1862. La pulizia etnica (quarta e ultima parte)

Termina il capitolo dal libro di Antonio Pagano, Due Sicilie 1830/1880 dedicato alla “pulizia etnica”.


Ottobre

Il 1° a Palermo sono accoltellati, in luoghi diversi, tredici persone. Uno degli accoltellatori è arrestato e confessa che gli era stato ordinato da un “guardapiazza” (quello che oggi è chiamato mafioso) di colpire alla cieca e che erano stati pagati con denaro proveniente dal principe Raimondo Trigona di Sant’Elia, senatore del regno, delegato da Vittorio Emanuele II. Da successivi controlli fatti dal sostituto procuratore del re Guido Giacosa, è accertato che i numerosi omicidi, avvenuti prima e altri dopo, avevano il solo scopo di “sconvolgere l’ordine” per giustificare la repressione ed eliminare elementi della resistenza siciliana. L’indagine, che porta a riconoscere la responsabilità di quei sanguinosi crimini al reggente della questura palermitana, il bergamasco (ma messinese di nascita) Giovanni Bolis, antico affiliato carbonaro con La Farina, è, in ogni modo, subito chiusa.
Il 2 è fucilato in Sansevero un uomo accusato di aver ricoverato nella sua casa un insorto ferito.
La mattina del 4 una colonna di fanteria, guardia nazionale e carabinieri si scontra nei pressi di Avellino con un gruppo di 25 insorti che, nonostante l’inferiorità numerica, riesce a sfuggire all’agguato perdendo un solo uomo.
Vi sono numerose manifestazioni in Puglia e in Basilicata. I contadini si rifiutano di eseguire i lavori nei campi per protestare contro gli abusi e le violenze dei soldati.
Il generale Franzini decide di rastrellare con un battaglione di bersaglieri e uno squadrone di cavalleggeri i boschi di Monticchio e le zone di Bovino, S. Agata, Lacedonia, Stornarella, Foggia, Cerignola e da Torre Alemanna all’Ofanto. Di rinforzo vi sono le guardie nazionali di Foggia.
Il gruppo di Tardio invade i paesi di S. Marco La Bruna, Sacco e S. Rufo, dove mette in fuga le guardie nazionali. Sporadici combattimenti si susseguono in tutta la Basilicata.
Il 17 un drappello del 20° battaglione bersaglieri assale alle falde del Colle Ultrino, nei pressi di Monte Rotondo, un gruppo di insorti tra i quali Crocco, Schiavone e Petrozzi. Nello scontro i soldati finiscono per essere accerchiati, ma riescono a salvarsi per l’arrivo di un drappello di guardie nazionali provenienti da S. Agata.
Il gruppo di Giuseppe Valente, il 23, è assalito a sorpresa da un reparto militare e guardie nazionali, ma gli insorti reagiscono con determinazione e riescono a salvarsi con la fuga. Poi, recatisi nei pressi della masseria Santa Teresa, a 10 chilometri da Cellino, in Terra d’Otranto, sono assaliti da un drappello formato da 5 carabinieri a cavallo e 42 guardie nazionali. L’impeto del gruppo di Valente è così deciso che i carabinieri e le guardie nazionali sono costretti alla fuga nel paese vicino, ma perdono numerosi militi fatti prigionieri. Tre di questi ultimi sono fucilati perché, già nella resistenza, avevano disertato e si erano arruolati nella guardia nazionale. Tre militari sono uccisi “perché portavano il pizzo all’italiana” e nove sono sfregiati con l’asportazione di un lembo dell’orecchio per essere così “pecore segnate”.
Il 24 Tristany si scontra sul confine pontificio anche con le truppe francesi e subisce la perdita di due ufficiali.
Il Ministro della guerra, generale Petitti di Roreto, scrive a La Marmora che: «… con deportazioni di massa si otterrebbe di più che con le fucilate». La sistemazione di molte centinaia di migliaia di prigionieri è, infatti, davvero diventata insostenibile a causa della deportazione degli abitanti di interi paesi e con le galere piene fino all’inverosimile. Per questo il governo dà incarico al suo ambasciatore a Lisbona di sondare la disponibilità del governo portoghese a cedere un’isola disabitata dell’Oceano Atlantico, al fine di relegare l’ingombrante massa delle persone imprigionate. Il tentativo diplomatico, tuttavia, non ha successo, ma la notizia riportata il 31 dalla stampa francese scandalizza l’opinione pubblica.
Tutto il Sud è diviso in zone e sottozone con posti fissi di polizia ed è raddoppiato il numero dei carabinieri.

Novembre
Nel pomeriggio del giorno 1, a Bella (Potenza), una decina di guardie nazionali mentre torna da una perlustrazione è assalita da un gruppo di 18 insorti, ma il rapido intervento di carabinieri e militi di S. Fele costringe gli assalitori ad allontanarsi. È catturata dai carabinieri una donna gravemente ferita.
Il maggiore Aichelburg con fanti e bersaglieri del 17° battaglione attacca a sorpresa in un agguato il 2 a Tremoleto gli insorti di Petrazzi, uccidendone 9, ma il grosso riesce a porsi in salvo.
I guerriglieri di Romano subiscono una pesante sconfitta il 4 presso la masseria Monaci da parte dei lancieri di Montebello. Per questo avvenimento Romano divide i suoi combattenti in piccoli gruppi più manovrabili, seguendo la tattica di Crocco.
A S. Croce di Magliano, nel Molise, duecento insorti di Michele Caruso attaccano il 5 e circondano la 13″ compagnia del 36° fanteria asserragliata nella masseria Melanico, massacrando il comandante ex garibaldino, capitano Rota, 38 soldati e due carabinieri.
II 6, inseguiti da un battaglione del 55° fanteria, gli stessi insorti tendono loro un agguato nei pressi di Poggio Imperiale e uccidono un sergente e tre soldati, senza subire perdite.
Altro scontro avviene nei pressi di Melfi fra trenta guerriglieri a cavallo e un drappello di 50 soldati con feriti da entrambe le parti.
II 7, nei pressi di Biccari in Capitanata, un gruppo di 50 partigiani a cavallo, assalito da un centinaio di carabinieri e guardie nazionali, costringe alla fuga gli assalitori che hanno due carabinieri uccisi.
A Torre di Montebello una compagnia di bersaglieri del 26° e cavalleggeri del “Lucca” in un furibondo combattimento sbaraglia l’8 l’intera banda di Pizzolungo. I prigionieri sono fucilati.
Lo stesso giorno un centinaio di insorti a cavallo assale un distaccamento della 16a compagnia del 10° fanteria che subisce numerose perdite, ma si salva trincerandosi nella masseria Zuppelli nei pressi di Noci. Gli insorti sono costretti a desistere dall’assalto finale per l’arrivo di forze piemontesi preponderanti.
Il gruppo di Romano dal 9 all’11 è a Crispiano, Statte, Palagianello, Erchie e in altri paesi tra Messapia e Salento ed è accolto dalle popolazioni al grido di “Viva Francesco II” con l’invito a “pulire il paese” dai liberali.
Il 16, nonostante l’opposizione di La Marmora, Rattazzi, sotto la spinta dell’opinione pubblica revoca lo stato d’assedio nelle provincie meridionali, ma in realtà rimangono ancora in vigore la soppressione dei giornali ed il divieto di introdurre nel Mezzogiorno la stampa non governativa e la sospensione delle libertà di associazione e di riunione. Proseguono gli arresti di semplici cittadini solo per il fatto di essere sospetti. In Sicilia, dal 20 agosto, il generale Serpi procede all’epurazione degli impiegati considerati filoborbonici e ordina deportazioni di sospetti, fucilazioni arbitrarie e perquisizioni dovunque, non rispettando nemmeno il clero che è ritenuto pericoloso per il nuovo ordine politico. Sono arrestate persone solo per il fatto che passando davanti ai carabinieri li guardano con “occhio bieco”.
In Capitanata, per ordine del generale Mazé de la Roche e del prefetto De Ferrari, sono compilate liste di assenti dal proprio domicilio e di sospetti, sono istituiti fogli di via senza dei quali nessuno può uscire dagli abitati, è imposto l’abbandono delle masserie e il divieto di portare generi alimentari nelle campagne. Pure nell’avellinese sono perquisite e saccheggiate le case degli assenti, ai contadini è ordinato di trasferirsi nei paesi con le masserizie, il bestiame ed il raccolto. Diviene sistematico l’arresto dei parenti fino al terzo grado degli insorti. Le popolazioni vivono in questi lunghi mesi in modo veramente tragico, anche perché ogni attività lavorativa è in pratica soppressa e la vita economica e sociale è paralizzata.
La mattina del 17, vi sono in vari paesi numerosi attentati ad esponenti liberali. A Grotta-glie i combattenti di Pizzichicchio s’impadroniscono della città, dove liberano tre detenuti dalle carceri ed eliminano alcuni possidenti collaborazionisti, saccheggiandone le abitazioni. Sono abbattuti gli stemmi sabaudi e ripristinate le insegne delle Due Sicilie tra le grida d’esultanza di tutta la popolazione e del sindaco. Sono prelevate anche le armi e le munizioni della guardia nazionale che si salva con la fuga.
Il 18 arriva a Grottaglie un drappello di 35 soldati del 35° fanteria e cinque carabinieri che per ritorsione arrestano il sindaco e 40 popolani a caso. L’ufficiale comandante il drappello, dopo aver legato gli arrestati li fa sfilare facendo suonare la marcia reale e ordinando ai presenti di gridare “viva Vittorio Emanuele”.
Il generale Franzini fa uccidere il 20 alla masseria Lamia nove insorti delle bande di Pe-trozzi e Schiavone, catturati di sorpresa. Da un rapporto fatto dallo stesso generale si rileva che numerosi ufficiali e soldati, particolarmente quelli del 22° bersaglieri, si erano ammalati di malaria.
Alla Camera dei deputati a Torino, il 20, si ha un accesissimo dibattito: le opposizioni denunciano che il governo dimostra di avere disprezzo totale d’ogni principio costituzionale.
L’indomani a Rapolla, nei pressi di Ponte Aguzzo, uno squadrone cavalleggeri “Saluzzo” attacca un centinaio di combattenti di Crocco che perde nove uomini. Altri venti, tra feriti e catturati, sono fucilati.
I guerriglieri di Romano, lo stesso giorno, accolti dalla popolazione festante, invadono Carovigno ed Erchie, e mettono in fuga la guardia nazionale, saccheggiando le abitazioni dei liberali. Da S. Vito sono inviati carabinieri e guardia nazionale contro il sergente, ma questi li assale sulla strada consolare per Brindisi con il suo gruppo e fa anche un prigioniero che è giustiziato. Durante la sosta nel bosco di Avetrana, avendo saputo che dieci contadini di Erchie erano stati incatenati dai carabinieri per la loro manifestazione, fa giustiziare un consigliere comunale di Oria, vecchio liberale, da lui catturato nei giorni precedenti.
Romano il 24 compie una rapida scorreria attraverso i territori di Grottaglie, Massafra e Mottola distruggendo i fili telegrafici e assalendo le masserie dei filopiemontesi.
II 27 i soldati sorprendono in una chiesa di Casacalenda due insorti che, incarcerati a Larino, sono fucilati “per tentata fuga” due giorni dopo.
Due gruppi di insorti comandati da Pizzichicchio e La Veneziana assalgono in territorio di Mottola la masseria del collaborazionista Lemaranzi che è ucciso nonostante l’intervento di carabinieri e guardia nazionale che, assaliti, si salvano con una precipitosa fuga. Ad inseguire gli insorti è inviato il 10° fanteria che ha l’ordine di rastrellare tutto il territorio.
Nel bosco di Montemilone avviene uno scontro durato circa 24 ore tra il gruppo di Romano e reparti di soldati e guardie nazionali. Muoiono 13 insorti tra le fiamme dell’incendio provocato dai soldati.
Morto il generale Statella, che da Roma coordinava le azioni della resistenza, nonostante gli appoggi forniti dal generale Bosco, il gruppo di combattimento del colonnello Tristany si dissolve. Gli ufficiali stranieri se ne tornano ai loro paesi e i gregari si riversano in altri gruppi combattenti. Tristany è arrestato dai francesi che lo rinchiudono in Castel S. Angelo, dove è trattato con molto riguardo.

Dicembre
L’ 1 Rattazzi rassegna le dimissioni che sono accettate. Sir James Lacaita descrive gli avvenimenti a Lord Gladstone lamentandosi che tuttavia Rattazzi è sempre il favorito del re.
La 16a compagnia del 10° fanteria, per una delazione, sorprende alla masseria dei Monaci di S. Domenico, nei pressi di Alberobello, 160 uomini di Romano mentre riposano nel caseggiato. Romano con altri quaranta uomini si sono allontanati per approvvigionarsi di viveri e foraggi. Numerosi guerriglieri sono uccisi, Pizzichicchio e Quartulli sono feriti, altri reagiscono rapidamente al fuoco nemico e riescono ad allontanarsi, ma 14 uomini, compreso il comandante La Veneziana, sono catturati e fucilati.
Il 2 il giudice del mandamento di Serracapriola invia al Ministero di Grazia e Giustizia un angosciato dispaccio con il quale afferma che il suo territorio è completamente dominato dagli insorti e che forze armate e guardie nazionali sono costrette a rinchiudersi nelle loro caserme.
I restanti uomini del gruppo di Romano si disperdono in varie località della terra d’Otranto. Il sergente resta con una cinquantina di uomini e si dirige verso le Pianelle. Numerosi reparti con alcune squadriglie del reggimento Saluzzo cavalleria per perlustrare i boschi di Martina, Gioia, Santeramo ed Acquaviva.
La banda di Petrozzi assale nei pressi di Bovino un distaccamento del 21° stanziato nella masseria Lauria e s’impossessa dell’equipaggiamento. Gli insorti sono inseguiti da un gruppo di militari comandati dal maggiore Airoldi, ma dopo un’ora di combattimento, nonostante il rinforzo di altri 70 uomini delle guardie nazionali, Petrozzi riesce a mettere in salvo i suoi uomini nascondendosi nel bosco di Troia.
L’8, a Torino, Luigi Farini è nominato dal re primo ministro, nonostante già mostri i primi segni di demenza e non riesca nemmeno ad articolare bene la parola. Per il sovrano è la situazione ideale per avere il totale controllo del governo. Gli Affari Esteri sono affidati al senatore Giuseppe Pasolini, gli Interni ad Ubaldo Peruzzi, le Finanze a Marco Minghetti.
Scontro a fuoco il 10 nei pressi di Viggiano tra carabinieri e insorti di Masini.
L’ 11 i cavalleggeri di Michele Caruso assaltano vittoriosamente a Torremaggiore la 13° compagnia del 55° fanteria, che tornava da Castelnuovo Daunia, dove aveva compiuto operazioni di leva.
Ad Ururi i militari con uno stratagemma arrestano il sindaco, tutti i consiglieri ed il prete come sospetti e li fanno incarcerare a Larino. A S. Croce di Magliano, su segnalazione del sindaco De Matteis, sono inviate truppe a circondare le masserie Verticchio, De Matteis e Mirano, dove sono sorpresi e fucilati quattro insorti. Nella stessa zona il comandante della guardia nazionale di S. Martino, conte Bevilacqua, con cento uomini e una compagnia di fanti, riesce a catturare in un bosco 47 insorti, che sono tutti fucilati a Larino.
Il 14 a Napoli nel carcere di S. Maria Apparente vi sono violenti tumulti per le condizioni inumane in cui sono tenuti i prigionieri, che vivono in un fetore insopportabile. Sono ristretti insieme assassini, sacerdoti, giovanetti, vecchi, miseri popolani e uomini di cultura, senza pagliericci, senza coperte, senza luce. Un detenuto è ucciso da una sentinella solo perché ha profferito ingiurie contro i Savoia. Spesso le persone imprigionate non sanno nemmeno di cosa sono accusati ed hanno avuto i loro beni sequestrati. Spesso la ragione per cui sono imprigionati è solo per rubare loro il denaro che possedevano. Tanti non sono nemmeno registrati.
È nominata il 15 una Commissione d’inchiesta sul brigantaggio. La commissione è composta dagli on. Saffi, Sirtori, Romeo S., Castagnola, Ciccone, Argentino, Morelli D., Bixio e Massari (relatore) e si riunisce in seduta segreta il giorno successivo. Il Massari, un pugliese, a proposito del brigantaggio, dice in parlamento: « bevono il sangue, mangiano le carni umane, sono rozzi, superstiziosi, ignorantissimi». Un altro deputato, Giuseppe Ferrari, federalista convinto, invece dice «potete chiamarli briganti, ma i padri di questi briganti hanno per due volte rimesso i Borbone sul trono di Napoli… Ma in che consiste il brigantaggio ? nel fatto che 1.500 uomini tengono testa a un regno e ad un esercito. Ma sono semidei, dunque, sono eroi. Io mi ricordo che vi dissi che avendo visitato le province meridionali avevo veduto una città di cinquemila abitanti distrutta, e da chi ? dai briganti ? no !». La città era Pontelandolfo.
Altro intervento, tra lo sconcerto generale, è quello di Bixio che afferma: «La libertà della Sicilia non è opera della sola Sicilia, è opera dell’Italia. Credete in me, vi dico la verità. Se le province d’Italia non avessero mandato alla Sicilia gli elementi che le hanno mandato, la Sicilia non sarebbe libera e noi non saremmo qui a parlare, saremmo stati strozzati. Eravamo circa quindicimila uomini: sei mila erano Veneti, cinque mila circa erano Lombardi, mille erano Toscani e tremila circa erano Siciliani. Mi si dirà che discorrendo di questi fatti, vengono fuori cose dolorose a sapersi. Ma il mondo è com’è, ed importa sempre conoscere il nostro Paese. Solo tremila siciliani collaborarono con i garibaldini, su una popolazione di due milioni e mezzo».
Il 17 i bersaglieri del 29° battaglione riescono a sgominare gli insorti dell’avvocato Giacomo Giorgi presso Palata, nel Molise, dove uccidono 5 uomini, catturando anche una donna.
Un rapido scontro avviene il 19 nei pressi di S. Severo in Capitanata tra un distaccamento di piemontesi con guardie nazionali ed un gruppo di insorti a cavallo che riesce a disperdere le truppe.
Il gruppo di Carbone, composto di 22 uomini, è accerchiato il 20 da fanteria, cavalleria e guardie nazionali nella masseria Boreano, nei pressi di Melfi. Sono catturati 9 insorti che sono subito fucilati. Gli altri, barricatisi in un edificio, rifiutano di arrendersi e poi, avendo i piemontesi appiccato il fuoco, ammazzano i propri cavalli e si uccidono tutti.
Il 21 cavalleggeri sorprendono nella cascina Barcana, nei pressi di Venosa, una ventina d’insorti che fanno morire atrocemente tra le fiamme.
Nei pressi di Lecce il comandante Valente è arrestato.
Il 23, migliaia di cittadini di Napoli inviano una petizione a Francesco II con la quale denunciano le barbarie degli invasori, riaffermano la fedeltà alla monarchia dei Borbone e la speranza di un prossimo ritorno sul trono delle Due Sicilie.
Il 29, il 1° squadrone cavalleggeri Saluzzo, stanziato a Gioia del Colle, salva un drappello di guardie nazionali di Acquaviva che era stato circondato dagli insorti.
Nei pressi di Acquaviva, il 30, il gruppo di Romano è assalito nei boschi di Panzo da un drappello di carabinieri e guardie nazionali, ma reagisce rapidamente e costringe gli assalitori a rifugiarsi in un casolare. I guerriglieri sono costretti ad allontanarsi per l’arrivo improvviso di uno squadrone di cavalleggeri. Tra feriti e dispersi Romano perde 9 uomini.
In Capitanata, reparti dell’8°, del 36° e del 49° fanteria, comandati dal colonnello Favero, sono accerchiati ed attaccati il 31 da un consistente numero di insorti a cavallo e subiscono negli scontri perdite superiori ai 150 morti.
L’anno si chiude con una relazione alla Camera di Torino sulla situazione nell’ex regno delle Due Sicilie. I dati ufficiali parlano di 15.665 fucilati, 1.740 imprigionati, 960 uccisi in combattimento. Gli scontri a fuoco di una certa consistenza nell’anno sono 574.1 duosiciliani emigrati all’estero risultano essere circa 6.800 persone. Le forze d’occupazione sono costituite da 18 reggimenti di fanteria, 51 “quarti” battaglioni d’altri reggimenti, 22 battaglioni bersaglieri, 8 reggimenti di cavalleria, 4 reggimenti d’artiglieria, per un totale di 105.209 uomini assommante a circa 2 quinti dell’esercito. Le guardie nazionali hanno un forza totale di circa 250.000 uomini. Nei territori delle Due Sicilie si contano circa 400 gruppi armati di resistenza, comandati per la maggior parte da ex militari.
Vittorio Emanuele incarica il generale ungherese Istvan Tiirr di organizzare delle insurrezioni in Ungheria allo scopo di destabilizzare l’impero austriaco.

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