuovi fedeli pronunciavano la promessa di fedeltà e di convenenca con le regole della chiesa catara, e ottenevano il bacio della pace.Ai più zelanti (anche donne), come segno di ordinazione sacerdotale, e a tutti quanti prima della morte, si conferiva il consolament, una specie di battesimo di assoluzione, con la semplice imposizione delle mani. Il consolament era particolarmente richiesto quando i catari, arrestati e imprigionati, decidevano di sottoporsi alla endura, cioè al suicidio, lasciandosi morire d’inedia, o quando, per disprezzo verso i persecutori, invece di farsi trascinare al supplizio, si gettavano Spontaneamente sul rogo. I catari non erano una setta di misantropi, né vivevano di elemosina o di vagabondaggio, ma del proprio lavoro. Vi appartenevano persone di tutti i ceti sociali, soprattutto artigiani, tessitori, commercianti, e frequentavano gli stessi mercati dei cattolici, prestavano loro denaro e ne ricevevano in prestito, convinti gli uni e gli altri che era una cosa necessaria anche se la Chiesa la proibiva.Tra i catari vi erano anche degli ex sacerdoti e persino dei nobili Anzi, quasi tutti i feudatari della Linguadoca e della Provenza, quando scoppierà la repressione, difenderanno con le armi i loro sudditi catari.Già nel 1178, per esempio, nel castello di Ruggero Il Trencavel, visconte di Béziers, e di sua moglie Adelaide vi fu un incontro fra due alti personaggi catari e due eminenti cattolici: l’abate cistercense Enrico di Marcy e il cardinale Pietro di Pavia, dopo il quale i due prelati cattolici avrebbero voluto far arrestare i due catari, ma furono impediti dal visconte Ruggero Il. Due anni dopo, però, Enrico di Marcy, divenuto cardinale, li farà arrestare a tradimento, nonostante l’impegno preso. Per questo suo legame con la nobiltà, taluni eresiologi, ancora oggi, tendono a considerare il catarismo albigese, della Provenza e della Linguadoca, una conseguenza del cattivo esempio dato al popolo dalla nobiltà stessa col rilassamento dei propri costumi. Certo vi sono alcune analogie nella concezione della vita da parte dei catari e dell’aristocrazia feudale occitanica, ma spesso per una coincidenza occasionale. La poesia dei trovatori, espressione di quella società nobiliare, presenta ugualmente frequenti spunti anticlericali e aperti rimproveri alla corruzione della Chiesa, come in Peire Cardinal, in Marcabrun, e nei versi di Guillem Figuera: “Roma, tant es grans/ la vostra forfaitura (furfanteria)/ que Dieu e sos sans/ en gitatz [mettete] a non cura”. Il matrimonio, come per i catari, è una formalità senza importanza: il rapporto tra uomo e donna dev’essere fondato unicamente sul sentimento d’amore. Ma lo scandalo degli ecclesiastici per questo rifiuto del matrimonio come sacramento ha fatto esagerare il giudizio sul concetto trobadorico dell'”amor cordial” quale esaltazione della sensualità e del libertinaggio, mentre non dimentichiamolo proprio esso ha decisamente influito sulle dottrine dell’amore sentimentale che saranno nel dolce stil novo e nel petrarchismo. “D’amor mou [muove] castitatz” canta Guillem de Montanghagout “quar qui ‘n amor ben s’enten/ no pot far pueis mal renh [mal rendimento].”Comunque, la scelta della joie d’amor, anche al di fuori del matrimonio, da parte delle belle castellane provenzalì, e la scelta della castità (frequente ma non obbligatoria) da parte delle fanciulle catare, sono entrambe una prova di emancipazione femminile: la volontà di disporre liberamente dei propri sentimenti e del proprio corpo, sottraendosi alla potestas del maschio e cercando una parità di diritti con esso. Il libero amore e la castità erano, sebbene in senso inverso, una protesta contro l’ordine sociale difeso dalla Chiesa. Inoltre, per le donne sole, vedove o zitelle, poiché il patrimonio familiare passava in massima parte ai maschi, all’alternativa di chiudersi in un convento era preferibile la compagnia dei catari, tra i quali esse trovavano conforto e fratellanza, senza sentirsi oppresse e recluse, poiché l’autorità dei boni homines era solo morale.E che il più delle volte l’entendensa d’amor e l’entendensa del ben si potessero perfettamente conciliare è dimostrato dal fatto che, quando la Chiesa scatenerà una persecuzione generale, una vera crociata di sterminio, sia tra le nobildonne sia tra le popolane molte di quelle amasiae-uxores, amanti-mogli, come le definiscono con spregio i verbali dei processi e le cronache, sapranno combattere e morire eroicamente al fianco degli uomini che amavano.

Pauperisti e apocalittici

Proprio nel 1179, mentre a Roma papa Alessandro III, convocato il Concilio laterano terzo, per prendere in esame il preoccupante dilagare dell’eresia catara, lanciava minacciosi avvertimenti ai catari e ai loro protettori, scendeva da Lione Pietro Valdo (Valdès o De Vaux), con un piccolo gruppo di discepoli, per presentare al pontefice una protesta contro il vescovo della sua città, Guichard, che gli aveva proibito di continuare la predicazione del Vangelo in lingua occitanica, da lui iniziata poco tempo prima, dopo una crisi religiosa. Racconta la Cronaca di Laon che Pietro Valdo, ricco mercante lionese, nel 1175 era rimasto vivamente colpito dalle parole di un menestrello, il quale, sulla piazza di Lione, stava cantando le gesta di sant’Alessio (secolo IV, giovane romano che, abbandonata la moglie e la famiglia, era andato in pellegrinaggio in Siria, mendicando, e al ritorno era morto dopo aver chiesto l’elemosina, senza essere riconosciuto, alla porta di casa di suo padre. Il giorno dopo dice la Cronaca Valdo aveva affidato le proprie figlie al convento di Fontevrault, fondato da Roberto di Arbrissel, aveva dato in elemosina tutti i suoi averi e aveva cominciato a predicare secondo i precetti evangelici che indicano nella povertà la via della perfezione. Si era fatto tradurre i testi sacri da due sacerdoti, convinti alla sua causa, li aveva esposti pubblicamente, commentando soprattutto il sermone della montagna e la parabola del giovane ricco. Egli stesso seguiva il precetto di Cristo: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai” (Mt XIX,21) per girare nei quartieri di Lione abitati dai più umili artigiani, egli pure scalzo, vestito di un misero saio. Quando si presentò ad Alessandro III, questi lo abbracciò, commosso per le sue buone intenzioni e per il voto di povertà fatto da lui e dai suoi compagni, ma non poté annullare il divieto di predicazione del vescovo di Lione. l’exzortatio ad poenítentiam era a quell’epoca un’attività facilmente concessa anche ai laici, ma in quel momento l’esempio dei catari faceva temere il pericolo di deviazioni ereticali. Eppure Valdo era sorretto dalla fede sincera di poter rísveglíare nel popolo il senso autentico, e perfettamente ortodosso, del cristianesimo evangelico, di ispirare agli umili e ai poveri il conforto di essere i prediletti di Dio, coloro per i quali era stato annunciato da Gesù Cristo il regno dei cieli, e conferire loro la dignità di sentirsi riscattati dalla condizione di classe sociale subalterna, mediante l’accettazione della povertà come privilegio. Un secondo tentativo, nel 1181, con papa Lucio III, successore di Alessandro III, sortì lo stesso effetto. Anzi, il nuovo papa costrinse Valdo a giurare una professione di fede (il testo è stato scoperto solo nel 1946) con cui s’impegnava a sottomettersi all’autorità ecclesiale. Anche questa volta egli non ubbidì, e riprese la predicazione, mandando, anzi, i discepoli, a coppie, a diffonderla per la Francia meridionale. A questo punto il nuovo vescovo di Lione, jean de Bellesmains, lo scomunicò e lo fece espellere dalla città con tutti i suoi seguaci, che avevano assunto il nome di Poveri di Lione. Da quel momento il valdismo entrò nell’eresia. Ma Pietro Valdo non intendeva che i suoi seguaci si mettessero fuori della Chiesa e, nonostante le persecuzioni, i Poveri di Lione continuarono a mescolarsi con i fedeli per ricevere i sacramenti, che consideravano essenzialí per la propria salvezza. Essi, quindi, non mettevano in dubbio le verità di fede e la mediazione dei sacerdoti, ma protestavano per il contrasto fra le norme evangeliche, prescriventi povertà e umiltà, e la loro applicazione da parte del clero. “Dicono che il papa, i nostri vescovi e i chierici” scriverà pochi anni dopo Davide di Augsburg nel suo Tractatus de haeresí Pauperum de Lugduno “non possono rappresentare la Chiesa, perché posseggono le ricchezze mondane e non imitano la santità degli apostoli: non è possibile, dicono, che Cristo abbia voluto affidare la sua diletta Sposa a gente tale, che la prostituisce con i cattivi esempi e le cattive opere … Dicono anche che con la loro astuzia e la loro potenza i chierici tengono sottomessi i laici perché diano loro le decime e le offerte con cui essi possono pascersi, soddisfare la loro lussuria e mantenere le proprie concubine.” L’incontro dei valdesi con i catari e gli albigesi contribuì ben presto ad accentuare il loro carattere di contestazione. Non era solo il problema economico della povertà a fare da sottofondo alla loro protesta, ma anche, e soprattutto, il problema sociale e politico: la disparità di classe e la percezione da parte della nascente borghesia artigianale di potersi rendere autonoma dal feudalesimo mediante il lavoro delle proprie mani. 1 loro maestri, detti “barba” (da barbatus), calzando sandali di legno o di cuoio, e perciò chìamati anche “insabbatati” (ensabatatz) o “sandaliati”, come attesta il monaco Bernardo di Fontecaude nella sua opera del 1192 Adversus Waldensium sectam, percorrevano le città e i villaggi, insegnando ai poveri ad avere fiducia in Dio e a recitare spesso il Padre nostro, ad aborrire dalle menzogne e dalla violenza, ma predicando anche e questo era il punto più grave del loro comportamento eretico che erano inutili le indulgenze, le elemosine, le preghiere ai defunti. La loro esaltazione della non violenza, della giustizia sociale, dell’onestà nei rapporti reciproci, della necessità del perdono anche per i nemici non poteva fare a meno di trovare largo consenso in una società che stava nascendo basata su questi stessi princìpi. Quando anche contro i valdesi la persecuzione della Chiesa si farà feroce, un anonimo poeta dirà:

Qui non volìá maudire, ni jurar, ni mentire, ni abountar, ni ancire, ni prenre de l’autrui, ni veniar se de li sio ennemie, illi disent que ès Vaudès e digne de meurir.

Ispirati dalla predicazione valdese, e in alcuni casi loro diretta filiazione, sorsero in altri luoghi movimenti laici, dediti per elezione a una vita severa di pietà e di fratellanza, e quindi anch’essi col desiderio di ricondurre il cristianesimo al suo primitivo significato. In Lombardia, gruppi di artigiani, soprattutto tessitori di lana, praticamente già uniti insieme dalle esigenze del loro mestiere, proposero di organizzarsi in una vita in comune, instar ecclesiae primitivae (cioè povertà, continenza, penitenza), e presero il nome di umiliati. Seguirono anch’essi la stessa sorte dei valdesi: il papa li riconobbe, ma negò loro il permesso di predicare; alcuni si sottomisero, ma la maggior parte disubbidì e formò una setta dissidente, che nel 1218 finirà coll’assìmilarsi ai Poveri di Lione, prendendo per analogia il nome di Poveri lombardi. Più tardi si differenziarono leggermente, costituendo un gruppo a sé, con un nuovo capo, Giovanni di Ronco che, per sfuggire alla persecuzione, riparò poi in Germania dando origine ai runcharii, dal suo nome. Dirà di loro un contemporaneo: “0 Pauperes Lombardi! Poiché non vi piacque la Chiesa romana, vi siete uniti con i Poveri di Lione, e siete stati con loro sotto il governo di Valdo; ma poi vi siete scelto un altro capo, separandovi da Valdo e dai Lionesi, il cui nome era J. de Roncho, e io l’ho conosciuto”.Una comunità francese è invece chiamata dei tortolani negli Atti dell’inquisizione di Carcassonne, perché celebrava la comunione, volendo tornare all’usanza dei primi apostoli, con “unum tortellum panis et unum ciphum plenum de bono vino”.Addirittura un ritorno alle credenze filogiudaiche dei diretti discepoli di Gesù pare fosse praticato dai passagini, il cui nome deriva forse da “predicatori di passaggio” o “pellegrini”: essi ammettevano l’opera di Gesù ma non la sua divinità, ritenendolo figlio adottivo, e osservavano il riposo del sabato e il divieto di cibarsi di carne non dissanguata. Più specificatamente anticlericale fu la protesta, quasi contemporanea agli inizi della predicazione di Pietro Valdo, mossa dal giurista piacentino Ugo Speroni, inizialmente in difesa degl’interessi del comune di Piacenza, di cui era notaio, su certi territori rivendicati dalle autorità ecclesiastiche, poi con un’aperta contestazione delle istituzioni della Chiesa. Nella sua opera Adversus Antichristum, che è del 1177, Speroni bolla la corruzione del clero, nega validità ai sacramenti, ai riti, alle indulgenze. Egli sottopose il proprio scritto al giudizio di un suo ex condiscepolo, Vaccario, che lo confutò aspramente e lo segnalò alla corte pontificia per la debita condanna. Agli inizi del Duecento, il messaggio dei Poveri di Lione, anche con qualche modifica, si era ormai diffuso in Germania, nell’alto Reno, in Baviera, in Austria, in Svizzera, nell’Italia settentrionale e meridionale, e soprattutto nelle vallate alpine tra la Savoia e il Piemonte, dove ì valdesi esistono tuttora, chiamati genericamente barbet dall’antico nome dei loro maestri. Ma già erano cominciate le persecuzioni e vi furono anche casi di pentimento, il più notevole dei quali fu il ritorno nel grembo della Chiesa dell’aragonese Durand de Huesca e di tutti i suoi seguaci, nel 1207, riconvertiti in seguito a discussioni col vescovo Diego d’Osma. Essi allora presero il nome di Poveri cattolici,proponendosi di collaborare alla confutazione degli eretici. Ma già l’anno dopo, papa Innocenzo III avrà di nuovo motivo di lamentarsi di loro perché non si mostravano abbastanza rigidi nei confronti dei vecchi compagni di eresia.

Gioacchino da Fiore

Intanto, nella prima metà del Duecento, alle varie esperienze pauperistiche si aggiungeva anche un altro vasto movimento di contestazione alla Chiesa: il movimento degli apocalittici. Nel 1202 era morto nel convento di San Giovanni in Fiore, sulla Sila, da lui fondato, il monaco calabrese Gioacchino da Fiore, “di spirito profetico dotato” come dirà poi di lui Dante Alighieri. La sua predicazione, rimasta quasi inosservata finché egli era vivo, doveva ben presto divenire il testo fondamentale di attese apocalittiche che avrebbero a lungo sconvolto di entusiasmo e di fanatismo le masse cristiane. Già negli anni immediatamente precedenti, tre mistici germanici, Rupert von Deutz, Anselmo di Havelberg e Ildegonda di Bingen, addolorati per la corruzione della Chiesa, avevano previsto l’approssimarsi del giudizio universale, immediatamente preceduto dalla lotta finale tra Cristo e l’Anticristo, secondo l’allegoria dell’Apocalisse di Giovanni. Ma Gioacchino da Fiore, operando una più profonda interpretazione escatologica, aveva calcolato che, come vi erano state, secondo il Vangelo di Matteo, quarantadue generazioni bibliche, di trent’anni ciascuna, da Davide a Gesù (l’età del Padre, cioè del Dio dell’Antico Testamento), così ve ne dovevano essere altrettante per l’età del Figlio, e quarantadue generazioni di trent’anni ciascuna portavano all’anno 1260; dopo quella data sarebbe iniziata la terza età, quella dello Spirito Santo, contrassegnata dal trionfo finale del bene, della giustizia, della fratellanza universale. Gioacchino da Fiore attendeva, quindi, che si presentasse un antipapa, come manifestazione dell’Anticristo, per lo scontro definitivo; ma era facile, a chi lo ascoltava, immaginare che, data la corruzione dei tempi, l’Anticristo fosse già il papa sedente sulla cattedra di Pietro. A tale deduzione sembra appunto che sia giunto, tra gli altri, il re d’Inghilterra Riccardo Cuor di Leone, quando a Messina nel 1190, in procinto di salpare per la crociata, a Gioacchino che gli faceva profezie di buon augurio e gli parlava dell’Anticristo, rispose: “Se l’Anticristo deve manifestarsi a Roma e possedere la sede apostolica, penso che sia proprio quel Clemente che è papa adesso”. La predicazione apocalittica di Gioacchino da Fiore e quella pauperistica di Pietro Valdo contribuirono entrambe alla formazione di san Francesco d’Assisi, e i seguaci di Gioacchino da Fiore, difatti, identificheranno in lui l’angelo dell’Apocalisse.

S. Francesco d’Assisi

Figlio di un ricco mercante, come Valdo rinunciò egli pure alle ricchezze, nel 1206, per sposare “madonna Povertà” e farsi “gíullare” di Cristo. Nei primi tempi, esaltato dalla lettura dei romanzi cavallereschi, egli girava per i villaggi e le campagne, proclamando: “Sono l’araldo del gran Re”, e presentava gli amici che lo seguivano: “Questi sono i miei cavalieri della Tavola rotonda”, annunciando il prossimo avvento del Regno di Dio. Poi, nel 1209, sentì la vocazione di far conoscere il vero messaggio di Gesù anche con l’esempio di una comunità che vivesse secondo il modello dei primi apostoli. Anch’egli, come Valdo, essendo laico, si vide negare, nel 1210, il permesso di predicare da papa Innocenzo III, e anch’egli non ubbidì, e cominciò a diffondere parole di speranza tra le povere genti della sua Umbria. Le prime biografie del santo, poi proibite dalla Chiesa e sostituite da agiografie edulcorate a scopo di edificazione, lo mostrano assai più polemico e vigoroso che non la leggenda. Per esempio, la famosa predica agli uccelli, passata nei Fioretti come una generica manifestazione d’amore per le creature umili e indifese, fu invece un gesto simbolico di condanna della corruzione della società e un’irritata risposta a Innocenzo III che l’aveva cacciato via con questa frase di disprezzo: “Vattene, frate, dai tuoi maiali, ai quali assomigli, e rivòltati con essi nel fango”; egli, in quell’occasione, raccontano Ruggero di Wendover e Matteo Paris, uscito fuori Roma, chiamò a raccolta i corvi e gli altri uccelli da preda che razzolavano tra i cadaveri nei cimiteri e predicò loro le parole dell’Apocalisse: “Venite, radunatevi al gran banchetto di Dio, mangiate la carne dei re, dei tribuni e dei superbi … “. Un secondo tentativo per ottenere il riconoscimento papale, fatto nel 1217 con il nuovo pontefice Onorío III, fu ancora respinto. Per lo sconforto, Francesco si propose di andare a predicare in Francia e in Germania, ma fu sconsigliato dal cardinale Ugolino dei Conti: “Ci sono nella Curia di Roma troppi prelati che vorrebbero molto nuocere a te e al tuo ordine”. Allora, nel 1221, per evitare persecuzioni ai suoi compagni, Francesco sì piegò a costituire un ordine monastico regolare, ma, rattristato, lasciò la carica di ministro generale e si ritirò a vita eremitica. Fu il capitolo francescano a redigere la Regola prima, che contemplava l’obbligo di ubbidienza alle autorità ecclesiastiche e della predicazione “al servizio della Chiesa”. Questa regola, ancora “mitigata” per cura del cardinale Ugolino dei Conti, venne finalmente approvata da Onorio III con una bolla del 1223. Alla prescrizione di povertà assoluta, voluta da san Francesco e ancora contenuta nella Regola prima, fu fatta un’eccezione: l’ordine poteva possedere beni “per le necessità degli infermi e per vestire altri frati”. L’ordine francescano cessava di essere una comunità pauperistica. Nel 1226, sceso dal suo eremo alla Verna, dove aveva anche ricevuto le stigmate, Francesco d’Assisi, in gravissime condizioni di salute e affetto da quasi totale cecità, dettò il Testamento: “Ordino fermamente per obbedienza a tutti i frati che, dovunque siano, non osino mai chiedere qualche privilegio alla curia romana, né direttamente né per interposta persona, né in favore di una chiesa o di qualche altro luogo, né con la scusa di dover predicare, né per difendersi da una persecuzione; ma dovunque non vengano ricevuti, fuggano ad un’altra terra”. Francesco mori poco dopo, nella notte fra il 3 e il 4 ottobre. L’arnarezza di Francesco che le agiografie chiamano “tentazione del Maligno” nel vedere il proprio ordine sottomesso alla curia di Roma, non fu dimenticata dai seguaci più fedeli, i quali continueranno a rispettare la regola “non bullata” dal pontefice e il Testamento del loro maestro ponendosi pertanto, automaticamente, tra gli eretici.

La repressione violenta

La reazione della Chiesa contro tutte le forme di contestazione e d’indisciplina non si fece aspettare a lungo. Già al Concilio di Verona del 1184, che ratificò anche un accordo politico tra la Chiesa e l’imperatore Federico Barbarossa, papa Lucio III, assicuratasi la sua collaborazione nella lotta contro gli eretici, aveva emanato la famosa bolla Ad abolendam diversarum haeresium pravitatem: “Allo scopo di abolire la pravità di molteplici eresie, che nei tempi recenti ha cominciato a pullulare in parecchie parti del mondo, sotto nomi diversi, Noi insorgiamo, condannando ogni loro dottrina. Decretiamo che primi fra tutti i Catari e i Patarini e quelli che con falso nome si spacciano per Umiliati o Poveri di Lione, e i Passagini, i Giuseppini da Giuseppe, vescovo dei catari di Concorezzo e gli Arnaldisti siano in perpetuo colpiti da scomunica. E poiché taluni altri, sotto l’apparenza di pietà religiosa, ma offendendone il valore sacro, si arrogano l’autorità di predicatori, sebbene l’apostolo dica: “Come predicheranno se non sono autorizzati?”, tutti, dunque, coloro che, o essendone stati proibiti o non autorizzati, senza aver ricevuto il permesso dalla sede apostolica o dal vescovo della loro sede, presumono di predicare pubblicamente o privatamente, sono scomunicati; così pure tutti coloro che circa il sacramento del corpo e del sangue dei Nostro Signore Gesù Cristo, o circa il battesimo, la remissione dei peccati, il matrimonio, o gli altri sacramenti, non hanno ritegno a pensare e insegnare diversamente da quanto predica e insegna la sacrosanta Chiesa di Roma. Sono tutti, dunque, scomunicati, sia che si chiamíno consolati o credenti o perfetti o con qualsiasi altro nome superstizioso”. Questo documento fornì le basi, nel 1198, a Innocenzo III, appena salito al soglio pontificio, per attuare la grande offensiva: non bastava la scomunica, Innocenzo 111 voleva lo sterminio degli eretici. Innanzi tutto egli capì che il momento politico era particolarmente opportuno per bandire una crociata contro gli albigesi, appoggiando le mire espansionistiche dei feudatari francesi con la promessa che sarebbero divenuti proprietari delle terre liberate dai catari in Provenza e nella Linguadoca, togliendole ai loro signori, che erano in parte sudditi dei principi d’Aragona, in parte dei Plantageneti d’Inghilterra coi quali appunto già era in guerra Filippo Augusto di Francia. Innocenzo 111 assicurò all’impresa la collaborazione del clero locale, cominciando subito col sostituire numerosi vescovi, considerati troppo miti, e col mandare uomini più decisi, investiti del potere assoluto di giudici (inquisitores). Sorgevano così, regolati da una precisa procedura redatta dallo stesso Innocenzo III, i tribunali dell’inquisizione, terribile strumento per la lotta antiereticale. I primi inquisitori inviati nei paesi catari furono Ranieri dei conti di Segni, fratello del papa, Pierre di Castelnau con frate Rodrigo come segretario, e il vescovo di Osma, Diego di Acevedo, col canonico Domenico di Guzman (il futuro santo).

S. Domenico (Domenico di Guzman)

Domenico di Guzman fu tra i più zelanti, cercando frequentemente di discutere coi catari e condannandoli senza pietà se non si convertivano, e inoltre, racconta un suo biografo, “conoscendo la destrezza con cui gli eretici s’impossessavano dell’educazione delle giovinette nobili quando le famiglie erano troppo povere per poterlo fare, onde sottrarle alla seduzione dell’errore, fondò un monastero femminile a Prouille, presso Montréal, sotto la giurisdizione del vescovo di Tolosa”.Domenico poi, nel 1215, fonderà il suo ordine di predicatori, adottando l’astuta politica di mandarli in giro poveramente vestiti, alla maniera dei valdesi e dei fraticelli di san Francesco, per ingannare le masse con una predicazione pauperistica, che però non aveva lo scopo di riformare i costumi della Chiesa. Mentre si preparava il terreno per la crociata contro gli albigesi, i catarì italiani furono i primi a subire la persecuzione, soprattutto a Orvieto, dove così spietata fu l’azione del senatore Pietro Parenzo da provocare una sollevazione popolare, in cui egli stesso trovò la morte, e a Viterbo, dove il papa in persona, recatosi in visita, fece abbattere tutte le case dei catari. Nel 1202 papa Innocenzo III annunciò le indulgenze che era disposto ad accordare a tutti coloro che avrebbero partecipato a una crociata, sia contro i musulmani sia contro gli albigesi: “Coloro che lo faranno di persona e a loro spese avranno piena remissione di tutti i peccati, quelli che contribuiranno alle spese con i propri beni acquisteranno indulgenza in proporzione al soccorso dato. 1 crociati saranno sotto la protezione della Chiesa fino al loro ritorno, saranno scaricati dei debiti, segnatamente quelli contratti con Ebrei; gli ecclesiastici che prenderanno parte alle crociate potranno impegnare per tre anni i redditi dei loro benefici. Tali indulgenze saranno valide sia per coloro che andranno in Oriente contro i musulmani, sia per coloro che andranno in Spagna contro i mori, sia per coloro che andranno in Provenza contro gli albigesi”.La bolla fu fatta diffondere in tutte le diocesi d’Italia, Germania, Svezia, Danimarca, Boemia, Ungheria, Inghilterra, Scozia e Irlanda. Mentre già nel 1202 iniziava la IV crociata in Oriente, che si mutava però in una guerra di conquista dell’impero bizantino, a tutto vantaggio della repubblica di Venezia, Innocenzo III aspettava ansiosamente che si presentasse l’occasione di aprire le ostilità contro gli albigesi. L’occasione fu offerta, nel 1208, dall’uccisione del legato pontificio Pierre di Castelnau. Innocenzo III, dando la colpa al conte Raimondo VI di Tolosa di aver ordinato o ispirato l’assassinio, lo scomunicò, e rivolse immediatamente un appello ai nobili di Francia per sollecitarli a vendicare l’ingiuria fatta alla Chiesa e a estirpare la peste della eresia.

La crociata contro gli Albigesi

Nel 1209 i crociati (ventìmila cavalieri e duecentomila fanti) furono finalmente tutti riuniti nel quartiere generale di Lione. Avendo Filippo Augusto, re di Francia, rinunciato a guidare la crociata, perché impegnato in guerra con Giovanni Senzaterra, il papa affidò l’incarico al conte Simone di Montfort, appena reduce dalla IV crociata in Oriente. Al comando di Simone di Montfort, il quale, a mano a mano che conquistava un territorio ne riceveva l’investitura da Innocenzo III, i capi dei crociati: il duca di Borgogna, i conti di Nevers, di Saint Paul e di Bar, gli arcivescovi e i vescovi di Autun, Bayeux, Bourges, Chartres, Clermont, Reims, Roanne e Sens, con i propri vassalli, spinsero le soldatesche ad atrocità incredibili. I catari, naturalmente, difendevano i castelli non solo per fedeltà ai loro signori, ma soprattutto nel tentativo disperato di salvare la propria vita perché, appena i crociati espugnavano una piazza, avveniva un massacro generale della popolazione, al quale non sempre i cattolici che erano con loro potevano sfuggire. Già all’occupazione di Béziers, che fu il primo atto della crociata, il 22 luglio del 1209, allorché venne dato ordine ai soldati di passare a fil di spada i ventimila abitanti, uomini, donne e bambini, per vincere la loro esitazione a una carneficina indiscriminata, Arnaldo Amalrico, abate generale di Citeaux a quanto racconta lo storico Cesario di Eisterbach gridò a gran voce: “Uccideteli tutti: Dio riconoscerà poi i suoi!”. Lo stesso anno, dopo l’assedio di Carcassonne, a uno dei perfetti che lo implorava di risparmiarlo, dicendosi pronto ad abiurare, Simone di Montfort rispose: “Se sei veramente pentito, il rogo sarà l’espiazione dei tuoi peccati; se menti riceverai con esso la giusta ricompensa della tua perfidia”.Anche i nobili non sempre sfuggivano alla morte. Nel 1210, avendo il conte di Tolosa fatto espellere il vescovo, Simone di Montfort accorse ad assediare la città e, dopo la conquista, anche Aimery di Montréal, che era con gli assediati, venne impiccato sulla forca, gli ottanta cavalieri del suo seguito passati a fil di spada, la sorella del conte di Tolosa gettata in un pozzo e ricoperta di pietre, e “infine” dice il cronista Pierre de Vaux “i nostri crociati arsero sul rogo non meno di quattrocento eretici, con estrema gioia”.Alla resa di Minerve, tutti i cittadini, eccetto tre donne, si buttarono spontaneamente su di un rogo di così vaste proporzioni, che il fuoco si appiccò ai boschi circostanti. Non era soltanto una prova di disprezzo della morte, secondo i canoni della religione catara, ma anche il desiderio di evitare il dileggio dei persecutori, e per le donne la vergogna, perché spesso, soprattutto le giovani, spogliate prima di essere condotte al supplizio, eccitavano gli istinti erotici delle soldatesche, che gridavano oscenità o cantavano una canzone che iniziava con queste parole: “La bela eretja ins lo foc jitada … “. Tra la fine del 1210 e la primavera del 1211, i crociati conquistarono ancora Cassés, Cahusac, Montferrand, Gaillac, Montégut, St. Marcel e St. Antonin. Lesercito eretico, organizzato e guidato dal conte di Tolosa, riuscì a rioccupare alcune di queste terre, ma fu una vittoria effimera. Altri vari signori della Francia del Nord si unirono con le loro truppe alla crociata, e caddero sotto i loro assalti: Angen, Penne, Birou e Moissac. Nel novembre del 1212, Simone di Montfort tenne un’assemblea generale dei crociati a Pamiers e dettò le sue disposizioni: obbligo di giuramento di fedeltà alla sua persona, quale feudatario delle terre fin allora conquistate; rispetto delle immunità del clero locale; espulsione di tutti gli eretici sopravvissuti, comprese le loro mogli, anche se fossero cattoliche; quanto alle vedove e nubili, divieto assoluto di sposare abitanti del luogo, ma solo soldati della Francia; espulsione da città e villaggi di tutte le prostitute. Inoltre, i signori che egli avrebbe nominato vassalli nelle terre conquistate non avrebbero potuto imporre tasse su pascoli, pozzi, taglio dei boschi, eccetera senza il suo permesso. Intervenne allora Pietro d’Aragona, legittimo signore di gran parte di quelle terre. Venuto a Tolosa e presi contatti con i suoi vassalli e con i capi catari, chiese a Simone di Montfort che fossero restituiti i feudi ai conti di Tolosa, Foix e Comminges. Avutone un rifiuto, Pietro d’Aragona si appellò direttamente al papa, che accolse le sue richieste, ma gli inviati del conte di Montfort convinsero il papa a revocare la propria decisione. Indignato, Pietro d’Aragona radunò truppe e assediò la città di Muret, occupata dai crociati; ma nella terribile battaglia (migliaia di morti) rimase egli pure ucciso. Per tutto il 1213 e il 1214, Simone di Montfort e suo fratello Guy infierirono devastando le campagne, radendo al suolo castelli, saccheggiando città e villaggi. La spaventosa strage ebbe termine soltanto nel 1215, quando Luigi, figlio del re di Francia, trovandosi libero per la tregua fatta dal padre col re d’Inghilterra, si unì ai crociati, assumendone il comando al posto di Simone di Montfort. Nel novembre dello stesso anno, Innocenzo III adunò il quarto Concilio ecumenico lateranense, per celebrare la vittoria. Prima di tutto fu definita la questione dei beni feudali sottratti ai signori di Provenza e Linguadoca, con l’ordine a Simone di Montfort di restituire la contea di Tolosa al figlio di Raimondo VI. Ordine a cui Simone non accettò di ubbidire, continuando ad assediare Tolosa, finché nel 1218 verrà mortalmente colpito al capo da una pietra lanciata da una catapulta, manovrata da una donna. Dice una cronaca valdese dell’epoca: “Venc tot dret la peira lai on era mestiers”. Al compiacimento per l’estirpazione dell’eresia catara, il quarto Concilio laterano aggiunse anche la condanna di altre eresie, aprendo così la strada a nuove persecuzioni. Si condannò “il dogma perverso” di Amaury di Bene, lettore all’Università di Parigi, che, accostandosi al pensiero già espresso nel secolo VIII da Giovanni Scoto Eriugena, sosteneva l’unità di tutte le cose in Dio, il che fu considerato una pericolosa forma di panteismo. Si condannarono le dottrine di Gioacchino da Fiore con l’accusa di triteismo, per aver distinto le età del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, e per aver definito “blasferno” il De Unitate et Essentia Trinitatis di Pietro Lombardo, uno dei più noti teologi della scolastica, detto “magister sententiarurn”, vescovo di Parigi morto nel 1160. Inoltre il Concilio prese importanti decisioni dogmatiche e disciplinari miranti a un più severo controllo dei credenti e dei non credenti. Si definì il dogma della consustanziazione, secondo la dottrina già formulata nel 1125 dal monaco Ildeberto, minacciando la scomunica a chi mettesse in dubbio che, al momento della consacrazione, il pane e il vino dell’eucarestia, pur mantenendo il loro aspetto e le loro qualità intrinseche, si mutano nella sostanza del corpo e sangue di Cristo. Si rese obbligatoria, almeno una volta all’anno, la confessione auricolare e la comunione, con severe condanne per coloro che se ne sottraessero. Si stabilì che le penitenze imposte dal sacerdote dopo la confessione potessero essere sostituite da un’oblazione in denaro alla Chiesa. Si chiese l’impegno delle autorità civili nel perseguitare gli eretici nei propri paesi, stabilendo che i loro beni confiscati sarebbero andati per un terzo a chi li aveva denunciati, un terzo agli inquisitori, e un terzo alle autorità del luogo. Si emanò l’ordine che gli ebrei apponessero nella parte anteriore dei loro vestiti una pezza rotonda, di riconoscimento, e portassero un copricapo a punta. Si affermò verità di fede l’esistenza reale degli angeli e dei demoni e la possibilità di un loro intervento diretto nella vita degli uomini. L’ultima definizione permetteva di chiarire finalmente anche l’esistenza delle streghe, quali strumenti mondani dei demoni, per le loro opere malvagie. La credenza nelle streghe, capaci di operare sulle forze occulte della natura con incantesimi, era già diffusa nel cristianesimo, per eredità sia dell’ebraismo sia della religione pagana, ma ora la stregoneria è definita “la più orribile di tutte le eresie”, in quanto patto col diavolo per abbattere il regno di Dio. La leggenda dei sabba notturni delle streghe coi diavoli fu forse suggerita da una distorta interpretazione del consolamentum cataro: l’accettazione dei nuovi fedeli, tra cui anche donne, che s’inginocchiavano a baciare le mani dei perfetti e poi abbracciavano i confratelli, cerimonia che si svolgeva solitamente di notte, per eludere i sospetti. Fatto sta che da questo momento ebbe inizio una feroce repressione di tante poverette, per lo più modeste guaritrici con erbe, con le accuse più infami.

Federico II

Ora, a infierire contro gli eretici si aggiungeva anche Federico II, bisognoso dell’appoggio papale per la sua politica di espansione in Italia. I suoi statuti del 1220 contengono drastiche disposizioni contro: “Catharos, Patarenos, Speronistas, Leonistas [i Poveri di Lione] Arnaldistas, Circoncìsos (forse i passagini et omnes hereticos utriusque sexus) e quattro anni dopo Federico emanò la costituzione che inizia con le parole: “Cum ad conservandam”, rivolta espressamente contro i guelfi della Lombardia, in maggioranza patarini, come contromisura alla loro opposizione che stava per concretarsi nella seconda Lega lombarda. In ottemperanza alla suddetta costituzione, nel 1225 a Verona furono arrestati e arsi sul rogo sessanta catari, uomini e donne, tra cui anche membri di famiglie nobili. Tuttavia Federico, venuto a contrasto con la Santa Sede per le sue conquiste nell’Italia meridionale, sarà egli stesso ripetutamente scomunicato, con l’accusa di empietà, di persecuzione della Chiesa, e di eresia, anche per la sua tolleranza, alla propria corte siciliana, di studiosi arabi e persino dell’astrologo e mago Michele Scoto. Come conseguenza, anche la lotta tra i comuni e i grandi feudatari, i primi (guelfi) appoggiati dalla Chiesa, gli altri (ghibellini) appoggiati dall’Impero, fu vista in chiave religiosa, e pertanto cambiarono i rapporti tra ortodossia ed eresia: ora i guelfi, rappresentanti la pars Ecclesiae, erano i buoni, mentre i ghibellini, rappresentanti la pars Imperii, nemica della Chiesa, diventavano i cattivi eretici. Non essendo nemmeno più sicura la fedeltà dei vescovi, appartenenti ai grandi feudatari, papa Gregorio IX nel 1233 sottrasse loro il compito di inquisire gli eretici e lo affidò all’ordine domenicano. Lo stesso anno, i domenicani cominciarono a impegnarsi con zelo nella persecuzione: vennero arsi sul rogo centinaia di catari, e alcuni di essi, soprattutto in Germania, poiché affermavano che il mondo della materia è creazione diabolica, furono condannati come luciferiani, ossia adoratori di Lucifero. Strepitoso fu il successo dell’inquisizione anche in Lombardia. Già nel 1233, secondo la relazione di Pietro da Verona, padre provinciale dei domenicani, “una grandissima moltitudine di eretici fu bruciata, e più di centomila si sono convertiti alla fede cattolica: costoro ora esecrano e perseguitano gli eretici che prima difendevano”. I domenicani, infatti, sollecitavano l’appoggio delle masse cattoliche, istigandole alla delazione c’era anche per i delatori una percentuale dei beni degli eretici segnalati, in base alle disposizioni del Concilio laterano del 1215, e alimentando il loro fanatismo con manifestazioni spettacolari. Il 1233 fu chiamato “l’anno dell’alleluja”: per iniziativa dei domenicano Bartolomeo da Vicenza nacque a Parma l’ordine della Milizia di Gesù Cristo; a Milano, il padre provinciale Pietro da Verona fondò la Confraternita della Vergine, e tosto altre associazioni laiche dello stesso genere pullularono un po’ dappertutto. Lunghe colonne di uomini, donne, giovani e fanciulli, scalzi con addosso abiti di penitenza, seguivano in processione ecclesiasti e anche laici, invasati da mistico entusiasmo, con urla di gioia, cantando “Alleluja! Alleluja!”. Ce ne ha lasciata una vivace descrizione il cronista francescano Salimbene da Adam da Parma. La Chiesa vide con favore l’esplosione di fanatismo, interpretandola come un proprio trionfo; ma in realtà era anche quella, da parte delle masse, una reazione psicologica all’indifferenza della Chiesa per i loro problemi, e le salvava dall’eresia soltanto il fatto che esse seguivano predicatori autorizzati dalle autorità ecclesiastiche. Intanto, pur sotto l’infierire della persecuzione, continuava la contestazione ereticale. Nel 1234, papa Gregorio IX scrisse agli inquisitori della Linguadoca una lettera d’íncitamento: Ad capíendas vulpeculas: “Vi esortiamo a catturare le piccole volpi, ossia gli eretici, che si danno da fare per devastare la vigna del Signore, e a eliminarli completarnente”. Imperversa allora più feroce la lotta degli inquisitori contro catari e valdesi.

Si registrano casi pietosi, come quello di un gruppo di donne catare che, con la loro “perfetta”, sorella del conte Arnaud de la Mothe, si rifugiano in una grotta e si lasciano morire di fame e di freddo; e anche casi di inumana efferatezza, come a Cambrai, dove il vescovo fa dissotterrare e ardere il cadavere di un certo Guillaume Cornelis che negli anni immediatamente precedenti aveva predicato la virtù della povertà, giungendo a dire: “Una prostituta, se è povera, è più meritevole di un ricco che sia casto e continente.” Com’era da attendersi, talvolta gli eretici reagivano, per esasperazione, a simili atrocità, e allora si alternavano le violenze da una parte e dall’altra. Nel 1235, a Tolosa, essendo l’inquisitore Guglielmo Arnaud venuto a conoscenza, in seguito a confessioni estorte con la tortura, dei nomi di eretici ormai defunti, ne fece esumare e gettare sul fuoco i resti. 1 parenti protestarono e l’inquisitore ordinò il loro arresto. Allora, tutta la popolazione insorse, indignata, e col benestare dei consoli del comune furono cacciati dalla città l’Arnaud e gli altri frati domenicani, trascinandoli per i piedi e per le braccia fuori del convento. Ne fu fatto rapporto a papa Gregorio IX, e questi minacciò di scomunica il conte di Tolosa, Raimondo VII, se non fosse intervenuto a ristabilire l’ordine. Il conte dovette cedere per evitare il peggio. Nel 1239, a Orvieto, fu assalito e percosso in convento l’inquisitore domenicano Ruggero Calcagni, resosi odioso per l’eccessiva severità. Altri due inquisitori furono sorpresi e linciati dalla folla nel 1242, ad Avignonet, presso Tolosa, nel castello che li ospitava. L’anno seguente circa duecento catari, furono cinti di assedio mentre erano riuniti nel cortile del castello di Montségur, che la munificenzi del conte Pierre Rogier di Mirepoix aveva loro donato. Presi di mira dal lancio di proiettili, prima di morire essi fecero testamento dei loro averi e una grossa somma fu assegnata al conte Rogier, che riuscì a mettersi in salvo con pochi altri, attraverso un sotterraneo segreto. Ma la vecchia contessa Corba, la marchesa di Lantar, e la figlia di questa con la propria bambina rimasero, per morire coi catari. I superstiti, costretti a uscire, furono arsi con altri compagni di fede catturati nei dintorni (in totale circa trecento persone) su di un immenso rogo, in una località che conserva ancora oggi il nome di Pratz dels crematz. Altri centocinquantasei catari furono giustiziati nel 1245 a Limoux, nonostante avessero rivolto domanda di clemenza al pontefice, dicendosi disposti ad abiurare. A volte, contro la crudeltà della persecuzione, si levava unanime la protesta delle masse popolari, anche cattoliche, inorridite e spaventate. Nelle Fiandre e in Piccardia, nel 1251, si creò addirittura una crociata di contadini e di pastori, detta appunto dei pastorelli (pastoureaux), che, guidati da un ex monaco cistercense di nome jacob, ma chiamato Maestro d’Ungheria, percorrevano paesi e campagne, accolti con favore dalla popolazione, assaltando conventi, trascinando per le strade i monaci seminudi, tra gli applausi della gente. Dopo qualche mese, la banda, che contava ormai alcune migliaia di membri, fu affrontata e dispersa nei pressi di Bourges. Nello scontro, lo stesso Jacob rimase ucciso. Il 6 aprile del 1252 fu trovato ucciso in un bosco col proprio segretario, il provinciale domenicano della Lombardia Pietro da Verona, proprio la vigilia del giorno da lui fissato come termine perentorio entro cui gli eretici lombardi avrebbero dovuto presentarsi per far atto di abiura e di sottomissione alla Chiesa. Perciò la sua morte fu attribuita a un’imboscata di eretici, ed egli sarà più tardi beatificato col nome di Pietro martire. Preoccupato per questo insorgere di ribellioni, nel maggio dello stesso anno, Innocenzo IV prese una gravissima decisione: con la bolla Ad extirpandam autorizzò il ricorso alla tortura (già tuttavia largamente applicata dagli inquisitori), ma prescrisse che fosse eseguita materialmente soltanto da pubblici ufficiali (il braccio secolare), essendo proibito ai sacerdoti dai canoni ecclesiastici, il ricorso alla violenza e lo spargimento di sangue. Ma, data la necessità degli inquisitori di presenziare alle torture, per estorcere le confessioni degli eretici, quattro anni più tardi Alessandro IV li libererà dal divieto imposto dalla bolla di Innocenzo, a patto che poi si assolvessero l’un l’altro per l’infrazione fatta ai canoni. Purtroppo, l’attività inquisitoriale era divenuta anche fonte di lucro per molte persone: gli inquisitori, i pubblici ufficiali, i cancellieri, le guardie, i torturatori, i taglialegna che fornivano il materiale per i roghi, i delatori, cui spettava un premio speciale e una parte dei beni sequestrati agli eretici. Bastava un sospetto, un’accusa anche falsa, per mettere alla tortura persone magari innocenti. t eloquente, a questo riguardo, l’appello che sarà rivolto a papa Onorio IV, nel 1285 dai consoli di Carcassonne.

Estratto dal libro “L’Eresia” di Marcello Craveri.

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