Annette von Droste-Hülshoff

a cura di Barbara Spadini

Anna Elisabeth Franzisca Adolphina Wilhelmina Ludovica Freiin von Droste zu Hülshoff

“Non voglio diventare famosa adesso, vorrei essere letta fra cent’anni, e forse ci riesco, perché in sostanza è semplice come l’uovo di Colombo; basta rinunciare con decisione al presente”

„Wissen versus Glauben“

„Lotta tra Fede e Sapere“ (ma anche fra Amore e Dovere)

***

“Se a questo luogo t’avvicinerai, quel che m’hai dato tu stesso avrai”.

***

Dov’è mano così leggera, che senza errare

sciolga l’intrico di un’angusta mente

così ferma, che senza tremore

scagli la pietra su fragile creatura?

E dell’impeto d’un sangue superbo

chi osa mai giudicare, chi del pregiudizio,

occulto ladro di anime, pesare

ogni parola, che in giovane petto

affonda imperitura le sue radici?

O tu felice, nato e cresciuto nella luce,

accudito da mani amorose

deponi la bilancia, che mai ti fu concessa!

Posa la pietra – potrebbe colpir te stesso! –

***

Opere principali

Gedichte (Poesie), 1838

Die Judenbuche (Il faggio degli Ebrei, novella), 1842

Gedichte (Poesie), 1844

Westfälische Schilderungen( Illustrazioni westfaliane) ,1845

Das geistliche Jahr (L’anno spirituale, circolo di poesie), 1851

Der Knabe im Moor (Il Ragazzo Sul Moor, ballata)

Letzte Gaben (Gli Ultimi Regali, poesie), 1860

Briefe von Annette von Droste-Hülshoff und Levin Schücking (Lettere da Annette von Droste-Hülshoff e Levin Schücking)

Principali traduzioni italiane

Casa nella brughiera. Poesie (1840-1846) A cura di G. Cusatelli, Bur Rizzoli, Milano 1998

Il faggio degli ebrei, (a cura di Uta Treder )Traduzione dal tedesco di Laura Ducati, Cristina Moro e Giulia Trepin- Traduzione dei versi di Arianna Lombardo, Ed. Marsilio

Critica consigliata

P. Berglar: Annette von Droste-Hülshoff. Rowohlt Verlag, Reinbek 1967

Levin Schücking: Annette von Droste. Stuttgart 1964

E. Staiger: Annette von Droste-Hülshoff. Frauenfeld 1967

E.Staiger, A.von Droste, Berna, 1933

A.Focher, Annette von Droste-Hülshoff: poetessa e musicista, in “Nuova Rivista Musicale Italiana”, ediz. ERI-RAI, N.4, ott./dic. 1986, p. 564-578

Quarta Cosimo, Aspetti e suggestioni della natura nell’opera di Annette von Droste Hulshoff, Milella 1993

Antologia della poesia tedesca ( a cura di R. Fertonani e E. Giobbio Crea), Milano 1977

Links consigliati

www. gutenberg.spiegel.de › Kultur › Gutenberg

www.kiekin.de/leute/annette/knabe/knabe.htm

www.gedichte.co/dro_av.html – Germania

www.lwl.org/kultur-download/droste/Knabe.pdf – Germania

Biografia e Poetica

(a cura di Barbara Spadini)

Nota esplicativa  sul “Biedermeier”

In modo a volte troppo netto e spesso  poco critico, la poetessa Annette von Droste viene posta all’interno dello “stile”Biedermeier, di moda negli anni intermedi dell’Ottocento tedesco ed austriaco,d’accento borghese e Romantico. Nato quale antitesi dello stile “ Impero”, il Biedermeier forse rappresentava ed interpretava  la volontà tedesca della Restaurazione, nel tentativo culturale, spirituale, sociale di ridare un volto “normale” all’Europa, scossa prima dalla rivoluzione francese, poi dall’evento napoleonico.

Il movimento riguardò arte, letteratura, architettura,musica e  diede luogo a produzioni lineari, severe e composte, come ci si aspetterebbe da: ” Herr Meier”, il topos del signore borghese tedesco, il cui cognome equivale al  Rossi in Italia ( da cui  bieder: semplice,o forse sempliciotto, ma anche onesto, pulito) e Meier (il signor Meier,insomma).

Inserire Annette von Droste unicamente  in questo clima- onde spiegarne le motivazioni poetiche-  è estremamente riduttivo: speriamo di poter far comprendere il perché attraverso le  note raccolte sotto, in omaggio ad una donna estremamente colta, volitiva,profonda, inquieta e  ad una poetessa raffinata  ed originale.

*

Il connubio  Donna-Poesia nell’800: una breve riflessione

La presenza femminile nel mondo della poesia come in quello dell’arte esprime e sottolinea tragicamente la lotta che la donna nei secoli ha portato avanti per esistere come persona. La categoria “della rassegnazione” è basata su di una tipicità dei temi ricorrenti: il valore del sacrificio, la famiglia come nucleo portante di una società ordinata, la morale cattolica dispensatrice di sensi di colpa, il rispetto degli usi dei propri antenati, l’accettazione dell’ineluttabilità del destino inserito in un ciclo nascita-riproduzione-morte, la memoria che segna i passaggi della vita e dà fiato al dimesso presente, la preferenza verso le forme del sapere evangelico rispetto al sapere astratto. Capostipite di questa poesia è senza dubbio Emily Dickinson (1830-1886), che incarna alla perfezione l’immagine convenzionale di una donna priva di autonomia se lontana dall’uomo, e comunque subordinata alle regole maschili (come ad esempio l’accettazione del divieto paterno a continuare gli studi). Sulla stessa linea si muovono Anna Achmatova, le tedesche Annette Von Droste Hulshoff, Else Lasker-Schuler, la francese Marceline Desbordes Valmore, la più importante poetessa del 700 inglese Anne Kingsmill Finch, la cilena Gabriela Mistral e un gruppo di esponenti letterarie dell’Est europeo, come Anna Barkoba, Blaga Dimitrova, Magda Isanos. ( dalla presentazione   del ciclo dedicato alla Poesia Femminile, “POETESSE DI TERRA E DI MARE”, a cura di Marco Parodi Cagliari 2007)

*

Forse solo alcune suggestioni visive possono fornire l’approccio corretto a questa autrice, considerata la massima poetessa tedesca.

Una fra tutte, il suo ritratto  o i suoi ritratti. L’altra,  il Castello di Münster  e  la sua casa di Meersburg, sul Lago di Costanza.

Forse, per comprenderla appieno, si potrebbe tentare anche  un accostamento con un’altra grande poetessa , Emily Dickinson: ma queste sono solo interpretazioni soggettive di chi scrive, legate ad  affinità interiori e spirituali sottilissime con entrambe .

Nata il 10 gennaio 1797 da famiglia nobile ( Baroni von Droste- Ülshoff) nel castello degli avi a Münster, in Westfalia, Annette visse in una famiglia assai conservatrice e di rigida tradizione cattolica.

Fin da piccola ebbe la possibilità di studiare, formandosi nelle scienze naturali, nella matematica, nella musica, nelle lingue straniere e antiche (greco e latino), cosa abbastanza  inusuale in quel periodo per una donna, anche se baronessa .

Di salute assai cagionevole fin dall’infanzia, visse piuttosto ritirata,senza compiere viaggi particolari, ma si dedicò assiduamente a scrivere, tanto che nel 1820 aveva già composto una prima raccolta di venticinque inni religiosi, che diverranno complessivamente settantadue,  il  :”Das geistliche Jahr”( L’Anno spirituale), che intendeva celebrare le ricorrenze dell’Anno liturgico. ),” in cui è esplicito il tentativo di rendere in versi la tensione etica e la fede religiosa, mai facilmente consolatoria e tranquillizzante”.

La madre, Therese von Haxthausen , illetterata e rigidamente cattolica, non comprendeva l’attività letteraria di Annette,tanto nociva- a pare suo- da   distogliere la figlia  dalla vera  Fede, arrecandole un danno etico, una sorta di corruzione da parte di  Sapere e  Conoscere: pertanto cercò di  vietare con ogni mezzo  alla giovane di proseguire in tal senso, anche perché la debolezza fisica di Annette a volte non le consentiva nemmeno di reggere una penna e quest’attività  le risultava   faticosa e distruttiva.

Questo limite, nel quale vivrà Annette per tutta l’esistenza, quello -cioè- di essere un’Aquila senza volo, chiusa in rigidi schemi famigliari, indebolita dalla salute malferma, incompresa dai più e priva di un vero affetto,creò una tensione all’infelicità ed alla rinuncia consapevole  che ben è rappresentata dal dissidio fra passione e ragione, fede e intelletto, dovere e piacere.

Annette, però, poetessa e spirito forte ed  acuto, risolse metaforicamente tale enorme dissidio creando e votandosi ad una nuova figura: Norna, ( da: Norne, signore  del destino nella mitologia germanica), da lei stessa citata quale personificazione della poesia.

Un amore infelice accentuò probabilmente  in Annette la tendenza , già naturale, alla solitudine ed alla malinconia.

Annette von Droste, non incoraggiata in famiglia nella propria inclinazione letteraria,  dovette cercare consiglio ed aiuto all’esterno di essa, trovandolo   nel giurista e letterato Anton Matthias Sprickmann e nel  professore di filosofia a Christopher Bernhard Schütler, suoi mentori .

Il primo approccio letterario di Annette fu con la prosa nel romanzo sentimentale  :”Ledwina” scritto fra il 1819 e il 1825, di stile molto “Biedermeier”, nell’accezione riportata poc’anzi.

L’asse portante della vicenda è centrato sulla protagonista Ledwina in opposizione con la famiglia, chiusa nelle ipocrisie della piccola aristocrazia rurale ed in lotta con se stessa, sulla scelta di un matrimonio da una parte  o dell’attività letteraria dall’altra.

Un romanzo certamente autobiografico, o che comunque risente delle esperienze vissute fino a quel momento dalla von Droste, educata ad essere una tranquilla dama, disillusa dall’amore e schiacciata fra mille contraddizioni dettate dalla convenienza sociale.

Dopo la morte del padre, nel 1826,  si ritirò in campagna, conducendo un’ esistenza solitaria, interrotta solamente da qualche visita a centri culturali presso  Coblenza, Colonia e Bonn. Nel corso di alcuni  di questi viaggi ,a Bonn e a Kassel,  conobbe A.W. Schlegel e i fratelli Grimm, con i quali collaborò alla raccolta delle:

” Fiabe per bambini e famiglie”. Conobbe anche il poeta J L. Ulhand.

Già dal 1837 Annette von Droste lavorò alla stesura del:” Faggio degli Ebrei “(Die Jendenbuche), un’opera destinata a divenire famosissima e la cui genesi fu tormentata . Da una parte la Droste voleva lavorare su un grande progetto riguardante la riscoperta delle tradizioni popolari della Westfalia, dall’altra “ Il faggio degli ebrei” era solo una parte del progetto, basato su una storia popolare riscoperta dalla zio della Droste e pubblicata già nel 1818  . Il racconto in se stesso fu pubblicato nel 1842 in sedici puntate sul quotidiano :”Morgneblatt für gebildete Leser”  (Giornale del mattino per lettori colti) dell’editore Cotta di Tubinga.

Il vero titolo attribuito dall’autrice era:” Ein Sittengemälde aus dem gebirgichten Westphalen” (Un quadro dei costumi della Vestfalia collinare), successivamente venne cambiato in” Il faggio degli ebrei” dal redattore del Morgenblatt, Hermann Hauff, mentre il titolo originale venne mantenuto solo come sottotitolo.

Nel 1840 intraprese una relazione con lo scrittore Levin Schücking più giovane di lei di diciassette anni, che fu il suo primo biografo (1862).

A causa di continue crisi d’asma si ritirò a vivere nel castello di suo cognato e della sua amata sorella Jenny a Meersburg , sul lago di Costanza, per il clima mite.

Gli anni di produzione più importanti andranno comunque proprio dal 1840 al 1844, nei quali si dedicò alla scrittura poetica, la cui fonte era ispirata alle tradizioni di origine popolare. La raccolta più importante, che fece guadagnare alla Droste il titolo di poetessa, fu :” Quadri della brughiera”( o meglio “ Visioni della Landa”) che canta” il fascino della brughiera, descrivendo la natura e il nebbioso paesaggio della Vestfalia con raro vigore e precisione realistica, senza peraltro togliere l’alone magico e inquietante che lo pervade”, seguita dall’incantevole: “Letzte Gaben” (“Ultimi doni”), ispirata soprattutto dalla Natura ed alla Natura dedicata.

“Il mondo della brughiera è un mondo tutto pagano dove le arcaiche forze della terra scandiscono il ritmo vitale. Mondo nel quale, la Droste si ritrovava”.

Si riteneva infatti che la poetessa fosse una Vorkieker ,dotata della capacità di preveggenza , di una “seconda vista” , o vista interiore, che popolerà la sua produzione poetica di suggestioni e presentimenti, di immagini allusive e di presagi e , forse, di qualche dèjà vu.

Si spegnerà il 25 maggio 1848 a Meersburg.

Donna forte, ispirata, intellettuale autonoma e profondamente legata alla sua terra di Westfalia, mostra nella sua poetica -cantando dello Spirito e della Natura- l’inclinazione a leggere con occhio fotografico la vita di campagna, i fiori, gli animali, addirittura le rocce ed i minerali, senza indulgere a nessun sentimentalismo.

Le sue liriche, forti ed essenziali, solo esteriormente velate di romanticismo , tra le nebbie delle brughiere e le radure ventose,sono in realtà anticipatrici del Realismo :” la sua produzione si stacca dai canoni del romanticismo contemporaneo per una esattezza e sobrietà di toni che preludono al realismo. La natura, le lande gli stagni le nebbie e il paesaggio natìo, è osservata nei minimi particolari ma anche evocata in quadri di grandiosa suggestione, in cui sembrano aleggiare forze primordiali e demoniache”.

Vanno inoltre citate alcune annotazioni critiche  sul suo romanzo :” Il faggio degli ebrei”. “ Vero cult book che in Germania ha venduto più di sei milioni di copie e che ha dato alla Droste la fama della più grande scrittrice dell’Ottocento tedesco, Il faggio degli ebrei ha il fascino di un moderno giallo con tutti i più sottili artifici per catturare, coinvolgere e poi lasciare solo il lettore nella ricerca del colpevole e nella ricostruzione dei fatti narrati. Il racconto, che intreccia dati sociali e ambientali a temi magici e mitici della tradizione popolare, riflessi di antiche credenze religiose a un crescente fatalismo tragico, muove dalla decadenza morale e materiale del giovane Friedrich Mergel che viene trascinato ineluttabilmente al male da uno zio dai tratti demoniaci. Ma esso va ben oltre la vicenda di miseria, di omertà e di furti dettati dal bisogno e dalle disparità sociali, per incentrarsi tutto sull’omicidio dell’ebreo Aaron, sulle motivazioni complesse del gesto assassino, e soprattutto sulla condanna che, dopo ventotto anni, attende implacabile il colpevole nello stesso luogo del delitto. Ed è proprio l’albero, il grande faggio che dà il titolo al racconto, il simbolo forte del male e, insieme, della giustizia che sa aspettare a lungo il momento della verità”.

“Novella decisiva nello sviluppo della narrativa tedesca dell’Ottocento è Il faggio degli ebrei (Die Judenbuche, 1842), ove, pur nell’ambito di una struttura e una poetica realistiche, si manifesta evidente l’influsso della fiabistica dei Grimm. Testo importante nella storia della letteratura tedesca, questo racconto lungo (o “romanzo breve”) ha avuto invece scarsa diffusione in Italia. Una edizione del 1987 della casa editrice Salerno di Roma è ormai da tempo introvabile e il testo non è elencato tra quelli fondamentali da leggere per comprendere l’evoluzione narrativa tedesca. Viceversa in Germania, sin dai primi anni del Novecento, la Droste “si è conquistata un posto fisso nelle antologie e nei programmi scolastici” e nel bicentenario della nascita (caduto nel 1997) ancora si è parlato a lungo di lei e della sua opera. Il faggio degli ebrei, pubblicato per la prima volta nel 1842, è inquadrato dalla critica nell’ambito della nascente corrente del Realismo tedesco, nel vortice dell’età romantica, ma con evidenti anticipazioni linguistiche del futuro Naturalismo e dell’Impressionismo. L’autrice stessa è palesemente combattuta tra una visione tradizionale dell’esistenza, legata strettamente a regole morali e civili antichissime (che sono per lei abituali, essendo erede di una famiglia di vecchia nobiltà vestfalica, con una madre rigidamente cattolica), e una apertura verso nuove concezioni, ad esempio, del ruolo della donna nella società, della uguaglianza nella proprietà, della violenza maschile vista non come evento ineluttabile, ma come ingiustizia da combattere.La storia ruota attorno a una vicenda umana legata strettamente all’antica legge biblica del “taglione”. Il protagonista, Friedrich Mergel, è il figlio di un uomo violento che è stato ucciso ai piedi di un faggio secolare. Stessa sorte spetterà all’ebreo Aaron, della cui fine verrà incolpato lo stesso Friedrich. Sfuggito a lungo dalla maledizione veterotestamentaria lanciatagli contro dagli ebrei del paese (e scritta sulla corteccia del faggio), Friedrich tornerà sul luogo dell’omicidio e lì verrà trovato impiccato. Ma si tratta realmente di lui? E, ancora, era Friedrich il vero colpevole, quello contro cui scagliare quella sorta di anatema? Uno degli aspetti più affascinanti del romanzo è la capacità dell’autrice di non dare un giudizio finale, ma lasciare aperti i concetti di colpa, responsabilità e destino. Le date della vicenda, ambientata a ridosso della Rivoluzione Francese, completano il quadro di una storia che, nel suo piccolo, sottolinea un passaggio epocale dell’umanità”.

“ La terra di Westfalia con i suoi costumi,le sue leggende, le abitudini dei suoi abitanti costituisce il nucleo tematico sia delle poesie che della prosa e documentano il gusto rinato  in epoca romantica e successivamente ripreso dal realismo ,per i valori racchiusi nelle tradizioni autoctone e patriarcali  tedesche” ( Fertonani – Crea, op. cit.).

In questo certamente Annette von Droste fu maestra, sapendo equilibrare nei suoi versi e nella sua esperienza esistenziale la propria irrequieta passionalità in razionali e vivide rappresentazioni, nella saggia e determinata consapevolezza dell’accettazione sorridente e poetica del proprio destino.

Museo dedicato a questa poetessa:

http://www.droste-gesellschaft.de/cms/

“Nelle stanze Biedermeier dello Schloss la poetessa Annette von Droste- Hülshoff (1797-1848) visse gli ultimi anni della sua vita, scrivendo i versi migliori ispirata dalla vista del lago e della città vecchia. Un’altra casa di sua proprietà, situata su una collina vicino al castello, è oggi un museo dedicato a questa poetessa tedesca. Nel vecchio castello, divenuto un ritrovo per artisti, alloggiarono anche Gustav Schwab (studioso delle leggende tedesche), Ludwig Uhland (autore delle Ballate) e i fratelli Grimm”.

Scelta di Poesie

Durchwachte Nacht

Wie sank die Sonne glüh und schwer,

Und aus versengter Welle dann

Wie wirbelte der Nebel Heer

Die sternenlose Nacht heran! –

Ich höre ferne Schritte gehn –

Die Uhr schlägt Zehn.

Noch ist nicht alles Leben eingenickt,

Der Schlafgemächer letzte Türen knarren;

Vorsichtig in der Rinne Bauch gedrückt,

Schlüpft noch der Iltis an des Giebels Sparren,

Die schlummertrunkne Färse murrend nickt,

Und fern im Stalle dröhnt des Rosses Scharren,

Sein müdes Schnauben, bis vom Mohn getränkt,

Es schlaff die regungslose Flanke senkt.

Betäubend gleitet Fliederhauch

Durch meines Fensters offnen Spalt,

Und an der Scheibe grauem Rauch

Der Zweige wimmelnd Neigen wallt.

Matt bin ich, matt wie die Natur! –

Elf schlägt die Uhr.

O wunderliches Schlummerwachen, bist

Der zartren Nerve Fluch du oder Segen? –

‘s ist eine Nacht, vom Taue wach geküßt,

Das Dunkel fühl’ ich kühl wie feinen Regen

An meine Wangen gleiten, das Gerüst

Des Vorhangs scheint sich schaukelnd zu bewegen,

Und dort das Wappen an der Decke Gips

Schwimmt sachte mit dem Schlängeln des Polyps.

Wie mir das Blut im Hirne zuckt!

Am Söller geht Geknister um,

Im Pulte raschelt es und ruckt,

Als drehe sich der Schlüssel um.

Und – horch, der Seiger hat gewacht!

s’ ist Mitternacht.

War das ein Geisterlaut? So schwach und leicht

Wie kaum berührten Glases schwirrend Klingen,

Und wieder wie verhaltnes Weinen steigt

Ein langer Klageton aus den Syringen,

Gedämpfter, süßer nun, wie tränenfeucht

Und selig kämpft verschämter Liebe Ringen; –

O Nachtigall, das ist kein wacher Sang,

Ist nur im Traum gelöster Seele Drang.

Da kollert’s nieder vom Gestein!

Des Turmes morsche Trümmer fällt,

Das Käuzlein knackt und hustet drein;

Ein jäher Windesodem schwellt

Gezweig und Kronenschmuck des Hains; –

Die Uhr schlägt Eins.

Und drunten das Gewölke rollt und klimmt;

Gleich einer Lampe aus dem Hünenmale

Hervor des Mondes Silbergondel schwimmt,

Verzitternd auf der Gasse blauem Stahle;

An jedem Fliederblatt ein Fünkchen glimmt,

Und hell gezeichnet von dem blassen Strahle

Legt auf mein Lager sich des Fensters Bild,

Vom schwanken Laubgewimmel überhüllt.

Jetzt möcht’ ich schlafen, schlafen gleich,

Entschlafen unterm Mondeshauch,

Umspielt vom flüsternden Gezweig,

Im Blute Funken, Funk’ im Strauch

Und mir im Ohre Melodei; –

Die Uhr schlägt Zwei.

Und immer heller wird der süße Klang,

Das liebe Lachen; es beginnt zu ziehen

Gleich Bildern von Daguerre die Deck’ entlang,

Die aufwärts steigen mit des Pfeiles Fliehen;

Mir ist, als seh’ ich lichter Locken Hang,

Gleich Feuerwürmern seh’ ich Augen glühen,

Dann werden feucht sie, werden blau und lind,

Und mir zu Füßen sitzt ein schönes Kind.

Es sieht empor, so fromm gespannt,

Die Seele strömend aus dem Blick;

Nun hebt es gaukelnd seine Hand,

Nun zieht es lachend sie zurück;

Und – horch, des Hahnes erstem Schrei! –

Die Uhr schlägt Drei.

Wie bin ich aufgeschreckt, – o süßes Bild,

Du bist dahin, zerflossen mit dem Dunkel!

Die unerfreulich graue Dämmrung quillt,

Verloschen ist des Flieders Taugefunkel,

Verrostet steht des Mondes Silberschild,

Im Walde gleitet ängstliches Gemunkel,

Und meine Schwalbe an des Frieses Saum

Zirpt leise, leise auf im schweren Traum.

Der Tauben Schwärme kreisen scheu,

Wie trunken, in des Hofes Rund,

Und wieder gellt des Hahnes Schrei,

Auf seiner Streue rückt der Hund,

Und langsam knarrt des Stalles Tür –

Die Uhr schlägt Vier.

Da flammt’s im Osten auf, – o Morgenglut!

Sie steigt, sie steigt, und mit dem ersten Strahle

Strömt Wald und Heide vor Gesangesflut,

Das Leben quillt aus schäumendem Pokale,

Es klirrt die Sense, flattert Falkenbrut,

Im nahen Forste schmettern Jagdsignale,

Und wie ein Gletscher sinkt der Träume Land

Zerrinnend in des Horizontes Brand.

Das Fräulein von Rodenschild

Sind denn so schwül die Nächt im April?

Oder ist so siedend jungfräulich Blut?

Sie schließt die Wimper, sie liegt so still

Und horcht des Herzens pochender Flut.

«O, will es denn nimmer und nimmer tagen?

O, will denn nicht endlich die Stunde schlagen?

Ich wache, und selbst der Seiger ruht!

Doch horch! es summt, eins, zwei und drei –

Noch immer fort?  – sechs, sieben und acht,

Elf, zwölf – o Himmel, war das ein Schrei?

Doch nein, Gesang steigt über der Wacht,

Nun wird mirs klar, mit frommem Munde

Begrüßt das Hausgesinde die Stunde,

Anbrach die hochheilige Osternacht.»

Seitab das Fräulein die Kissen stößt

Und wie eine Hinde vom Lager setzt,

Sie hat des Mieders Schleifen gelöst,

Ins Häubchen drängt sie die Locken jetzt,

Dann leise das Fenster öffnend, leise,

Horcht sie der mählich schwellenden Weise,

Vom wimmernden Schrei der Eule durchsetzt.

O dunkel die Nacht! und schaurig der Wind!

Die Fahnen wirbeln am knarrenden Tor –

Da tritt aus der Halle das Hausgesind

Mit Blendlaternen und einzeln vor.

Der Pförtner dehnet sich, halb schon träumend,

Am Dochte zupfet der Jäger säumend,

Und wie ein Oger gähnet der Mohr.

Was ist?– wie das auseinander schnellt!

In Reihen ordnen die Männer sich,

Und eine Wacht vor die Dirnen stellt

Die graue Zofe sich ehrbarlich.

«Ward ich gesehn an des Vorhangs Lücke?

Doch nein, zum Balkone starren die Blicke,

Nun langsam wenden die Häupter sich.

O weh meine Augen! bin ich verrückt?

Was gleitet entlang das Treppengeländ?

Hab ich nicht so aus dem Spiegel geblickt?

Das sind meine Glieder– welch ein Geblend!

Nun hebt es die Hände, wie Zwirnes Flocken,

Das ist mein Strich über Stirn und Locken!

Weh, bin ich toll, oder nahet mein End?»

Das Fräulein erbleicht und wieder erglüht,

Das Fräulein wendet die Blicke nicht,

Und leise rührend die Stufen zieht

Am Steingelände das Nebelgesicht,

In seiner Rechten trägt es die Lampe,

Ihr Flämmchen zittert über der Rampe,

Verdämmernd, blau, wie ein Elfenlicht.

Nun schwebt es unter dem Sternendom,

Nachtwandlern gleich in Traumes Geleit,

Nun durch die Reihen zieht das Phantom,

Und jeder tritt einen Schritt zur Seit.–

Nun lautlos gleitets über die Schwelle–

Nun wieder drinnen erscheint die Helle,

Hinauf sich windend die Stiegen breit.

Das Fräulein hört das Gemurmel nicht,

Sieht nicht die Blicke, stier und verscheucht,

Fest folgt ihr Auge dem bläulichen Licht,

Wie dunstig über die Scheiben es streicht.

– Nun ists im Saale– nun im Archive–

Nun steht es still an der Nische Tiefe–

Nun matter, matter– ha! es erbleicht!

«Du sollst mir stehen! ich will dich fahn!»

Und wie ein Aal die beherzte Maid

Durch Nacht und Krümmen schlüpft ihre Bahn,

Hier droht ein Stoß, dort häkelt das Kleid,

Leis tritt sie, leise, o Geistersinne

Sind scharf! daß nicht das Gesicht entrinne!

Ja, mutig ist sie, bei meinem Eid!

Ein dunkler Rahmen, Archives Tor,

–Ha, Schloß und Riegel!– sie steht gebannt,

Sacht, sacht das Auge und dann das Ohr

Drückt zögernd sie an der Spalte Rand,

Tiefdunkel drinnen– doch einem Rauschen

Der Pergamente glaubt sie zu lauschen

Und einem Streichen entlang der Wand.

So niederkämpfend des Herzens Schlag,

Hält sie den Odem, sie lauscht, sie neigt–

Was dämmert ihr zur Seite gemach?

Ein Glühwurmleuchten– es schwillt, es steigt,

Und Arm an Arme, auf Schrittes Weite,

Lehnt das Gespenst an der Pforte Breite,

Gleich ihr zur Nachbarspalte gebeugt.

Sie fährt zurück– das Gebilde auch–

Dann tritt sie näher– so die Gestalt–

Nun stehen die beiden, Auge in Aug,

Und bohren sich an mit Vampires Gewalt.

Das gleiche Häubchen decket die Locken,

Das gleiche Linnen, wie Schnees Flocken,

Gleich ordnungslos um die Glieder wallt.

Langsam das Fräulein die Rechte streckt,

Und langsam, wie aus der Spiegelwand,

Sich Linie um Linie entgegen reckt

Mit Gleichem Rubine die gleiche Hand;

Nun rührt sichs– die Lebendige spüret,

Als ob ein Luftzug schneidend sie rühret,

Der Schemen dämmert– zerrinnt– entschwand.–

Und wo im Saale der Reihen fliegt,

Da siehst ein Mädchen du, schön und wild,

–Vor Jahren hats eine Weile gesiecht–

Das stets in den Handschuh die Rechte hüllt.

Man sagt, kalt sei sie wie Eises Flimmer,

Doch lustig die Maid, sie hieß ja immer:

«Das tolle Fräulein von Rodenschild».

Annette von Droste-Hülshoff(da Balladen, Rüschhaus, 1840-41)

La signorina di Rodenschild

Sono così afose le notti d’aprile,

o tanto ferve il sangue delle fanciulle?

Immobile, distesa, gli occhi chiusi,

bada al ritmo pulsante del suo cuore.

«Mai, oh, mai che spunti il giorno,

mai, oh, mai che suoni l’ora?

Io qui a vegliare, e perfino la pendola riposa.

Però, ecco che ronza, uno, due, tre,

ancora? se, sette, otto,

undici, dodici: cielo, un grido?

No, un canto s’alza su dalla guardiola,

capisco, con voce devota,

salutano i servi quest’ora,

comincia la santa notte di Pasqua».

Respinge i cuscini, si leva

come una cerva dalla giacitura,

s’è sciolta le stringhe dal busto,

spinge le ciocche dentro la cuffietta,

e poi, pian piano, schiude la finestra,

sta in ascolto dell’aria che s’effonde,

interrotta da pianti di civette.

Che notte buia! che vento pauroso!

Vorticano le bandiere al portone che stride,

dall’atrio, in basso, escono adesso i servi,

con le lanterne cieche, a uno a uno.

Si stiracchia il guardiano, già mezzo addormentato,

attende il cacciatore agli stoppini

pigramente, e il moro sbadiglia come un orco.

Cosa succede? Come si muovono svelti!

Gli uomini fanno schiera, davanti alle ragazze

si mette a protezione la vecchia governante.

«Che mi abbiano vista, nel varco tra le tende?

Ma no, gli sguardi puntano al balcone,

e ora, lentamente, si girano le teste.

O poveri occhi miei, sto diventando matta?

Cosa scivola là, via via lungo la scala,

non è che la conosco, nello specchio?

Son proprio le mie membra, che visione!

Ecco leva le mani, due fiocchi di lino,

e proprio al modo mio sfiora la fronte, i capelli.

Ahi che impazzisco, o forse la morte m’è vicina!»

Si fa smorta, e poi, subito, rossa,

ma non smette un istante di guardare.

E intanto la forma di nebbia

che sfiora i gradini, vien su per la scala,

reggendo il lume: tremola la fiammella,

quasi si spegne, azzurra, come un fuoco fatuo.

Ora muove leggera sotto la volta di stelle

come i sonnambuli che guida il sogno,

ora penetra dentro quella schiera

e ciascuno si tira da parte,

ora, silente, valica la soglia,

ora riappare il lume

e gira su per l’ampia scalinata.

La signorina non ode il mormorio,

non bada ai loro sguardi spaventati,

e fissa solamente la lampada azzurrina

che traspare, infoschita, da finestra a finestra.

Adesso è nel salone – adesso nell’archivio –

adesso sta davanti al vuoto della nicchia –

sempre più tenue, pallida, ormai quasi smorzata.

«Voglio averti di fronte, dobbiamo misurarci!»«

E temeraria infila la sua via,

come un’anguilla, per strettoie scure.

Qui rischia di scontrarsi, là il vestito si uncina,

cammina piano piano (hanno i fantasmi

acutissimi sensi), perché l’altra non sfugga.

Che coraggio, davvero non si può contestarlo!

Una cornice buia, la porta dell’archivio.

«Chiusa a chiave, sbarrata!» Resta fuori,

ed esitando prima l’occhio s’accosta

alla fessura, poi all’orecchio.

Tutto nero all’interno, ma un fruscio

di pergamene le sembra di sentire,

e come uno strisciare alla parete.

Il cuore le galoppa soffocando,

tiene il respiro, ascolta, si protende:

cos’è quel lume che le nasce accanto?

Il chiaro di una lucciola: cresce, s’alza su,

e braccio contro braccio, appena a un passo,

il fantasma s’appoggia alla porta,

chino sulla fessura come lei.

Arretra: anche l’immagine;

poi s’avanza: anche quella.

Adesso son di fronte, occhi negli occhi,

si sfidano con forza vampiresca.

Copron le chiome due cuffiette eguali,

e lini eguali avvolgono le membra,

come neve fioccante, egualmente scomposti.

Allunga ora la destra, lentamente,

la signorina; e lenta, quasi dentro uno specchio,

le viene incontro, nitida e precisa,

la stessa mano con lo stesso rubino.

Si muove: e sente, quella viva,

come se un’aria la tocchi tagliente.

Il fantasma vacilla, si dissolve, dilegua.

Quando vola la danza nel salone,

una giovane vedi, bella e inquieta

(ebbe una lunga malattia, in passato),

che tiene sempre la mano nel guanto.

Si dice sia come una lama di ghiaccio.

Eppure è gaia, la fanciulla, tutti,

si sa, la chiamano «la matta Rodenschild».

(traduzione di Giorgio Cusatelli. Rizzoli Editore, 1988)

Steppa

Sei mai stato alla spiaggia

quando il giorno e la notte si confrontano,

hai visto dalla creta e dalla sabbia

i rivoli di pioggia venir giù,

fonti segrete e innumeri,

poi, per quanto lo sguardo

esce a spaziare, le onde

al giallo colore di ranno?

Qui sta la duna, e in fondo

il mare; come tanti cannoni,

i carri dei pastori, con le micce

spente che sfiorano il suolo.

Pronti per il corsaro

dal caffettano al vento,

che in quell’oceano giallo

mi sembra di vedere?

Getta forse la gomena,

è nascosta la nave dalla duna,

ma l’albero sovrasta, un gigantesco

fusto secco di pino:

in vetta, dalla gabbia,

le corde rigide come dei rami,

la coffa scura e tozza

assomiglia a un nido di rapaci.

(traduzione di Giorgio Cusatelli. Rizzoli Editore, 1988)

Der Knabe im Moor

Oh schaurig ists übers Moor zu gehn,

Wenn es wimmelt vom Heiderauche,

Sich wie Phantome die Dünste drehn

Und die Ranke häkelt am Strauche,

Unter jedem Tritte ein Quellchen springt,

Wenn aus der Spalte es zischt und singt,

O schaurig ists übers Moor zu gehn,

Wenn das Röhricht knistert im Hauche!

Fest hält die Fibel das zitternde Kind

Und rennt, als ob mann es jage;

Hohl über die Fläche sauset der Wind –

Was raschelt drüben am Hage?

Das ist der gespenstische Gräberknecht,

Der dem Meister die besten Torfe verzecht;

Hu, hu, es bricht wie ein irres Rind!

Hinducket das Knäblein zage.

Vom Ufer starret Gestumpf hervor,

Unheimlich nicket die Föhre,

Der Knabe rennt, gespannt das Ohr,

Durch Riesenhalme wie Speere;

Und wie es rieselt und knittert darin!

Das ist die unselige Spinnerin,

Das ist die gebannte Spinnlenor´,

Die den Haspel dreht im Geröhre!

Voran, voran! nur immer im Lauf,

Voran, als woll es ihn holen!

Vor seinem Fuße brodelt es auf,

Es pfeift ihm unter den Sohlen

Wie eine gespenstische Melodei;

Das ist der Geigemann ungetreu,

Das ist der diebische Fiedler Kanuf,

Der den Hochzeitheller gestohlen!

Da birst das Moor, ein Seufzer geht

Hervor aus der klaffenden Höhle;

Weh, weh, da ruft die verdammte Margret:

“Ho, ho, meine arme Seele!”

Der Knabe springt wie ein wundes Reh;

Wär nicht Schutzengel in seiner Näh,

Seine bleichenden Knöchelchen fände spät

Ein Gräber im Moorgeschwele.

Da mählich gründet der Boden sich,

Und drüben, neben der Weide,

Die Lampe flimmert so heimatlich,

Der Knabe steht an der Scheide.

Tief atmet er auf, zum Moor zurück

Noch immer wirft er den scheuen Blick:

Ja, im Geröhre wars fürchterlich,

O schaurig wars in der Heide!

Das Wort

Das Wort gleicht dem beschwingten Pfeil,

Und ist es einmal deinem Bogen

In Tändeln oder Ernst entflogen,

Erschrecken muß dich seine Eil’.

Dem Körnlein gleicht es, deiner Hand

Entschlüpft; wer mag es wiederfinden?

Und dennoch wuchert’s in den Gründen

Und treibt die Wurzeln durch das Land.

Gleicht dem verlornen Funken, der

Vielleicht verlischt am feuchten Tage,

Vielleicht am milden glimmt im Hage,

Am dürren schwillt zum Flammenmeer.

Und Worte sind es doch, die einst

So schwer in deine Schale fallen:

Ist keins ein nichtiges von allen,

Um jedes hoffst du oder weinst.

O, einen Strahl der Himmelsau,

Mein Gott, dem Zagenden und Blinden!

Wie soll er Ziel und Acker finden?

Wie Lüfte messen und den Tau?

Allmächt’ger, der das Wort geschenkt,

Doch seine Zukunft uns verhalten,

Woll’ selber deiner Gabe walten,

Durch deinen Hauch sei sie gelenkt!

Süß

Auf den Gassen der Gärtner rief:

Kauft Trauben, kaufet die Trauben!

Aber im Herzen die Furcht ihm wohnt,

Es möchte sie keiner begehren;

Sauer waren und trocken sie,

Sie hatte Meltau getötet.

Naht ihm Hassan: »Mein Gärtner, sprich,

Was willst du für deine Trauben?«

»Nimm, o Herr, und koste sie,

Und habe meiner Erbarmen!«

»O wie köstlich, mein Gärtner, nimm

Und möge Allah dich segnen!«

Abend naht und der andre Tag:

»Weh mir, wie bin ich betrogen!

Hat mir gestern Zuleimas Kuß

Denn also versüßet die Lippen?«

Freundlich

Und als ich nun gen Balsora kam,

Da rief die Stimme vom Gitter:

»Bist du es, Hassan, geliebter Freund?

Komm herein, daß ich dich umfange,

Daß ich die Füße dir waschen mag

Und mag die Stirne dir salben.«

Und als ich kam nach Mekka, der heiligen Stadt,

Da grüßten mich viele Stimmen;

»Nicht bin ich Hassan, und Jener nicht,

Doch halt’ ich Allahs Gebote;

Drum hat er gesegnet das Antlitz mir,

Daß ich Jegliches Freund ihm erscheine.«

Verliebt

Schilt mich nicht, du strenger Meister,

Daß im Diwan ich geträumet

Und bei des Muezzins Rufen,

Ach, nach Mittag stand gewendet.

Wisse, als ich kam vom Bade,

Als ich heimging aus den Gärten,

Schlüpfte Zillah mir vorüber,

Und den Schleier hob sie schalkhaft.

Ungastlich oder nicht?

(In Westfalen)

Ungastlich hat man dich genannt,

Will deinen grünsten Kranz dir rauben,

Volk mit der immer offnen Hand,

Mit deinem argwohnlosen Glauben;

O rege dich, daß nicht die Schmach

Auf deinem frommen Haupte laste,

Und redlich, wie das Herz es sprach,

So sprich es nach zu deinem Gaste:

»Fremdling an meiner Marken Stein,

Mann mit der Stirne trüben Falten,

O greif in deines Busens Schrein,

Und laß die eigne Stimme walten.

Nicht soll bestochner Zeugen Schar

Uns am bestochnen Worte rächen,

Nein, Zeug’ und Richter sollst du klar

Dir selbst das freie Urteil sprechen.

Fühlst du das Herz in dir, nicht heiß,

Doch ehrlich uns entgegen schlagen,

Dein Wort kein falsch und trügend Gleis,

Befleckend was die Lippen tragen,

Fühlst du ein Gast dich, wie er lieb

Dir an dem eignen Hausaltare,

Dann frisch heran – nicht wie ein Dieb,

Nein, frisch, mit fröhlicher Fanfare!

Wer unsres Landes Sitte ehrt,

Und auch dem seinen hält die Treue –

Hier ist der Sitz an unserm Herd!

Hier unsres Bruderkusses Weihe!

Wer fremden Volkes Herzen stellt

Gleich seinem in gerechter Wage –

Hier unsre Hand, daß er das Zelt

Sich auf bei unsern Zelten schlage!

Doch sagt ein glüh Erröten dir,

Du gönntest lieber einer andern

Als deiner Schwelle gleiche Zier –

Brich auf, und mögest eilends wandern!

Wir sind ein friedlich still Geschlecht

Mit lichtem Blick und blonden Haaren,

Doch unsres Herdes heilig Recht,

Das wissen kräftig wir zu wahren.

Die Luft die unsern Odem regt,

Der Grund wo unsre Gräber blühen,

Die Scholle die uns Nahrung trägt,

Der Tempel wo wir gläubig knieen,

Die soll kein frevler Spott entweihn,

Dem Feigen Schmach und Schamerröten,

Der an des Heiligtumes Schrein

Läßt eine falsche Sohle treten!

Doch einem Gruß aus treuem Mut

Dem nicken ehrlich wir entgegen.

Hat jeder doch sein eignes Blut

Und seiner eignen Heimat Segen.

Wenn deine Ader kälter rinnt,

So müssen billig wir ermessen:

Wer könnte wohl das fremde Kind

Gleich eignem an den Busen pressen?

»Drum jede Treue sei geehrt,

Der Eichenkranz von jedem Stamme;

Heilig die Glut auf jedem Herd,

Ob hier sie oder drüben flamme;

Dreimal gesegnet jedes Band,

Von der Natur zum Lehn getragen,

Und einzig nur verflucht die Hand,

Die nach der Mutter Haupt geschlagen!«

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