L’insurrezione antifrancese in Basilicata nel 1806 (prima parte)

Iniziamo con oggi la scansione di un capito del libro di Tommaso Pedio, Brigantaggio Meridionale (1806-1863).

L’insurrezione antifrancese in Basilicata nel 1806

Sommario: 1) Ribelli e briganti; 2) La conquista francese del Regno di Napoli; 3) Prime opposizioni in Calabria; 4) Prime manifestazioni antifrancesi in Basilicata; S) Francesco Pignatelli comandante militare in Basilicata; 6)La battaglia di Maida e l’insurrezione calabrese; 7) B movimento antifrancese in Basilicata; 8) I primi successi degli insorti lucani; 9) Lucani e calabresi sulla costa jonica;10) Il Comitato Insurrezionale di Sarconi; 11) La resa di Lagonegro e il sacco di Lauria; 12) La resa dei ribelli; 13) Nuove agitazioni nella zona del Pollino – La rivolta di Pedali; 14) Agitazioni contadine nell’alta valle del Basente

 

1. Guerriglieri sono stati qualificati coloro che in Spagna, nel 1808, si opposero con le armi alle armate napoleoniche e le loro gesta sono state immortalate nelle tele di Francisco Goya. Patrioti sono stati considerati coloro che seguirono nel 1809 Andrea Hofer e il loro canto di guerra è divenuto l’inno nazionale delle popolazioni tirolesi. In Italia Meridionale, invece, chi nel 1806, rispondendo all’appello degli inglesi ed a quello del proprio sovrano, si oppose all’invasore, è stato definito e continua ad essere definito brigante.

I nostri avversari che osano chiamarsi patrioti —lamentarono sin dal 1806 i ribelli meridionali— abusando le parole e a piaggiare l’oppressore…ci gridano briganti. Erano stati infatti i francesi, scesi in Italia Meridionale nel 1799, ad adottare per primi questo termine per indicare coloro che ad essi si opponevano. Era un termine questo nuovo nella lingua napoletana e lo aveva sempre ignorato il legislatore: a Napoli erano sempre stati indicati come banditi o fuorbanditi i fuorilegge datisi alla campagna e come proditores, distinti dai primi, i ribelli scesi in armi contro il potere costituito. E continuarono ad adottare il termine usato dai francesi nel 1799 per indicare il ribelle anche i soldati di Napoleone venuti alla conquista del Regno di Napoli nel 1806. Pur autodefinendosi apportatori di libertà e di giustizia, costoro non concepivano che un popolo potesse battersi contro di loro in difesa del proprio paese. Chi ad essi si opponeva non poteva essere che un volgare brigant.

Questo termine, con cui i francesi indicavano gli eroi e delinquenti comuni, ebbe fortuna. E quando il ribelle, per non essere passato per le armi o consegnato al boia o al plotone di esecuzione, fu costretto ad adottare gli stessi metodi e gli stessi sistemi che venivano usati contro di lui, fu facile confonderlo con il più volgare dei delinquenti comuni. E il brigante continua ad essere definito anche nella storiografia italiana colui che, dopo aver preso le armi in difesa del proprio paese, fu presto abbandonato, dopo i primi successi, proprio da chi aveva assunto l’iniziativa e il comando della insurrezione contro l’invasore ed i suoi fautori.

Coloro che ancora continuano a considerare briganti gli insorti meridionali contro le armate francesi non si chiedono cosa volessero i capibanda ed i gregari che nel 1806, certi dell’intervento inglese, si illusero di poter respingere le armate straniere che con la forza e con il terrore avevano occupato il paese. Si continua ancora a considerare brigante chi impugnò le armi contro lo straniero francese, ma nessuno si chiede come e perchè costoro si fossero trovati nella necessità di comportarsi a volte come volgari delinquenti comuni e di cercare i loro alleati in individui che, in condizioni normali, avrebbero certamente condannato.

A rendere possibile nel Mezzogiorno d’Italia l’assurdo legame che, durante il decennio francese, unì i ribelli ad esseri che la morale borghese condannava senza alcuna attenuante, contribuì indubbiamente la politica estera seguita dall’Inghilterra dopo la morte di William Pitt il Giovane: abbandonati da chi li aveva spinti alla ribellione e all’azione, coloro che avevano creduto nelle promesse degli inglesi si trovarono improvvisamente, a seguito della politica di avvicinamento alla Francia voluta da Charles Fox, a combattere soli contro un nemico senza scrupoli che non concepiva il perdono, non giustificava l’errore e non consentiva che alcuno potesse opporsi alla politica di conquista e di rapina del loro imperatore. Isolati, braccati da uomini assetati di sangue e di vendetta, anche essi, vinti, ma non rassegnati a morire, furono costretti ad uniformarsi, nei metodi e nei sistemi, a chi con inaudita ferocia infieriva contro di loro.

 

2. Come già nel 1799, anche nel 1806 le truppe francesi non conoscono i limiti nelle loro pretese e nelle loro richieste. Esse hanno bisogno di tutto e tutto requisiscono incuranti delle condizioni dei paesi occupati. Napoli deve rendere alle armate napoleoniche tanto quanto rende il Regno d’Italia. Occorre —tiene a precisare Napoleone al fratello Giuseppe— che Napoli fornisca all’Impero da centoquaranta a centocinquanta milioni”. Questo aspetto della conquista napoleonica e le sue conseguenze ha voluto per molto tempo ignorare la storiografia liberale italiana che non ha voluto, per tema forse di apparire filoborbonica ed antiliberale, considerare conquistatori i francesi scesi in Italia Meridionale con il proposito di porre un nuovo sovrano sul trono di Napoli.

Dopo la battaglia di Austerlitz, battuta la terza coalizione e costretta l’Austria ad accettare il tratto di pace impostole il 26 dicembre del 1805 a Pressburg, il giorno succesivo, dal castello di Schònbrunn, Napoleone dichiara decaduta la dinastia dei Borboni di Napoli e annunzia la prossima liberazione dell’Italia Meridionale du joug des hommes le plus perfides. E per ordine dell’imperatore, alla fine del gennaio 1806 un esercito di quarantamila uomini al comando del maresciallo Massena muove verso Napoli per porvi .sul trono il principe designato da Napoleone Bonaparte.

I comandanti delle forze inglesi e russe che si trovano nel Regno di Napoli non condividono il parere del generale russo Anrept che vorrebbe opporsi all’avanzata francese e decidono di abbandonare il paese. I russi si imbarcano per Corfù e gli inglesi per la Sicilia che intendono difendere contro le armate francesi inviate da Napoleone e della quale intendono servirsi come base militare per riconquistare le province che sono oggi costretti ad abbandonare all’invasore. Ed in Sicilia ripara il 23 gennaio Ferdinando IV dopo aver nominato vicario del Regno il figlio Francesco. Ma anche Francesco abbandona Napoli quando le armate francesi varcano il confine e si dirigono verso la capitale. Il 6 febbraio Francesco lancia un appello al paese: impotente ad opporsi all’invasore, per evitare inutili stragi egli si ritira con l’esercito in Calabria per organizzarvi la difesa allo scopo di non lasciare niente di intentato per recuperare il Regno. E il 10 febbraio, prima di abbandonare Napoli, affida il paese ad un Consiglio di Reggenza con il compito di consegnare la capitale all’esercito invasore. Assenti i capi militari che, con le armate borboniche, hanno seguito Francesco in Calabria, impotenti gli uomini della Reggenza a mantenere l’ordine pubblico nella capitale, il governo della città viene assunto dalla nobiltà e dalla ricca borghesia napoletana che organizzano a Napoli un corpo di Guardia Urbana ed inviano il marchese Corrado Malaspina e il duca Ottavio Morbile di Campochiaro a Giuseppe Bonaparte per trattare la resa della città.

Il 14 febbraio l’avanguardia francese entra a Napoli e il giorno successivo il Consiglio di Reggenza cede la città e il Regno a Giuseppe Bonaparte. Nessun atto che possa preoccupare i napoletani: luogotenente dell’imperatore e comandante l’Armata francese a Napoli, Giuseppe Bonaparte mantiene nelle loro funzioni le autorità civili, giudiziarie e amministrative e il 22 febbraio forma il nuovo Ministero: Michele Cianciulli, che ha fatto parte del Consiglio di Reggenza, è nominato ministro di Grazia e Giustizia; Tommaso Sanseverino principe di Bisignano è ministro delle Finanze; il duca di Campochiaro, che con il marchese Malaspina ha trattato la resa della città ai francesi, è chiamato a ricoprir l’incarico di ministro della Real Casa. Il Ministero deli Affari Ecclesiastici è affidato a Luigi Serra duca di Cassano, quello della Marina al principe Pignatelli di Torchiara. Ed accanto ai cinque napoletani, Andrea Francesco Miot è chiamato a reggere il Ministero della Guerra e il corso Cristoforo Saliceti quello della Polizia. Soltanto successivamente si provvederà al Ministero degli Affari Esteri che sarà affidato al marchese del Gallo.

La presenza di presidi borbonici a Gaeta e Civitella sul Tronto non preoccupa eccessivamente il comando delle armate francesi che hanno occupato Napoli e si sono spinte fino a Salerno. Gli sforzi del Massena sono ora rivolti verso il sud, sul confine calabro-lucano, dove, tra il Pollino e il Tirreno sono concentrate le armate napoletane agli ordini del generale Roger Dumas.Contro questa armata muove il generale Reynier alla testa di circa dodicimila uomini. Un reparto al comando del colonnello Remaker, dopo aver disperso un reparto armato che gli oppone resistenza sul Noce, si spinge verso Lagonegro. La città, che la sera del 13 febbraio ha ospitato Francesco di Borbone, è presidiata da oltre duemila uomini al comando del maresciallo Capece Minutolo.

I cronisti locali, cui si rifà il Racioppi, escludono che il principe di Canosa abbia resistito ai francesi: l’avanguardia dell’armata dell’armata Reynier sarebbe entrata in Lagonegro senza colpo ferire e il colonnello Remaker sarebbe caduto raggiunto da un isolato colpo di arma da fuoco. Fonti francesi affermano invece che a Lagonegro l’armata del generale Reyniker avrebbe trovato forte resistenza facilmente repressa, però, dall’avanguardia francese.

Conquistata Lagonegro, la città è posta al sacco. Il Racioppi non crede al sacco cui fa cenno, invece, il Pesce, e si limita ad affermare che la morte del colonnello francese fu occasione a soprusi soldateschi che la tradizione dice saccheggio.

Dopo il sacco di Lagonegro, l’armata francese procede verso Lauria, dove un reparto borbonico di cinquanta uomini cade prigioniero con i suoi ufficiali9, raggiunge Castelluccio e, superata Rotonda, il 9 marzo affronta a Campotenese l’armata del generale Dumas10. La disfatta dell’esercito borbonico é completa: l’armata francese, protetta dal reparto affidato al Duhesme che, da Policoro, scende lungo la costa jonica, il 13 entra a Cosenza e il 29 a Reggio è abbandonata dagli ultimi difensori borbonici.

 

3. L’episodio di Soveria che provoca la reazione di Carmine Caligiuri e la costituzione di una prima banda di insorgenti è l’inevitabile conseguenza del comportamento assunto dalle forze francesi i cui capi consentono il saccheggio dei paesi occupati. I contadini che hanno seguito il Caligiuri sulle montagne, assistono impotenti e pieni di odio all’incendio del loro paese disposto dai francesi per vendicare la morte del loro ufficiale ucciso perché aveva insidiato una donna del luogo.

La loro reazione è legittima: il 25 marzo attaccano un convoglio francese e il 26, sempre più numerosi, affrontano un reparto armato che non riesce a disperdere i ribelli e due giorni dopo, spintisi sul versante tirrenico, assalgono Scigliano. I francesi resistono all’attacco e questa volta hanno il sopravvento sugli insorti: caduto in combattimento Carmine Caligiuri, pochi sfuggono alla reazione francese. L’insurrezione di Soveria che avea per qualche momento turbata la quiete di una porzione della provincia di Cosenza —annunzia ‘Il Monitore’ nel suo numero del 18 aprile— è interamente finita…Gli insurgenti parte sono stati uccisi, parte sbandati. Questi sono andati a rintanarsi nelle caverne e nei boschi onde scappar più non potranno, essendo circondati da truppe francesi e da numerose pattuglie di cittadini armati. Soveria e Conflenti centri d’insurrezione —si tiene a precisare nel giornale governativo— sono state divorate dal fuoco. Atterriti da questo esempio, gli altri paesi che avevano mostrato qualche pendenza alla novità, hanno mandato in folla deputazioni ad implorare perdono da’ generali .

La rivolta di Soveria estesasi nei paesi a sud della Sila fino al versante tirrenico, non ha insegnato nulla ai generali e ai soldati francesi. Essi persistono nei loro metodi incuranti del malcontento che il loro comportamento provoca nei paesi occupati. Episodio isolato è la decisione di sottoporre al giudizio di una Commissione Militare il guardia magazzino di Lagonegro resosi responsabile di una serie di abusi nei confronti della popolazione di questa cittadina già immiserita dal sacco del 6 marzo. I francesi continuano ad irritare con il loro comportamento e con le loro pretese le popolazioni dei paesi occupati: le maniere dei vincitori —scrive Luigi Maria Greco nei suoi Annali calabresi— provocano contrasti ingranditi da discrepanza di favella, da stranezza di forme, da aggravi… da saccheggi… da ricerche di donne a vitupero, da chiese profanate fatte caserme, da requisizioni ingorde, da allegrezze che tra le pubbliche sofferenze sembravano strazi ed insulti per le popolazioni offese e vilipese.

Le fucilazioni indiscriminate, il saccheggio e l’incendio dei paesi ribelli producono un effetto contrario. Una «Lettera per la classe popolare calabrese» incitante alla rivolta contro coloro che intendono godere dei nostri sudori e delle nostre donne diffusa nel marzo del 1806, prova quale sia lo stato d’animo di queste popolazioni che a Pedace, nei primi giorni di maggio, insorgono contro i francesi.

Anche questa volta la reazione è violenta: il paese viene attaccato l’8 maggio da una colonna al comando del colonnello Doufeur e, domati i ribelli, il paese viene saccheggiato e dato alle fiamme. Chi sfugge al massacro è tradotto a Cosenza e, sottoposto al giudizio di una Commissione Militare, il 18 giugno é consegnato al plotone di esecuzione. E dopo Pedace, nel giugno del 1806 insorgono Cotronei, Savelli e Cerenza; manifestazioni antifrancesi si verificano a Longobucco, a Corigliano e ribelli isolati raggiungono sulla Sila gli uomini di Pedace che, sfuggiti ai francesi, si sono organizzati in bande armate.

 

4. Un profondo fermento è ovunque e non soltanto in Calabria. L’ordine che regna in Puglia non si verifica nelle altre provincie. In questa regione la conquista francese del Regno di Napoli non ha notevoli ripercussioni. I paesi pugliesi non vengono invasi da soldati avidi di bottino ed ai quali i loro comandanti tutto consentono. Presidiati sin dal 1801 da reparti francesi, essi accettano la trasformazione politica del paese che, in Puglia, si verifica pacificamente senza alcuna sostanziale opposizione. Soltanto Giovanni Battista Rodio non accetta la nuova situazione. Ma, nella impossibilità di organizzare una resistenza armata contro i francesi, egli abbandona il paese dirigendosi verso la Calabria per unirsi all’esercito borbonico. I pochi uomini che lo seguono non sono, però, in grado di difenderlo. Fatto prigioniero il 15 marzo da alcuni reparti francesi nella pianura jonica mentre si accinge a guadare l’Agri in piena, questo antico capomassa ora ufficiale di Ferdinando IV, verrà tradotto a Napoli e giustiziato il 27 marzo del 1806 dopo un processo che gli stessi francesi riterranno un assassinio.

Come in Calabria, anche nelle altre provincie del Regno la reazione contro i metodi e i sistemi delle armate francesi ha provocato, specie nei ceti più umili e più colpiti, l’opposizione armata sempre ferocemente repressa. I contadini e i ceti popolari delle provincie meridionali hanno sempre visto i propri nemici nel ricco proprietario, nell’avvocato, nel notaio, nell’usuraio senza scrupoli e nel ricco ed avido massaro. E contro costoro non hanno mai nascosto un astio profondo spesso esploso in sanguinose manifestazioni. Ora che i loro nemici di sempre accolgono le armate francesi che invadono da conquistatori il paese, questo rancore manifestano con maggiore violenza in una azione provocata da un metodo che spinge inevitabilmente alla rivolta isolata e alla insurrezione individui immiseriti ed indifesi, i più colpiti dalla presenza di un esercito invasore che non ammette che un paese possa difendersi e non giustifica, anzi condanna alla stregua del più volgare malfattore chi reagisce al sopruso e alla violenza dei conquistatori. Non soltanto sulle montagne abruzzesi, dove le masse contadine hanno subito il primo urto delle armate francesi, ma anche nelle altre provincie i contadini, i ceti popolari ed i civili si lasciano facilmente suggestionare da coloro che, schieratisi nel 1799 contro le Municipalità repubblicane e postisi al servizio della reazione dopo la caduta della Repubblica Napoletana, temono ora, con il ritorno dei francesi, la vendetta di coloro che essi avevano perseguitato ed additato come giacobini. Timore questo che, avvalorato ora dalla condanna inflitta al marchese Rodio, rende ovunque sempre più audaci i vecchi sanfedisti.

La nuova situazione politica non sembra, in un primo momento, avere notevoli ripercussioni in Basilicata. Quanto avviene nel Vallo di Diano e nell’estremo lembo tirrenico della provincia, dove sono stanziate le retroguardie dell’armata borbonica fermatasi sulle falde del Pollino, sembra lasciare indifferente il resto della regione dove i notabili locali si affrettano a riconoscere il nuovo regime. Nonostante questa apparente tranquillità, non si dimenticano in Basilicata le tristi giornate del 1799 e soprattutto non le dimenticano coloro che, in difesa della Santa Fede, hanno colpito o cercato di colpire i propri avversari dopo la caduta della Repubblica Napoletana.

Prime manifestazioni antifrancesi si verificano anche in questa regione subito dopo la resa di Napoli. A Pescopagano, grosso centro nell’alta valle dell’Ofanto, Pasquale Miele, che era stato nominato sergente della Milizia Provinciale per essersi schierato nel 1799 contro la Repubblica Napoletana, nel febbraio del 1806, rimasto attaccato al passato governo, condanna apertamente l’adesione dei maggiorenti del suo paese al nuovo regime. Ma non riesce ad organizzare un movimento antifrancese perchè viene arrestato immediatamente con il fratello Antonio per delitti di opinione e di reità di Stato.

L’episodio di Pescopagano non è un fatto isolato. Ancor prima della resa dell’esercito napoletano a Campotenese, nella zona nord occidentale della Basilicata, sul confine con il Principato, nelle montagne tra l’alta valle dell’Ofanto e quella del Tanagro, alle spalle delle armate borboniche che, lungo il Tanagro, si dirigono verso il Pollino, si è organizzata una banda armata con il proposito di ostacolare, con azioni di disturbo, l’avanzata dell’armata francese che da Salerno insegue, lungo il Tanagro, l’esercito napoletano in ritirata. La presenza di questa squadriglia, che raccoglie uomini che nel 1799 hanno seguito Sciarpa in Basilicata, rianima i vecchi sanfedisti che, specie a Muro e a Bella, temono il ritorno dei francesi e la vendetta degli antichi giacobini. Alle prime notizie della resa dell’armata napoletana a Campotenese, a Muro Lucano Arcangelo Barbieri, un prete che nel 1799 è stato relegato dalla Municipalità Repubblicana del suo paese a Caposele e che dopo la caduta della Repubblica Napoletana ha preteso dal visitatore borbonico la condanna dei suoi avversari, manifesta la sua avversione al nuovo regime ed incita i contadini del suo paese ad insorgere contro i francesi. I vecchi repubblicani di Muro, che non hanno dimenticato l’attività svolta ai loro danni da questo sacerdote, intervengono immediatamente. Arrestato sotto l’accusa di aver pubblicamente diffamato il nostro presente sovrano e di aver sparso voci sediziose ed allarmanti, viene consegnato al vescovo della Diocesi perchè questi provveda nei suoi confronti. Relegato presso i Padri Redentoristi di Caposele, il Barbieri ritorna, però, dopo pochi giorni a Muro annunziando l’imminente ritorno dei Borboni. Intervengono nuovamente i vecchi giacobini di Muro e questa volta ad allontanare dal suo paese questo perturbatore, che altre volte è stato causa della distruzione di molte famiglie del suo paese e che ora vantasi essere in corrispondenza con i nemici dell’ordine pubblico, provvede direttamente il nuovo comandante militare della Provincia, il principe Francesco Pignatelli di Strangoli, disponendone l’arresto e la traduzione a Matera.

La situazione non è così semplice come appare dal rapporto inviato al ministro della Guerra il 16 maggio del 1806 dal Ducomet, che, richiamato a Napoli il Duhesme, esercita le funzioni di comandante militare della provincia. Sul versante lucano del Pollino, nella valle del Sarmento, nei paesi della costa jonica e in quelli delle valli del Sinni, dell’Agri e del Sauri e sul massiccio della Lata la presenza di Francesco Antonio Rusciani, uno dei capimassa del Ruffo che Ferdinando IV ha nominato ed insignito del titolo di barone, non sembra destare eccessiva apprensione nelle autorità preposte al comando militare della provincia.

Non così ottimisti sono, invece, i rapporti che Francesco Pignatelli, subentrato al Ducomet nel comando della provincia, invia a Napoli &. La situazione non é quale é stata esposta dal suo predecessore. Viva preoccupazione desta nel nuovo comandante militare della Provincia non solo la presenza del Rusciani e dei suoi agenti tra la Lata e il Pollino, ma anche la situazione che si é venuta a creare nelle montagne tra le sorgenti della Camastra ed il Vallo di Diano. A Calvello la duchessa Dorotea Lagni Carafa, moglie del principe Paolo Ruffo di Castelcicala, ha dato disposizioni ai suoi agenti perché si mantengano fedeli al vecchio sovrano. L’invito della duchessa non é rimasto inascoltato: Calvello è insorta e a promuovere l’insurrezione sono stati i de Porcellinis, una vecchia famiglia gentilizia che ha interessi nell’alta valle dell’Agri. Innalzata sul palazzo ducale la bianca bandiera dei Borboni, una colonna di armati guidata da Giovanni Battista de Porcellinis si é diretta a Sasso di Castalda per indurre questo piccolo centro abitato sul confine della provincia verso Brienza nel Principato Citeriore a seguire l’esempio di Calvello. Anche a Sasso di Castalda, promettendo una paga di quattro carlini al giorno, il de Porcellinis arruola armati per inviarli nel Vallo di Diano per unirsi agli insorti che operano ai confini della Basilicata spingendosi sino ai paesi dell’alta valle dell’Ofanto.

La province de la Basilicata est en feu, conclude il Pignatelli il suo primo rapporto al ministro della Guerra. Messo, però, nella impossibilità di agire il Rusciani, che sarà presto arrestato da una colonna mobile inviata a Terranova del Pollino dal Duhesme, e distrutte le bande che dal Vallo di Diano minacciano la provincia, la Basilicata non dovrebbe destare eccessive preoccupazioni: le città lucane, prime tra altre Avigliano, Muro e Venosa, ed i paesi della provincia sono gli stessi che, amici dei Francesi, si sono battuti contro Ruffo e contro Sciarpa ed hanno subito persecuzioni e prepotenze da questi due «briganti»».

Ma anche questo primo rapporto del nuovo comandante militare non prospetta la reale situazione della provincia. La cattura del Rusciani non ha certo impedito ad altri che operano tra Lata e il Pollino di mantenere contatti con emissari borbonici ed inglesi che, sfuggendo al controllo delle forze francesi stanziate in Basilicata, raggiungono i paesi delle valli dell’Agri, del Sinni e del Sarmento dove si opera per organizzare una rivolta generale contro i francesi. Né inoperosi sono i fautori del vecchio regime nella zona di Muro Lucano dove —deve riconoscere lo stesso Pignatelli nel suo rapporto del 21 giugno al Saliceti— vi è una compagnia di ladri insorgenti la quale pare che ascenda a quaranta persone che si suddividono in piccole partite. Costoro non temono certo le truppe regolari, né le Guardie Civiche ed hanno osato finanche, in dodici uomini a cavallo, attaccare la mattina del 21 giugno lo stesso comandante della Provincia che, proveniente da Eboli, si dirigeva con la sua scorta verso la nuova residenza.

Gli armati che hanno assalito il comandante della Provincia a breve distanza da Muro, hanno contatti con elementi antifrancesi operanti nella zona dove—deve ammettere lo stesso Pignatelli— i governatori sono amici del passato governo, proteggono apertamente i borbonici favorendone l’attività e perseguitano gli amici dei Francesi. L’attentato del comandante della Provincia scortato da truppe regolari e dalle tre compagnie della Guardia Civica di Muro Lucano che, guidate dal loro comandante Vincenzo de Pasquale, si sono recate ad Eboli per accogliere il Pignatelli diretto in Basilicata, ha un fine preciso: ritardare l’arrivo della scorta e tenere il più possibile lontano la Guardia Civica di Muro Lucano per consentire agli insorti di attuare un loro piano diretto a colpire gli amici dei Francesi nella vicina Bella.

La mattina del 21 giugno, se dobbiamo credere al Pignatelli, mentre la sua scorta insegue chi ha osato attaccarla, alcuni armati, che nei rapporti ufficiali sono definiti briganti, entrano in Bella. Si recano direttamente verso il palazzo dei Sansone ed uccidono Luigi che, nel 1799, era stato uno di quelli… maggiormente impegnati per la piantagione dell’albero e che, Comandante della Gendarmeria, si era recato in Muro per condurre nella sua patria il Commissario Organizzatore  per farvi stabilire la Municipalità. Nel corso di questa azione che, secondo il rapporto del Pignatelli al ministro Saliceti si sarebbe svolta senza provocare alcuna reazione, resta ferito anche Nicola Ferrane, nipote del sacerdote Vito firmatario nel 1799 della supplica al Commissario Organizzatore per far stabilire in Bella la Municipalità.

A Muro, dove si ferma alcuni giorni per organizzare la Milizia Provinciale con galantuomini e civili di Muro e di Avigliano amici dei Francesi, il nuovo comandante militare della Provincia constata quale sia la forza degli oppositori che egli si ostina a definire briganti o, al più, ladri insorgenti.

I fatti di Calvello e l’adesione di Sasso di Castalda all’insurrezione antifrancese ha ripercussioni nei paesi limitrofi. A Vignola, l’attuale Pignola di Basilicata, anche se non si risponde all’invito della vicina Calvello e si procede alla cattura del capo della banda che si é spinta nell’abitato per promuovervi l’insurrezione 35, non mancano elementi avversi al nuovo regime. Vincenzo Vicenza, un sacerdote che nel 1803 è stato inquisito per una presunta estorsione, desta sospetti per il suo atteggiamento. Avversario implacabile di chi aveva aderito nel 1799 alla Repubblica Napoletana, nel luglio del 1805 aveva mosso a Domenico Perito l’accusa di mantenere rapporti con elementi giacobini di Avigliano. Ora, dopo la conquista francese, non nasconde i suoi sentimenti borbonici e manifesta pubblicamente la sua avversione al nuovo regime. Ma contro di lui non si procede: egli sarà arrestato con il fratello Giuseppe soltanto nell’estate del 1806 perché sospettato di avere rapporti con gli insorti di Laurenzana e di Corleto Perticara. Si é più accorti, invece, a Tito: essendosi veduto sortire armato un prete notissimo capomassa con due compagni, fu sospettato —comunica il Pignatelli nel suo ricordato rapporto del 24 giugno al ministro Saliceti— che egli andasse ad abboccarsi con la banda dei briganti che erano sortiti…dal Sasso. I naturali…lo arrestarono…e lo hanno a me mandato con i suoi compagni M.

Una certa agitazione si nota anche a Potenza dove é ricercato un tale Squaquecchia “conosciutissimo sanfedista” 4° sospettato di avere avuto rapporti con individui arrestati ad Abriola. Egli é sfuggito, però, alla cattura perché protetto da un caporale dei Miliziotti, altro famosissimo birbante, che il comandante della Provincia farà subito arrestare. Nella vicina Vaglio opera invece indisturbato Domenico Catalano. Giovane nipote dell’arciprete della Collegiata che è stato tenace avversario nel 1799 dei giacobini del suo paese «, il Catalano cerca di organizzare le forze antifrancesi anche nei centri limitrofi. A Cancellara, dove i Basile, una ricca famiglia gentilizia di antiche tradizioni repubblicane, hanno aderito incondizionatamente al nuovo regime e dove, dopo la conquista francese, un attentato è stato compiuto alla vita di Giovanni Battista Basile ad opera di persona rimasta sconosciuta, il 22 giugno giunge da Vaglio Nicola Anzillotta latore di un messaggio del Catalano: non bisogna cedere ai soprusi e alle violenze francesi, non seguire come al tempo della Repubblica Napoletana gli infatuati giacobini e i falsi patrioti, ma seguire, invece l’esempio dei molti paesi del Regno insorti contro le armate francesi.

L’Anzillotta è accolto nella bottega del sarto Giuseppe Armignacco e parla con civili e popolani. Tra questi é anche Giovanni Battista Basile, un popolano conosciuto come Fiamusco, distintosi nel 1799 tra i difensori della Repubblica Napoletana e incluso tra i rei di Stato della sua provincia.

Nella bottega del sarto di Cancellara si discute animatamente: alcuni sembrano disposti ad agire. Lo stesso Fiamusco condanna la condotta dei francesi e dei loro sostenitori. Altri, invece, ricordano le conseguenze della loro partecipazione ai fatti del 1799 e, temendo la reazione francese, sconsigliano ogni azione. Michele Palese, un barbiere che aveva aderito alla Repubblica Napoletana e seguito nel 1799 i suoi concittadini ne’ diversi luoghi a organizzare la popolazione per l’ellizione de’ Presidenti e che ora condanna l’attentato contro il ricco galantuomo Giovanni Battista Basile, assume netta posizione contro il Fiamusco. L’Armignacco non ammette la posizione assunta dal Palese e lo aggredisce a colpi di forbice. Interviene la Guardia Civica e con l’Armignacco viene arrestato anche Tommaso Genzano che ha usato parole irriguardose nei confronti dei fautori francesi. Due giorni dopo, però, il Fiamusco assale le carceri baronali per fare evadere i due detenuti: in difesa del capitano della Guardia Civica Saverio Notargiacomo, che ha riportato lesioni nell’atto che il riferito Basile Fiamusco si voleva arrestare, colpi d’arma da fuoco sparati dai militi della Guardia Civica ristabiliscono l’ordine e anche il Fiamusco viene arrestato. Il Pignatelli, il quale ripetutamente lamenta che da Napoli non si provvede ancora ad allontanare dai vari uffici i vecchi funzionari borbonici rimasti fedeli al passato governo, è convinto di aver represso in Basilicata ogni tentativo di rivolta: Ha esistito veramente —egli scrive da Muro Lucano il 27 giugno del 1806 al preside della Udienza di Matera— un’estesa congiura diretta dagli antichi capimassa di questi luoghi, che avrebbe posta in fuoco la provincia, se non fossi giunto in tempo e non avessi ritrovate le migliori disposizioni e molte energie fra tutti coloro che anche nel ’99 furono nemici del governo di Ferdinando.

Gli ostacoli maggiori in questa sua opera di repressione li ha trovati nei vecchi funzionari borbonici che il nuovo regime ha mantenuto nei loro posti. Se i governatori di tutti questi luoghi—egli fa presente al Susanna—fossero stati attaccati al governo, le trame dei malcontenti si sarebbero scoperte al principio, né si sarebbe tanto estesa la cospirazione. Gli errori che si sono commessi-—e-gli conclude nella sua nota— serviranno di scuola. Ho una nota —egli aggiunge— dei cattivi governatori che farò senza meno cacciar via. Uno dei più cattivi è il capo riparato di Bella, che deve essere al più presto sostituito con persona che ne sia degna.

Nonostante ravvisi nei vecchi impiegati borbonici mantenuti nelle loro funzioni dai francesi un pericolo per il nuovo governo, sfugge al Pignatelli il vero stato della provincia. Egli si preoccupa di denunziare al ministro di Polizia i funzionari che non portano la coccarda francese, di minacciare di arresto il governatore di Potenza che si é lasciato sfuggire quel tale Squaquecchia ma non si preoccupa di intervenire concretamente a Calvello. I fratelli de Porcellinis, che hanno promosso l’insurrezione in questo centro abitato, si sono allontanati indisturbati con la gente assoldala che alzò lo stendardo della rivolta. Né è intervenuto a Venosa, dove nel pomeriggio del 28 giugno, quattro birri… si portavano armati in una taverna dove eravi gran concorso di popolo e lo invitarono apertamente alla sollevazione dicendo che essi venivano da Napoli dove erano già sbarcati l’Inglesi fuggendosene precipitosamente i Francesi con i loro amici e che era di conseguenza giunto il momento di disfarsi di tutti gli ‘abiti lunghi’, ossia —annota il Cortese— dei galantuomini favorevoli ai francesi.

 

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