La politica agraria del Nazionalsocialismo

Articolo apparso sulla rivista Berichte über Landwirtschaft (Indagini sull’agricoltura) – ML

La politica agraria ed alimentare del Nazionalsocialismo parte da un duplice ordine di constatazioni: 1) tutti i popoli che hanno perduto i loro ceti rurali sono finora andati in rovina; 2) un popolo è veramente libero politicamente solo quando è capace di ottenere dal proprio suolo, anche in periodi di emergenza, una abbondante alimentazione.

Secondo la concezione nazionalsocialista, le cui fondamenta vennero elaborate scientificamente, nei suoi noti scritti, dal Capo dei rurali del Reich S. K. Darrè, le categorie contadine sono la fonte vitale della razza nordica. Ciò è dimostrato non soltanto dalla storia, ma dallo stesso più recente passato del popolo tedesco. La crisi che precedette la conquista del potere era sboccata in un acutissimo regresso nel numero delle nascite. Mentre infatti i nati vivi ammontavano in media a 2.010.626 per il quinquennio 1901-1905, nel 1922 erano appena 975 mila. Questa straordinaria diminuzione significava che le nascite più non bastavano nemmeno a conservare lo stesso livello di popolazione. Massimo era il regresso nei centri urbani, e soprattutto nelle grandi città, nelle quali, nel 1933, i nati si ragguagliavano all’I 1,2 ogni 1000 abitanti. Nelle città piccole e medie il rapporto era ancora del 14,5 per mille, e nei Comuni rurali del 18,1 per mille. La campagna si è dunque dimostrata feconda anche nei momenti peggiori della depressione. Il numero dei nati era ivi sempre notevolmente superiore rispetto a quello dei centri cittadini, pur essendo insufficiente a mantenere il popolo rurale nella attuale entità.

Si calcolò allora che se si fosse troncata ogni immigrazione della campagna verso Berlino e se il numero delle nascite in questa metropoli fosse rimasto al medesimo bassissimo livello degli ultimi anni della crisi, essa avrebbe contato, intorno al 2 mila, soltanto 90.000 abitanti.

Con la politica demografica del Nazionalsocialismo il regresso delle nascite è stato arrestato e trasformato in un movimento ascendente, non soltanto in campagna, ma anche nelle città, e persino nelle grandi città tentacolari. Si verificò anche parzialmente il fenomeno che questo accrescimento fu relativamente maggiore in queste ultime che nei Comuni rurali. Sta di fatto però che, malgrado questo aumento, il numero dei nati vivi negli agglomerati urbani è tuttora insufficiente a conservare nel tempo la efficienza delle rispettive popolazioni. Secondo gli ultimi calcoli, nei centri cittadini, con un numero di abitanti da 2000 a 100 mila, le nascite sono ancora inferiori del 2.5 per mille e, nelle grandi città, del 7,4 per mille, per pareggiare le morti. Al contrario, la campagna possiede un’eccedenza di nati pari ad 1,5 per mille.

I pochi dati che abbiamo riportato mostrano che i rurali sono la sorgente viva del popolo tedesco, e hanno anche documentato che al Nazionalsocialismo spetta il vanto di averla salvata, mentre era in pericolo, riuscendo grado a grado a rinforzarla in maniera notevole.

Dal riconoscimento che i ceti contadini sono la forza primigenia della Nazione è derivata la legge del Reich sul podere ereditario, tavola fondamentale del Nazionalsocialismo. Lo stato nazionalsocialista ritiene indispensabile che, attraverso la inalienabilità, sia assicurato l’avvenire di un grande numero di aziende contadine: su ciascuna delle quali deve vivere per sempre un sano ceppo contadino, che, di generazione in generazione, donerà i suoi figli al popolo tedesco. Per raggiungere questa mèta della politica agraria del Nazionalsocialismo servono non solo la legge sul podere ereditario, ma anche tutte le altre provvidenze che in questo campo dal 1933 sono state adottate in Germania.

A fianco dei fondamentali compiti della politica agraria nazionalsocialista e che concernono la razza, stanno gli altri di carattere economico. Secondo la concezione nazionalsocialista l’agricoltura deve riuscire, per quanto possibile, ad alimentare il popolo tedesco con i prodotti del proprio suolo. La Germania non deve più essere affamata, come accadde nella guerra mondiale.

L’annuale eccedenza di derrate importate era allora valutabile in circa 2 miliardi di marchi, ma l’effettiva dipendenza dai mercati esteri era molto superiore. La Germania introduceva non soltanto una straordinaria quantità di derrate, ma anche una grande massa di mangimi per il bestiame, che durante gli anni dal 1911 al 1913 risultò in media di quasi 7 milioni di tonnellate. Ciò ebbe per conseguenza che tutti gli allevamenti erano imperniati in modo decisivo sui foraggi provenienti dall’estero e per questo dovettero rovinare nel momento in cui si fu costretti a fare a meno delle importazioni. Questa forte servitù alimentare della Germania non era affatto conseguenza di condizioni naturali, ma risultato dello sviluppo liberale della economia tedesca nel periodo antecedente la grande guerra. Non si riconobbe la importanza politica della libertà alimentare e mentre si lasciava decadere sempre più la produzione interna, la scomparsa di interi settori della economia agraria, dovuta alla evoluzione della economia liberale mondiale, lasciò indifferenti. In questo modo la Germania perdette nel XIX secolo e nel primo decennio del XX la base stessa della sua industria tessile. La produzione di lana, lino e canapa si ridusse in questo torno di tempo a quantità di nessun conto. Le conseguenze si fecero palesi durante la conflagrazione.

La mancata importazione di mangimi portò a una diminuzione del patrimonio suino, che da 25,3 milioni di capi presenti nell’estate del 1914 si ridusse a 5,7 milioni nella primavera del 1918. Le rese in latte dei bovini si contrassero di circa un terzo. Il peso medio dei bovini da macello diminuì dai 250 chilogrammi di prima della guerra ai 130 del 1918. Ma la più formidabile accusa contro lo spirito liberale venne allora da 800 mila morti, che la Germania non perdette in combattimento, ma vittime del blocco economico e delle funeste conseguenze della fame. Questa amara lezione non potrà essere più dimenticata dal popolo tedesco. Questi 800 mila scomparsi ammoniscono che fra le finalità ed i diritti vitali primordiali di un popolo vi deve essere il rifornimento dei mezzi di sussistenza.

Negli anni immediatamente successivi alla guerra i Governi democratico-marxisti non trassero alcuna conclusione dalla tragica esperienza del periodo bellico.

Tanto più decisa fu invece l’azione del Nazionalsocialismo allorché si mise all’opera. Esso partì dalla convinzione che i principi economici liberali degli ultimi 100 anni si erano dimostrati inadatti ad assicurare una sufficiente alimentazione del popolo tedesco. Respinse quindi queste dottrine che avevano trascinato alla rovina la nazione, per rivolgersi a metodi del tutto nuovi. Con la legge sul Reichsnàhrstand venne effettuata la completa disciplina delle attività alimentari. L’interesse del singolo individuo, sino allora dominante, si assoggettò all’interesse  della  collettività.   Tutte  le  persone  e categorie partecipanti al ciclo della alimentazione, e cioè contadini, agricoltori, lavoratori agricoli, commercianti, mugnai, fornai, macellai, ecc., furono raccolti, dalla legge sopra citata e dalle ordinanze successive, in una grande, unica comunità di lavoro. Nacque così l’organizzazione del mercato nazionalsocialista, la quale garantì ai rurali il collocamento dei loro prodotti a prezzi stabili, proteggendo nel contempo il consumatore contro il rialzo eccessivo dei prezzi. Con quest’ organizzazione vennero gettate le basi per un incremento della produzione agraria. Già nell’autunno del 1934, cioè appena un anno e mezzo dopo la conquista del potere, all’agricoltura tedesca si pose questo imperativo: «produrre di più ed usare il prodotto con più parsimonia». Cominciò allora la battaglia per la produzione, che continua tuttora e che, nella cornice del piano quadriennale, deve essere ulteriormente intensificata. A questa battaglia non è mancato il successo. Benché i consumi alimentari siano fortemente saliti in Germania, per effetto dell’accrescimento naturale degli abitanti e per l’eliminazione dei disoccupati, nonché come conseguenza dell’aumentato reddito sociale, si è riusciti negli ultimi anni a rendere il Paese quasi indipendente dall’estero in fatto di derrate. Per farsi un’idea dell’entità degli ostacoli che si sono dovuti superare per raggiungere questa grande meta, basterà dire, ad esempio, che fra il 1932 e il 1937 il fabbisogno interno è salito del 25% per la farina di frumento, del 24% per lo zucchero, del 34% per la frutta, del 23% per il burro, dell’I 1% per la carne e del 12% per il latte. Ciò malgrado, la Germania può attualmente coprire i propri bisogni alimentari in un rapporto pari all’83%, mentre si era al 75% nel 1932. Per la prima volta dunque, dopo decenni, è riuscito al Nazionalsocialismo di accrescere la produzione agraria con passo più rapido dell’accrescimento dei consumi. Ci basti ancora ricordare, a tal proposito, che l’importazione di foraggi a base amidacea venne diminuita dell’80% e quella degli azotati di circa un terzo. Grandi risultati si è quindi riusciti a realizzare in quello che finora era stato il punto debole della nostra economia alimentare. E ciò, si badi, senza regresso delle produzioni zootecniche, che, al contrario, sono salite di anno in anno. I quantitativi di carne, di latte burro ottenuti negli anni 1937 e 1938 hanno toccato livelli fin qui mai raggiunti. Il popolo tedesco sa però che malgrado questi ottimi risultati della politica agraria ed alimentare del Nazionalsocialismo, lo sforzo non è ancora finito. Gravi compiti attendono ancora i rurali. Ma la tenacia con cui essi vi si sono applicati è sicura garanzia che il futuro sarà dominato con eguale successo. A rendere più ferma questa fiducia è sopraggiunta nel 1938 una prova decisiva. Nelle critiche settimane del settembre, il mondo dovette riconoscere che un blocco alimentare contro la Germania è ormai un’arma spuntata. Il popolo dei campi è fiero di aver aiutato il Führer a realizzare, con mezzi pacifici, le sue grandi mete politiche.

HERBERT BACKE

Sottosegretario di Stato nel Ministero dell’alimentazione e dell’agricoltura

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