Il Paradiso indoeuropeo e il giardino dell’Eden

Nel volume Omero nel Baltico1 abbiamo cercato di dimostrare che il reale scenario delle vicende dell’Iliade e dell’Odissea fu il mondo baltico-scandinavo, sede primitiva dei biondi navigatori achei: costoro successivamente discesero nel Mediterraneo, dove, attorno all’inizio del XVI secolo a.C., fondarono la civiltà micenea2, trasponendovi, oltre ai nomi geografici, anche epos e mitologia, portati con sé dalla perduta patria nordica.

Questo tra l’altro ci ha permesso di collegare in un quadro unitario la discesa degli Achei nel mar Egeo con la diaspora di altri popoli indoeuropei, che, all’incirca nello stesso periodo (ossia nella prima metà del II millennio a.C.), si stanziarono nelle rispettive sedi storiche: pensiamo agli Hittiti in Anatolia, ai Cassiti in Mesopotamia, ai Tocari in Turkestan, agli Arii in India3. Riguardo a questi ultimi, «cugini» degli Achei nonché parlanti una lingua affine (di cui una traccia nel mondo nordico è rimasta nell’attuale lingua lituana), è significativa la tesi del Tilak, un dotto bramino indiano, il quale nel mondo vedico ha ritrovato cospicue tracce di una probabile origine nordica, anzi, addirittura artica4. In effetti, nella nostra ricognizione del mondo omerico abbiamo riscontrato diversi indizi di una collocazione precedente a quella baltica, ancora più settentrionale, che sembrano localizzare nell’area lappone e sulle coste del mare Artico la sede di una civiltà primordiale, connessa col mondo degli dèi.

In particolare, i misteriosi Etiopi, “estremi degli uomini”, menzionati ripetutamente da Omero, hanno una collocazione assolutamente incongruente con la ben nota Etiopia africana: sono localizzabili nel punto più settentrionale della Scandinavia5, cioè nella penisola Nordkinn, non lontana dalla Varanger, il che quadra perfettamente con la “terra estrema” del Mahabharata ed il Pairidaeza iranico.

Al riguardo, ci sembra assai significativo che i miti indiani menzionino una terra, posta “agli estremi confini del mondo”, corrispondente all’Etiopia omerica: il Mahabharata la chiama Uttarakuru, ossia la «terra estrema» o «regione estrema», denominata in sanscrito Paradesha, in iranico Pairidaeza, in greco Paràdeisos, in ebraico Pardes (da notare l’assonanza con l’etimologia latina Paradisus, da cui l’italiano Paradiso, N.d.R.)6.

Inoltre, “nella tradizione vedica compare, in luogo di Airyana Vaêjo, l’Uttarakuru come il luogo primigenio degli Arii vedici” 7. Ora, “le fonti Indo-iraniche testimoniano la presenza di un culto solare nella terra dell’Airyana Vaêjo prima che sopraggiungessero i climi glaciali: il culto apollineo, che viene non a caso dalla terra degli Iperborei e che secondo la tradizione si insedia in Grecia, crea in proposito un parallelismo impressionante.

Gli Iperborei, che vivono ai confini dell’Oceano (…) trovano un parallelo con quegli Arii che vivono in un territorio che, secondo le fonti avestiche e vediche, è assolato per sei mesi (o per dieci mesi, secondo la variante delle fonti) con il clima mite, la cui divinità preponderante è quella solare, e con una notte di altrettanti sei mesi (o due mesi, nella precedente variante)8.

Si potrebbe a questo punto ipotizzare una sede primitiva dei popoli indoeuropei alquanto più settentrionale rispetto alla stessa area baltica. Essa è legata al ricordo della mitica età di Crono, il signore dell’età dell’oro, che secondo la mitologia greca in tempi remoti (forse coincidenti con l’acme dell’optimum climatico) sarebbe stato soppiantato dal tempestoso Zeus, il dio supremo dei poemi omerici.

E nell’Inno omerico a Hermes, ambientato nella Pieria (regione contigua all’Olimpo, sede degli dèi), un’apparentemente incomprensibile anomalia astronomica, legata alle fasi della luna, ci riconduce anch’essa ad un ambiente artico, situato al di sopra del circolo polare e, più precisamente, in una regione, identificabile con la Lapponia settentrionale, dove la notte solstiziale si protrae per quasi due mesi9.

D’altronde l’ipotesi della localizzazione artica di una civiltà, impensabile nella situazione climatica attuale, non è affatto in contrasto con quelle che sono le odierne conoscenze scientifiche sull’evoluzione del clima dopo la fine dell’ultima era glaciale: infatti per un lungo periodo, compreso tra il 5500 ed il 2000 a.C., il mondo nordico, fino alle latitudini più settentrionali, godette di un clima eccezionalmente mite, al punto che durante tale epoca, definita dai climatologi optimum climatico post-glaciale (corrispondente alla cosiddetta fase atlantica dell’Olocene)10, la tundra scomparve pressoché interamente dal territorio europeo e l’area della vite si estese fino alla Norvegia11. Tale situazione si protrasse fin verso il 2000 a.C., allorché l’optimum climatico svanì e subentrò la fase sub-boreale, caratterizzata da un clima alquanto più rigido, che rese inabitabili le regioni situate a nord del circolo polare.

Ora, il ricordo di un antichissimo disastro climatico è attestato nella memoria di molti popoli: pensiamo ad esempio al Ragnarok dei miti nordici, il Crepuscolo degli Dèi annunciato da una serie di inverni terribili, di cui l’Edda di Snorri ci dà un resoconto drammatico:

Verrà l’inverno chiamato Fimbulvetr (inverno spaventoso): la neve cadrà vorticando da tutte le parti; vi sarà un gran gelo e venti pungenti; non ci sarà più il sole. Verranno tre inverni insieme, senza estati di mezzo” 12.

Ciò a sua volta trova un preciso parallelo nella distruzione, sempre ad opera della neve e del gelo, del paradiso primordiale degli Iranici, l’Airyana Vaêjo: secondo il racconto dell’Avesta, il dio Ahura Mazda avvertì Yima, primo re degli uomini, che una serie di rigidissimi inverni avrebbe distrutto il suo paese; dopo di allora, vi sarebbero stati dieci mesi d’inverno e due d’estate. Ora, questo è effettivamente il clima delle regioni artiche.

Lo stesso Ahura Mazda prescrisse a Yima di conservare animali e piante in un particolare recinto, denominato Vara (nome con cui viene anche indicato il regno primordiale dello stesso Yima), per salvarli dalla distruzione. Ed è singolare che, all’estremo nord della Scandinavia, ad oriente di Capo Nord e del Tanafjorden, si trovi una penisola, larga e squadrata, denominata Varanger: esso potrebbe corrispondere al Vara iranico.

Per di più la Varena avestica (Varuna in sanscrito), una delle regioni create direttamente da Ahura Mazda, aveva quattro angoli: essa dunque corrisponde molto bene alla caratteristica forma dell’attuale penisola Varanger.

Dall’insieme di tutte queste considerazioni emerge che la Urheimat, la sede primordiale degli Indoeuropei, come aveva già intuito il Tilak e come ci confermano tante tradizioni differenti, con ogni probabilità era una terra artica, localizzabile con precisione sulla carta geografica: si tratta dell’estremità settentrionale della Scandinavia, ovvero di quella sorta di «cappello» del continente europeo, affacciato sul Mare Artico, che a partire dalla Lapponia si estende dalle isole Vesterålen alla penisola di Kola ed al cui vertice troviamo le penisole Porsanger, Nordkinn e Varanger nonché l’isola Mageröya, dove si trova Capo Nord, e il Tanafjorden.

Fu qui, dalle «isole al nord del mondo» della mitologia celtica, da cui sarebbero discesi i Tuatha Dé Danann, gli antichi abitatori dell’Irlanda, che a partire da cinque o seimila anni fa, allorché la costellazione di Orione segnava l’equinozio di primavera13 e il Dragone indicava il Polo Nord14, si sviluppò l’originaria civiltà indoeuropea, nel periodo climaticamente più favorevole che si sia mai verificato in tale area.

Successivamente però il tracollo del clima, attestato da varie tradizioni, la rese inabitabile, costringendo le popolazioni ivi stanziate a cercarsi nuove sedi a latitudini più meridionali.

Più in generale, si può ritenere che il tracollo dell’optimum con ogni probabilità abbia coinvolto non soltanto il nord della Scandinavia, ma anche gli altri bordi continentali situati tutt’attorno al Mare Artico, comprendenti le coste della Siberia, dell’Alaska, del Canada, della Groenlandia, nonché le innumerevoli isole ad essi adiacenti: si tratta di milioni di chilometri quadrati, attualmente inabitabili ma che fino a quattro o cinquemila anni fa erano potenzialmente suscettibili di insediamenti umani anche consistenti.

In quel periodo eccezionalmente favorevole, durato per millenni, le terre affacciate tutt’attorno a quella sorta di «Mediterraneo Artico» che circonda il Polo Nord, e che allora era libero dai ghiacci, forse svilupparono una comune civiltà marinara ed uno stesso linguaggio, come il mito della Torre di Babele, diffuso in tutto il mondo fino alla Polinesia, sembra indicare. Il successivo raffreddamento del clima su aree tanto vaste dovette pertanto innescare movimenti migratori di immensa portata, provocati da una catastrofe ambientale inimmaginabile.

Secondo l’enciclopedia Treccani, “è ragionevole supporre che l’evoluzione climatica nel corso dell’Olocene sia stata la stessa per tutto il pianeta”. Se fosse dimostrato che in una remota preistoria anche l’emisfero australe fu interessato da un optimum climatico, le prospettive per la primitiva storia dell’umanità sarebbero a dir poco sconvolgenti. Tra l’altro si spiegherebbero le carte di Piri Reis, risalenti all’inizio del XVI secolo ma presumibilmente ricalcate su modelli assai più antichi, che mostrano il profilo di un’Antartide libera dai ghiacci. D’altronde Dante Alighieri, che non di rado sembra attingere ad antiche fonti tradizionali, nel primo canto del Purgatorio, accenna a “quattro sante stelle”, identificabili con la Croce del Sud, ed enigmaticamente le definisce “a tutti ignote fuor ch’alla prima gente”.

Ma la crisi climatica non era ancora finita: il progressivo deterioramento del clima ­a cui il definitivo colpo di grazia venne forse inferto dalla catastrofica esplosione di Santorino e dai suoi effetti su tutto il pianeta, il cui ricordo poi si confuse con quello di catastrofi precedenti, avrebbe costretto gli Indoeuropei a cercarsi ancora altre sedi, a latitudini sempre più basse, e così si spiega l’esodo dei Micenei in Grecia, degli Arii in India, degli Hittiti in Anatolia, dei Cassiti in Mesopotamia, degli Hyksos in Egitto e così via, durante la prima metà del secondo millennio.

Per quanto riguarda la regione caucasica, notiamo che l’insigne egittologo Flinders Petrie vi ha rilevato la presenza di svariati toponimi riferibili alla geografia mitica degli antichi Egizi, quale emerge dal cosiddetto Libro dei morti, che spesso fa riferimento ad una primordiale «Terra degli dèi»: tra i numerosi casi che egli segnala, vi è quello del nome della città di Baku, che ricorda Bekhaw, il monte di Osiride. Curiosamente, in lingua norvegese bakke significa colle: a questo punto verrebbe quasi la tentazione di ipotizzare che le piramidi della piatta valle del Nilo, opera da una civiltà, che praticava culti solari (tipici di un mondo nordico), apparsa improvvisamente nell’area mediterranea, fossero riproduzioni, magari a grandezza naturale, delle alture di una ipotetica sede originaria degli Egizi, prima della loro discesa verso il Caucaso (punto di transito pressoché obbligato per le migrazioni provenienti dal nord) e la valle del Nilo.

D’altronde il nome N rte, divinità arcaica egizia divenuta Neith nella trascrizione greca, ricorda i N arti, antenati mitici degli Osseti (un popolo caucasico studiato dal Dumézil). Peraltro N rte richiama anche il nome di Nerthus, dea dei Germani, che a sua volta, secondo gli specialisti, è etimologicamente identica a Njordh, il dio nordico, e la correlazione N rte-Nerthus viene rafforzata dal fatto che il mitico fondatore della prima dinastia egizia, Menes, è quasi omonimo del leggendario capo stipite dei Germani, Mannus; ma pensiamo anche al Manuindù, al Menebus amerindo e al polinesiano Maui, tutti protagonisti delle rispettive mitologie; quanto al Minosse omerico, la sua Creta pomerana coincide con il territorio dei discendenti di Mannus. E che dire dello stupefacente parallelismo tra il mito di Osiride ed un racconto del Kalevala15, in cui un eroe mitico finnico viene fatto a pezzi, gettato nelle acque dell’aldilà e poi ritrovato, ricomposto e re suscitato dalla madre?

Poiché d’altra parte nella mitologia indù, come abbiamo già visto, ha un particolare rilievo la sede degli dèi, chiamata Monte Meru in sanscrito, Sineru o Sumeru in pàli, viene a questo punto da chiedersi se l’ignota terra originaria dei Sumeri, apparsi improvvisamente nell’area mesopotamica nel IV millennio a.C., fosse prossima a quella degli Arii, cioè, seguendo le ipotesi del Tilak sull’origine di questi ultimi, si trovasse anch’essa nel settentrione.

Insomma la civiltà sumerica potrebbe essere nata nel nord durante la fase espansiva dell’optimum climatico, tra il quinto e il quarto millennio a.C.; quanto alla sua discesa, magari avvenuta attraverso i grandi fiumi russi, potrebbe aver preceduto di qualche secolo quella dei Gutei, i biondi invasori dell’impero accadico che poco dopo la metà del terzo millennio occuparono e governarono la Mesopotamia per più di un secolo.

Riguardo alla possibile origine nordica delle civiltà mesopotamiche, con le quali quella ebraica è certamente collegata (pensiamo solo alle analogie tra l’Epopea di Gilgamesh e il racconto biblico del Diluvio), ci sembra significativa l’osservazione di un illustre studioso riguardo al fatto che l’ebraico Yahve ha un singolare riscontro nel sanscrito Yahva, attributo che il Rigveda 16 applica a Soma, ad Agni e ad Indra. Un altro indizio degli stretti rapporti fra primitivi Ebrei ed Indoeuropei ce lo dà proprio la Bibbia: ci riferiamo alla singolarissima «parentela» tra Ebrei e Spartani, proclamata nel primo libro dei Maccabei: ad essa fa riscontro il fatto che ritroviamo il popolo degli Etei da un lato nella Genesi, accanto ad Abramo, dall’altro nella Creta omerica (con il nome di Eteocretesi). Al riguardo, ricordando che i biondi Spartani erano di stirpe dorica, e che i Dori (nome accostabile a quello della Thuringia) si ritrovano anch’essi a Creta (Omero li menziona insieme con gli Eteocretesi) potremmo cominciare a chiederci se la primordiale civiltà ebraica non sia anch’essa inquadrabile nell’ambito dell’età del bronzo nordica, dati gli indizi a sostegno dell’identificazione della Creta omerica con la costa tedesco-polacca del Baltico ed il suo entroterra.

D’altronde anche il nome di Abramo, capo stipite degli Ebrei, appare singolarmente simile a quello di Brahma, il mitico creatore del genere umano secondo la mitologia indù (che tende a trasportare gli eventi in una dimensione per così dire metafisica, mentre normalmente la Bibbia preferisce storicizzarli). Inoltre a Brahma-­Abramo potrebbe corrispondere Brimir, il gigante primordiale della tradizione nordica, nonché, forse, il Bran del contesto celtico. Né mancano i punti di contatto del mondo biblico con quello omerico, che vanno a confermare la proclamata affinità con gli Spartani: ad esempio, a parte il comune interesse del mondo ebraico e di quello omerico per le genealogie, il celebre sogno profetico divinato da Giuseppe, relativo alle sette vacche grasse divorate dalle vacche magre, è concettualmente del tutto analogo ad un sogno di Penelope, concernente venti oche scannate da un’aquila, a sua volta accostabile ad una profezia di Calcante, all’inizio dell’Iliade, riguardo a nove uccellini divorati da un serpente. In tutti questi casi abbiamo a che fare con una divinazione del futuro molto particolare, basata su una sorta di metafora, dove il numero degli animali uccisi sta per gli anni corrispondenti all’attesa dell’evento profetizzato.

A questo punto, ricordando l’ubicazione dell’omerico “fiume Egitto” (Aigyptos), identificabile con la Vistola, c’è da chiedersi se un’atroce ironia della Storia non abbia sovrapposto i luoghi dell’Olocausto alla terra dove quattromila anni fa, durante l’optimum climatico, stillavano “latte e miele”. Al riguardo è significativo il fatto che la civiltà egizia, sempre attenta a registrare gli eventi storici, non fa alcuna menzione né degli ebrei, né delle vicende ad essi connesse.

Insomma, anche considerando che il miracoloso passaggio del Mar Rosso potrebbe far pensare ad un fenomeno di marea, tipico delle coste atlantiche, si potrebbe congetturare che gli avvenimenti legati alle vicende di Mosé, ed in particolare le «sette piaghe», siano l’estremo ricordo, in un contesto nordico, degli effetti di una disastrosa esplosione vulcanica (forse quella di Santorino, avvenuta attorno al 1630 a.C.), che avrebbe dato l’avvio all’esodo dall’Egitto baltico alla foce della Vistola, che successivamente i compilatori della Bibbia avrebbero confuso con quello mediterraneo, verso la Palestina: il che spiegherebbe perché il viaggio durò 40 anni.

A questo quadro potremmo ancora aggiungere l’assonanza tra il nome degli Ebrei e quelli di due regioni abitate dai Celti, l’lberia e l’Hibemia (nome romano dell’Irlanda, dove si riscontra un’alta percentuale di persone dai capelli rossi, che è un tratto comune agli Ebrei Ashkenazi). E, a questo punto, il fatto che Abramo fosse originario di Ur dei Caldei potrebbe essere letto in una nuova prospettiva, anche considerando la singolare assonanza, già messa in rilievo da qualche studioso, tra il nome di questi ultimi e quello dei Celti.

Così pure, il nome di Isai o Jesse, padre di David, è molto simile a quello di Esus, dio celtico nonché appellativo dell’eroe Cuchulainn (inoltre, sia Jesse che Esus ricordano molto da vicino l’omerico Iéson). Riguardo ancora a David, scelto dal profeta Samuele come re tra i numerosi figli di Jesse malgrado fosse l’ultimogenito, il testo biblico mette in rilievo il fatto che era biondo17. E che dire di Samuele? Questa figura è circondata da un vero e proprio timore reverenziale: la sua autorità, anche «politica», è tale da poter addirittura scegliere i re, il che non può non far pensare al potere che la casta sacerdotale dei Druidi esercitava nel mondo celtico.

Sarebbe a questo punto suggestivo accostare il tema della «terra desolata», che ritroviamo ad esempio in Isaia, a quello della «terre gaste» del ciclo celtico-arturiano: esso forse costituisce l’ultima eco di una patria primordiale comune agli antenati degli Ebrei ed a quelli dei Celti, resa ad un certo punto inabitabile da un’inondazione o dal tracollo del clima.

È poi curiosa l’assonanza fra i nomi di Adamo e di Ade, in greco Aìdes, che l’Iliade chiama anche Aidoneùs: costui è il signore della terra dei morti, che ha molti tratti in comune con Yama, il signore dei morti indù, ed è localizzabile sempre nello stesso contesto.

Inoltre il nome di Ade-Aidoneo ricorda quello di Adone, e fra queste due figure intercorrono precisi rapporti: infatti, se da un lato sono entrambi legati a Persefone, signora dei morti (e per un periodo dell’anno ben preciso: quattro mesi), dall’altro nei racconti che li riguardano si ritrovano i temi della colpa e del frutto: insomma, si potrebbe supporre che si tratti di due varianti di un unico mito originario. Ad Adone sono altresì legati i temi del giardino e dell’albero: è come se le storie relative a questo personaggio fossero state costruite a partire dagli stessi, per così dire, «ingredienti» che ritroviamo nel racconto biblico su Adamo e sul periodo edenico.

Osserviamo a questo punto che Yima, il mitico re del paradiso iranico, è chiamato Yama nella mitologia indiana, dove è il signore dei morti. Egli ha pertanto un preciso corrispondente nell’Odissea: ci riferiamo ad Ade, il signore dei morti omerico.

Il suo lugubre regno, caratterizzato da quattro fiumi18, è localizzabile nell’area lappone19. D’altro canto Yima, che si potrebbe anche accostare a Ymir, un gigante primordiale dei miti nordici, fu il primo uomo a conoscere la morte. Questo lo riconduce ad Adamo, il progenitore dell’umanità secondo la Bibbia. Dunque il mitico regno di Yima-Yama si può accostare al paradiso biblico, ossia al giardino dell’Eden, dove il Signore pose Adamo, il primo uomo.

Al riguardo, il libro della Genesi caratterizza geograficamente la regione dell’Eden in modo molto puntuale, menzionando i quattro fiumi che da lì si dipartono:

Il nome del primo fiume è Pison; esso circonda tutta la regione di Avila, dove si trova l’oro; l’oro di quel paese è puro; là si trova pure la resina profumata e la pietra onice. Il nome del secondo fiume è Gihon: esso circonda tutto il paese di Etiopia. Il terzo si chiama Tigri e scorre ad oriente di Assiria. Il quarto fiume è l’Eufrate” 20.

Però, al riguardo, nell’area mesopotamica si ritrovano soltanto il Tigri e l’Eufrate, mentre gli altri due fiumi sono inesistenti. Non solo: questi fiumi che, secondo la Bibbia, nascono nella zona di Eden vanno ad interessare due regioni, l’Etiopia e l’Assiria, dislocate addirittura in continenti diversi! Si tratta di assurdità, per non parlare di quella misteriosa “regione di Avila”, con il suo oro fino, mai localizzata da nessuna parte, che sembrano rendere il racconto biblico geograficamente inverosimile.

A questo punto, il dott. Luigi Cesetti di Falerone, (sulla base delle edizioni precedenti di Omero nel Baltico) ci ha segnalato che, ove questa Etiopia biblica coincidesse non con quella africana ma con l’Etiopia omerica, che abbiamo localizzato all’estremità settentrionale della Scandinavia, il fiume che la bagna, chiamato Gihon, dovrebbe corrispondere all’attuale Tana, che nasce nella Lapponia settentrionale, scorre in direzione nord­est, segnando per un tratto il confine tra la Finlandia settentrionale e la Norvegia, ed infine sfocia nel mare Artico. Ma, se il Gihon- Tana è uno dei fiumi che si dipartono dall’Eden, l’area da cui esso nasce dovrebbe corrispondere alla regione in cui si trovava il giardino biblico, che dava origine anche agli altri fiumi edenici. Ora, la sorgente del Tana effettivamente si trova nella zona di Enontekiö, nella Lapponia finnica (nome che significa che fa grandi fiumi)21, da cui effettivamente si dipartono vari altri fiumi.

Esaminiamo dunque le caratteristiche che il testo biblico attribuisce agli altri fiumi dell’Eden, il Pison, il Tigri e l’Eufrate. In particolare, il Pison “scorre intorno a tutto il paese di Avila, dove c’è l’oro e l’oro di quella terra è fine; qui c’è anche la resina odorosa e la pietra d’onice”. In effetti, nella stessa zona della sorgente del Tana nasce il fiume Ivalo, che i Sami (ossia i Lapponi) chiamano Avvil. L’assonanza con Avila da sola potrebbe essere casuale, ma proprio in questo territorio si estrae l’oro, come attesta il Kultamuseo di Tankavaara22 a pochi chilometri dal fiume Ivalo. Per di più si tratta di un oro effettivamente molto fine, proprio come dice il versetto biblico: esso arriva a ben 23 carati23, il che lo rende alquanto più prezioso rispetto all’oro estratto dai giacimenti di altre parti del mondo. La resina è secreta da pini, larici ed abeti, che abbondano da quelle parti, e, per quanto riguarda l’onice, tutta la zona è ricca di pietre, tra cui la calcedonia ed il diaspro, sia rosso che nero, accostabili all’onice per la composizione dei cristalli.

Quanto al Tigri e all’Eufrate, nella stessa area si trovano il Tornio-Mounionjoki e lo Ounas-Kemijoki, che scendono in parallelo verso sud per poi sfociare vicinissimi tra loro in corrispondenza dell’estremità settentrionale del Golfo di Botnia. Il primo scorre sul lato occidentale del Monte Pallas ed ha una ramificazione occidentale che scaturisce dal lago Kilpis (Kilpisjarvi), alle pendici del monte Saana, sacro ai lapponi come il Sinai lo è per gli Ebrei. Quanto all’Ounas-Kemijoki, lambisce il monte Pallas nella sua parte orientale.

Il complesso dei due fiumi, con il territorio da essi racchiuso, delinea una sorta di “Mesopotamia” finnica, straordinariamente rassomigliante a quella asiatica.

Potrebbe essere dunque questa la regione di Ur dei Caldei da cui partì Abramo, diretto verso la Terra Promessa, e da dove discesero i Sumeri24, che l’avrebbero poi trasposta nella Mesopotamia a noi ben nota. Il cambiamento del clima la avrebbe poi resa inospitale, come ci ricorda il profeta Isaia: “Ecco che il Signore spopola la terra, la devasta, ne altera l’aspetto, ne disperde gli abitanti” 25. Questo concetto a sua volta trova un preciso riscontro nella “dimora in rovina di Ade”, menzionata nell’Odissea26, a cui pure sono associati vari fiumi e che è anch’essa localizzabile nell’area lappone27.

Avila-Avvil ricorda poi la leggendaria Avalon del mondo arturiano, che probabilmente fa riferimento alla sede primordiale celtica: ciò sembra far sospettare un rapporto tra caldei e celti, che trova riscontro in certe analogie tra il mondo celtico e quello ebraico (per inciso, nella letteratura celtica si ritrova la locuzione «Terra della Promessa»: Tìr Tairngiri)28. Notiamo anche che, calando la descrizione biblica nel contesto lappone, il mitico giardino, posto “in Eden a oriente” 29, sembrerebbe essere al centro di una sorta di quadrifoglio costituito da quattro regioni (Eden, Etiopia, Avila e Assiria): ciò delinea un quadro singolarmente simile a quello della mitica suddivisione dell’Irlanda, terra celtica per eccellenza, in cui un centro politico-religioso, Tara, era circondato da quattro regioni periferiche.

Tra le osservazioni del Cesetti, di particolare interesse è poi il riferimento ad un altro versetto della Bibbia: “Caino si allontanò dalla presenza del Signore e abitò nel paese di Nod, a oriente di Eden” 30. Ora, ad est di Enontekiö, ossia “a oriente di Eden”, nella Lapponia russa si trovano il fiume Nota ed il lago Nota (Notozero). Inoltre, scendendo a sud del bacino del Nota, s’incontra la regione di Kainuu 31, in territorio finlandese, situata ad est del golfo di Botnia. Essa corrisponde al territorio dei Lapiti omerici32, tra i quali l’Iliade ricorda Caineo, avo di un eroe lapita che partecipò alla guerra di Troia33.

Ciò potrebbe indicare che i discendenti di Caino, allorché il clima iniziò a tracollare e la tundra prese il sopravvento rendendo inabitabili le regioni situate al di sopra del circolo polare, si spostarono dal bacino del Nota verso un territorio più vivibile, situato ad una latitudine leggermente più bassa. A questo punto si potrebbe altresì congetturare che il diluvio di Noè sia il ricordo (poi trasposto nel mondo caucasico, importante crocevia di migrazioni dal nord al sud) di una disastrosa inondazione che avrebbe interessato una vasta area della Lapponia settentrionale, il cui territorio è spesso caratterizzato da fitti intrichi di laghi, fiumi e acquitrini34.

In ogni caso, lo stretto rapporto tra il mondo originario semitico e quello indoeuropeo è attestato, a parte la comune ascendenza di Sem e di Jafet, anche dal passo biblico che proclama l’affinità tra gli Ebrei e gli Spartani: “Ario, re degli Spartani, a Onia, Sommo Sacerdote, salute! In uno scritto riguardante gli Spartani e i Giudei, si è trovato che sono fratelli, perché della stessa stirpe di Abramo (…) I nostri bestiami e i nostri beni sono vostri, e ciò che è vostro è nostro35.

Sempre riguardo a Sem, colpisce la rassomiglianza del suo nome con quello dei Sami, gli attuali abitanti della Lapponia. Costoro inoltre hanno un monte sacro, il Saana, che ricorda il Sinai, il monte sacro degli Ebrei (alle pendici del Saana giace il lago Kilpis, da cui scaturisce una ramificazione del Mounio-Tornionjoki, il fiume corrispondente all’Eufrate mesopotamico).

E Cam, l’altro figlio di Noè? Ritorniamo al Kemijoki, il “fiume Kemi”, che scende dalla Lapponia verso l’estremità settentrionale del Golfo di Botnia: alle sue spalle nasce il fiume Tana, il quale poi si dirige verso quell’Etiopia artica che ritroviamo sia in Omero che nel racconto biblico dell’Eden. Tale configurazione rappresenta quasi uno specchio dell’Egitto africano, la “terra di Kem”, abitata dai discendenti di Cam e situata lungo il grande fiume che proviene dall’Etiopia e dal lago Tana (da cui trae origine il Nilo Azzurro).

Dunque i primitivi Egizi, come ci conferma una serie di indizi riguardo ad una loro possibile origine nordica (in primis il culto spiccatamente solare)36 forse provenivano anch’essi dall’area lappone: essi poi, in analogia a quanto accaduto in Mesopotamia, una volta arrivati nella valle del Nilo (passando probabilmente per la Caucasia, dove lasciarono significative tracce toponomastiche riscontrate dal Flinders Petrie37) ricostruirono a modo loro il remoto mondo artico da cui erano discesi. D’altronde anche i loro documenti, proprio come la Bibbia e gli stessi poemi omerici, pensiamo alla terra dove i Feaci vivevano accanto agli dèi, alla Pieria dell’Inno a Hermes, alle sedi dell’Olimpo, degli Etiopi e dell’Ade, tutte collocabili nell’area lappone, ricordano la loro patria originaria come la “terra degli dèi”.

Insomma, se già la Lapponia ci ha dato non pochi indizi per localizzarvi la sede della sede primordiale indoeuropea, ora queste convergenze con l’Eden biblico da un lato ne rappresentano una conferma, dall’altro allargano il quadro a prospettive ancora più stupefacenti, dando una sostanza sia storica, sia geografica alla concezione tradizionale dell’origine «iperborea» della nostra civiltà, e saldandola nel contempo al concetto biblico della comune origine dei semiti, dei camiti e degli indoeuropei.

Tutto ciò invece va irrimediabilmente a cozzare con la vecchia idea dell’origine orientale della civiltà europea (Ex Oriente Lux)38. Peraltro va notato che tale concetto è stato ormai da tempo messo in crisi dall’introduzione della datazione col radiocarbonio, corretta con la dendrocronologia (cioè la calibrazione con gli anelli annuali degli alberi).

Al riguardo, un autorevolissimo studioso come il prof. Colin Renfrew afferma che “si verifica tutta una serie di rovesciamenti allarmanti nelle relazioni cronologiche. Le tombe megalitiche dell’Europa occidentale diventano ora più antiche delle piramidi o delle tombe circolari di Creta, ritenute loro antecedenti; (…) in Inghilterra, la struttura definitiva di Stonehenge, che si riteneva fosse stata ispirata da maestranze micenee, fu completata molto prima dell’inizio della civiltà micenea” 39.

In conclusione, lo spostamento delle origini della nostra civiltà dall’oriente al settentrione risulta perfettamente in linea con le più recenti acquisizioni della scienza.

È altresì evidente che le precedenti considerazioni richiedono ulteriori verifiche ed approfondimenti da parte degli specialisti nei vari ambiti da esse toccati: noi preferiamo dunque considerarle un punto di partenza, più che di arrivo, nella ricerca delle origini della nostra umana.

Felice Vinci

Note:

1 F. Vinci, Omero nel Baltico, terza edizione, Palombi Editori, Roma 2002.

2 L’origine nordica della civiltà micenea è stata proposta da vari autorevoli studiosi, tra cui lo storico delle religioni Martin P. Nilsson ed il filosofo Bertrand Russell.

3 In questo quadro si può inserire il fatto che l’età del bronzo in Cina è iniziata nello stesso periodo, cioè tra il XVIII ed il XVI secolo a.C.

4 B.G. Tilak, La dimora artica nei Veda, Genova 1994

5 Omero nel Baltico, pag. 366 e sgg.

6 B.G. Tilak, Orione: a proposito dell’antichità dei Veda, Genova 1991, pag. 15 (premessa di G. Acerbi)

7 Antichi popoli europei, a cura di O. Bucci, Roma 1993, pag. 56

8 Ibid., pag. 59

9 Omero nel Baltico, pag. 360 e sgg. Anche l’articolazione del primitivo calendario romano su dieci mesi (l’ultimo dei quali era infatti chiamato December) potrebbe essere indizio di una provenienza artica.

10 Per i dettagli sull’evoluzione del clima nel periodo olocenico (così viene definita l’età post-glaciale), v. ad esempio: M. Pinna, Climatologia, Torino 1977; F. Ortolani, Le variazioni climatiche storiche, in Integralismo ambientale e informazione scientifica, Atti della giornata di Studio AIN 2001, Roma 2001, pag. 97 e sgg.; Enciclopedia Treccani, voce «Olocenico, periodo».

11 Un altro periodo climaticamente favorevole, però assai più breve dell’optimum preistorico e con temperature meno elevate, si verificò per circa tre-quattro secoli a cavallo dell’anno 1000 della nostra èra, allorché i Vichinghi colonizzarono l’Islanda e la Groenlandia (la terra verde ) e, proprio in virtù di tali condizioni favorevoli, riuscirono a raggiungere le coste settentrionali del continente americano. Addirittura, nel XII secolo è attestata una diocesi cattolica, con un vescovo vichingo, sulla costa groenlandese antistante il Labrador.

12 Gylfaginning, 51

13 Nel suo Orione il Tilak dimostra che la primitiva civiltà vedica si sviluppò nel periodo orionico, allorché l’equinozio di primavera approssimativamente corrispondeva alla costellazione di Orione (4000-2500 a.C.).

14 La posizione polare assunta dal Dragone a quell’epoca, nel 2830 a.C. la stella Alpha Draconis, o Thuban, si trovava ad appena 10’ dal polo celeste (a titolo di confronto, attualmente la Stella Polare ne dista 50’), lo fece assurgere ad emblema nonché signore del cielo stellato notturno: ecco perché l’Apollo iperboreo, ossia il principio solare (alias Ra, Thor, Michele, San Giorgio, Maui, ecc.) al suo ritorno dalle tenebre solstiziali lo «uccideva» a colpi di frecce (ossia con i suoi raggi). Riguardo all’Apollo iperboreo: M. Duichin, Apollo, il dio sciamano venuto dal Nord, in Abstracta n. 39, Luglio-Agosto 1989.

15 http://www.metalwillneverdie.net/finland/letteratura/kalevala/riassunto.htm

16 Nell’Induismo, la parte più antica e più sacra dei Veda, cioè Sapienza (testi sacri considerati la verità divina emessa dal Dio Brahma), che consiste di più di 1000 inni agli dei e ai vari fenomeni naturali, composti tra il 1400 e il 1000 a.C.

17 I Samuele 16,12

18 Odissea X, 512-514. Notiamo che nel mondo di Ade Omero menziona un particolare sacrificio (Odissea, XI, 131), presumibilmente antichissimo, analogo al sautramani indù ed al suovetaurilia romano. D’altronde tutto l’episodio è caratterizzato da aspetti che denotano un’estrema arcaicità nonché, probabilmente, un sottofondo di tipo sciamanico (v. Omero nel Baltico, pag. 374 e sgg.).

19 Omero nel Baltico, pag. 370

20 Genesi 2, 11-14

21 Le informazioni sulla Lapponia sono per la maggior parte tratte dal libro Iter Lapponicum. di Ada Grilli Bonini, Bergamo 2000

22 v. http://www.urova.fi/home/kulta/eindex.htm

23 A. Grilli Bonini, Iter Lapponicum, pag. 277

24 Il dott. Giuliano Bruni ci segnala che in sanscrito «Sumeru» indica il polo artico (Monier-Williams, Sanskrit-English Dictionary). Al riguardo, potrebbe essere significativo il fatto che il Kojiki, testo sacro shintoista, chiami «Sumera» i primi imperatori del Giappone (inoltre riporta diversi miti assimilabili a quelli classici non solo per le vicende, ma anche per i nomi: ad esempio, il giapponese Inaihi ha una serie di vicissitudini del tutto simili a quelle del greco Inaco; per di più Inaihi ed Inaco hanno due congiunti anch’essi pressoché omonimi: Mikenu e Micene, rispettivamente fratello dell’uno e figlia dell’altro).

25 Isaia 24, 1

26 Odissea X, 512

27 Omero nel Baltico, pag. 370 e sgg. Notiamo altresì che il nome di Ade, il signore dei morti omerico, sembra ricordare il biblico Adamo e lo stesso Eden. D’altronde Ade, chiamato anche Aidoneo da Omero, ha vari tratti in comune con Adone, che a sua volta è legato al mondo sotterraneo nonché a un albero (in tale quadro, ci sembrano meritevoli di attenzione anche i cosiddetti giardini di Adone del mondo classico).

28 MacCulloch, La religione degli antichi Celti, Vicenza 1998, pag. 352

29 Genesi 2, 8

30 Genesi 4, 16

31 Treccani, app. 2000, voce Finlandia, tab. 2 (v. http://www.kainuu.com/eng/)

32 Omero nel Baltico, pag. 262 e sgg.

33 Iliade II, 745-746

34 Se si ammette che il racconto del diluvio, diffuso fra tanti popoli, possa avere un fondamento storico, il ritenere che il monte della salvezza sia collocabile nella regione caucasica, tra cime alte più di cinquemila metri, appare francamente assurdo! È invece ragionevole supporre che esso abbia avuto un prototipo altrove, ossia in un territorio pianeggiante, caratterizzato qua e là da rilievi isolati e soggetto ad alluvioni, proprio come il territorio della Lapponia.

35 I Maccabei 12, 20-23. Il concetto della comune origine di Ebrei e Spartani è ribadito in II Maccabei 5,9. Sui non pochi punti di contatto tra il mondo omerico e quello biblico ci soffermiamo nel cap. XVIII di Omero nel Baltico. Qui aggiungiamo l’analogia del sacrificio di Abramo descritto in Genesi 15, 9 con i presumibilmente antichissimi riti che si ritrovano pressoché identici in Omero, nella cultura indù e nel mondo romano arcaico (v. nota 18).

36 v. capp. XIII e XVIII di Omero nel Baltico. Sottolineiamo in particolare la straordinaria rassomiglianza tra il mito di Osiride, fatto a pezzi, sparito, ritrovato, ricomposto e resuscitato, ed una pressoché identica disavventura capitata all’eroe finnico Lemminkäinen (runi XIV e XV del Kalevala): entrambi agevolmente spiegabili in termini di metafora del ciclo annuo del sole nelle regioni artiche (v. Omero nel Baltico, pag. 279).

37 The Origin of the Book of the Dead, in Ancient Egypt, June 1926, citato dal de Rachewiltz ne Il libro dei morti degli antichi egiziani, Milano 1958, pag. 8.

38 A tale concezione hanno probabilmente contribuito sia l’antichità delle civiltà mesopotamiche, sia l’indicazione (fraintesa) della Genesi riguardo alla localizzazione del giardino dell’Eden a oriente, nei pressi delle sorgenti del Tigri e dell’Eufrate.

39 C. Renfrew, L’Europa della preistoria, Bari 1996, pag. 63

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Militante di Thule-Italia

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