L’insurrezione antifrancese in Basilicata nel 1806 (seconda parte)

Prima parte

6. Mentre in Sicilia gli inglesi preparano uno sbarco in Calabria, a Napoli il governo centrale e, nelle province, i vari comandanti militari sottovalutano quanto avviene nei territori occupati. Convinti che la forza e il terrore siano le sole armi necessarie per mantenere il paese, i francesi ignorano la realesituazio-ne delle Provincie. Convinti di trovarsi tra popolazioni incapaci di aspirazioni e di ideali, essi persistono nella erronea convinzione che i loro oppositori siano soltanto briganti e delinquenti comuni. Interessati a non rendersi ostili nelle province il ceto dei proprietari ed i ricchi galantuomini, i francesi non tengono conto dei contrasti sociali che, già manifestatisi nel 1799, minacciano seriamente la stabilità del nuovo regime. Essi non riescono a comprendere che i ceti popolari, come già alla fine del Settecento, hanno bisogno di una bandiera per unirsi contro gli oppressori di sempre che, per mantenere antichi privilegi, hanno aderito al nuovo regime principalmente perché questo riconosce loro il ruolo di classe dirigente. Anche in Basilicata gli uomini preposti al comando della provincia ignorano i preparativi inglesi per una offensiva nelle province occupate.
Il viaggio di Giuseppe Bonaparte in Calabria, dove i vari notabili, i galantuomini, i ricchi proprietari terrieri si affrettano a manifestare tutta la loro simpatia al nuovo regime, il provvedimento con cui Napoleone nomina il fratello sovrano di Napoli, la repressione del moto insurrezionale occasionato a Soveria da un atto prepotente di un ufficiale francese e che si é rapidamente esteso sino ai paesi del versante tirrenico, la reazione violenta contro gli insorti di Pedace sembrano rafforzare la posizione dei francesi in Italia Meridionale.
La perdita di Capri, conquistata dagli inglesi mentre a Napoli rientra da sovrano Giuseppe Bonaparte e poi, a distanza di pochi giorni, la caduta di Ponza sono un segno premonitore di una imminente offensiva 49. Mentre il colonnello Hudson Lowe, comandante del presidio inglese di Capri, addestra alla guerriglia anche galeotti liberati a Ponza per destinarli alle bande armate che già operano nelle province occupate dai francesi50, per tentare una azione di vasta portata in Calabria gli inglesi mantengono nei paesi del Mezzogiorno d’Italia contìnui contatti con elementi antifrancesi. Non soltanto in Basilicata, ma anche in Calabria, dove tutto dovrebbe far temere uno sbarco inglese, da parte dei francesi si mostra un eccessivo ottimismo che il Mozzillo, giustamente, ritiene dovuto alla scarsa consapevolezza di quanto sta accadendo.
Dopo la repressione dei moti di Pedace e il sacco seguito dall’incendio di questo centro abitato, » manifestazioni ostili ai francesi si verificano un po’ ovunque. La rivolta di Verbicaro seguita da uno sbarco inglese a Scalea nella notte tra il 23 e il 24 maggio e, nei primi giorni di giugno, l’attacco inglese alla marina di Cetraro e la spedizione di una banda di duecento armati contro Crotone sono episodi che, nei rapporti ufficiali, vengono minimizzati. Nonostante vengano diffusi proclami inglesi e borbonici, da Cosenza il preside della Udienza della Calabria Citeriore, come già il Pignatelli dalla Basilicata, rassicura Napoli che i briganti vanno scomparendo e che non vi é nulla da temere, neppure dagli inglesi, la cui presenza si riduce a fatti insignificanti. La diffusione a fine giugno nei paesi calabresi del proclama con cui Ferdinando IV, autorizzando i suoi sostenitori ad arruolar gente armata, comunica di avere affidato agli inglesi il comando dell’armata destinata a riconquistare il Regno di Napoli, è seguita, dopo pochi giorni, dallo sbarco inglese nel golfo di Sant’Eufemia e alla sconfitta subita il 4 luglio a Maida dal generale Reynier.
Abbandonata la Calabria Ulteriore agli inglesi dall’armata francese in ritìrata, il generale John Stuart esorta le popolazioni calabresi ad unirsi a lui per inseguire il comune nemico e restituire il Regno al suo legittimo sovrano. L’armata britannica —tiene a precisare nel suo appello il generale Stuart— non é venuta tra voi per dar luogo alle vostre intestine animosità, ma per proteggervi e liberarvi dalla tirannia dei francesi… Quelli che ci ubbidiranno e si uniranno a noi, nonostante il loro passato attaccamento al nemico, saranno perdonati e protetti. Al contrario —ammonisce il generale inglese— coloro che, sotto qualunque pretesto, ardissero di non prestarci la loro assistenza, saranno rigorosamente puniti.
Il successo inglese, l’abbandono da parte dei francesi del territorio a sud di Maida e l’appello del generale Stuart alle popolazioni calabresi hanno notevole ripercussione in Calabria. L’intera regione ora insorge. Seminando ovunque il terrore e la distruzione, le forze francesi ripiegano verso il nord con il proposito di fissare a Cassano, nella Piana di Sibari, il centro della loro resitenza. Le bande calabresi, esortate alla rivolta dall’appello inglese, puntano verso Napoli: i ribelli sono convinti, così come teme Giuseppe Bonaparte, & che la loro marcia verso la capitale sarà protetta da forze inglesi sbarcate sulla costa tirrenica.
Contro ogni previsione, però, ad inseguire i francesi in ritirata saranno soltanto bande disordinate di insorti: gli inglesi che hanno provocato la rivolta delle popolazioni calabresi ed armato i ribelli rimarranno estranei al fermento che agita il paese dopo la rotta subita a Maida dai francesi e l’appello alla rivolta del generale inglese. Ordini superiori pervengono al comando inglese in Calabria perché rinunzi a sfruttare la vittoria. Charles Fox, che dopo la caduta del ministero Pitt a seguito della morte del suo presidente, ha assunto la direzione della politica estera inglese, tende ad una intesa con Napoleone. L’offensiva inglese nel Regno di Napoli ostacolerebbe le trattative già iniziate con il Talleyrand. E il generale Stuart e l’ammiraglio Sidney Smith, attenendosi alle direttive del loro governo, abbandonano gli insorti e si ritirano nelle loro basi in Sicilia ». Nessuno in Calabria, però, teme di essere abbandonato dagli inglesi ed i ribelli inseguono le forze francesi in ritirata con il proposito di accerchiarle e di costringerle alla resa.
Mentre sul versante jonico, oltre la Piana di Sibari, armati sbarcano alla foce del fiume Canna per spingersi verso il Sinni e controllare, in tal modo, la strada che oltre il Pollino porta dallo Jonio verso il Tirreno, sul versante occidentale della Calabria bande di insorti superano Campotenese e, oltre il Lao, raggiungono Lauria e il 19 luglio occupano Lagonegro ed inseguono i francesi in fuga fino a Padda, nel Vallo di Diano.
Fallito un tentativo su Campestrino per aggirare le forze francesi che si sono fermate nella Certosa di Padula da cui controllano la valle del Tanagro minacciata dalle bande stanziate sui monti lucani della valle del Bianco, gli insorti rafforzano la loro posizione sul versante tirrenico della Basilicata: padroni di Lauria, presidiata dal capitano de Cardone con le forze che lo hanno seguito dalla Calabria, e padroni di Lagonegro dove nuove forze sono state inviate da Cosenza, gli insorti comandati dal Necco contano su Maratea e sulla presenza di un reparto calabrese che, sbarcato a Policastro il 25 luglio, controlla le montagne a nord di Sapri.
Contano ancora gli insorti sui paesi del versante lucano del Pollino: Ruscia-ni, lo riconosce lo stesso comandante militare della Basilicata, è riuscito a suscitare in questi paesi un profondo sentimento antifrancese e, avvalendosi di elementi della media e della piccola borghesia, ha reclutato uomini disposti a battersi contro il nuovo regime. Queste bande non controllano soltanto la valle del Sarmento, ma anche le valli del Sinni, dell’Agri e del Sauro sino alla Lata. E dal Pollino, lungo la valle del Lao, sono scesi gli insorti di San Severino Lucano guidati dal sacerdote Pasquale Perrone spingendosi fino a Santa Domenica dopo essere stati accolti a Papasidero che ha innalzato le bianche bandiere borboniche alle prime notizie della rotta dei francesi. A Santa Domenica sono scesi anche gli insorti di Verbicaro per unirsi alla banda costituita a Santa Domenica da Matteo Perrone. H sacerdote di San Severino Lucano e il popolano di Santa Domenica hanno l’ordine di condurre i loro uomini, sono circa seicento, a Lagonegrò per unirsi alle forze del Necco.

7. Nonostante da Napoli cerchino di minimizzare la sconfitta subita a Maidara,il successo inglese, l’insurrezione calabrese e la presenza degli insorti a La-gonegro hanno notevoli ripercussioni in Basilicata. Il comandante militare della Provincia, che ha appreso l’abbandono di Catanzaro e Cosenza da parte dei francesi da un magistrato proveniente da Catanzaro, ancor prima di ricevere conferma ufficiale da Napoli, scrive al generale Pinon, comandante militare in Terra di Bari, per comunicargli anche che egli si trova nella impossibilità di controllare la situazione nel caso in cui anche la Basilicata dovesse insorgere seguendo l’esempio dei calabresi, E nello stesso giorno, in difformità ai suoi precedenti ottimistici rapporti comunica al generale Alessandro Berthier, capo di Stato Maggiore Generale, che la Basilicata n’est pas du tout tranquille e che la parie de la province limitrophe de la Calabre est menacée d’une insurrection.
I dati forniti dal Pignatelli sono vaghi ed incerti: ancora nei primi giorni di luglio a Matera non sanno effettivamente quale sia lo stato reale dei paesi della provincia. Il Pignatelli ignora che, accanto al Rusciani, hanno operato negli ultimi mesi elementi noti per il loro attaccamento alla dinastia borbonica e per la loro avversione ai francesi. Coloro che in Basilicata hanno avuto contatti con l’ex colonnello borbonico prima del suo arresto sono prevalentemente uomini appartenenti al ceto dei civili. Non sono mancati, però, elementi popolani che, al servizio di Ruffo nel 1799, temono ora la vendetta dei galantuomini che erano e sono rimasti amici dei francesi. Il Rusciani, che non ha certo tralasciato di avvicinare anche contadini e popolani per organizzarli in bande armate e per servirsene contro i francesi, conta principalmente su elementi in grado di fornire una certa garanzia per l’organizzazione di un vasto movimento antifrancese nella regione. Prima di essere arrestato il barone Rusciani si é rivolto ai notabili, non solo, ma anche ad ufficiali dell’esercito borbonico che non hanno aderito al nuovo regime. Tra questi ha risposto al suo appello Felice Viggiani di Tramutola, che ora vive a Corleto Perticara. Valente artigiano nel suo paese, il Viggiani aveva chiuso la sua bottega di calzolaio nel 1789 per arruolarsi tra i Fucilieri di Montagna. Distintosi l’anno successivo tra gli uomini del cardinale Ruffo, era stato nominato ufficiale e destinato nel 1803 al comando di una compagnia di Granatieri del HI Reggimento stanziato in Basilicata per la repressione delle bande armate che operavano nella valle dell’Agri. Nel gennaio del 1806 aveva raggiunto con i suoi uomini l’esercito napoletano in ritirata. Prigioniero con il Rusciani a Campotenese, aveva ottenuto di rientrare a Corleto. E da Corleto aveva mantenuto rapporti con il suo vecchio colonnello il quale, rientrato a Terranova del Pollino, gli aveva affidato il compito di organizzare e dirigere nella sua zona il movimento antifrancese.
In contatto con Donato Micucci da Roccanova, un ex alfiere dell’esercito borbonico che, dopo Campestrino, si è ritirato nel suo paese, Felice Viggiani è riuscito a creare una vasta rete di corrispondenti nei paesi della valle dell’Agri. E con il Micucci ha organizzato bande armate che, sin dal maggio del 1806, si andavano raccogliendo nei boschi del monte Maruggi e del Volturino e sul Rapa-ro66, da cui si spingevano anche nel Vallo di Diano e, lungo il Tanagro, mantenevano contatti con le bande che già operavano nella valle del Bianco, nell’alta valle del Sele e nell’alta valle dell’Ofanto. Il Pignatelli, che dal giugno del 1806 é in Basilicata, ignora non soltanto la reale consistenza di queste bande, ma anche l’attività del movimento antifrancese nella valle dell’Agri.
8. La rotta subita dai francesi a Maida ha immediate ripercussioni nei paesi in cui opera, emissario del Viggiani, Donato Micucci. L’8 luglio l’ex alfiere borbonico si reca a Sarconi. Ha un rapido incontro con Carlo de Mauro, antico ca-pomassa al seguito di Sciarpa nel 1799. Assicuratosi che questi, con i figlioli Ciro, Michele e Nicola, s’avevano già procurate le armi per fare una seconda rivoluzione, il Micucci convoca i notabili locali e comunica loro, che le armate francesi, battute dagli inglesi, sono in rotta, che la Calabria e tutti i paesi del versante lucano del Pollino sono in armi e che Francesco di Borbone è tra gli insorti per guidarli alla riconquista del Regno. Alla riunione dei notabili segue una manifestazione antifrancese cui partecipa l’intera popolazione di questo piccolo centro abitato. Nello stesso giorno, dopo aver dichiarato decaduto il governo francese e ripristinata l’autorità della dinastia borbonica, il sindaco Nicola Lattaro e Nicola di Mauro, commissionati dal Popolo di Sarconi, si recano oltre La-gonegro per incontrarsi nei pressi di Maratea con emissari borbonici dai quali ottengono incoraggiamenti, armi, danaro e promesse. Da Sarconi, ormai tornata borbonica, il Micucci si reca sul Raparo dove sono le bande che qualche giorno prima hanno assalito Carbone e, assumendone il comando e il controllo, affida loro il compito di raggiungere i paesi delle valli del Sinni e dell’Agri dove il movimento antifrancese ha già i suoi agenti. Gli ottocento uomini raccolti sul Raparo vengono distribuiti in più colonne. Alcune scendono a Castelsaraceno, altre, lungo il Cogliandrino, si dirigono verso Lauria dove un reparto francese controlla ancora la situazione nonostante Giuseppe Pesce abbia già organizzato un centro insurrezionale a Lauria Inferiore. Accolti favorevolmente dalla popolazione di Lauria, il 13 luglio gli insorgenti —preciserà il giudice Lombardi nella relazione da lui redatta nel gennaio del 1807 sui fatti di Lauria— assalirono il Comandante francese che con trenta uomini era in guarnigione, lo fugarono verso Rivello e pochi suoi soldati rinchiusero in prigione. Padroni della situazione, gli insorti controllano ormai la zona e il giorno successivo affrontano un reparto polacco che si ritira dalla Calabria: di questi —preciserà il giudice Lombardi— molti fecero prigionieri e molti ne uccisero. Ed accolgono poi la colonna calabrese del Necco che vi giunge il 18 luglio.
A Castelsaraceno, dove notabili e popolani hanno accolto gli insorti scesi dal Raparo manifestando la loro avversione ai francesi, le bande si dividono ancora, alcune per dirigersi nella valle del Sinni, altre in quella dell’Agri. Le prime si portano a San Chirico Raparo dove i Magaldi, noti come antichi giacobini ed amici dei francesi, hanno abbandonato il paese agli insorti. Da San Chirico, dopo aver riportato al dominio borbonico Episcopia, raggiungono Roccanova dove contano su Fabrizio di Pietro il quale, già agente del Rusciani, mantiene ora contatti col Micucci. Da Roccanova, insorta contro i francesi, partono uomini per controllare gli insorti di Castronuovo, l’attuale Castronuovo Sant’Andrea, e quelli di Santarcangelo che hanno già innalzato i vessilli borbonici.
Mentre l’insurrezione si estende in tutti i centri della valle del Sinni che accolgono emissari provenienti dalla pianura jonica e dai paesi della valle del Sarmento, da Castelsaraceno partono uomini armati diretti a San Martino d’Agri per unirsi alle forze del Viggiani, che il 15 luglio hanno riguadagnato all’obbedienza borbonica Corleto Perticara, e dirigersi poi verso l’insorta Laurenzana per controllare la valle del Serrapotamo. A rincorare gli animi giunge la notizia nei paesi dalla Lata al Pollino che i ribelli hanno occupato Lagonegro e che è insorta anche Montemurro dove Domenico e Pasquale Robilotta compiono ogni sforzo per accrescere i nemici dei francesi. A contribuire alla diffusione del movimento insurrezionale in tutti i paesi della Basilicata dalla Lata al Pollino sono le notizie che giungono da Lagonegro e dalla costa jonica da cui si comunica che il generale Vernier non è più in grado di far fronte alle forze realiste ormai padrone della costa jonica della Basilicata.
Lo sbarco degli insorti calabresi alla foce del Canna a nord di Cassano minaccia infatti seriamente il generale Vernier: egli teme di essere accerchiato e, anziché attendere nella Piana di Sibari le truppe del generale Reynier che non sono riuscite a mantenere il Marchesato, risale verso Oriolo. Egli conta di fermarsi a Rocca Imperiale per tentare di arginare la rotta francese. Ma, respinto dagli insorti che, risalito il Canna hanno occupato l’omonimo centro abitato e puntano verso Oriolo, il Vernier riesce ad evitare l’attacco e, rinunciando a Rocca Imperiale, paese ancora fedele ai francesi, si ritira verso Matera evitando, però, i centri abitati che hanno già innalzato il vessillo borbonico.
La notizia della ritirata del Vernier ha notevoli ripercussioni in tutti i paesi della Basilicata sud orientale: Francesco Pannarese, un ricco proprietario terriero e fedele suddito dei-Borboni al cui servizio si era distinto nel 1799, ha assunto il comando degli insorti che hanno costretto il Vernier ad abbandonare Oriolo e, spintosi oltre la Pietra di Roseto, minaccia seriamente Rocca Imperiale, l’unico centro della costa jonica a sud del Sinni dove non è stato ancora possibile innalzare il vessillo borbonico. E’ convinzione generale che i francesi stiano per abbandonare il paese e lo conferma, tra gli altri, un merciaiuolo pugliese, tal Vincenzo Celano di Capurso in Terra di Bari, il quale, presentandosi come antico gregario del cardinale Ruffo, girando per la provincia di Matera allarma e semina massime contrarie all’attuale governo annunziando la rotta dei francesi e i successi degli insorti calabresi».
La situazione precipita: la stessa Matera è minacciata. Il comandante militare dispone la leva a stormo di tutta la gioventù della Provincia e con gli uomini accorsi da Picerno e da Avigliano cerca di contenere il moto che minaccia di estendersi ovunque. Mentre su richiesta del Pignatelli da Trani vengono inviati reparti della Milizia Provinciale nella zona di Venosa e di Montemilone minacciate da bande armate che non sembrano avere rapporti con il movimento insurrezionale &, dai paesi del Vulture giungono notizie poco rassicuranti: a Melfi i fratelli Leopoldo e Raffaele Palumbo hanno promosso manifestazioni antifrancesi e a Rionero in Vulture preoccupa seriamente la condotta di Savino Valenzano, di Raffaele e Francesco Catena, dei fratelli Anastasia, dei fratelli Italiano e di altri galantuomini e civili manifestamente antifrancesi. Nell’impossibilità di inviare armati nel Melfese, da Matera si richiede l’intervento del preside dell’Udienza di Capitanata il quale provvede ad inviare a Melfi soldati della sua Milizia Provinciale.
L’ottimismo è ormai scomparso: l’insurrection a éclaté sur la frontière de la Calabre Citerieure et de la Basilicata. —comunica il Pignatelli il 13 luglio al capo dello Stato Maggiore Generale—Ilparait que Cenne est le cheflieu de l’insurrection qui s’est ètendue jusqu’à la Rocca Imperiale.

9. Rocca Imperiale, che non è riuscita a mantenersi fedele al nuovo regime, ritorna presto ai francesi e contro gli insorti ne assume la difesa Luigi Battifarano. Costretto ad abbandonare Rotondella dove Luigi Grezzi, governatore dell’Università, ed i suoi miliziotti non sono riusciti ad opporsi ad una manifestazione popolare contro gli amici dei francesi, Luigi Battifarano ripara a Rocca Imperiale, da cui è originaria la sua famiglia. Ma il Battifarano, e con lui i pochi uomini che lo hanno seguito da Rotondella, convincono i notabili e i ricchi galantuomini di Rocca Imperiale ad innalzare i vessilli francesi. Le notizie che giungono da Cassano Jonico confermano che terribile sarà la punizione che il generale Reynier riserva ai ribelli: dopo aver saccheggiato e incendiato Strangoli e Corigliano, le forze francesi si sono fermate a Cassano, che era stata abbandonata dal Vernier, ed hanno costretto alla resa e dato poi alle fiamme Doria, un villaggio di circa quattrocento abitanti sul Crati nella Piana di Sibari. La situazione non sfugge al Battifarano: gli insorti che occupano ancora i paesi joni-ci a nord della Pietra di Roseto —tiene a far presente il Battifarano ai notabili di Rocca Imperiale— sono ormai chiusi tra la Piana di Sibari, riconquistata dal Reynier, e la foce del Basento controllata dal presidio francese che occupa Bernalda e dai montanari accorsi all’invito del Pignatelli da Avigliano e da Picerno e che presidiano Policoro dove sono giunti anche rinforzi da Taranto.
A Rocca Imperiale i galantuomini ascoltano il Battifarano e, innalzati nuovamente i vessilli francesi, gli affidano il comando della piazza.
Contano i difensori di Rocca Imperiale sull’intervento del generale Vernier che sanno ancora nella bassa valle del Sinni. Ma, di fronte all’impossibilità di avere ragione sugli insorti, padroni ormai di tutti i centri abitati delle valli del Sinni e dell’Agri, il generale francese abbandona al suo destino l’unico centro ancora fedele ai francesi e, con circa 500 polacchi e francesi e un paio di centinaia di galantuomini, fra i quali la metà armati”, riesce a raggiungere la valle del Basento e il 16 luglio Matera da cui il comandante militare della Provincia non si muove dal 5 luglio in attesa che da Napoli gli siano inviati armati che insistentemente richiede.
Il Pignatelli, che dispone, tra soldati e Milizia Provinciale, soltanto di 1.600 uomini, si preoccupa principalmente di difendere il capoluogo della provincia. A tal fine egli ha affidato al colonnello Henry il compito di mantenere la bassa valle del Basento onde impedire agli insorti di raggiungere il Bradano e quello di controllare, da Montalbano, la bassa valle dell’Agri in attesa che gli uomini richiesti a Napoli gli consentano di ricongiungersi, nella Piana di Sibari, con gli uomini del generale Reynier che tengono Cassano Ionico. Per impedire, inoltre, che il moto insurrezionale si estenda anche nel Potentino, il Pignatelli si preoccupa di inviare uomini armati nell’alta valle dell’Agri e nella valle del Sauro per costringere alla resa i paesi colà insorti.
A Muro Lucano, dove si è trattenuto dal 21 al 27 giugno, e poi ad Avigliano il Pignatelli ha avuto occasione di avvicinare gli uomini più autorevoli del Potentino: ricchi proprietari terrieri, in genere, e tutti distintisi nel 1799 contro le masse di Sciarpa in difesa della Repubblica Napoletana, costoro hanno manifestato la loro adesione al nuovo regime e hanno segnalato al comandante militare della Provincia gli eventuali oppositori sollecitando provvedimenti penali nei loro confronti per il comportamento da essi assunto subito dopo la caduta della Repubblica Napoletana. Il Pignatelli, impressionato da quanto si é verificato a Lavello ed a Bella, è andato oltre le richieste dei vecchi giacobini ed ha ordinato l’arresto di tutti coloro che potevano essere sospettati di nutrire sentimenti antifrancesi. Tali provvedimenti, accolti favorevolmente dai fautori del nuovo regime, minacciano ora di ritorcersi ai danni di chi li ha sollecitati ed eseguiti. Dopo la rotta dei francesi in Calabria, gli antichi giacobini temono la vendetta di coloro che essi hanno denunziato al comandante militare della Provincia: nel caso in cui prevalgano i fautori dell’antico regime, questi saranno inesorabili, come già nel 1799, contro gli amici dei francesi.
Sulla stessa posizione dei notabili sono ora anche molti popolani di Potenza, di Avigliano, di Tito, di Picerno, di Bella, di Muro, di Vaglio, di Cancellara e di Tolve. Anche essi, come i galantuomini, temono la caduta del nuovo regime per cui rispondono numerosi all’appello rivolto dal Pignatelli ai giovani della provincia per accorrere contro gli insorti in difesa del nuovo regime. Anche nei paesi del Potentino in cui si sono avute manifestazioni antifrancesi la situazione si é capovolta: a Vaglio i Catalano sono stati messi nella impossibilità di agire; a Cancellara i Basile controllano il paese; a Vignola, a Tito, a Bella e a Muro Lucano i fautori del vecchio regime sono stati individuati e isolati e a Calvello, sin dalla fine di giugno, allontanatisi i fratelli de Porcellinis, che hanno raggiunto le bande insurrezionali che operano nel Vallo di Diano, ha ripreso il controllo della situazione Aniello Guerrieri, persona attaccata al presente governo e potente in quei luoghi. Sono paesi questi a noi molto attaccati -tiene a precisare il Pignatelli- dove le guardie sono bene organizzate » sotto il comando di Calcedonio Casella.
Capitano dell’armata repubblicana nel 1799 ed esule poi in Francia, il Casella, che ricopre il grado di maggiore della Milizia Provinciale in Basilicata, ha il compito di intervenire in vai d’Agri. Coadiuvato dai notabili e dai galantuomini locali, egli organizza a Potenza un corpo di spedizione e si dirige verso Corleto Perticara. Accolti a Laurenzana, che si è affrettata ad innalzare i vessilli francesi, gli uomini del Casella superano la Lata e il 20 luglio assalgono e conquistano Corleto Perticara costringendo alla fuga il Viggiani che, seguito da pochi seguaci, ripara in vai d’Agri.

10. La caduta di Corleto Perticara e la presenza del Casella nella valle del Sauro hanno immediate ripercussioni nei paesi limitrofi. Guardia Perticara, Gorgoglione, Grigliano, Stigliano innalzano i vessilli francesi ed inviano delegazioni a Corleto. Molti altri paesi rallentano o troncano i loro rapporti con gli insorti. In vai d’Agri il governatore di Spinoso, che l’8 luglio non ha ostacolato l’insurrezione antifrancese nel suo paese, propone ora il ritorno alla normalità. Gli insorti che operano nell’alta valle dell’Agri sono seriamente preoccupati anche per le notizie non certo rassicuranti che giungono dal Vallo di Diano e dal Salernitano. In modo particolare sono preoccupati gli insorti di Sarconi, un modesto centro abitato minacciato dalla limitrofa Moliterno che ha abbandonato gli insorti ed è passata ai francesi. I notabili di Sarconi, che non intendono accettare il nuovo governo, si riuniscono in casa di Giuseppe Maria Cioffi, un sacerdote legato al vecchio regime. Discutono i notabili di Sarconi e alla fine prevale la tesi sostenuta dai de Mauro e dal sindaco Lattaro: gli insorti di Sarconi non abbandoneranno i loro compagni di fede. Costituitisi in Comitato Insurrezionale, organizzano un corpo armato e ne affidano il comando a Nicola de Mauro. Per sostenere questo reparto, decidono di porre in contributo le persone facoltose a somministrare grana 25 al giorno per ogni individuo arruolato nella Guardia Cittadina Il governatore non approva tali decisioni e, con pochi rimasti fedeli ai francesi, si ritira nella vicina Moliterno dove gli amici dei francesi controllano il paese. Da Viggiano, invece, da Saponara, da Latronico, da Castelsaraceno, da Episcopia, da San Chirico Raparo, da Castronuovo, da Roccanova, da Santar-cangelo, paesi che hanno riconosciuto questo Comitato Insurrezionale, giungono uomini per costruire a Sarconi un forte corpo armato di cui assume il comando Felice Viggiani reduce da Corleto.
Mentre nell’alta vai d’Agri gli insorti si organizzano contro il maggiore Casella, al quale molti paesi continuano ad inviare deputazioni per manifestare sentimenti filofrancesi ed invocare il perdono per aver ceduto agli insorti, sul versante jonico i francesi tengono Pisticci, Montalbano e Tursi. Le forze che operano al comando di Francesco Pannarese e che occupano Rotondella e Bollita, l’attuale Nova Siri, non riescono a raggiungere il Bradano. Nella impossibilità di superare l’Agri e raggiungere il Basente rinunziano a Matera e decidono di riconquistare Rocca Imperiale difesa da Luigi Battifarano. Il 25 luglio la città é attaccata e costretta alla resa che accetta per evitare il sacco ». Ma contro gli insorti intervengono immediatamente armati da Montalbano e da Tursi e la Guardia Civica di Bernalda al comando del suo capitano Giovanni Battista dell’Osso, fils —dirà il Pignatelli nel proporlo il 28 luglio per una ricompensa al valore— àu plus riche proprietaire de Bernalda. Gli insorti non resistono all’attacco e abbandonano il paese. Non potendo più contare su Rotondella e su Bollita, che si sono affrettate ad innalzare la bandiera francese, si portano sulla costa, alla foce del Canna. Raggiunti nella notte tra il 25 e il 26 luglio da nuove forze provenienti via mare da Roseto, muovono nuovamente contro Rocca Imperiale. La città è indifesa: il capitano dell’Osso e il suo luogotenente Nicola Pacciani sono rientrati a Policoro e a Bernalda e i duecento francesi del colonnello Henry, che hanno partecipato alla presa di Rocca Imperiale, lasciata la città al Battifarano, si accingono a risalire il Sinni diretti verso Senise. Gli insorti occupano facilmente la città, innalzano i vessilli borbonici ed installano i loro cannoni sul castello. Iniziato il sacco, vengono attaccati dal colonnello Henry il quale, raggiunto da corrieri inviatigli dal Battifarano, è ritornato immediatamente sui suoi passi. Sorprese dai francesi, le forze del Pannarese vengono decimate: on a fait —scrive il Pignatelli nella sua Relazione dell’occupazione di Rocca Imperiale inviata il 28 luglio del 1806 al generale Berthier— un carnage épouvantable de ces brigants.
Il successo francese ed il massacro degli insorti a Rocca Imperiale non hanno immediate ripercussioni nel retroterra lucano: schieratesi con gli insorti Senise, Chiaromonte e Teana, tutta la valle del Sinni oltre l’affluenza del Sarmento è in rivolta. Soltanto sotto il Raparo, nella vallata del Nocito, Castelsaraceno riesce a sottrarsi al controllo degli insorti: assente la Guardia Civica che è scesa sull’Agri, il governatore del luogo si impone sui ribelli: fucilati coloro che hanno mìs cocarde rouge, il paese riconosce l’autorità del governo francese.
Il Comitato Insurrezionale di Sarconi non rimane, però, inoperoso. Il 26 luglio interviene a Spinoso dove Nicola Casale e Giuseppe de Riso, municipalisti nel 1799, hanno assunto netta posizione contro gli insorti e, con Francesco Maria Caputo, il controllo della locale Guardia Civica. Ma i civili e i popolani non condividono questa posizione. Giuseppe Sassano convoca a suon di tamburo la popolazione. Un monaco, padre Niccolò Maria da Spinoso, innalza la bandiera bianca dei Borboni ed istiga i suoi concittadini contro gli amici dei francesi. A dare man forte agli insorti accorrono armati da Sarconi: caduto il de Riso, il Casale e il Caputo abbandonano il paese agli insorti.
Mentre a Sarconi rientrano gli armati reduci da Spinoso, giunge notizia che Viggiano ha accolto un reparto del maggiore Casella. Il Comitato Insurrezionale decide di intervenire immediatamente nella valle del Sauro per togliere Corleto Perticara ai francesi. Felice Viggiani assume il comando della spedizione e a lui si uniscono anche uomini accorsi da Montesano sulla Marcellana e coloro che hanno abbandonato Viggiano. Il 27 luglio Corleto Perticara cede agli insorti ed accoglie le forze del Viggiani il quale innalza la bianca bandiera borbonica sul palazzo ducale 106. Due giorni dopo, mentre a Molitemo è ucciso Carmine Pugliese, un ufficiale della Doganella del Sale che si oppone ai borbonici, i soldati della Truppa a Massa di Ferdinando N rioccupano Viggiano. Ora che Felice Viggiani tiene Corleto Perticara e Viggiano, il Comitato insurrezionale di Sarconi risponde all’appello rivoltogli da Lagonegro ed autorizza il de Mauro a portarsi con i suoi uomini sul versante tirrenico della Basilicata per unirsi ai difensori di Lagonegro.

Terza e ultima parte

Share

Lascia un commento