1861. Il regno delle Due Sicilie è annesso al Piemonte. Inizia la resistenza (seconda parte)

Continua la scansione del capitolo del libro “Due Sicilie 1830/1880” di Antonio Pagano.

Marzo

Il 1 °, dal porto di Messina, si allontana una fregata francese, mentre sono ancora in sosta navi americane e inglesi. Alle cinque pomeridiane, l’armistizio che durava da più di sette mesi cessa e iniziano le ostilità. I piemontesi sistemano sei batterie: ai Gemelli, al Cimitero, al Bastione Segreto, al Noviziato, a S. Cecilia e a S. Elia.
Il giorno dopo il ministro degli esteri dell’Austria, conte di Rechberg, invia un dispaccio ai suoi rappresentanti consolari all’estero per protestare contro il conferimento ai Savoia del titolo di re d’Italia e invita la Dieta di Francoforte a non riconoscere il nuovo regno.
Il 3 arrivano a Civitella del Tronto altre due compagnie del 2° reggimento zappatori, perla costruzione di una trincea fin sotto la piazza e collocarvi una batteria, che dovrà aprire una breccia nella Porta Napoli.
Il 4, con 80 persone tra equipaggio e passeggeri, il vapore Ercole, partito il mattino da Palermo per Genova, affonda a circa 10 miglia da Capri. A bordo vi è anche il colonnello Ippolito Nievo con la contabilità della vicenda garibaldina.
Nel tratto di mare davanti la cittadella di Messina, un brigantino piemontese è affondato dai cannoni duosiciliani.
A Roma, il 5, vi sono nuove manifestazioni a favore di Vittorio Emanuele. A Napoli iniziano le epurazioni nella magistratura.
Il 6, si allontanano dal porto di Messina anche le navi inglesi.
Il 7, a Torino, Urbano Rattazzi è eletto presidente della Camera.
A Roma, 1’8, l’ambasciatore francese Grammont è ricevuto da Francesco II per concordare le condizioni dei soldati duosiciliani rimasti nello Stato Pontificio.
Il 10, giunge da Roma una lettera di Francesco II al gen. Fergola per autorizzarlo a desistere dalla resistenza, ma Fergola invia a Cialdini un messaggio con il quale conferma la volontà di resistere. Nel pomeriggio, al suono dell’inno nazionale, la Cittadella di Messina apre il fuoco con i suoi vetusti cannoni, colpendo le postazioni delle batterie piemontesi dislocate davanti.
L’11 le batterie della Cittadella fanno fuoco anche su quelle piemontesi poste al Noviziato, che è la parte più vicina alla città. Il giorno successivo, mentre tutti i cannoni duosiciliani sparano, alle otto Fergola dà ordine di tentare una sortita dal forte Don Blasco, ma l’azione è arrestata sia dalla reazione dei bersaglieri, sia dalla concentrazione di tutto il fuoco nemico sul forte.
Nel Molise, sempre 1’11, un reparto del 6° fanteria subisce consistenti perdite presso Pietrabbondante, attaccato-dal gruppo della resistenza molisana comandato da Vincenzo Di Pinto, detto Cozzitto, pratico dei luoghi avendo fatto il guardiaboschi.
A Roma è stampato in clandestinità il giornale “Italia e Roma” con sovvenzioni liberali. Il 12 Liborio Romano, in contrasto circa l’organizzazione troppo piemontese delle guardie nazionali, si dimette.
Il 12, mezz’ora dopo mezzogiorno, Cialdini ordina di aprire il fuoco sulla Cittadella di Messina. È smantellato il forte Blasco, prendono fuoco due padiglioni e scoppiano tre depositi di polvere. Vi sono decine di morti ed è distrutta la batteria S. Carlo. Anche dal mare le navi Vittorio Emanuele e Carlo Alberto sparano, ma senza danni. L’inutilità dei tiri ed il pericolo che la Cittadella possa esplodere, per l’enorme quantità di polvere da sparo stipata nei depositi, convincono Fergola a chiedere un armistizio per spegnere gli incendi. Cialdini, però, continuando i cannoneggiamenti, chiede la resa incondizionata.
La resa è firmata il giorno dopo a bordo della nave Maria Adelaide. La Cittadella è presa in possesso dal il 35° di linea e da una compagnia di carabinieri.
Cialdini, entrato nella fortezza, ordina l’arresto di Fergola (che ritiene meritevole di essere sputato in faccia) e dei cinque ufficiali di Stato Maggiore, Guillamat, Cavalieri, Brath, Gaeta e Gulli, che sono sottoposti ad un Consiglio di guerra con accusa di aver fomentato la resistenza. Gli ufficiali o i soldati che non aderiscono al nuovo regime sono deportati in varie località del Piemonte. Nessuna bandiera di guerra cade in mano ai piemontesi perché quelle della fortezza, dei reggimenti di fanteria 3° (“Principe”), 5° (“Borbone”), 7° (“Napoli”) e del 2° artiglieria (“Regina”), sono state lacerate dai soldati che ne custodiranno gelosamente i frammenti. Sono dichiarati prigionieri 5 generali, 150 ufficiali e circa 5.000 soldati.
Il 13 scoppia una sommossa a Surbo, nel Salento, dove sono abbattuti gli stemmi sabaudi. Il 14, a Palermo, sono arrestate molte persone che incitano i cittadini contro gli occupanti piemontesi.
Il 15 arriva a Ci vitella del Tronto il generale duosiciliano della Rocca (omonimo del piemontese), accompagnato da un capitano francese e da un altro ufficiale, con l’ordine di Francesco II di resa della guarnigione con le stesse clausole di Gaeta. Il generale della Rocca è ricevuto dall’Ascione per definire i termini della resa, ma i soldati, temendo al tradimento, tumultuano. Il generale della Rocca, tornato il 16 dai piemontesi, riferisce che all’indomani la fortezza si sarebbe arresa. Il giorno dopo, però, mentre i piemontesi attendono l’apertura di Porta Napoli per entrare, i duosiciliani intimano di allontanarsi altrimenti li avrebbero presi a cannonate.
Il 17 Vittorio Emanuele II è proclamato re d’Italia. Non muta l’ordinale dinastico, che lo doveva individuare come primo re del nuovo regno. Il parlamento che lo dichiara re è l’ottavo parlamento non il primo d’Italia. Non si tratta di un nuovo regno, ma sempre di quello di Sardegna che ha solo cambiato nome. Lo Statuto sardo è imposto a tutti i territori conquistati, senza cambiare nemmeno una virgola, nemmeno l’art. 62 che dichiara il francese quale lingua ufficiale del parlamento. I Piemontesi impongono a tutte le città occupate di sparare 100 colpi dì cannone per festeggiare l’evento.
A Roma si hanno altre manifestazioni contro il Papa, il quale tiene un’allocuzione in Concistoro contro i nemici del potere temporale e deplora le violazioni del Concordato avveni Napoli.
Il 18, un gruppo della resistenza comandato da Cozzitto s’impossessa delle armi e denaro della guardia nazionale di Sessano, nell’Alto Molise.
Per tre giorni a Civitella del Tronto vi è un fuoco ininterrotto da tutte e due le parti, n notte del 20, probabilmente per opera dell’Ascione, è aperta nascostamente Porta Napoli traverso cui entrano il 27° di linea ed il XXVII bersaglieri col maggiore Alessandro Fin che, nello spiazzo del Belvedere, dopo due ore fa fucilare per brigantaggio l’alfiere Dome Messinelli e Supino di Bonaventura (Supinone), i più tenaci assertori della resistenza, e trenta soldati che non hanno voluto arrendersi. Alla sera sono fucilati alle Ripe di Civitella sette sorti e i cadaveri sono lasciati insepolti nella piazza come monito.
La stessa sera sono fucilati altri 14 soldati duosiciliani a S. Croce di Montefultrone. L’ tante d’artiglieria Santomartino, salvato dagli ufficiali francesi che hanno accompagnato il generale duosiciliano della Rocca, è deportato a Savona, dove però è barbaramente ucciso che ha tentato di fuggire. La chiesetta di S. Giacomo, situata in cima alla fortezza, in cui sono stati imprigionati cinque ufficiali ed alcuni soldati, il giorno dopo è fatta esplodere, causando una morte atroce ai militari rinchiusi. Sono fatti 291 prigionieri che, con le loro famiglie, scortati da due battaglioni, sono imprigionati nella chiesa di S. Pietro Martire di Ascoli, dove arrivano tra due file di gente rispettosa e silente.
Nel Parlamento di Torino, il 20, Cavour si dimette perché ritiene opportuno formare un nuovo governo che rappresenti tutta l’Italia, il ministro per la guerra Fanti, propone di ai assegnare 10.000 lire annue a Cialdini per benemerenze verso la patria. Il re affida ancora al Cavour la presidenza del Consiglio. Nella stessa riunione il deputato napoletano Ricciardi osserva: «Nelle province napoletane tutti sperano che si dia termine all’attuale situazione mi grave, molto dolorosa. Io desidererei fare una lunga esposizione, non tanto del male che ivi avete finora fatto, quanto del modo di rimediare …», ma gli è impedito di continuare.
Il 21 insorti abruzzesi invadono Aitino, nel Chietino, e scacciano i liberali. In Capitanata si formano spontaneamente considerevoli formazioni di legittimisti.
Il 23 insorgono in Puglia gli abitanti di Marittima e la rivolta si propaga a Cocumola, Ortelle, Vitigliano, Cerfignano, Spongano, Vignacastrisi, Sternatia ed Andrano. La gente aggredì la guardia nazionale anche con pietre e con bastoni. In Basilicata sono abbattuti gli stemmi sabaudi a Moliterno, Colobraro, Muro Lucano, Rapone, San Mauro, Garaguso e San Chirico Nuovo. Sono migliaia i popolani che vanno ad ingrossare i raggruppamenti degli insorti.
A Torino il nuovo ministro dei lavori pubblici, Ubaldino Peruzzi, approva la concessione a P.A. Adami dell’appalto per la costruzione di ferrovie nell’ex reame delle Due Sicilie. A Crispi ed a Bertani sarebbe stata pagata una tangente di 65.000 franchi per il loro interessamento.
Il 24, ispirate da Cavour, si hanno manifestazioni nel Veneto contro il governo austriaco
In Terra d’Otranto, a Poggiardo, Cerfignano, Vitigliano e ad Andranno, le popolazioni abbattono gli stemmi savoiardi e aggrediscono le autorità collaborazioniste. A Oria si han scontri a fuoco con le guardie nazionali.
II 25, si decide di demolire la fortezza di Civitella, anche con mine per raderla al suolo, nonostante la protesta del municipio e della cittadinanza. La bandiera della fortezza non si è mai trovata.
Nella stessa giornata nel Parlamento è approvata la proposta di Cavour che designa Roma futura capitale del Regno d’Italia. Al voto però 205 sono assenti, 3 gli astenuti e 235 favorevoli. La decisione preoccupa non poco le cancellerie europee, sorprese dagli avvenimenti che hanno portato in venti mesi appena alla formazione del nuovo Stato.
A Napoli sbarcano dalla nave Cefisio, proveniente da Costantinopoli, 186 ungheresi che sono incorporati dalla legione ungherese di stanza a Nola.
Il 27 Francesco II, allo scopo di aiutare alcuni indigenti della popolazione duosiciliana, dà disposizioni di inviare loro denaro di sua proprietà. Sono circa 90 casse di monete da dieci tornesi.
A Napoli, intanto, vi sono scene di protesta da parte di ex garibaldini. Le dimostrazioni avvengono davanti al palazzo Maddaloni, dove ha sede il dicastero delle Finanze per reclamare la mancata distribuzione di 25.000 ducati promessi. In realtà il denaro era stato concesso solamente agli ex garibaldini del nord. Per tacitarli il consigliere d’intendenza De Foresta fa distribuire un franco a testa.
Tutti i soldati duosiciliani, catturati nei rastrellamenti effettuati dai piemontesi, sono inviati in vari centri di raccolta. Se sono refrattari a convertirsi al nuovo regime, sono deportati via mare. Sbarcati a Genova, sono avviati nei campi di concentramento di S. Maurizio Canavese, a Fenestrelle (a 1.154 metri di altitudine in Val Chisone), S. Benigno Canavese e Alessandria. In luride e freddissime celle arrivano appena coperti da cenci di tela ed affamati perché tenuti a mezza razione. Al campo di S. Maurizio sono rinchiusi circa 8.000 soldati, circondati da due battaglioni di fanteria, tre batterie di cannoni, tre squadroni di cavalleria ed alcuni battaglioni; bersaglieri. In questi campi sono ristretti anche giovani delle Due Sicilie renitenti alla leva ordinata dal governo piemontese ed i soldati dello Stato Pontificio, fatti prigionieri in Romagna e nelle Marche. La maggior parte, nonostante le condizioni infami in cui è tenuta, non ha cedimenti. Ad Alessandria, i soldati duosiciliani arruolati per forza, non volendo servire nelle file piemontesi, si lasciano morire dalla fame, tanto che il comandante, non riuscendo in alcun modo a vincere la loro ostinazione, li lascia liberi di entrare e uscire dalla caserma. Numerosi sono quelli che riescono a fuggire. Alcuni si recano in Francia e in Svizzera, attraversando le vicine frontiere, altri vanno ad ingrossare le bande degli insorti dell’Umbria e delle Marche, altri si rifugiano a Venezia e in Austria, dove si arruolano per combattere i piemontesi. Altri, ancora, riescono ad arrivare a Roma e sono impiegati dal governo pontificio in lavori pubblici, contenti di stare vicino al loro Re. Più di dodicimila tra militari, civili, renitenti e insorti sono confinati in varie isole italiane: Capraia, Gorgona, Elba, Giglio e Ponza. I duosiciliani prigionieri nelle varie località sono circa 70.000 uomini.
Il 27 vi è una violenta manifestazione di marinai a Palermo contro il nuovo governo. L’esercito piemontese è formato da 322.307 militari in servizio attivo, così suddivisi: Stato I Maggiore, 262 ufficiali; Carabinieri, 14 legioni per un totale di 503 ufficiali e 17.953 uomini di truppa; Fanteria di linea, 68 reggimenti, con 7.412 ufficiali e 95.976 truppa; Genio, 2 reggimenti con 210 ufficiali e 5.796 truppa; Artiglieria, 9 reggimenti (432 cannoni) con 840 ufficiali I e24.432 truppa; Bersaglieri, 42 battaglioni con 346 ufficiali e 23.442 truppa; Cavalleria, 17 reggimenti con 924 ufficiali e 15.806 truppa; Rifornimenti, 3 reggimenti con 753 ufficiali e 26.954 truppa.
Il 28 muore per apoplessia il generale Landi dopo essersi accorto che la polizza di 14.000 I ducati, avuta da Garibaldi come prezzo del suo tradimento, era stata truccata e ne valeva solo 14.
Il gruppo di resistenza di Chiavone assale Castelvecchio dove saccheggia le case dei liberali. Il 30, a Caprera, Garibaldi dichiara ad una delegazione di operai, che è andata a trovarlo, che il governo piemontese è formato da una banda di lacchè.
Il 31 scoppia una rivolta a Castiglione di Agnone, nel Molise, dove rimangono uccisi il sindaco, un giudice e una guardia nazionale. La repressione porta alla fucilazione di 24 persone, mentre gli arrestati sono 64.
A Ginosa, in Terra d’Otranto, incominciano a formarsi gruppi di insorti, mentre a Napoli e dintorni crescono i tentativi di rivolta. A Pozzuoli e a Caserta la guardia nazionale disperde numerose dimostrazioni reazionarie.

Aprile
L’1, i piemontesi sequestrano cinque sacchi di monete da 10 tornesi, giunti da Roma, che dovevano servire ad aiutare numerose famiglie ridotte in povertà a causa dell’invasione. Per giustificare l’appropriazione dichiarano che quel denaro era stato coniato illegalmente a Roma.
Il 2, la popolazione di Vico del Gargano insorge e, scacciando i traditori liberali, innalza le insegne borboniche. A S. Marco in Lamis si costituisce un nucleo armato di circa 200 guerriglieri al comando di Agostino Nardella. Altre rivolte si verificano a Surbo e ad Oria, nel leccese, in varie località nei dintorni di Gallipoli; a Salsa, a Sorbo e a Volturara, nell’avellinese. Sono sedate duramente le manifestazioni di Pozzuoli e di Caserta.
A Trevi, nel piano di Arcinazzo, si costituisce un contingente di resistenza. Gli uomini sono riforniti di armi, munizioni e equipaggiamento da un Comitato di liberazione duosiciliano e sono smistati a piccoli gruppi verso Sora e Veroli per rinforzare le bande di Chiavone.
Il 3, dopo un sommario processo, è condannato a morte e fucilato il cappellano militare della fortezza di Civitella del Tronto, Padre Leonardo Zilli da Campotosto, sullo spiazzo del Belvedere, davanti alla sua gente. E stato catturato il 27 marzo, mentre era nascosto in un forno, ancora con l’uniforme borbonica sotto il saio. Lo stesso giorno a Mozzano è ucciso un altro sacerdote ed è saccheggiato ed incendiato il paese da truppe piemontesi. Nella notte sono incendiati diciotto villaggi della zona.
A Torino, alla Camera, è in discussione il progetto di amministrazione dei territori conquistati delle Due Sicilie. A mezzogiorno arriva anche Garibaldi. Il deputato siciliano Bruno, tra l’altro, afferma: «La Sicilia, sotto i Borbone, offrì per molti anni l’edificante spettacolo, che furti non ne succedevano assolutamente, e si poteva passeggiare per tutte le strade, ed a tutte le ore, senza la menoma paura di essere aggrediti, né derubati». Parla anche il deputato Amari che, a proposito delle finanze siciliane, chiede al presidente del consiglio che si facciano indagini sull’ex generale Lanza che in Sicilia, durante l’armistizio con Garibaldi, s’impossessò di 600.000 ducati asserendo che doveva versarli al Tesoro di Napoli. Il deputato pugliese Valenti aggiunge: «altra piaga è la disfatta delle finanze. Eppure, o signori, sotto i Borboni pagavamo minori pesi, che paghiamo adesso. I Borboni mantenevano un’armata di cenventimila uomini… ponevano fondi in tutti i banchi all’estero, dotavano largamente la numerosa figliolanza, e tuttavia il tesoro era fiorente (…) Ma invalse il sistema di voler abrogare le leggi che presso di noi erano ottime».
Altri numerosi gruppi di combattenti legittimisti si formano in Basilicata agli ordini di Carmine Crocco lungo le valli di S. Basile. Insorgono Ferrandina, Laurenzana, Lavello, Moli-terno, Montemurro e Sarconi. Le truppe d’occupazione reagiscono con fucilazioni sommarie, incendi e saccheggi.
Il 4, a Torino, il governo emette un decreto con il quale è istituito il VI Gran Comando Militare in Napoli, cui sono subordinati i comandi di divisione di Chieti, Bari, Salerno, Catanzaro e della stessa Napoli. Sono distribuiti alle guardie nazionali 40.000 nuovissimi fucili inglesi a percussione, che si aggiungono ai 61.163 fucili già in dotazione.
Il 5, sono arrestate numerose persone, tra cui molti preti, a Cisterna, Casoria, S. Antonio, Pomigliano d’Arco e nella stessa Napoli. Tra il Gargano e il mare insorgono: Rodi, Cagnano, Vieste, Ischitella e Manfredonia.
Al Parlamento di Torino continuano con molte polemiche le discussioni sul Mezzogiorno. Il deputato Ferrari accusa “uomini onorevolissimi di aver dilapidato le finanze del cessato regno … gli uomini i più amici del ministero sono stati i più infedeli alla più volgare legge dell’onore …voi volete fare la guerra all’antico regno di Napoli (…) la cui tradizione si spinge assai più lungi nella notte de’ secoli, che non giunga la Real casa dei Savoia”. Il deputato della Basilicata Petruccelli si scaglia contro il governo che ha permesso la vendita del demanio pubblico: «Vi basti l’esempio della Sila che era di cinquemila mogge, ora è stata occupata da’ vicini possidenti. Ora questo popolo non vuole già la restituzione del demanio per ripartirselo, ma vuole che lo si restituisca ai Comuni, appartenendo ai quali, il popolo, che nulla possiede, che è proletario, avrà dove tagliar la legna per l’inverno per riscaldarsi, dove condurre il bestiame al pascolo». E aggiunge ancora, a proposito dell’enorme numero di impiegati spediti da Torino nelle amministrazioni della Basilicata: «/ Borboni avevano una legge organica amministrativa, che fissava la cifra degli impiegati. Questa cifra è stata da voi enormemente superata. Gli impiegati si sono elevati al di là di sessantaquattromila!».
Da Roma Francesco II invia una formale protesta contro l’assunzione del titolo di re d’Italia da parte di Vittorio Emanuele II.
A Cisterna, in provincia di Napoli, il parroco e l’economo del Comune sono arrestati perché suonavano a stormo le campane per far sollevare la popolazione contro gli occupanti. Altri arresti avvengono a Casoria, S. Antonio, Pomigliano d’Arco e Napoli.
Nella notte tra il 5 ed il 6 un gruppo di 200 uomini di Chiavone assale vittoriosamente un distaccamento del 44° fanteria stanziato a Luco, nei pressi di Avezzano, e s’impossessa di armi, munizioni e vettovaglie.
A Napoli il 6 gli insorti, dopo aver innalzato in vari punti le bandiere borboniche, incendiano l’Albergo dei Poveri e il deposito tabacchi e fanno evadere i detenuti di Castel Capuano. Per reazione Silvio Spaventa ordina irruzioni nelle case e nei monasteri e fa arrestare 300 sospetti di complotto contro lo Stato, tra cui il duca di Caianiello solo perché ha ricevuto una lettera da Francesco II (tutta la posta è ispezionata dai militari).
Disordini e sommosse si hanno a Moliterno, Colobraro, Muro Lucano, Rapone, San Mauro, Garaguso e San Chirico Nuovo.
Crocco, partendo il 7 da Lagopesole inizia la sua campagna di guerra con l’occupazione di Ginestra. La formazione è inquadrata militarmente, divisa in centurie raggruppate in reggimenti, ed è formata da 500 armati e da 160 cavalleggeri. I guerriglieri hanno appuntato sul cappello una coccarda rossa ed hanno per bandiera quella delle Due Sicilie. In marzo sono stati consegnati a Crocco 800 fucili con relative munizioni e 800 berretti. Da Potenza sono giunti, il 4, tre ufficiali duosiciliani, tra i quali il francese Langlais. Sono chiamati alle armi tutti i soldati duosiciliani sbandati, ai quali è data una paga ogni tre giorni. I primi luogotenenti sono Nicola Summa, detto Ninco Nanco, Giovanni Coppa e Giuseppe Caruso.
Il raggruppamento di Crocco è finanziato da un Comitato di liberazione lucano, espressione di autorevoli personalità della Basilicata.
Il 7, insorge Lagonegro e la sommossa si estende a Grassano, Garaguso e Calciano. Molte cittadine dell’avellinese sono presidiate con ingenti forze che compiono rastrellamenti di sospetti. A Taviano e a Bovino l’intera popolazione insorge e abbatte gli stemmi sabaudi.
L’8, con una travolgente azione, gli armati di Crocco conquistano Ripacandida e il giorno dopo Barile: le popolazioni insorgono al loro apparire, ripristinando gli stemmi delle Due Sicilie. Il colonnello piemontese Leonardo Curion si rifiuta di muovere contro gli insorti. Giacomo Racioppi, vice governatore della provincia, chiede rinforzi a Napoli e a Foggia.
Ad Oria, a Melissano, ad Ugento, a Taviano e a Racale, in Puglia, vi sono manifestazioni popolari al grido di “Viva Francesco II”. La repressione delle guardie nazionali è sanguinosa.
Il 10 Crocco conquista Venosa, dopo aver sbaragliato le locali guardie nazionali. Innalza la bandiera delle Due Sicilie sul palazzo del municipio, giustizia tre liberali e saccheggia e dà alle fiamme le loro case.
Da S. Angelo dei Lombardi sono inviate guardie nazionali a Calitri per fronteggiare un gruppo di guerriglieri che si sono raccolti nei boschi di Castiglione e di Monticchio. Da Avellino marciano verso la zona una compagnia del 30° reggimento di fanteria e due compagnie di bersaglieri con guardie nazionali di Atripalda, di Serino e di altri Comuni. Accorre lo stesso governatore di Avellino, Nicola De Luca, coadiuvato dal garibaldino Giuseppe De Marco. Le gesta delle schiere di Crocco incoraggiano le popolazioni di diversi Comuni a sollevarsi. Tre-vico, nell’avellinese, è tra le prime a insorgere: soldati sbandati e braccianti agricoli formano consistenti gruppi di insorgenti, tra i quali, i più importanti, sono quelli di Antonio Boschi e Ciriaco Cerrone.
A Torino, Garibaldi, richiesto dal Rattazzi sul perché avesse pronunciato parole offensive nella pubblica seduta in Parlamento, afferma di non voler ritrattare le sue dichiarazioni. Alla Camera il barone Ricasoli chiede chiarimenti sull’opera del governo nei riguardi dei combattenti garibaldini.
Nel mar Ionio una violenta tempesta provoca numerosi naufragi, particolarmente lungo la costa siciliana.
A Napoli sono arrestati, per sospetto di cospirazione, 466 ex militari e circa 200 fra preti e cittadini.
I popolani di Melfi si sollevano il 12, liberano gli insorti imprigionati e innalzano le bandiere con i gigli borbonici. Insorgono anche le popolazioni di San Mauro Forte, Olivete Lucano, Accettura, e Stigliano. In questi paesi l’intervento della guardia nazionale accorsa da Grottole, da Tolve, da Miglionico, da Pomarico ristabilisce l’ordine con la fucilazione di numerose persone. Alcuni sacerdoti di Ariano, nell’avellinese, sono arrestati con altri abitanti.
A Roma continua l’attività di propaganda degli emissari piemontesi contro il Papa e sono effettuati numerosi arresti.
Il 13, Garibaldi invia alla Camera una lettera nella quale, pur usando toni concilianti nei riguardi del re e dei deputati, lamenta le atrocità commesse dalle truppe e manifesta il suo sdegno per le mancate retribuzioni agli ex garibaldini.
Il governo invia in Sicilia il generale Della Rovere come nuovo luogotenente generale.
Lavello è liberata il 14, il 15 Crocco entra in Melfi, dove è accolto in trionfo da una popolazione esultante e si rifornisce della armi abbandonate dalle truppe in fuga. A Cosenza sono scacciati il governatore con tutti i suoi impiegati. In Basilicata quasi tutta la popolazione è in aperta rivolta. Insorgono pure S. Chirico, Rapolla, Rionero, Avigliano, Ruoti, Atella, Grassano. Anche in questi paesi sono bruciate nelle piazze le bandiere tricolori, i ritratti di Vittorio Emanuele e di Garibaldi.
Per quasi due settimane è restaurato il legittimo governo delle Due Sicilie nei centri lucani più popolosi, dove Crocco nomina nuovi amministratori comunali. In questa occasione si aggrega ai guerriglieri Maria Giovanna Tito, che diverrà in seguito la valorosa compagna di Crocco.
Lo stato maggiore piemontese ordina a tutte le truppe stanziate a Salerno, Benevento, Avellino e Foggia di convergere sul Melfese.
Anche in provincia di Chieti numerosi militari sbandati, sfuggiti alla cattura, si raggruppano.
In una statistica compilata dal ministero degli Interni risulta che la popolazione del nuovo regno d’Italia è di 21.728.452 abitanti, residenti in 59 province formate da un totale di 7.706 Comuni.
A Cosenza, il 16, il popolo si solleva. Il barone Verzilio, governatore della provincia, riesce a stento a sfuggire. La repressione è immediata con la fucilazione indiscriminata di numerosi cittadini.
A Rionero in Vulture due compagnie del 30° fanteria, dopo un rastrellamento nelle campagne, fucilano 20 persone.
Cavour, il 17, scrive una lunga lettera all’imperatore Napoleone III pregandolo di riconoscere il regno d’Italia.
Il 18 Garibaldi, durante il dibattito in Parlamento per la sistemazione dei garibaldini nell’esercito, fa un concitato discorso, affermando, tra molte proteste, che il governo è responsabile delle ruberie e della lotta fratricida che si sta svolgendo nel Meridione d’Italia. Cavour protesta in modo concitato.
In Sicilia, il 18, il governatore Montezemolo è sostituito dal generale Alessandro Della Rovere.
La mattina del 19 Crocco assalta e occupa Monteverde. La casa del sindaco è saccheggiata e bruciata. È liberato anche il barone Sangermano imprigionato perché sospettato di sentimenti filoborbonici e di connivenza con gli insorti. Nel pomeriggio dello stesso giorno Crocco s’impadronisce anche di Carbonara. È bruciata la casa comunale. Gli insorti, liberano alcuni compagni rinchiusi nelle carceri e abbattono gli stemmi dei Savoia.
Le forze occupanti accorse, sono respinte a Monteverde e inseguite per cinque miglia fino a Lacedonia e Carbonara. Gli insorti s’impossessano del bagaglio lasciato incustodito, uccidono uno dei soldati rimasti di guardia e distribuiscono i panni dei militari alla popolazione. Per cancellare il ricordo di quella giornata dal 1862 Carbonara sarà ribattezzata Aquilonia, suo nome attuale, derivato da quello della città sannitica di cui parla Livio. I liberali, fin dai primi anni dell’Ottocento avevano costituito in paese una società segreta denominandola Aquilonia risorta.
Il 20, evitato un altro scontro con una più forte colonna piemontese, Crocco assale Bisaccia e tenta anche di conquistare Calitri con alcuni piccoli gruppi, ma questi sono respinti e costretti a ripiegare verso Pescopagano nella zona compresa tra Calitri e Lioni.
Lo stesso giorno il sindaco di Rocchetta fa arrestare due insorgenti, Pasquale Antonio Blunno e Raffaele Amendola. Trasferiti a Lacedonia, il primo è fucilato e l’altro incarcerato. Cinque cittadini di Rocchetta sono incarcerati e processati in seguito perché imputati di far parte di bande armate.
A Torino, continua la discussione alla Camera sugli ex garibaldini. Cavour afferma che è necessario conquistare anche Roma.
Il 20 ed il 21 insorgono anche le cittadine di Marano ed Aversa.
A Roma, vi sono altre manifestazioni contro il governo pontificio.
A Castellammare di Stabia 400 operai manifestano violentemente per la chiusura dei cantieri. Anche i cantieri navali di Napoli sono definitivamente chiusi. Il governo, dopo aver dismesso la famosa Zecca di Napoli, appalta a Torino, alla ditta Estiwant, il conio di 12 milioni di monete in bronzo.
A Calitri numerosi cittadini sfilano al grido di “Viva Francesco II” e con la bandiera delle Due Sicilie.
Insorgono ancora Grassano, S. Chirico, Avigliano, Ruoti, Rapolla, Atella e Rionero.
Crocco affronta alcuni reparti piemontesi nei pressi di Barile, che è ripresa e perduta più volte. Negli scontri i piemontesi catturano 20 insorti che immediatamente fucilano.
A Roma, a palazzo Farnese, si riunisce per la prima volta un Comitato che ha come obiettivo il ritorno di Francesco II sul trono. È presieduto dallo zio del Re, il conte di Trapani, e ne fanno parte, tra gli altri, il conte di Trani, fratello del re, il generale Clary e il barone Emilio Foscari. Durante la riunione, Clary propone di incaricare il generale spagnolo José Borjès, famoso per aver comandato le forze carliste, di riunire sotto il suo comando gli insorgenti delle Due Sicilie. Il Borjès è ritenuto adatto allo scopo per le sue qualità di esperto guerrigliero e di capace organizzatore. Altra proposta è quella di formare dei comitati territoriali per coordinare la rivolta armata.
Il 22, Cialdini invia una lettera a Garibaldi affermando che da quel momento lo considererà suo nemico. La lettera è pubblicata sulla “Gazzetta di Torino” e dice, tra l’altro, che Garibaldi prima dell’incontro di Teano aveva dato l’ordine ai suoi di accogliere i piemontesi a fucilate.
Crocco giunge a S. Andrea di Conza dove è accolto ed ospitato con il suo stato maggiore dall’arcivescovo, mons. Gregorio de Luca. Qui si ferma per far riposare i suoi uomini, ma un raggruppamento di piemontesi e guardie nazionali, sistematosi attorno al paese la sera del 22, costringe gli insorti a fuggire. I piemontesi, però, riescono a catturare quattro insorti, di cui tre sono fucilati, mentre il quarto, Michele Rotonda, dopo essere stato interrogato, è fucilato il giorno dopo. Crocco con i suoi uomini trova riparo nei boschi di Monticchio nelle montagne lucane.
Numerosi ex garibaldini, il 23, manifestano contro Cialdini in varie città.
Il 24, incalzato da circa quattromila tra fanti e cavalleria piemontese, Crocco frazionai suoi uomini in vari nuclei combattenti, comandati da Ninco Nanco, Mastronardi e Romaniello, nel bosco di Monticchio, sfuggendo così all’accerchiamento. Poi si dirige verso Lagopesole. Qui, il 25, è attaccato da un forte raggruppamento di guardie nazionali a cavallo comandate da Davide Mennuni. Nei combattimenti sono catturati 71 insorti, dei quali 15 sono immediatamente fucilati, mentre gli altri, portati nei paesi d’origine, sono fucilati nella piazza del paese e lasciati insepolti per ammonimento. Tutte le autorità locali sono esautorate e sostituite da ufficiali piemontesi.
Nel Salente, a Vernole, San Pietro in Lama e Minervino, la popolazione assale le guardie nazionali e le disarma.
In Sicilia, a Mistretta, il 25, sono assassinati il comandante della locale guardia nazionale e cinque possidenti. Il capitano Alberi, al comando della 3a Compagnia bersaglieri, facente parte di una colonna mobile, sorprende in una cascina nei pressi di Bivona d’Agrigento un sottufficiale dei carabinieri che tiene, sotto la minaccia di un revolver, alcune donne inginocchiate, mentre i militari rubano dai cassetti gli oggetti d’oro che trovano.
A Napoli è condannato il direttore del giornale “La pietra infernale”, Gervasi, a tre mesi di carcere ed a 400 ducati di multa. La sera si ha anche uno sciopero di circa 600 cuochi d’alberghi e trattorie napoletane contro le imposizioni piemontesi.
Sempre il 25, a Napoli, Spaventa emana una circolare: le guardie nazionali sono riordinate secondo le leggi piemontesi e possono operare solo nell’ambito del Comune.
Il giorno dopo a Napoli, gli insorti assaltano il comando della polizia, dove Silvio Spaventa riesce a salvarsi nascondendosi in un armadio.
La stampa francese il 27 smentisce l’abbandono di Roma da parte delle truppe d’oltralpe, le uniche che possono garantire la pace nel territorio italiano ed evitare un conflitto con l’Austria.
A Palermo, il 28, vi sono disordini a Villa Giulia, sul corso, ora chiamato Vittorio Emanuele, e nelle piazze, provocati da ex garibaldini, che incitano minacciosamente la gente rinchiusa in casa a manifestare per Garibaldi.
Il 29 il ministro Bastogi presenta i disegni di legge per la creazione del Gran Libro del Debito Pubblico per tutto il regno d’Italia e per l’effettuazione di un prestito di 500 milioni da i-scriversi in questo. Così il debito pubblico piemontese di 314 milioni diventa italiano.
Il 30 un folto gruppo d’insorti attacca nei pressi di Venosa la guardia nazionale di Forenza, procurandole diverse perdite.
Nel Parlamento il deputato Conforti elogia l’antica legislazione duosiciliana e dice che «nello stesso codice penale sardo si sono introdotti molti miglioramenti, che sono stati tolti dal Codice napoletano, il quale era stato opera di sommi giureconsulti …l’antico codice criminale del Piemonte conteneva 150 casi di pena capitale, e soltanto ultimamente (nel tempo de’pieni poteri) egli è stato riveduto, e tale pena è stata ridotta per soli 20 casi».
A Torino continuano le operazioni finanziarie per lo sfruttamento del Mezzogiorno d’Italia: la ditta Bolmida riceve la cauzione per la concessione alla ditta Adami e Lemmi della costruzione delle ferrovie calabresi e siciliane.

Maggio
Il 1° gli insorti di Melfi uccidono un prete liberale e quattro guardiani collaborazionisti.
Da Parigi il conte Cavour è informato che la Francia intende stipulare un accordo per Roma.
Il 3 il principe di Carignano si dimette da luogotenente. 300 insorti comandati da Chiavone, provenienti dai monti Ausoni della frontiera pontificia, insieme con un altro gruppo di 400 sbarcati sulla costa nei pressi di Fondi, liberano Ponticelli. È giustiziato il sindaco collaborazionista e bruciato il Municipio e l’abitazione del comandante della guardia nazionale. Sono pure dati alle fiamme tutti i ritratti del Savoia e di Garibaldi, e tutto il carteggio d’archivio comprendente le carte dei processi istituiti contro gli insorti abruzzesi. Operazioni analoghe sono compiute a Pastena, Pico e Lesola. I guerriglieri rientrano indisturbati nel territorio pontificio e le truppe francesi impediscono ai piemontesi di inseguirli oltre il confine.
Nel giorno successivo, una cinquantina di soldati duosiciliani sbandati si riuniscono nel bosco di Baiano in Terra di Lavoro. Altri duecento si raggruppano nei pressi di S. Agata dei Goti. A Lavello la guardia nazionale cattura alcuni rivoltosi che sono fucilati. Un gruppo di 40, comandati da Ninco-Nanco, assale la masseria Lamastra a Palazzo San Gervasio scontrandosi con guardie nazionali e lancieri piemontesi, lasciando sul terreno tre morti e una decina di prigionieri.
Il 5, mentre a Quarto i massoni commemorano l’impresa di Garibaldi con l’erezione di una stele, a S. Eramo, nel Nolano, i cittadini insorgono contro le truppe ungheresi acquartierate e le mettono in fuga.
A Montefalcione si concentrano 6.000 insorti e si sollevano anche le cittadine di Torre Le Nocelle, Pietradefusi, S. Angelo dei Lombardi, Garaguso, Calciano. Sono eseguiti rastrellamenti a Gioia del Colle per catturare i renitenti alla leva, ma non avendoli trovati, perché rifugiatisi nei boschi, arrestano e fucilano i loro parenti.
Sempre il 5, i difensori della fortezza di Ci vitella del Tronto, imprigionati ad Ascoli, sono inviati a piedi verso Bologna, da dove sono deportati a Fenestrelle. Nei giorni seguenti altri rastrellamenti, sotto l’infuriare della pioggia, sono fatti in Abruzzo, in provincia di Caserta ed al confine con lo Stato Pontificio, circondando i paesi e tenendoli sotto la minaccia di cannoni.
Il 6 gli uomini di Crocco, provenienti da Lagopesole e dal bosco di Monticchio, si riuniscono a Gaudiano nella masseria della famiglia Fortunato, dove stabiliscono il loro quartier generale.
Il 7 duecento insorti attaccano e mettono in fuga un drappello di guardie nazionali in pattugliamento sul medio corso del Volturno.
L’8, dopo aver ucciso in uno scontro un tenente della guardia nazionale di Boscoreale, entra in clandestinità Antonio Cozzolino, già soldato dell’Armata delle Due Sicilie che a Calatafimi aveva ucciso in combattimento un alfiere garibaldino, impadronendosi di una bandiera poi esposta in una sala della reggia di Portici quale trofeo di guerra.
A Roma, agenti piemontesi fanno sventolare il tricolore sul Pantheon e sull’obelisco di Trinità dei Monti.
Il 14, in Capitanata, Mattinata è invasa da un folto gruppo d’insorti a cavallo comandati da Angelo Maria Villani di San Marco in Lamis, che mette in fuga le guardie nazionali e saccheggia le case dei liberali al grido “Viva Francesco II”. Manifestazioni si hanno a Vitaliano (Avellino) e in numerosi paesi del beneventano.
Il 16 Crocco, spostandosi nel Tavoliere, occupa Ordona accolto dalla popolazione festante.
Il 17 un gruppo legittimista, comandato da Petrozzi, sbaraglia la guardia nazionale di Ariano Irpino che lo ha assalito. Il sindaco di Forenza fa fucilare un insorto dopo un processo farsa.
Il 20, a Napoli, nuovo luogotenente è il conte piemontese Gustavo Ponza di S. Martino. Durante la luogotenenza del Carignano e del Nigra il debito pubblico napoletano è aumentato di cinque milioni e mezzo.
A Torino il deputato Giuseppe Ricciardi presenta un’interpellanza sulla situazione meridionale, denunciando la chiusura delle fabbriche e la conseguente disoccupazione di migliaia d’operai, l’inasprimento delle tasse e il livellamento delle tariffe doganali, l’abbandono dei contadini rimasti privi di terra da coltivare e senza prospettive. L’Università di Napoli è in pratica deserta, anche perché sono state assegnate cattedre a persone amiche solo per dare loro uno stipendio. Quantunque tutte le scuole non funzionino, il loro bilancio è più che raddoppiato, mentre tutta l’amministrazione dei territori meridionali ora si trova in uno spaventoso deficit a differenza di quando c’era l’amministrazione borbonica durante la quale si pagavano pochissime tasse ed il bilancio era in attivo. Numerose terre demaniali sono state cedute a prezzi irrisori a personaggi equivoci. A Ricciardi si associa il deputato Giuseppe Ferrari che chiede con insistenza che sia svolta un’inchiesta parlamentare, ma il governo insabbia la proposta.
Il 21 la guardia nazionale di Lavello arresta tre insorti e ne fucila uno.
A Milano, il 22, scoppiano violenti tumulti contro il governo per le pessime condizioni di vita in cui è piombata la Lombardia dopo l’annessione al Piemonte. L’aumento dei prezzi e la mancanza di grano sono il fattore scatenante della rivolta. Sono arrestati 146 manifestanti.
A Bari, il 23, alcuni soldati duosiciliani, rinchiusi nell’ex convento di S. Francesco, tentano di evadere disperdendosi nelle campagne, ma nonostante l’appoggio della popolazione, non avendo armi, sono costretti a soccombere alla guardia nazionale dopo un lungo inseguimento.
A Roma, durante un concerto nella Sala Filarmonica, sono inscenate manifestazioni a favore del regno sabaudo e di Napoleone III.
Nel Parlamento, il 25, il deputato Polsinelli, a proposito delle nuove leggi daziarie, afferma: «Nelle provincie napoletane, dal cessato governo, si ottenevano dodici milioni di ducati l’anno d’introito. Ora che si daziano le mercanzie a Genova si fa un introito grandemente minore …Le nostre manifatture (duosiciliane, ndr), che gareggiavano con quelle dell’estero, ora si trovano in cattive condizioni. E notate, che le manifatture estere venivano a portarci i loro tessuti a discretissimi prezzi, perché i loro prodotti erano eguali a ‘ nostri. Per esempio dalla mia fabbrica si sono venduti per molti anni, come panni forestieri, i tessuti, che erano i miei. Ebbene, ora la mia fabbrica è ridotta ad andare in rovina perché vennero aperte le frontiere a tutti i forestieri, ed i paesani nostri non trovano più lavoro … moltissime famiglie per questi motivi, per questa mancanza di lavoro, gemono nella miseria …La Francia, e l’Inghilterra predicano il libero scambio, dopo aver avuta per secoli una protezione grandissima, anzi la prima anche la proibizione. Esse dicono a noi: facciamo liberamente il commercio, apriteci il vostro mercato. Ma questa, o signori, è la lotta di un gigante con un bambino: come possiamo noi sostenere questa formidabile lotta? … Già molte fabbriche si sono chiuse; altre hanno diminuito d’importanza; e quale languisce, e quale, se non è morta, poco ci manca a morire … Sappiamo noi fabbricanti quanto abbiamo speso nelle macchine, negli utensili di ogni specie, nella formazione degli artisti, e quante fatiche abbiamo durate? …E adesso tutto è perduto! …le grandiose fabbriche di filatura di cotone, tessitura, stamperia, stabilite ne’contorni di Salerno, che occupano migliaia e migliaia di persone. Poi quelle dei tessuti di lana, anche stabilite in Salerno. La magnifica filatura di lino a Sarno, la tessitura a Scafati, i numerosi lanificii del distretto di Sora, di Abruzzo, e di altri luoghi, finalmente gl’innumerevoli telari di seta, di cotone, e lino stabiliti ne ‘ sobborghi, e contorni di Napoli; tal che la Capitale; eccettuati i quartieri superiori e quelli abitati dalla nobiltà, può dirsi una vasta fabbrica. Ciò a prescindere delle Cartiere, concerie ed altre. Non terminerei giammai se volessi fare una precisa numerazione delle manifatture e della gente, che viveva con esse tanto in Napoli, che in Sicilia, dove esistono altre manifatture …». Il deputato d’Ondes Reggio replica: «In Sicilia le idee di libertà commerciali, ed industriali sono più antiche di quelle che sieno in Piemonte, e queste idee sono in Sicilia da gran pezza attuate ed hanno prodotto ottimo effetto». Prosegue ancora il Polsinelli: «Mi giungono poi premure grandissime da ‘fabbricanti di carta, onde io sollecitassi il Governo a trovar modo di impedire la esportazione degli stracci. Questa materia è necessaria, e venendo a mancare, viene altresì a mancare la industria della carta, la quale ha prosperato tanto nel passato governo che i suoi prodotti in gran parte andavano all’estero, finanche in Inghilterra ad uso del grande giornale il Times, ed era giunta cotale industria a tale altezza nel regno di Napoli, da rivaleggiare con tutte le altre simili esistenti in Italia». Nonostante tutte queste osservazioni le nuove tariffe daziarie sono approvate.
Il 30 un gruppo di insorti di Chieti assalta le carceri di S. Francesco di Paola, per liberare alcuni prigionieri legittimisti, ma il tentativo fallisce. S. Marco in Lamis è assalita da un gruppo della resistenza comandato da Nardella e le case dei collaborazionisti sono saccheggiate.
Giugno
Il legittimista Cozzolino, detto Pilone, ha formato un gruppo di resistenza composto da un centinaio d’insorti. A Napoli avvengono numerosi tumulti tra gli operai di alcune fabbriche. A S. Fele sono catturati 15 insorti, ma durante il trasferimento dei prigionieri verso Avigliano una folla tumultuosa tenta di liberarli.
Vittorio Emanuele emana un decreto per effetto del quale solo con la sua approvazione si possono nominare i vescovi nei territori delle Due Sicilie.
In Capitanata, si stanno formando nuovi gruppi d’insorti. Alcuni di questi hanno formazioni a cavallo, delle quali la più agguerrita è quella del Villani.
Il 3 continuano a Napoli le agitazioni di operai che protestano per l’imposizione di paghe basse. Nella sua fabbrica di vasellami il proprietario Salvatore Bruno, noto liberale, è pugnalato. La forza pubblica arresta i primi sette operai che incontra.
Il gruppo di guerriglieri comandato da Tristany occupa Monticelli, S. Oliva e Pontecorvo scacciando le guardie nazionali. Un altro gruppo formato in gran parte da legittimisti svedesi assale Castel di Sangro, ma è respinto dalle truppe.
Il 5, a Monaco di Baviera, nella cappella di corte, il fratello di Francesco II, il conte di Trapani Luigi di Borbone, si unisce in matrimonio con la duchessa Matilde, sorella dell’imperatrice d’Austria e della regina Maria Sofia.
A Cavour è impartita l’estrema unzione. Alla sera è visitato dal re savoiardo.
Il 6, alle sette di mattina, muore Cavour. C’è chi insinua che sia stato avvelenato per ordine di Napoleone III. A Napoli è affisso un manifesto su cui è scritto “La mano del Signore ha colpito!”.
A Torino, il 7, mentre imperversa una furiosa pioggia, sono fatti i funerali di Cavour alla presenza di tutti i massimi esponenti del governo. Alla cerimonia non ha partecipato il re.
L’8 Vittorio Emanuele torna a Torino e convoca il barone Ricasoli con il quale ha un lungo colloquio. Poi il re si reca segretamente a Fontainebleau per un incontro con Napoleone III. La Gazzetta ufficiale informa che per disposizione del re la salma di Cavour sarà tumulata nella Basilica di Superga.
Al mattino del 10 tutto il territorio di Poggio Imperiale, nei pressi di Foggia, è liberato dalle schiere di Angelo Villani, detto Lo Zambro, che mette in fuga le truppe.
L11 il barone Bettino Ricasoli è nominato presidente del consiglio ed assume ad interim il ministero degli esteri. Minghetti va agli interni, Bastogi alle finanze, Della Rovere alla guerra, Menabrea alla marina, Miglietti al ministero di grazia e giustizia, Peruzzi ai lavori pubblici, De Sanctis all’istruzione, Cordova all’agricoltura e commercio.
La città dell’Aquila, a causa di continue insurrezioni contro le autorità, è occupata militarmente dal 35° Reggimento fanteria.
A Milano è sequestrato il giornale “Unità Italiana” perché è pubblicata la notizia che il re vuole cedere la Sardegna alla Francia per avere via libera per la conquista di Roma.
Anche a Napoli il 12 è sequestrato una seconda volta il giornale “La Pietra Infernale” per un articolo contro i giurati e il presidente piemontese della Corte d’assise.
Il gruppo comandato da Cozzitto assale la guardia nazionale di Vastogirardi e si impossessa di armi e munizioni.
Il deputato Donato interpella il Governo in Parlamento sugli oltre tremila ex ufficiali duo-siciliani costretti a vivere in misere condizioni. Denuncia il fatto che il Governo distribuisce gli impieghi nelle Due Sicilie preferendo i piemontesi Nella stessa seduta il deputato Polsinel-li denuncia che il Governo ha stanziato cinque milioni di lire per lavori pubblici in alcuni Comuni delle Due Sicilie che «sono indignati della burla e dell’insulto fatto loro, dacché non hanno avuto nemmeno un centesimo», ma il presidente gli toglie la parola.
Il re in una lunga lettera diretta il 15 al conte Ponza di S. Martino, governatore di Napoli, dichiara che lunghe prove attendono ancora il governo, ma che prima di Roma va risolta la questione di Venezia. Dal governo sono impartite disposizioni per erigere monumenti a Cavour in tutte le piazze delle maggiori città. Torino stanzia 100.000 lire.
Antonio Caruso di Avella, ex soldato, con un ingegnoso stratagemma, fingendosi ufficiale della guardia nazionale e col pretesto di dover consegnare due persone arrestate, libera il 16 Giona La Gala, fratello di Cipriano e 98 insorti rinchiusi nelle carceri di Caserta. I fratelli La Gala, negozianti di Nola, sono i condottieri della resistenza duosiciliana che opera nel nolano e nell’avellinese, e, avendo come base il massiccio del Taburno, tengono sotto controllo tutte le vie di comunicazione fra la Campania, le Puglie e la Basilicata. I comandanti erano stati ufficiali come Giuseppe Bosco, nipote dell’eroico generale duosiciliano. Si tratta di un gruppo fortissimo, il cui numero varia dai due ai tremila uomini. Attacca Durazzano, Cervino ed altri centri, da dove preleva grano e viveri confiscati alle truppe piemontesi e li distribuisce al popolo.
Nella zona di Santa Anastasia, presso Napoli, il 15, si forma un gruppo di circa 400 uomini, quasi tutti ex soldati, comandato da Vincenzo Barone che è nominato colonnello con decreto di Francesco II. Il gruppo è assistito dal Comitato di resistenza di Napoli.
Il 16 è arrestato in Val Brembana e incarcerato a Bergamo un prete sorpreso ad assistere 3 soldati duosiciliani che tentavano di espatriare clandestinamente in Austria.
Nella seduta del 19, nel Parlamento di Torino, il deputato Ricciardi denuncia: «Avevamo in Napoli una scuola militare delle più famose d’Europa, fondata sulle basi della scuola politecnica di Parigi, l’Accademia militare detta della Nunziatella …mutata in semplice collegio …così come è stata abolita l’Accademia Reale delle Scienze», fatti che dimostrano come la Luogotenza sta abolendo «le istituzioni più belle» delle Due Sicilie.
Il generale Cadorna il 20 s’installa a Chieti per assumere il Comando Territoriale con il compito principale di stroncare ogni forma di resistenza in Abruzzo.
Il 21 viene innalzata sulla cima del Vesuvio la bandiera duosiciliana. Il gruppo di Cozzitto assale il comune di Chiauci e saccheggia le case dei collaborazionisti e la casermetta della guardia nazionale. Nei giorni successivi Cozzitto compie incursioni a Concasale, Vastogirardi, Castiglione, Castepizzuto e Roccamandolfi.
A Torino sono stanziati due milioni e settecentomila lire per una nuova stazione ferroviaria.
Il comandante Pilone, il 25, occupa l’importante nodo ferroviario di Cancello. La stazione è distrutta ed è ucciso un collaborazionista. Sono liberate Carinola (Terra di Lavoro), Bojano e Castel Pizzuto (Molise).
A Napoli 100 legittimisti rinchiusi nell’ospedale di Piedigrotta riescono a liberarsi. Altri duecento ex soldati, in procinto di essere imbarcati per Genova, evadono dai Granili: gettano in strada i pagliericci e vi si lasciano cadere sopra con l’aiuto di lenzuola. A loro si aggregano altri 252, che, costretti a partire per Capua, disertano con armi e bagagli, dirigendosi verso le montagne di Ponte della Valle.
A Napoli è assalita la caserma del 4° battaglione della guardia nazionale, dove i guerriglieri si riforniscono d’armi e munizioni. I soldati scoprono un comitato della resistenza duosiciliana e sono sequestrate carte compromettenti, denaro e armi. A Napoli e dintorni vi sono numerosi rastrellamenti, e sequestri d’armi. È anche sequestrato il terzo numero del giornale “La Tragicommedia” (poi definitivamente chiuso) di Giacinto De Sivo, che ha attaccato violentemente e sistematicamente il ministro Pasquale Stanislao Mancini. Il giornale ha denunciato pure che, a Napoli, vi sono oltre 15.000 prigionieri politici e in Basilicata “mancando lo spano nelle prigioni si è incominciato a far uso dei cimiteri”.
A Torino si apprende che Cavour possedeva circa 40 milioni di franchi. Una fortuna di cui nessuno sa spiegarne l’origine.
La Francia annuncia il 25 di aver riconosciuto il regno d’Italia.
Nel Molise, a Roccasicura, il 26, il sindaco Milani respinge due carabinieri che volevano imporre la loro autorità sul paese. Alla violenta reazione dei militari, alcuni cittadini accorrono in difesa del sindaco e uccidono i militari.
A Napoli sono eseguiti diversi rastrellamenti nei dintorni da parte di due battaglioni del generale Cosenz.
Nel Parlamento di Torino, sulla proposta di applicare nuove imposte nelle Due Sicilie, il deputato Ferrari denuncia le sottrazioni illegali di denaro dai Banchi e gli spropositati stipendi che sono attribuiti ai funzionari piemontesi. Denuncia inoltre le reticenze del Governo e le falsità e le censure della stampa sui gravissimi avvenimenti che stanno sconvolgendo le popolazioni meridionali e siciliane.
A Castellammare di Stabia i carabinieri catturano il comandante Leone, capo della resistenza stabiese.
Il governo portoghese riconosce il regno d’Italia.
Il ministro austriaco Rechberg, il 27, informa Francesco II che non può inviare i soccorsi promessi per le pressioni dei governi francese e inglese.
Il 28, il prefetto De Luca di Avellino chiede a Napoli un rinforzo di duecento uomini. La repressione contro i legittimisti si scatena in ogni comune, particolarmente contro i religiosi: sono incarcerati l’arciprete don Nicola Farese di S. Arcangelo Trimonte (Avellino), i suoi familiari ed altri cittadini perché contrari all’attuale regime ed all’incivilimento nazionale.
A Napoli il 18° battaglione carabinieri comandato dal maggiore Carlo Melegari, è continuamente fatto spostare da una caserma all’altra per ordine del colonnello Piola-Caselli per dare l’impressione di un numero enorme di truppe stanziate nella città.
A Torino la Camera approva all’unanimità la legge che concede ai membri del parlamento di viaggiare gratis su tutte le ferrovie italiane. Sono anche approvate nuove imposte che gravano esclusivamente sulla popolazione delle Due Sicilie.
A Roma, durante le celebrazioni per la festività di S. Pietro e Paolo, avvengono numerose manifestazioni a favore dei Savoia.
Il governo invia il 30 il conte Francesco Arese presso il ministro francese Thouvenel al quale consegna una lettera di Ricasoli che sollecita un accordo per la risoluzione della questione romana.
Il Comitato Territoriale di liberazione di Gioia del Colle dà ordine agli insorgenti della zona di adunarsi per addestrarsi nel bosco Lama dei Preti.

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