Walther von der Vogelweide

A cura di Barbara Spadini

WALTHER von der VOGELWEIDE

Berlin, Mosaik aus dem Jahre 1903 von Walther von der Vogelweide im U-Bahnhof Richard-Wagner-Platz

Swer guotes wibes liebe hat Der schamt sich ieder missetat

colui che ha l’amore di una donna buona, prova vergogna per ogni atto malvagio

“ze œsterrîch lernde ich singen unde sagen”

(‘in Austria ho imparato l’arte del cantare e del dire’)

“wes er mit mir pflaege/niemer niemen/ bevinde daz/wan er unt ich/und ein kleinez vogellin/tandarei/ daz mac wol getriuwe sin“

„Quello che fece con me mai nessuno tranne lui ed io lo scopra.e un piccolo uccelletto tandaradai terrà certo il segreto”

( under der Linden)

Opere

Il “Corpus”  poetico del  nostro Minnesänger comprende :

novanta Lieder

da centoquaranta a centocinquanta Sprüche

un Leich

L’approssimazione è dovuta all’incertezza ed alle doppie attribuzioni

Il totale è di circa cinquecento strofe e centodieci differenti melodie ( perché tutti i Minnesäng erano musicati)

Principali traduzioni italiane

Walther von der Vogelweide,Lieder.Canti, a cura di G. Manacorda, Firenze 1947

Walther von der Vogelweide, Poesie, introduzione, traduzione e note  a cura di G. Zamboni, Firenze 1965

Le poesie di W.von der W. sono raccolte in molti testi antologici sulla Poesia tedesca e rintracciabili, anche ben tradotte, in molti siti web, alcuni dei quali qui sotto consigliati


Critica consigliata

Die Gedichte Walthers von der Vogelweide, a cura di K. Lachmann, Berlin 1827;

S. Friedmann, Un poeta politico in Germania sul principio del sec. XIII (Gualtiero di Vogelweide). Saggio storico-letterario, Livorno 1883;

B. Croce, Poesia antica e moderna, Bari 1941, pp. 138-142;

C. Grünanger, La sequenza mariana di Walther von der Vogelweide e la coscienza religiosa dell’età sveva (1957), in Id., Scritti minori di letteratura tedesca, Brescia 1962, pp. 147-156;

K.H. Halbach, Walther von der Vogelweide, Stuttgart 19834;

B.U. Hucker, Ein zweites Lebenszeugnis Walthers?, ibid., pp. 1-30;

G. Mühlberger, Walther und sein Mythos in Südtirol, ibid., pp. 31-43;

L.W. Regele, Walther und Italien, in Walther von der Vogelweide. Beiträge zu Leben und Werk, a cura di H.-D. Mück, ivi 1989, pp. 403-415;

H. Wenzel, Melancholie und Inspiration. Walther von der Vogelweide L. 8, 4 ff. Zur Entwicklung des europäischen Dichterbildes, ibid., pp. 133-153;

Walther von der Vogelweide, Gedichte, a cura di P. Wapnewski, Frankfurt a.M. 1990

M.V. Molinari, Le stagioni del Minnesang, Milano 1994;

F.-J. Holznagel, Wege in die Schriftlichkeit. Untersuchungen und Materialien zur Überlieferung der mittelhochdeutschen Lyrik, Tübingen-Basel 1995;

H. Brunner-G. Hahn-U. Müller-F. Viktor Spechtler, Walther von der Vogelweide. Epoche, Werk, Wirkung, München 1996, p. 235;

P. Wapnewski, La letteratura tedesca del Medioevo, trad. it. di B. Forino, Bologna 19972;

Th. Bein, Walther von der Vogelweide, Stuttgart 1997;

M. Günter Scholz, Walther von der Vogelweide, Stuttgart-Weimar 1999; J. Bumke, Geschichte der deutschen Literatur im hohen Mittelalter, München 20004, pp. 124-133;

A. Palermo, La tradizione medio-tedesca (1150-1450), in Lo spazio letterario del Medioevo, II, Il Medioevo volgare, 2, La circolazione del testo, Roma 2002, pp. 683-703;

Walther von der Vogelweide. Beiträge zu Produktion, Edition und Rezeption, a cura di Th. Bein, Frankfurt a.M. 2002.

Antologia della Poesia tedesca (a cura di Roberto Fertonani e Elena Giobbio Crea),Milano 1977

Tartiglione R., I Tedeschi in Sicilia,in www.scudit.net/

Links consigliati

www.nd.edu/…/anth164-353/Walther318-327.html

www.girodivite.it/antenati/xiiisec/_vogelwe.htm

www.literaturwelt.com/…/walther_von_der_vogelweide.html

www.scudit.net/mdfederico_tedeschi1.htm

www.treccani.it › … › Arte, Lingua e LetteraturaLetteratura

altri links sono segnalati in modo molto completo in www.wikipedia.it voce Walther von der Vogelweide

Biografia e Poetica

( a cura di Barbara Spadini)

Certamente la figura di Walther von der Vogelweide è la più celebrata, studiata e ricordata tra i Minnesänger: la sua statura poetica, umana, esistenziale, sociale e politica- ricostruibile attraverso la sua produzione- lo rende certamente il più alto interprete del genere, anche per stile, espressività, varietà di temi .

Poeta molto studiato e centro di discussioni ancora attuali riguardo la paternità di alcuni Canti, è anche rimasto fino ad oggi entità misteriosa: la sua vita è desumibile esclusivamente da ciò che  egli stesso racconta, poiché è rimasta un’unica traccia scritta certa della sua esistenza.

Un breve documento riporta l’atto di donazione a W.  von der W. di una somma di denaro per l’acquisto di una giacca di pelliccia da parte del Vescovo di Passau (Baviera) Wolfger von Erla, il 12 novembre 1203. Il documento riporta: “Sequenti die apud Zei[zemurum] Walthero cantori de Vogelweide pro pellicio .v. sol. Longos” (‘il giorno seguente nei pressi di Zeiselmauer al cantore Walther di Vogelweide per una pelliccia 5 solidi longi’).

Sappiamo, attraverso testimonianze di cantori a lui successivi , che la sua fama e il suo successo erano prestigiosi presso le corti del tempo: questo è anche chiaramente affermato dal documento di cui sopra, poiché la cifra di cinque soldi era un compenso assai generoso.

Non sappiamo, invece, nemmeno il luogo della sua nascita, ancora oggi misterioso e centro di ricerche discordanti.

“Il nome Vogelweide non è di grande aiuto per stabilire la provenienza geografica, perché Vogelweide indica molto semplicemente e molto genericamente un territorio (Weide) dove si praticava la caccia all’uccellagione (cf. Vogel, ‘uccello’). La genericità di questa denominazione ha dato libero sfogo a diverse ‘identificazioni’ di possibili luoghi natali. Il ‘Maso Vogelweider’ nei pressi di Ponte Gardena, nella Val d’Isarco in provincia di Bolzano, è solo uno dei molti luoghi a rivendicare, con una plausibilità in alcuni casi maggiore in altri minore ma sempre ben lontana dalla certezza scientifica, i natali del poeta.
L’identificazione di W. come poeta ‘tirolese’, la cui popolarità ebbe origine e alimento politico nel periodo di forti tensioni nazionalistiche che va dalla terza guerra d’indipendenza italiana alla prima guerra mondiale (1866-1918), ha trovato la sua massima espressione nell’edificazione di un monumento dedicato a W. nella Bolzano ancora austriaca, inaugurato il 15 settembre 1889 e destinato a un’esistenza decisamente travagliata.
Com’è noto, Bolzano e la sua provincia passarono all’Italia dopo la prima guerra mondiale. Nel 1935, dunque in pieno regime fascista, dopo una discussione durata quasi dieci anni, il monumento fu fatto spostare dall’amministrazione italiana in un parco più lontano dal centro cittadino; a partire da quel momento il monumento a W. è diventato un ‘punto di cristallizzazione’ delle tensioni nazionalistiche della regione. Dopo nuove, lunghe discussioni il monumento è stato riportato alla sua collocazione originale nel 1981, per essere nuovamente trasferito nel 1984 a causa dei lavori per un garage sotterraneo. Conclusi i lavori, il 27 settembre 1985, il monumento, opera di Heinrich Natter, ha fatto definitivo ritorno all’iniziale postazione”. (www.treccani.it)

Probabilmente fu di natali nobili, presumibilmente austriaco e nato attorno al 1170.

Possibile il suo essere divenuto anche cavaliere: ma con sicurezza nulla è mai emerso ed anche la ricostruzione dei suoi movimenti da corte a corte è stato desunto con una certa approssimazione.

Sembra che W. von der W. abbia in un primo tempo gravitato attorno alla corte del duca Federico d’Austria, a Vienna. Qui diede le prime prove nel Minnesäng, imitando il famoso poeta Reinmar.Morto Federico nel 1198,è poi al seguito di Filippo di Svevia, ma anche alla corte dei due imperatori, Ottone di Braunscheweig prima e poi di Federico II di Svevia che nel 1220 gli concede un feudo a Würzburg, ove morì tra il 1228 e il 1230.

Le sue liriche d’amore e quelle a sfondo sociale, religioso e gnomico sono state tramandate fino a noi grazie alla fama che W. von der W. godeva nella propria epoca.

Nonostante questo, come è stato per altri importanti Minnesänger, la sua opera non ci è giunta completa, poiché passata al vaglio di trascrittori che operavano scelte soggettive, dettate dal gusto, dall’estro e dalla sensibilità dell’epoca e del trascrittore stesso.

Ricordato a lungo e sempre presente nelle antologie di Minnesänger fino al XIV secolo, la sua opera ed in genere il Canto d’amore venne dimenticato e trascurato dagli studiosi di letteratura fino al Settecento, quando il letterato svizzero Bodmer li riportò all’attenzione culturale del tempo, riscoprendo anche il celebre Poema dei Nibelunghi.

Solo in seguito, consolidate le basi per corretti studi filologici, fu merito dello studioso tedesco Lachmann la redazione della prima edizione critica di W. von der W. , seguita da altre, attraverso le quali è pervenuta fino a noi una più sicura e meno arbitraria cronologia delle liriche, una sistemazione interpretativa ed attributiva  più corretta di singoli versi e strofe, una correzione scientifica degli errori di trascrizione.

W. von der W. viveva di corte in corte presso questo o quel potente signore e per questo dipendeva interamente dalla sua generosità, dalla sua protezione ed anche dai suoi capricci.

Questa condizione di cantore ben viene descritta nelle sue liriche,le quali- tuttavia- restano uniche nella panoramica del genere del Minnesänger per originalità e spirito interpretativo.

Va segnalata (ed anche letta e riletta per la sua bellezza) la lirica “Sotto il tiglio”, qui  riportata nella sezione: scelta di poesie.

In essa viene descritto l’Amore vero e gioioso verso una donna innanzitutto donna e non necessariamente Dama di corte o nobile. L’Amore è quindi descritto come legame autentico, al di là delle convenzioni sociali e del bon ton dell’epoca.

In questo senso più che di Minnesäng in questo caso si parla di “niedere Minne”, che – per molti studiosi- non riflettono le convinzioni originali del poeta, ma esprimono piuttosto un legame importante con il genere provenzale o in lingua d’öil  denominato “pastorella”.

Tale atteggiamento amoroso verso una Donna in carne ed ossa, che esprima femminilità e non sdegnosità, dolcezza e non alterigia, passione e non distacco, carnalità e non ieraticità, come inteso nel topos della Donna celebrata dagli altri Minnesänger, risulta però sempre “cortese”, anche se tributato ad una ragazza popolana, che non diviene mai “gioco”, “sfogo”, “capriccio passeggero” di un nobile annoiato ed in cerca di facili avventure lontano dalla corte.

Resta invece l’Amore come legame autentico, cavalleresco da parte dell’Uomo, ma leale, devoto, pulito nell intenzioni ed “alla pari” da parte della Donna che lo ricambia.

Lo studioso G. Zamboni, che ben ripercorre questa evoluzione nel Minnesäng, ripropone la tripartizione già delineata dal Neumann in hohe Minne ( amore spirituale o intellettuale), nedere Minne (amore sensuale) e echte Leben ( Amore ricambiato, psicologico,reale), applicando quest’ultimo alla sensibilità specifica dei Canti di W. von der W.

“”Qualcuno mi può dire che cos’è l’amore? / Ne so qualcosa, ma ne vorrei sapere di più. / Chi ne capisce più di me / mi insegni perché fa tanto male. / L’amore è amore se fa bene. / Se fa male, non è giusto che si chiami amore. / E io non so come si possa allora chiamare. / Se riesco a indovinare esattamente / che cos’è l’amore, dite tutti: ‘Sì!’. / L’amore è la gioia di due cuori: / se essi condividono in parti eguali, allora l’amore c’è. / Se invece non c’è condivisione, / allora un cuore da solo non lo può contenere. / Ah, se solo tu volessi aiutarmi, mia signora”.

Non tutti gli studiosi ed i critici sono concordi nell’interpretare questa famosa strofa ed altri canti di W. von  der W. come un “superamento” o originale evoluzione del concetto d’amor cortese, valutando che la tematica classica dell’amore non corrisposto o del servizio d’amore dimorano comunque nei Minne del poeta.

Riguardo, invece, i temi politici, W.  von der  W. diviene anche cantore civile tra i primi, o forse il primo.

Egli mantenne sempre fede  al proprio schierarsi come difensore dell’imperatore durante le lotte con il papato e strenuo sostenitore dell’autonomia e della sovranità assoluta dell’imperatore.

Benedetto Croce definisce con sicurezza W. der von W. quale cantore innanzitutto politico, quindi maestro del cosiddetto Sangspruchdichtung( poesia di genere didascalico-politico).

In effetti ci resta un canto , uno Sprüche (sentenza), nel quale il poeta si descrive in una certa posizione, esprimendo un preciso “programma” sociale : “Sedevo su di un masso / con le gambe accavallate. / Su una gamba appoggiai un gomito. / Sulla mano avevo posato / il mento e una guancia. / Così riflettei molto intensamente / su come si debba vivere a questo mondo. / Non seppi trovare alcun consiglio / su come ottenere tre cose, / senza che una vada persa. / Due di queste sono l’onore e i beni terreni, / che spesso si danneggiano a vicenda: / la terza è la grazia di Dio, / che è molto più importante delle altre due. / Io vorrei che fossero tutte nello stesso scrigno: / ma purtroppo non è possibile / che i beni e l’onore nel mondo / e la grazia di Dio in aggiunta / si riuniscano nello stesso cuore. / La loro strada è sbarrata: / la slealtà è in agguato, / la violenza è per le vie, / la pace e il diritto sono feriti gravemente. / Se questi due non guariscono, quelle tre non potranno essere difese”.

Riguardo questo tipo di componimento è bene ricordare che:” W. ha dato al genere dello Spruch, la ‘sentenza’, la sua forma definitiva, modificandone la struttura sul modello del Minnelied, la canzone d’amore, e conferendogli dignità letteraria e prestigio sociale. Lo Spruch waltheriano è prevalentemente a strofa unica. Tre i temi principali che ricorrono negli Sprüche: la politica, la religione, la vita di Walther. Uno Spruch può essere dedicato a uno solo di questi temi, ma a volte tutti e tre i temi ricorrono all’interno dello stesso componimento. Come è stato osservato, quando W. attacca duramente in un suo Spruch la politica del papa e la corruzione del clero, questo ha a che fare tanto con la religione quanto con la politica.

Al centro della sua poesia politica c’è il Reich, l’Impero, entità politica suprema il cui potere discende da Dio. Nella Reichsdichtung, la ‘poesia dedicata all’Impero’, W. affronta il problema di chi sia più degno di rivestire questo potere, e interviene sul tema dello scontro fra Impero e papato.

Alla Reichsdichtung si affianca la Herrendienstdichtung, la ‘poesia al servizio di un signore’, genere che può naturalmente sovrapporsi fino a coincidere con il precedente, nel caso in cui il signore di cui si parla nel componimento sia il re ovvero l’imperatore.

Un ottimo esempio di come i temi finora menzionati possano coesistere e interagire fra loro lo fornisce proprio il celebre Spruch citato qui in apertura. Gli studiosi concordano nel considerarlo l’inizio di un ciclo di tre Sprüche che insieme sono conosciuti con il nome di Reichston, ‘componimento sull’Impero’. Alle riflessioni sul mondo, decisamente pessimistiche, che W. fa sedendo “su un masso” nel primo Spruch (Ich saz ûf eime steine), fa seguito nel secondo (Ich hôrte ein wazzer diezen, ‘Ho sentito mormorare una fonte’) un esplicito appello a Filippo di Svevia affinché si faccia incoronare imperatore; il terzo Spruch (Ich sah mit mînen ougen, ‘Ho visto con i miei occhi’) culmina infine in una dura denuncia delle responsabilità della Chiesa per le divisioni all’interno dell’Impero e in un attacco al papa, “troppo giovane” per poter dirigere le sorti della cristianità.

Il Reichston è quindi databile con precisione, giacché W. allude allo scontro fra i due imperatori eletti nell’anno 1198, Filippo di Svevia e il guelfo Ottone di Brunswick, e al ruolo svolto dal papa, Innocenzo III, eletto anch’egli, pur essendo il più giovane fra i cardinali riuniti in conclave, nel 1198. La composizione del secondo Spruch in particolare va fatta risalire al periodo che va dall’elezione di Filippo (8 marzo 1198) alla sua incoronazione (8 settembre 1198)” ( www.treccani.it).

Nella sua produzione dell’ultimo ventennio di vita, le sue poesie sono infatti in prevalenza Sprüche, poesie di tema politico ma anche  etico personale , che riflettono la malinconia per la perdita della giovinezza, le tribolazioni della vecchiaia,il rimpianto per le cose e l’età perduta,le fatiche di una vita instabile e senza dimora.

Per terminare il complesso studio della lirica e della poetica dell’autore, va certamente citata qualche informazione di tipo filologico, che mettono in rilievo anche  il motivo per cui W. von der W. fu riscoperto in piena epoca nazionalsocialista :” Per quel che riguarda invece i tipi di tradizione manoscritta delle opere di W., il germanista tedesco Thomas Bein ne ha identificati tre: raccolte di testi di autori vari con il nome degli autori; raccolte di testi di autori vari senza il nome degli autori; tradizione frammentaria e sparsa.

Al primo tipo appartengono i tre manoscritti ai quali dobbiamo gran parte delle nostre conoscenze della lirica tedesca medievale, i quali vengono convenzionalmente indicati dagli studiosi con le sigle A, B e C. Il più antico fra questi, A, ovvero il Codex Palatinus Germanicus 357, risale nella sua parte principale agli anni fra il 1270 e il 1280. L’ordine di apparizione dei Minnesänger all’interno del manoscritto è indicatore del loro prestigio, così come lo è il numero di strofe trascritte: la sezione più grande (centocinquantuno strofe) è dedicata appunto a W., quarto poeta in ordine in trascrizione.

Ancora più imponente è la sezione dedicata a W. all’interno di C, il Codex Palatinus Germanicus 848 (meglio noto come Codice Manesse dal nome della famiglia zurighese che lo avrebbe commissionato), il più celebre fra i manoscritti che documentano la letteratura tedesca medievale, che viene fatto risalire alla prima metà del sec. XIV. Ben quattrocentoquarantasette strofe, con il Leich in aggiunta, fanno di C la più grande raccolta manoscritta di componimenti di Walther.

Per il periodo che va dalla seconda metà del sec. XIV in poi le testimonianze manoscritte di W. si fanno invece rare e hanno carattere prevalentemente frammentario.

Tra i primi a riconoscere e a proclamare la grandezza di W. come Minnesänger fu uno dei massimi autori della letteratura tedesca medievale, Gottfried von Straßburg, che nel suo Tristan cita W. come “l’usignolo di Vogelweide” (Nachtigall von der Vogelweide) e ne tesse le lodi.

La ricezione moderna di W. comincia con la fondamentale edizione critica (dei soli testi senza notazioni musicali) ad opera di Karl Lachmann, pubblicata per la prima volta nel 1827 e tutt’oggi punto di riferimento della filologia waltheriana.

La rilettura in chiave nazionalistica della letteratura medievale andatasi affermando in Germania (ma non solo in Germania) nella seconda metà dell’Ottocento attirò su W. l’attenzione anche di un pubblico non specialistico. Le sue riflessioni sull’idea dell’Impero contenute nella già ricordata Reichsdichtung, ovviamente estrapolate dal loro originario contesto politico e culturale, furono prese a pretesto per una visione di W. quale ‘eroe della nazione tedesca’, visione a cui non è estraneo il monumento di W. di cui si è detto. Non potrà sorprendere che questo ‘culto’ di W. abbia raggiunto la sua forma estrema durante il regime nazionalsocialista.

Di tutt’altra natura, anche da un punto di vista politico, la ricezione di W. verificatasi in anni a noi più vicini. La maggiore enfasi data nella ricerca alla figura di W. in qualità di ‘cantore’, oltre che come ‘autore’, è stata fonte di ispirazione per una generazione di artisti che si sono chiamati in Germania Liedermacher, in Italia ‘cantautori’.

In questo ambito si è distinto proprio un cantautore italiano, Angelo Branduardi, che in uno dei suoi album di maggiore successo, Alla fiera dell’est (1976), ha proposto una propria versione del già citato Under der Linden2 ( www. Treccani.it).

A completamento di queste note critiche, mi pare opportuno citare e riportare in questa sede l’interessante studio di  R. Tartaglione:” i Tedeschi in Sicilia”.

I Tedeschi in Sicilia

Ipotesi riguardo alle influenze della lirica tedesca medievale sulla nascita della Scuola Poetica Siciliana

Attorno a Federico II roteava una cerchia aristocratica fatta di nobiltà germanica, italica e araba alla quale faceva riscontro una serie di potenzialità linguistiche che a corte trovavano spazio.
Non a caso dell’Imperatore stesso ci restano alcune poesie in siciliano, un’opera in latino e alcune lettere in arabo; non è poi inverosimile ritenere che conoscesse il francese e il provenzale oltre che naturalmente la sua lingua madre, il tedesco.
Questa eterogeneità culturale della corte rende quindi complicata la ricerca delle componenti che possono aver influenzato la nascita della poesia siciliana. Certo, l’elemento arabo è stato fondamentale per quel che riguarda gli studi filosofici e matematici; la cultura letteraria latina è presente specialmente nella produzione cancelleresca; trovatori e trovieri provenzali e francesi, poi, sono certo stati lo stimolo principale per la creazione della lirica nella nuova lingua (basti pensare che il Canzoniere Vaticano Latino 3793 si apre con una canzone di Giacomo da Lentini, Madonna dir vo voglio, che è una traduzione di A vos, midontç, voill retrair’ en cantan di Folchetto da Marsiglia). E se è legittimo discutere sui modi in cui questa tradizione transalpina sia penetrata fino in bassa Italia (giacché Federico II sembra non aver mai nutrito grande simpatia per i poeti provenzali e francesi), è certo comunque che la lirica provenzale penetrasse nella corte federiciana da ogni parte.
Nonostante quindi la prevalenza dell’elemento provenzale nella poesia delle origini, viene da domandarsi se non ci siano state altre fonti di ispirazione per l’iniziativa della Scuola Poetica Siciliana che, nata e voluta dall’imperatore stesso, si pone su un piano culturale completamente diverso dalla poesia d’amore transalpina e fa parte integrante della nuova idea di Stato centralista sognato da Federico.
E se Federico era tedesco, e suo padre aveva perfino poetato in tedesco, non è illogico pensare che anche la poesia in mittelhochdeutsch dei Minnesänger possa aver avuto un suo ruolo nella nascita della lirica siciliana.

Indubbiamente, nel medioevo, fra le genti di lingua neolatina l’immagine dei tedeschi non godeva di buona reputazione: questi sentimenti ostili (magari non più di orrore come ai tempi dei Longobardi, ma comunque di malcelato disprezzo) derivavano dal fatto che quei popoli di lingua germanica erano i barbari che, qualche secolo prima, avevano sconvolto l’Europa e con le invasioni avevano messo in ginocchio il già decrepito impero romano.

Se il massimo poeta tedesco del Duecento, Walther von der Vogelweide, scrive questi versi, è chiaro che vuole manifestare il suo risentimento per la scarsa considerazione e ammirazione che la sua gente e la sua lingua suscitano presso gli stranieri:

Tiusche man sint wol gezogen,
rehte als engel sint diu wîp getân.
Swer si schildet, derst betrogen:
ich enkan sîn anders niht verstân.
Tugent und reine minne,
swer die suochen wil,
der sol komen in unser lant:
dâ ist wünne vil!
lange müeze ich leben dar inne !
Gli uomini tedeschi si presentano bene
proprio come gli angeli son fatte le donne:
chi li denigra è pazzo,
altrimenti non trovo altra spiegazione.
Virtù e fino amore
chi vuol trovarli
deve venire nella nostra terra:
qui sì che c’è la vera cortesia!
Ah, a lungo vorrei vivere io qui

Non è improbabile fra l’altro che con questi versi Walther volesse rispondere a quegli altri, assai poco carini, scritti dal trovatore Peire Vidal che, a proposito della poesia germanica dice:

Almans trob deschauzitz e vilas
e quan negus se fen desser cortes
ira mortals et dols et enois es
I tedeschi poetano male e villanamente
e quando provano a esser cortesi
provocano ira mortale, dolore e noia

E che dire poi del poeta Neidhart che in una sua canzone di crociata, oltre a lamentare le fatiche e le insidie della spedizione, deve anche difendersi dall’atteggiamento degli stranieri verso la sua lingua e la sua cultura?
Infatti il poveretto è costretto a scrivere:

Gegen der wandelunge
wol singent elliu vogelîn
den vriunden mîn
den ich gerne sunge
des sî mir alle sagten danc;
ûf mînen sanc:
ahtent hie die Walhen niht:
so wol dir, diutschiu zunge!
A primavera cantano gli uccellini
ai miei amici,
ai quali io canterei volentieri,
e loro mi ringrazierebbero.
Ma sul mio canto
non si commuovono gli stranieri.
Che tu sia benedetta, oh lingua tedesca!

Eppure, nonostante lo scarso consenso dell’opinione pubblica verso la poesia in lingua tedesca, è probabile che alla corte di Federico II i versi in mittelhochdetsch circolassero almeno nella stessa misura di quelli francesi e provenzali.
Infatti c’è da dire che l’Imperatore non aveva simpatia per trovatori e trovieri (tant’è vero che abbiamo pochissime documentazioni della loro presenza nella corte federiciana) mentre invece sappiamo con certezza che, figlio di Enrico VI che aveva poetato in tedesco, ebbe rapporti stretti almeno con quel Walther von der Vogelweide di cui si diceva sopra.
E il poeta infatti gli dedica questo Spruch (poesia breve che va recitata e non cantata) in cui, con quello che oggi chiameremmo forse servilismo o leccapiedismo, lo ringrazia per il dono di un castello in Germania.

Ich hân mîn lêhen, al die werlt, ich hân mîn lêhen.
Nû entfürhte ich niht den hornunc an die zêhen,
und will alle boese hêrren dester minre flêhen.

Der edel künec, der milte künec hât mich berâten,
daz ich den sumer luft und in dem winter hitze hân.
Mîn nâhgeburen dunke ich verre baz getân:
Sie sehent mich niht mêr an in butzen wîs als sî wîlent tâten.

Ich bin ze lange arm gewesen ân mînen danc.
Ich was sô voller scheltens daz mîn âten stanc:
Daz hât der künec gemachet reine, und dar zuo mînen sanc.

Che vuol dire: Ho il mio podere, ascoltatemi tutti, ho il mio feudo! Ora non avrò più paura del freddo invernale che mi gelava i piedi e non dovrò più supplicare signori malvagi! Il nobile re, il re generoso, ha permesso che io potessi avere aria d’estate e caldo d’inverno. Ora appaio ai miei vicini con un aspetto decisamente migliore: non mi guardano più come uno spettro, cosa che hanno fatto fino a poco tempo fa. Sono stato povero, mio malgrado, per troppo tempo! Ero così pieno di livore che mi puzzava il fiato. Il re ha fatto in modo che tornasse pulito: e così il mio canto.

Ma è certo anche che altri Minnesänger abbiano fatto parte, almeno per qualche tempo, della cerchia imperiale: Burkhart von Hohenfels nel 1216 è a Ulm al seguito di Federico II e successivamente farà parte della cerchia del figlio di lui Enrico VII; e sempre alla corte di Enrico VII c’è Götfrit von Nifen, di discendenza sveva, figlio di un certo Enrico che aveva fatto parte della cerchia federiciana partecipando alla crociata del 1228.
E ancora abbiamo testimonianza del Markgrave von Hohenburg: forse si tratta di Berthold, paggio della corte federiciana nel 1234, forse del padre di lui, Diepold, consigliere di Federico intorno al 1220.

Minnesänger che fanno parte della cerchia imperiale non sono comunque i soli che possono aver avuto contatti con il mondo poetico siciliano. Senza soffermarci sui casi individuali di poeti tedeschi che capitano in Italia occasionalmente (come Ulrich von Liechtenstein) vale comunque la pena ricordare il ruolo dell’Italia meridionale come “porta d’oriente” e come porto per la partenza dei crociati diretti in Palestina.
Esiste infatti tutto un filone di “liriche di crociata” e di “canzoni di Puglia” in cui i Minnesänger ci narrano dei loro viaggi, della loro fede religiosa e dei loro sentimenti. Certo si tratta di un “genere” e così non possiamo mai essere sicuri che i narranti abbiano davvero fatto i viaggi di cui parlano.
Ma almeno siamo piuttosto sicuri che Tannhäuser alla crociata partecipò davvero, non fosse altro per come se ne lamenta: Wol imi, der nu beizen sol zu Pülle uf dem gevilde!
(e cioè: beato chi se ne può andare a caccia col falcone, in Puglia!)

Ma insomma, in che cosa possono aver influito i tedeschi sulla nascita della poesia siciliana?
Non certo per il lessico, incompatibile con quello di una lingua neolatina.
Non per i contenuti che, per quanto talvolta analoghi, mostrano queste analogie solo per una comune dipendenza dalla volontà imperiale.
Resta perciò solo una relazione di tipo strutturale e tecnica riferita in particolare alla ricchezza dell’impianto rimico dei versi: e in particolare a una evidente predilezione per strutture strofiche impostate su rima abc/abc (propria questa dei siciliani e dei soli poeti tedeschi che ruotavano nelle corti Hohenstaufen). Una influenza di tipo mnemonico-musicale che non trova invece corrispondenze nella lirica francese e provenzale e perfino scarse corrispondenze nelle poesie di Minnesänger di ambienti diversi da quello imperiale.

Se poi a questi collegamenti verificabili vogliamo aggiungere l’ipotesi che il sonetto sia l’evoluzione dello Spruch (il componimento come quello di Walther von der Vogelweide riportato sopra), breve e non musicato, possiamo farlo, ma senza avere nessuna prova concreta del fatto.

Né varrà la pena di considerare una prova di influenza germanica l’unico testo di poesia in mittelhochdeutsch sostanzialmente tradotto in italiano, la poesia ich zôch mir einen valken, versi del XII secolo del Sire di Kürenberc (il testo l’abbiamo già trascritto in un vecchio Matdid, ma per completezza lo riportiamo anche qui):

Ich zôch mir einen valken mêre danne ein jâr,
dô ich in gezamete als ich in wolte hân
und ich im sîn gevidere mit golde wol bewant,
er huop sich ûf vil hôhe und fluog in anderiu lant.
Sît sach ich den valken schône fliegen:
er fuorte an sînen fuoze sîdîne riemen,
und was im sîn gevidere alrôt guldîn,
got sende si zesamene die gerne geliep wellen sîn.

(traduzione nostra): Allevai un falco per più di un anno e riuscii ad ammaestrarlo proprio come lo volevo avere; e gli ornai le penne con l’oro. Ma lui si alzò e volò in un’altra terra. Rividi il falco che volava bellamente: portava alle zampe geti di seta e aveva le sue penne tutte rosse d’oro. Dio riunisca gli amanti che vogliono stare
assieme.

Nel codice Vaticano 3793, tra le rime attribuite a Pacino da Firenze, troviamo questo sonetto di un anonimo del XIII secolo:

Tapina ahimè, ch’amava uno sparvero:
amaval tanto ch’io me ne moria;
a lo richiamo ben m’era manero,
e dunque troppo pascer nol dovia.

Or è montato e salito sì altero,
as[s]ai più alto che far non solia,
ed è asiso dentro a uno verzero:
un’altra donna lo tene in balìa.

Isparvero mio, ch’io t’avea nodrito,
sonaglio d’oro ti facea portare
perché dell’uc[c]ellar fosse più ardito:

or se’ salito sì come lo mare,
ed ha’ rotti li geti e se’ fug[g]ito,
quando eri fermo nel tuo uc[c]ellare.

Si tratta senza dubbio di una traduzione, o meglio, di un rifacimento poetico, del testo tedesco (troppe le analogie anche strutturali per pensare solo a una ispirazione
comune).
Tuttavia se il caso rimane curioso, e ancor più interessante può considerarsi per il fatto che dai versi tedeschi si sia ricavato un sonetto, non c’è motivo di pensare che appartenga alla tradizione della Scuola Poetica Siciliana. www.scudit.net/mdfederico_tedeschi1.htm

Scelta di poesie

Fro Welt, ir sult dem wirte sagen

Fro Welt, ir sult dem wirte sagen

daz ich im gar vergolten habe.

min groziu gülte ist abe geslagen,

daz er mich von dem brieve schabe.

swer ime iht sol, der mac wol sorgen.

e ich im lange schuldic waere, ich wolt e zeinem juden borgen.

er swiget unz an einen tac:

so wil er danne ein wette han, so jener niht vergelten mac.

“Walther, du zürnest ane not,

du solt bi mir beliben hie.

gedenke wie ich dirz erbot,

waz ich dir dines willen lie,

als dicke du mich sere baete.

mir was vil innecliche leit daz du daz ie so selten taete.

bedenke dich, din leben ist guot.

so du mir rehte widersagest, so wirst du niemer wol gemuot.”

Fro Welt, ich han ze vil gesogen,

ich wil entwonen, des ist zit.

din zart hat mich vil nach betrogen,

wand er vil süezer fröiden git.

do ich dich gesach reht under ougen,

do was din schoene an ze schouwen wünneclich al sunder lougen.

doch was der schanden alse vil,

do ich dich hinden wart gewar, daz ich dich iemer schelten wil.

“Sit ich dich niht erwenden mac,

so tuo doch ein dinc des ich ger.

gedenke an manegen liehten tac,

und sich doch underwilent her,

niuwan so dich der zit betrage.”

daz taet ich wunderlichen gerne, wan deich fürhte dine lage,

vor der sich nieman kan bewarn.

got gebe iu, frowe, guote naht, ich wil ze herberge varn.

Frau Welt, sagt dem Hausherrn,

daß ich ihm alles zurückgezahlt habe.

Meine große Schuld ist beglichen,

er soll mich von der Liste streichen.

Wer ihm noch etwas zu bezahlen hat, der möge sich Sorgen machen.

Ehe ich ihm noch etwas schuldig wäre, würde ich mir eher beim Juden etwas borgen.

Er schweigt zu uns bis an jenem Tag,

an welchem er die Strafe austeilt, wenn jener nicht bezahlen kann.

“Walther, du bist ohne Grund zornig,

bleibe doch hier bei mir.

Erinnere dich, was ich dir erwies,

egal wie häufig du mich darum gebeten hast.

Mir tat es aufrichtig Leid, daß du das nur so selten tatest.

Erinnere dich, dein Leben war gut.

Wenn du bei mir wirklich aufkündigst, wirst du nie mehr frohen Mutes sein.”

Frau Welt, ich habe zu gut gelebt,

es ist Zeit, daß ich mich entwöhne.

Deine Zärtlichkeit hat mich beinahe getäuscht,

denn sie gibt viele süße Freuden.

Als ich dich im rechten Lichte betrachtete,

da war deine Schönheit – ohne zu leugnen – in großer Wonne anzusehen.

Doch da war ebenso sehr die Schande

als ich deine Rückseite erblickte, daß ich dich immer tadeln werde.

“Wenn ich dich schon nicht mehr abhalten kann,

so erfülle mir doch noch eine Bitte.

Erinnere dich an manchen schönen Tag,

und sieh bisweilen her,

ohne, daß dir die Zeit langweilig wird.”

Das tät ich außerordentlich gerne, wenn ich nicht deine Falle fürchten würde,

der niemand entgehen kann.

Gott schenke Euch, Herrin, eine gute Nacht, ich will ein Nachtlager aufsuchen.

Ich saz ûf eime steine

Ich saz ûf eime steine
und dahte bein mit beine.
dar ûf satzt ich den ellenbogen.
ich hete in mîne hant gesmogen
5 daz kinne und ein mîn wange.
dô dahte ich mir vil ange,
wie man zer welte solte leben.
deheinen rât kond ich gegeben,
wie man driu dinc erwurbe,
10 der keinez niht verdurbe.
diu zwei sint êre und varnde guot,
daz dicke ein ander schaden tuot:
daz dritte ist gotes hulde,
der zweier übergulde.
15 diu wolte ich gerne in einen schrîn:
jâ leider desn mac niht gesîn,
daz guot und weltlich êre
und gotes hulde mêre
zesamene in ein herze komen.
20 stîg unde wege sint in benomen:
untriuwe ist in der sâze,
gewalt vert ûf der strâze,
fride unde reht sint sêre wunt.
diu driu enhabent geleites niht,
25 diu zwei enwerden ê gesunt.

Ich horte ein wazzer diezen

Ich horte ein wazzer diezen
und sach die vische fliezen;
ich sach swaz in der welte was,
velt, walt, loup, ror unde gras.
5 swaz kriuchet unde fliuget
und bein zer erde biuget,
daz sach ich, unde sage iu daz:
der keinez lebet ane haz.
daz wilt und daz gewürme
10 der stritent starke stürme;
sam tuont die vogel under in,
wan daz si habent einen sin:
si duhten sich ze nihte,
si enschüefen starc gerihte.
15 si kiesent künege unde reht,
si setzent herre unde kneht.
so we dir, tiuschiu zunge,
wie stet din ordenunge!
daz nu diu mugge ir künec hat,
20 und daz din ere also zergat!
bekera dich, bekere,
die cirkel sint ze here,
die armen künege dringent dich.
Philippe setze en weisen uf,
25 und heiz si treten hinder sich!

Ich sach mit minen ougen

Ich sach mit minen ougen
manne und wibe tougen,
daz ich gehorte und gesach
swaz iemen tet, swaz iemen sprach.
5 ze Rome horte ich liegen
und zwene künege triegen.
da von huop sich der meiste strit
der e was oder iemer sit,
do sich begunden zweien
10 die pfaffen unde leien.
daz was ein not vor aller not,
lip und sele lac da tot.
die pfaffen striten sere,
doch wart der leien mere.
15 diu swert diu leiten si dernider,
und griffen zuo der stole wider.
si bienen die si wolten
und niht den si solten.
do storte man diu goteshus.
20 ich horte verre in einer klus
vil michel ungebaere;
da weinte ein klosenaere,
er klagete gote siniu leit:
“Owe der babest ist ze junc;
25 hilf, herre, diner kristenheit!”

Ich saß auf einem Stein

Ich saß auf einem Stein
und schlug ein Bein über das andere.
Darauf legte ich den Ellenbogen.
Ich hatte in meine Hand
5 das Kinn und meine eine Wange geschmiegt.
So dachte ich mit ängstlicher Sorgfalt,
wie man auf der Welt leben sollte.
Ich wusste keinen Rat zu geben,
wie man drei Dinge erwürbe,
10 von denen keines zu Schaden komme.
Zwei sind Ansehen und fahrendes Gut,
die sich häufig einander schädigen:
das dritte ist Gottes Gnade,
die mehr wert als die zwei anderen ist.
15 Diese wollte ich gerne in einen Schrein beisammen haben.
Führwar kann es leider nicht geschehen,
dass Besitz und Ansehen in der Welt
noch dazu Gottes Gnade
zusammen in ein Herz kommen.
20 Steg und Weg sind ihnen genommen:
Treulosigkeit lauert im Hinterhalt,
Gewalt herrscht auf der Straße,
Friede und Recht sind sehr wund:
Die drei haben keinen Schutz,
25 bevor die zwei nicht gesund werden.

Ich hörte einen Fluss rauschen

Ich hörte einen Fluss rauschen
und sah die Fische schwimmen;
ich sah alles, was es auf der Welt gab,
Feld, Wald, Laub, Röhricht und Gras.
5 Alles, was kriecht und fliegt
und die Beine auf die Erde setzt,
das sah ich und sage Euch folgendes:
Keines von ihnen lebt ohne Feindschaft.
Die wilden Tiere und die Kriechtiere,
10 die fechten heftige Kämpfe aus;
ebenso machen es die Vögel untereinander,
nur daß sie in einem Punkt Vernunft haben:
sie kämen sichfür nichts vor,
wenn sie nicht ein starkes Gericht geschaffen hätten.
15 Sie wählen Könige und Ordnungen,
sie bestimmen Herren und Knechte.
Doch wehe dir, deutsches Volk,
wie steht es mit deiner Rechtsordnung!
Dass nun die Mücke ihren König hat,
20 und daß deine Würde so zu Grunde geht!
Kehre um, kehre um,
die Kronreife sind zu mächtig,
die kleinen Könige dringen auf dich ein.
Philipp setzte den Waisen auf,
25 und befiehl ihnen zurückzutreten.

Ich sah mit meinen Augen

Ich sah mit meinen Augen
der Männer und der Frauen Heimlichkeiten,
so daß ich alles hörte und erblickte,
was auch immer einer tat, was auch immer einer sprach.
5 In Rom hörte ich lügen
und wie man zwei Könige betrog.
Davon erhob sich der heftigste Kampf,
der jemals war oder je wieder sein wird,
als sich Pfaffen und Laien
10 in zwei Parteien zu spalten begannen.
Das war ein Bedrängnis vor allen anderen Bedrängnissen:
Leib und Seele lagen da tot.
Die Pfaffen kämpften heftig,
aber die Laien kamen in die Übermacht.
15 Da legten sie die Schwerter nieder
und griffen wieder zu der Stola.
Sie bannten die, die sie zu bannen wünschten,
und nicht den, den sie hätten bannen müssen.
Da zerstörte man die Kirchen.
20 Ich hörte fern in einer Klause
gar großes Wehklagen;
da weinte ein Klausner,
er klagte Gott sein Leid:
“O weh, der Pabst ist zu jung;
25 hilf, Herr, deiner Christenheit!”

Owe war sint verswunden

Walther von der Vogelweide

Owê war sint verswunden alliu mîniu jâr!

ist mir mîn leben getroumet, oder ist ez wâr?

daz ich je wânde ez wære, was daz allez iht?

dar nâch hân ich geslâfen und enweiz es niht.

nû bin ich erwachet, und ist mir unbekant

daz mir hie vor was kündic als mîn ander hant.

liut unde lant, dârinne ich von kinde bin erzogen,

die sint mir worden frömde reht als ez sî gelogen.

die mîne gespilen wâren, die sint træge unt alt.

vereitet is daz velt , verhouwen ist der walt:

wan daz daz wazzer fliuzet als ez wîlent flôz,

für wâr mîn ungelücke wande ich wurde grôz.

mich grüezet maneger trâge, der mich bekande ê wol.

diu welt ist allenthalben ungenâden vol.

als ich gedenke an manegen wünneclîchen tac,

die mir sint enpfallen als in daz mer ein slac,

iemer mêre ouwê.

Owê wie jæmerlîche junge liute tuont,

den ê vil hovelîchen ir gemüete stuont!

die kunnen niuwan sorgen: wê wie tuont si sô?

swar ich zer werlte kêre, dâ ist nieman vrô:

der jugende tanzen, singen zergât mit sorgen gar:

nie kein kristenman gesach sô jæmerliche schar.

nû merkent wie den vrouwen ir gebende stât:

die stolzen ritter tragent an dörpellîche wât.

uns sint unsenfte brieve her von Rôme komen,

uns ist erloubet trûren und vreude gar benomen.

daz müet mich inneclîchen (wir lebeten ie vil wol)

daz ich nû für mîn lachen weinen kiesen sol.

die vogele in der wilde betrüebet unser klage:

waz wunders ist ob ich dâ von an vreuden gar verzage?

ôwê waz spriche ich tumber man durch mînen bœsen zorn?

swer dirre wünne volget, hât jene dort verlorn,

iemer mêre ouwê.

Owê wie uns mit süezen dingen ist vergeben!

ich sihe die bittern gallen in dem honege sweben:

diu werlt ist ûzen schœne, wîz grüene unde rôt,

und innân swarzer varwe, vinster sam der tôt.

swen si nû habe verleitet, der schouwe sînen trôst:

er wirt mit swacher buoze grôzer sünde erlôst.

dar an gedenkent, ritter: ez ist iuwer dinc,

ir traget die liehten helme und manegen herten rinc,

dar zuo die vesten schilte und diu gewîhten swert.

wolte got, wan wære ich der segenunge wert!

sô wolde ich nôtic armman verdienen rîchen solt.

joch meine ich niht die huoben noch der hêrren golt:

ich wolte sælden krône êweclîchen tragen:

die mohte ein soldenære mit sîme sper bejagen.

möht ich die lieben reise gevarn über sê,

sô wolte ich denne singen “wol” und niemêr mêre “ouwê”,

niemer mêre ouwê.

Under der linden

Under der linden
an der heide,
dâ unser zweier bette was,
Dâ muget ir vinden
schône beide
gebrochen bluomen unde gras.
Vor dem walde in einem tal,
tandaradei,
schône sanc diu nahtegal.

Ich kam gegangen
zuo der ouwe:
dô was mîn friedel komen ê.
Dâ wart ich empfangen,
hêre frouwe,
daz ich bin saelic iemer mê.
Kuster mich? wol tûsentstunt:
tandaradei,
seht wie rôt mir ist der munt.

Dô het er gemachet
alsô rîche
von bluomen eine bettestat.
Des wirt noch gelachet
inneclîche,
kumt iemen an daz selbe pfat.
Bî den rôsen er wol mac,
tandaradei,
merken wâ mirz houbet lac.

Daz er bî mir laege,
wessez iemen
(nu enwelle got!), sô schamt ich mich.
Wes er mit mir pflaege,
niemer niemen
bevinde daz, wan er und ich.
Und ein kleinez vogellîn:
tandaradei,
daz mac wol getriuwe sîn.

Übertragung

Unter der Linde,
auf der Wiese,
dort wo das Bett von uns zweien war,
da könnt ihr sehen,
liebevoll gebrochen,
Blumen und Gras.
Vor einem Wald in einem Tal,
tandaradei,
sang schön die Nachtigall.

Ich kam gegangen
zu der Wiese:
Mein Geliebter war schon vor mir da.
Und so begrüßte er mich,
heilige Jungfrau,
daß ich darüber für immer glücklich bin.
Ob er mich küßte? Sicherlich tausendmal:
tandaradei,
seht, wie rot mein Mund ist.

Er hatte aus
Blumen ein herrliches
Bett hergerichtet.
Darüber wird sich jeder von Herzen
freuen,
der dort vorübergeht.
An den Rosen kann er noch gut,
tandaradei,
erkennen, wo mein Kopf lag.

Daß er mit mir schlief,
wüßte das jemand
(nein bei Gott!), dann schämte ich mich.
Was er mit mir tat,
niemand jemals soll das
wissen außer ihm und mir.
Und jenem kleinen Vogel:
tandaradei,
der wird sicherlich verschwiegen sein.

Ich han min lehen…

Ich hân mîn lêhen, al die werlt, ich hân mîn lêhen.

Nû entfürhte ich niht den hornunc an die zêhen,

und will alle boese hêrren dester minre flêhen.

Der edel künec, der milte künec hât mich berâten,

daz ich den sumer luft und in dem winter hitze hân.

Mîn nâhgeburen dunke ich verre baz getân:

Sie sehent mich niht mêr an in butzen wîs als sî wîlent tâten.

Ich bin ze lange arm gewesen ân mînen danc.

Ich was sô voller scheltens daz mîn âten stanc:

Daz hât der künec gemachet reine, und dar zuo mînen sanc.

Ho il mio podere, ascoltatemi tutti, ho il mio feudo! Ora non avrò più paura del freddo invernale che mi gelava i piedi e non dovrò più supplicare signori malvagi! Il nobile re, il re generoso, ha permesso che io potessi avere aria d’estate e caldo d’inverno. Ora appaio ai miei vicini con un aspetto decisamente migliore: non mi guardano più come uno spettro, cosa che hanno fatto fino a poco tempo fa. Sono stato povero, mio malgrado, per troppo tempo! Ero così pieno di livore che mi puzzava il fiato. Il re ha fatto in modo che tornasse pulito: e così il mio canto.

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