La classe operaia non va più in paradiso, mentre i Capitalisti vi soggiornano da tempo…

La classe operaia non va più in paradiso, mentre i Capitalisti vi soggiornano da tempo…

di Maurizio Rossi

Come non ricordare il celebre film contestatario “La classe operaia va in Paradiso” che fece furore e cassetta nel 1971, tanto da essere premiato alla rassegna del Festival del cinema di Cannes nel 1972, interpretato allora da un superbo Gian Maria Volontà (un serio attore e ancor più serio comunista, quando ancora il Comunismo rivestiva una certa serietà…), ebbene le drammaticamente serie vicende che stanno investendo lo stabilimento FIAT di Pomigliano d’Arco, i suoi 5.200 dipendenti e gli oltre 10.000 lavoratori coinvolti in varia misura nell’indotto, per non parlare poi delle oltre 15.000 famiglie anche loro drammaticamente coinvolte, involontariamente ci riportano alla memoria la trama di quel film. Un film inchiesta, pertanto, che nelle intenzioni del regista, doveva investigare nell’intima dimensione umana e produttiva del lavoro in fabbrica per raccontare delle perdite di identità legate al rapporto alienante e spersonalizzante, e vissuto come tale, degli operai con le macchine, con la catena di montaggio e i tempi di produzione. Allo stesso tempo l’inchiesta in un’ottica cinematografica si spostava anche al di fuori della fabbrica, per mettere sotto accusa sia il movimento studentesco considerato dai lavoratori troppo snobisticamente distante e astratto nelle sue rivendicazioni dalle problematiche concrete degli operai, una messa sotto accusa che non risparmiava nemmeno le oligarchie della triplice sindacale, l’inossidabile triade di CGIL; CISL e UIL, spesso denunciata come collusa con il padronato con cui concertano e decidono della vita e della sorte degli stessi operai, per concludere infine il percorso della trama fino all’interno delle abitazioni degli operai, evidenziando come la spersonalizzazione dell’uomo, del lavoratore annichilito e schiacciato dalla pressa del produttivismo capitalista, si riproduca inevitabilmente anche nel cuore della vita di tutti giorni, contaminando e compromettendo tutti i rapporti interpersonali e di relazione sociale.

In pratica da film emergeva una interessante chiave di lettura (senza dubbio condivisibile) di severa critica del sistema capitalistico e delle sue innate perversioni che in fondo, e neanche poi tanto, riportava anche alla memoria la filosofia di base dell’ordinamento capitalistico della produzione, che a ben vedere oggigiorno non è poi molto cambiata nonostante lo scorrere dei decenni. Una filosofia così semplice e disarmante che si manifesta comprensibile anche ai più profani, riassumibile nell’elementare adagio che, da tempo immemore, stabilisce inequivocabilmente che i capitalisti debbano, per grazia ricevuta, accumulare i profitti e di conseguenza poi socializzare le perdite a danno dei lavoratori e dell’intera Comunità nazionale, come altrettanto inequivocabilmente si sta verificando nelle vicende relative alla nuova strategia messa in campo dalla dirigenza della FIAT.

E’ iniziato il conto alla rovescia sulla sorte dello stabilimento e dei suoi lavoratori, un conto alla rovescia determinato dal ricatto che l’amministratore delegato della FIAT Sergio Marchionne a fatto calare come una ghigliottina sulla testa del Governo, dei sindacati e dell’intera nazione, ovvero l’accettazione dell’intesa di ristrutturazione proposta dall’Azienda e per il momento sottoscritta da quasi tutte le organizzazioni sindacali esclusa la FIOM, oppure la delocalizzazione all’estero di tutta la produzione, cioè verso la Polonia o addirittura in Serbia al prezzo di migliaia di posti di lavoro persi, con tutte le drammatiche ricadute sociali del caso che per di più andrebbero a penalizzare pesantemente un’area del territorio nazionale già caratterizzata da innumerevoli criticità.

Indubbiamente la scelta dei lavoratori metalmeccanici, la ferma volontà di salvaguardia dei loro diritti, si va inevitabilmente a scontrare con la dura realtà messa in campo dalle strategie speculatrici di un’Azienda multinazionale che si è voluta fare portatrice di una concezione integralista del mercato globale (come confermano le intenzioni dell’amministratore Marchionne sostenute, non a caso, dalla leader di Confindustria Emma Mercegaglia) anche e soprattutto nelle scelte di destinazione degli investimenti e nella dislocazione delle unità produttive, sapendo altresì di potere contare sulla complicità della grande speculazione capitalistica internazionale e della sudditanza dell’amministrazione politica alla stessa. Come sempre la grande imprenditoria multinazionale si muove in un orizzonte planetario in totale disprezzo delle economie nazionali, perché il profitto non ha mai conosciuto confini e ne mai li dovrà conoscere. Purtroppo la dura realtà che un’intesa con l’azienda non potrà essere evitata, proprio perché a questo stato di cose non ci sono attualmente credibili alternative, risiede, e i lavoratori dovranno prima o poi prenderne atto, nelle compromissorie concertazioni che nel corso degli anni precedenti avevano visto i rappresentanti sindacali della Triplice (FIOM inclusa) sedere al tavolo delle trattative per strappare convenienti riconoscimenti per Loro (con reciproca soddisfazione) e accordarsi successivamente a basso costo per rinnovare contratti al ribasso per i lavoratori.

Quindi, ora come ora si presentano agli occhi dei lavoratori solo due soluzioni, o rifiutano attraverso lo strumento del referendum interno l’intesa capestro proposta dall’Azienda e automaticamente perderanno i posti di lavoro allo stabilimento di Pomigliano d’Arco ritrovandosi licenziati e disoccupati, mentre la FIAT si avvierebbe con serenità e a cuor leggero ad investire, a produrre e a fare profitto all’estero. Oppure votano a favore dell’intesa consapevoli di rinunciare così alla loro dignità, conservando però il posto di lavoro in condizioni lavorative e contrattuali peggiorate.

Ci domandiamo e siamo convinti che la stessa domanda se la pongono le migliaia di operai della FIAT e soprattutto le loro famiglie, è concepibile, è lecitamente concepibile barattare la dignità con il lavoro? Barattare la dignità sociale di migliaia di famiglie di onesti lavoratori che al massimo portano in casa, alla fine del mese, uno stipendio di 1.200 euro, quindi parliamo della dignità sociale non solo dei lavoratori dello stabilimento FIAT di Pomigliano d’Arco, ma della dignità sociale di un intero popolo, affinchè una minoranza di profittatori capitalisti, mascherati da “capitani d’industria”, senza scrupoli possa continuare indisturbata a lucrare su profitti immensi solo perché le “autonome” e inviolabili leggi del mercato lo consentono?

Non lo crediamo concepibile e non vogliamo che lo sia mai!

Intanto la classe operaia non va più in paradiso…

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