Uno Stato di popolo per la rinascita nazionale

Un altro importante contributo donatoci da Maurizio Rossi e che condividiamo con i nostri lettori.

Uno Stato di popolo per la rinascita nazionale

“Esiste dunque nei cieli un modello per chiunque intenda vederlo e, vedutolo, fondarlo in sé stesso. Che siffatto esemplare esista o abbia mai a esistere in alcun luogo non importa: giacché questo è l’unico Stato di cui egli sia partecipe.”

(Platone)

“Susciteremo un’atmosfera spirituale, un ambiente morale in cui nasca e di cui si nutra e cresca l’uomo nuovo, colui che avrà il volto dell’eroe. Quest’ambiente dovremo isolarlo dal resto del mondo, erigendo barriere spirituali le più elevate possibili. Difenderlo da tutti i venti pericolosi della viltà, della corruzione, della dissolutezza, da tutte le passioni, insomma, che seppelliscono le Stirpi e uccidono gli individui.”

(Corneliu Zelea Codreanu)

“Ogni unità politica ha bisogno di una connessione e di una logica interna alle sue istituzioni e ai suoi sistemi di norme. Le occorre un pensiero formale unitario, che configuri totalmente tutte le sfere della vita pubblica. Anche in questo senso non c’è Stato normale che non sia totale.”

(Carl Schmitt)

Affrontare la centrale tematica relativa alla concezione politica dello Stato, anzi penetrare in quello che una ricca cultura non-conformista a buon titolo evocava come il mito dello Stato organico, significa, a tutt’oggi, andare a toccare un problema assai delicato e complesso che da decenni, all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale, ha impegnato schiere di politologi e politicanti, turbe di esperti in sociologia o presunti tali e oggettivamente, anche, buona parte della cosiddetta società civile di ogni nazione europea. Ovviamente un interesse così diffuso si è potuto spiegare allorchè gli avvilenti sviluppi di questi ultimi decenni hanno permesso, vistosamente e drammaticamente, di evidenziare la divaricazione sempre più crescente fra le legittime aspettative dei cittadini e le inadeguate e tardive risposte provenienti dall’amministrazione dello Stato. Ciò si è tradotto in una vera e propria allarmante crisi di fiducia, più che giustificata, che ha investito in misura sempre più larga e importante le istituzioni delle democrazie occidentali e le loro rappresentanze politiche. Purtroppo l’abbondante letteratura politica, spesso e volentieri capziosamente commissionata dalle oligarchie dominanti, che si è prodigata nell’interrogarsi sui tanti perché di questa evidente crisi, sulla sua natura e sulle degenerazioni delle politiche pubbliche e più in generale sulla mancanza di prospettive nel rapporto tra il cittadino e il potere politico, non è riuscita a fornire analisi convincenti, per il semplice fatto che essa non ha voluto scivolare nell’azzardo di dovere constatare e quindi affermare che la crisi investiva la natura stessa del sistema politico-economico delle mercantilistiche democrazie occidentali imposte all’indomani del 1945. In generale e per riassumere un tema assai complesso, possiamo intanto dire che nell’ultimo decennio la crisi evidente delle democrazie occidentali con tutto quello che ne è conseguito in termini di credibilità e disaffezione istituzionale, di risposte assolutamente inefficaci a determinate aspettative della popolazione o di parte di essa sui temi specifici della moralità pubblica, della sicurezza e dell’invasione migratoria, della salvaguardia sociale e occupazionale e sulla tutela delle fasce più deboli della società, è stata genericamente e semplicisticamente ricondotta, con grande malafede da parte delle oligarchie economiche e dalla partitocrazia, esclusivamente a un deficit nella forma di governo e sulla presunta inaffidabilità del meccanismo elettorale.

Le principali cause di questo vasto fenomeno di erosione sono quindi molteplici e diversificate e ci riconducono secondo i dati emersi dagli umori della popolazione a quanto appena detto: il ‘degrado morale’ della gestione politica pubblica e dell’intera società, il perdurare della corruzione in ogni comparto della stessa, i costi esorbitanti di una partitocrazia da troppo tempo adusa alla ‘mediazione’, al consociativismo e alla soddisfazione degli ‘appetiti’, costi ai quali vanno sommati gli effetti devastanti della crisi economica e finanziaria sulle famiglie e sui lavoratori, una totale inefficacia delle politiche pubbliche nel fare fronte alla situazione del tutto dovuta alla evidente incapacità dei governanti di rispondere alle sfide della globalizzazione e dell’immigrazione. Nella nostra nazione la scollatura fra una parte consistente dei cittadini e la politica ufficiale ha assunto ormai proporzioni tali da legittimare il termine di ‘antipolitica’, di disinteresse e di rigetto della stessa. Di enorme interesse è anche però il fatto che la sfiducia nelle istituzioni politiche, negli apparati economici è considerata come ormai scontata e di lunga data e non il frutto di fenomeni recenti e congiunturali come vorrebbero farci credere. Un ulteriore segnale di questa erosione di fiducia ci viene indicativamente rappresentata dalla irreversibile crisi dei partiti intesi come strumenti di mediazione e di sintesi dei problemi della società, il fatto epocale sarà costantemente rappresentato dal progressivo sgretolamento dell’elettorato di appartenenza e poi l’affermarsi sempre più ampio di un elettorato di opinione, per di più spoliticizzato, che sfuggirà alle logiche del passato rischiando però di riversare il proprio consenso verso contenitori vuoti post-ideologici, di ‘plastica’, frutto di opportunistiche ‘fusioni a freddo’, anch’essi espressione di una ‘antipolitica’ al servizio degli interessi delle lobbies economico-finanziarie.

Occorrerà quindi con tenacia e perseveranza smascherare questa volgare mistificazione che trova, ormai, l’unica legittimità possibile nel blandire ipocritamente il nostro popolo in prossimità delle scadenze elettorali per poi tradirlo dopo consegnandolo, vittima sacrificale, al cinico sfruttamento dell’anonimato economico-finanziario della piovra capitalista, sottomettendolo alla viltà conformista della pseudo-cultura liberal-democratica il cui presupposto è solo quello di prefigurare una umanità sempre più incolta e fragile. Occorrerà smascherare, di fronte al nostro popolo frammentato e svilito, questa partitocrazia dominante rivelando come non sia altro che una consorteria di agenzie burocratiche dominate da una serie di oligarchie chiuse, definitivamente lontane dagli stimoli e dalle preoccupazioni del paese reale per affermare, invece, il fondamento identitario delle nuove gerarchie veramente popolari che sulla base di una ricostituita comunità nazionale costruiranno il nuovo Stato trasformando la spinta dell’inconscio collettivo del popolo in un fertile momento di crescita verso la totalità, una crescita dove il popolo, la comunità nazionale ed il cosmo interpretato alla luce del Sacro potranno trovare la loro compiuta, perfetta e armonica interazione nella piena comprensione del valore del mito, del simbolo e del rito e dove gli archetipi della Stirpe siano sempre fonte perenne di saggezza.

Ecco quindi che proprio dal conflitto tra organicismo e individualismo che la comunità radicata nel senso nazionale e popolare (cioè una comunità definita in base al criterio di ‘vicinanza’ fisiologica e spirituale, composta da uomini e donne aventi origini etniche, cultura, tradizioni e aspirazioni comuni) potrà ritrovare il senso di appartenenza e assurgere appieno al suo vero ruolo di innestatore di un processo innovatore capace di incidere in profondità nel tessuto sociale e di rivoluzionarne il contesto, rendendosi così di nuovo protagonista delle grandi mediazioni collettive e soprattutto fulcro per la proiezione di un progetto comune capace di mobilitare la totalità del popolo ben oltre i confini dell’egoismo sociale e del meschino particolarismo privato, anzi soprattutto contro queste autentiche devianze, privilegiando sempre il bene comune, l’interesse della Nazione e la sovranità politica e ordinatrice dello Stato. Questa visione organicistico-comunitaria proprio fondandosi su un destino comune, su di un solidarismo popolare vissuto e permeante, su di una ‘liturgia’ politica partecipativa (non dobbiamo mai dimenticare che il sentimento sano di appartenenza ad una comunità, a maggior ragione ad una comunità nazionale e popolare, sarà sempre legato ad un mito originario, soprattutto a miti capacitanti di appartenenza, non ultimo quello dell’ereditarietà intesa nel senso bio-politico, in grado di aggregare sulla base di richiami a riti, simboli, celebrazioni e riconoscimenti) e con un particolare accento alla funzione immaginativa permetterà che tali elementi socializzatori diano sostanza e contenuto ad un vero Stato organico di popolo, uno Stato che rappresenterà la risposta appropriata e credibile alla dissoluzione sociale e al nichilismo crescente generato dal modello liberal-democratico delle società mercantilistiche.

Per una reale trasformazione della società e della politica, per potere rifondare lo Stato, ridefinendo quei contenuti che fino ad oggi sono venuti a mancare grazie alla costante erosione operata dalla propaganda liberale e marxista, per potere restituire la politica allo Stato e lo stesso alla politica, anzi alla grande politica, occorrerà dare vita prioritariamente non a fumose ingegnerie costituzionali bensì ad un profondo contropotere culturale in grado di realizzare un elaborazione di idee-forza capaci di restituire un’anima al nostro popolo e ridestare la coscienza agli uomini e alle donne della nostra Nazione al fine di stimolare, intanto, l’aspirazione ad essere parte della comunità, destare il bisogno di sentirne indistintamente ed istintivamente la forza, poterne cogliere lo spirito, comprenderne il senso profondo che inesorabilmente spingerà verso una nuova totalità organica basata su forti vincoli interpersonali e alla condivisione di comuni valori ed esperienze, un nuovo cameratismo insomma che si tradurrà in coesione interna e continuità nel tempo, in pratica si tratterà di una potente trasmutazione dei valori, di una precisa riassunzione cosciente politica e culturale della propria integralità e pertanto della propria storia e del proprio destino e quindi in grado, finalmente, di designare il proprio nemico, il nemico di una comunità di popolo che si sarà orgogliosamente fatta Stato.

Nonostante che ancora talvolta emergano dei sussulti, prevalentemente pre-agonici, riconducibili agli ultimi irriducibili sostenitori della prassi marxista si deve, in ogni caso, prendere atto che una volta dimesso, con il fallimento storico dell’utopia marxiana, il progetto di una disarticolazione settoriale di stampo classista della società concettualizzata al perenne scontro interno fra gli appartenenti ai diversi ceti sociali, è restato fondamentalmente immutato per non dire aumentato l’insieme delle drammatiche questioni generate dalle intrinseche contraddizioni dello sviluppo economico di matrice capitalistica e dal conseguente tragico fallimento dell’altrettanta utopica visione del benessere consumistico diffuso partorita dagli economisti liberisti. A fronte del caos prodotto dalle interessate speculazioni dell’usurocrazia mondialista la risposta non potrà che venire dal rivoluzionario ricompattamento in ranghi della comunità nazionale e sociale, dal suo compaginamento nell’unità della totalità dell’organismo politico all’insegna di una ritrovata attivistica solidarietà sociale comunitaria, chiave di svolta di una diversa concezione di sviluppo economico disciplinata al soddisfacimento dei bisogni del popolo, con l’aggiunta di una salutare direzione politica dei bisogni e per questi motivi solamente la lettura organicistica, che potremmo anche definire come spartana e prussiana ritrovandoci nel solco di quanto trasmessoci da Adriano Romualdi (nella sua riproposizione del Ordnungstaatgedanke, ovvero la concezione dello Stato come Ordine virile che si identifica con la volontà politica), dello Stato potrà far maturare la naturale consapevolezza che senza unità e volontà non potrà esserci la Nazione e che senza la organica coesione tra i differenti ceti sociali non potrà esserci il Popolo e in tal caso anche una rilettura moderna dell’organizzazione corporativa dei produttori e della socializzazione delle imprese potrebbe risultare molto interessante per il ripristino della vera giustizia. Affermiamo questo proprio perché non riconosciamo alla ‘giustizia’ un carattere esclusivamente ‘morale’ come da sempre predicato dai soloni del cosmopolitismo liberal-democratico, bensì crediamo che esista e agisca un coefficiente, riconosciuto a suo tempo da Platone, di ‘giustizia-valore’ e che sia applicabile sia all’anima individuale come all’organismo statale.

Si potrà anche comprendere come in un siffatto Stato la stessa categoria di ‘cittadini’, tanto cara ai pensatori illuministi e liberali, sia alquanto improponibile e fuori luogo, mentre appare preferibile e più consono esprimersi nei termini di ‘uomini membri dello Stato’, perché l’individuo, uomo o donna che sia, diventa autorevolmente membro di un corpo organico e integro, ma differenziato a seconda delle proprie capacità e funzioni ed in questa specifica condizione emerge tutta l’armonica bellezza dello Stato di popolo che è, appunto, ‘organico’ proprio perché valorizza le specificità e le identità creando una ricca e positiva interazione tra le componenti sociali e produttive ad esso appartenenti, ponendosi come la risultante per intero nella pienezza della sua sovranità delle valenze dei propri membri, intesi come totalità e non come singoli. L’insieme degli uomini e delle donne membri dello Stato andrà a costituire il ‘popolo organico’ in una articolata comunità solidarista dove ognuno dovrà adempiere contemporaneamente alle sue funzioni principali riassumibili nella crescita, nell’educazione e nella formazione personale nei corpi sociali e politici dello Stato e, altresì, contribuire attivamente alla crescita dell’intera comunità all’insegna della prevalenza del bene comune sull’interesse individuale. Questa vivente comunità organica, luogo organizzato di vita, cultura, socialità e riscoperta spirituale, si saprà nutrire della consapevolezza della propria storia e nel rispetto dei propri avi, avendo compreso l’importanza e il senso delle generazioni e della Patria, la terra dei Padri, con tutti i suoi effetti e la sua generosa memoria.

Ritornano pertanto di pressante attualità le potenti parole spese da Adriano Romualdi nel lontano 1965 quando invitava le allora generazioni di militanti nazional-rivoluzionari ad intraprendere con decisione la battaglia per il nuovo Stato, per la rinascita nazionale dell’Italia: “Il primo dovere è quello di lottare per la restaurazione dell’Ordine. Non questo o quell’Ordine particolare, questa o quella formula politica contingente, ma l’Ordine senza aggettivi, l’immutabile gerarchia dei poteri spirituali all’interno dell’individuo e dello Stato che vede in alto quegli ascetici, eroici, politici e in basso quelli meramente economici ed amministrativi. Per la creazione di questa Rangordnung, della rinnovata gerarchia dei ranghi auspicata da Nietzsche, si sacrificarono gli uomini dei movimenti nazionali travolti nella catastrofe del 1945. Oggi, spenta l’estrema luce del rogo che consumò con l’Europa stessa l’ultima élite politica del nostro continente, grandi ombre, vasti silenzii calano sempre più fitti sul crepuscolo dell’Occidente.”

Maurizio Rossi

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