L’insurrezione antifrancese in Basilicata nel 1806 (terza e ultima parte)

seconda parte

11. Il successo degli insorti è, però, di breve durata. Essi non possono più contare sull’aiuto inglese: per la mutata situazione politico-diplomatica, in corso le trattative che il Talleyrand conduce con il Fox per il riconoscimento della conquista francese del Regno di Napoli e la eventuale consegna della Sicilia a Napoleone, gli inglesi abbandonano di fatto gli insorti meridionali mentre la resa di Gaeta del 18 luglio 1806 consente a Giuseppe Bonaparte di inviare in Calabria al comando del maresciallo Andrea Massena le truppe sino ad allora impegnate a Gaeta. Lo stesso sovrano preannunzia il 29 luglio al Pignatelli l’invio di nuove truppe contro gli insorti.

Il Massena ha ordini categorici. Contro i ribelli non basta, come hanno fatto sin’ora le Commissioni Militari istallate nelle province meridionali subito dopo la conquista francese, applicare l’art. 8 del titolo 4 della legge del 21 brumaio dell’anno V che prevede, in tutti i paesi occupati dalle armate repubblicane, la pena di morte per i rei di rivolta, di sedizione o di semplice disobbedienza anche nella ipotesi del tentativo senza conseguenze. Bisogna trattare questa gente alla stregua dei delinquenti comuni: non sono combattenti, ma volgari brigants, le cui azioni non trovano giustificazione alcuna. Non meritano alcuna benevolenza. Il loro comportamento non ammette il perdono: per mantenere il paese occorrono misure straordinarie e la massima energia. La rappresaglia – sostiene Napoleone nel dare disposizioni al nuovo sovrano di Napoli impegnato a reprimere la rivolta – è giustificata e legittima. Il saccheggio e l’incendio dei paesi ribelli e di quelli che minacciano di ribellarsi e le fucilazioni in massa varranno ad incutere il terrore e l’obbedienza. E il Massena si uniforma alle disposizioni impartite da Napoleone. Anche in Basilicata la repressione sarà violenta e sanguinosa. Chi sfugge ai massacri, viene inseguito, braccato e, per non cadere nelle mani di uomini che hanno l’ordine di passare per le armi chiunque abbia cercato di opporsi all’invasore, è costretto a darsi alla guerriglia che, per la cieca crudeltà e la inumana ferocia dei conquistatori, degenera nel brigantaggio.

In attesa degli aiuti promessi da Napoli il Pignatelli impartisce al generale Vernier l’ordine di riorganizzare gli uomini che lo hanno seguito a Matera nella sua ritirata dalla Piana di Sibari e di portarsi sulla costa jonica per ristabilirvi l’ordine e raggiungere, in Calabria, il generale Reynier. Inoltre prende tutte le misure per impedire che la rivolta possa estendersi anche nel Potentino.

Per chiudere le strade che dall’Agri portano verso l’alta e la media valle del Basente vengono rinforzati i presidi francesi di Calvello, di Laurenzana e Stigliano, mentre da Bernalda e da Policoro, ora che le forze del Pannarese, decimate a Rocca Imperiale, riparano verso la Calabria inseguite dal generale Vernier, reparti armati risalgono il Sinni per ridurre all’obbedienza Senise e Chiaromonte. Respinti dall’ Enchenbronnes gli insorti che, al comando di Francesco Borrello di Fardella e di Giuseppe Tufari di Cassano, hanno occupato Senise, dove soltanto un prete, che sarà fucilato dai francesi, non ha seguito la popolazione insorta contro i brigants borbonici, anche a Chiaromonte la popolazione si unisce al reparto francese contro gli uomini di Borrello e del Tafuri. Impotenti a resistere in un paese ormai ostile, decimati dai francesi e dalla Guardia Civica, gli insorti abbandonano il paese, si disperdono in piccole bande e riparano in Calabria.

Anche sul versante tirrenico gli insorti non riescono più a tenere le loro posizioni. Una armata di seimila uomini al comando del maresciallo Massena supera facilmente Campestrino, sale lungo il Tanagro, presidia Teggiano, Padula e Montesano sulla Marcellana e da Casalbuono muove contro Lagonegro. Il 4 agosto, abbandonata dagli insorti che ripiegano su Lauria, la città è posta al sacco.

Il 7 agosto da Lagonegro l’armata francese muove contro Lauria: Il sette all’alba —riferisce il 9 agosto da Rotonda il Massena al sovrano— sono partito da Lagonegro. Prima di mezzogiorno ero nei pressi di Lauria : questa città, uno dei focolai della rivolta, era occupata dai briganti, quegli stessi che, al comando di Vincenzo Geniale Versace, il 4 agosto, dopo strenua resistenza avevano abbandonato Lagonegro ai francesi. La città è in tumulto: il paese, nella quasi totalità, si oppone a chi consiglia la resa. Popolani e civili inferociti assalgono la casa dei Segreti, una ricca famiglia di Lauria ritenuta amica dei francesi, e massacrano il dottore in urroque jure Antonio e suo figlio Pier Francesco sospettati, per il loro atteggiamento, di essere disposti a tradire il paese e consegnarlo ai francesi che si avvicinano alla città. Poiché la campana batteva a martello da tre ore — continua nella sua Relazione il Massena— mi resi conto che bisognava agire con la massima rapidità. Gli ordini furono dati in pochi istanti: il generale Gardanne avrebbe attaccato la parte alta della città dalle colline che la sovrastano, mentre io avrei fatto circondare la borgata da un paio di compagnie di volteggiatori. Le prime truppe che si presentarono alle porte furono accolte a fucilate; si sparava sui soldati dalle alture che dominavano l’abitato e dalle finestre di ogni casa. I nostri tuttavia riuscirono a penetrare nell’abitato; ma tutte le strade, tutte le case erano barricate; non c’era altro mezzo… che appiccare il fuoco… L’incendio divampò immediato, i ribelli cercarono di darsi alla fuga e molti perirono sotto i colpi dei nostri valorosi soldati.

Conquistata la città e ammainato il vessillo della rivolta, i francesi contano, tra morti e feriti, venticinque soldati. Il parroco della chiesa di san Nicola annota nel Liber mortuorum i lauroti caduti in difesa del loro paese: oltre il giudice a contratti ed un notaio sono diciotto, di cui soltanto tre popolami «. Non sono soltanto venti i caduti in difesa del loro paese o vittime del sacco nel corso del quale omnia… devastata fuere, et domus, et Ecclesìae depopulatae, et flam-mis incensae: Ad opera del maresciallo Massena —narra il cronista— circa mille cittadini caddero sotto il ferro nemico, cento quarantadue case furono preda delle fiamme in Lauria Superiore e due terzi di tutte le altre in Lauria Inferiore, e in esse le due chiese madri e il magnifico Convento dei Minori Osservanti. Il saccheggio fu generale.generale il pianto, la desolazione, il lutto. E non mancano tra i morti anche le donne: furono viste delle donne —ricorda il de Montigny-Turpin che era al seguito del Massena— donne in gran numero ed anche giovinette difendere le proprie case e il proprio onore e preferire la morte alla violazione del focolare domestico.

I morti non si contano: più di cento persone rifugiatesi nelle grotte furono sgozzate; e fucilati furono i fuggiaschi. In Lauria —scrive il Gachot nella sua Histoire militaire de Massena, La troisième campagne d’Italie—furono trovati quattrocentodiciassette cadaveri, fra cui erano quelli dei dodici cappuccini e di cinque preti; trecentodiciassette perirono fuori della città; trécentoquarantuno restarono prigionieri. Perciò dei millecinquecento difensori, solo un piccolo numero potè scampare. Gli individui presi che non portavano l’uniforme, per ordine di Massena finirono sulla forca. La presa della città —che contava novemila abitanti—fruttò ai francesi un bottino che fu venduto ai mercanti che seguivano l’armata, 90.000 ducati, ma —osserva il Gachot— naturalmente sarà valsa molto di più.

Caduta Lauria, reparti francesi si spingono verso Sapri dove fanno capo alcune bande che hanno cercato di ostacolare la marcia del Massena nel Vallo di Diano. Anche Sapri e Torraca, che non si sono affrettate ad accogliere i francesi come hanno fatto Rivello e il villaggio di San Costantino, vengono poste al sacco e date alle fiamme. Da Lauria ora i francesi procedono la loro marcia verso Cosenza lasciando alle spalle Maratea ancora tenuta dagli insorti. Il 9 agosto, superata Castelluccio, i francesi sono a Rotonda: il vecchio Gerardo de Rinaldis, che nel febbraio aveva accolto Francesco di Borbone e nel luglio non si era opposto al Versace diretto a Lagonegro, ora, vantando i suoi precedenti giacobini e repubblicani e la carica di presidente della Municipalità del paese nel 1799, scorta con la Guardia Civica le armate francesi sino ai confini della provincia.

Notevoli sono le ripercussioni dei fatti di Lagonegro e di Lauria sugli insorti che ancora mantengono nel centro della Basilicata l’alta vai dAgri.

II comitato insurrezionale di Sarconi é nella impossibilità di controllare la situazione e, molto ridotta per le perdite subite a Lagonegro la sua Guardia Civica, non riesce ad impedire che nella limitrofa Moliterno riparino gli amici dei francesi ed i vecchi giacobini che hanno abbandonato Corleto e gli altri paesi che ancora sono con gli insorti. Grossi e piccoli centri a sud della Lata, sull’esempio di Castelsaraceno, abbandonano gli insorti, innalzano la bandiera francese e passano per le armi chi viene sorpreso ancora con la coccarda rossa dei Borboni. Mentre la situazione precipita, Marsicovetere, Tramutola, Montemurro e Armento accolgono emissari francesi scesi da Calvello e da Laurenzana per annunziare nuovi successi francesi nella valle del Sinni a Senise e a Chiaromonte, il sacco e l’incendio di Lauria e l’imminente arrivo del maggiore Casella diretto in vai d’Agri per costringere alla resa e punire i paesi che ancora resistono ai francesi.

Il 7 agosto forze regolari al comando del maggiore Casella occupano Corleto, il 14 ristabiliscono l’ordine a Spinoso e, dopo aver disperso una colonna di insorti provenienti da Montemurro al comando di Domenico di Nubila, il 17 raggiungono Viggiano. Spie al servizio dei francesi hanno riferito che i briganti già da qualche giorno hanno lasciato Viggiano e che in questo grosso centro abitato gli elementi filoborbonici hanno perduto il controllo della situazione. Anche se il 29 luglio ha assistito al massacro dei de Cunto, vecchi giacobini distintisi nel 1799, e il 3 agosto alla fucilazione di un sacerdote e di un giovane figliuolo del notaio de Cunto accusati di essere amici dei francesi, il paese è con i francesi, ed è pronto ad accoglierli. Le informazioni fornite al maggiore Casella risultano inesatte. Nonostante le “bande dei briganti” abbiano effettivamente lasciato Viggiano per raggiungere le forze borboniche che operano sul versante tirrenico, questa cittadina non accetta l’offerta di resa e tenta di resistere all’attacco. Prevalgono le forze regolari. Cadono a Viggiano il 17 agosto del 1806 quarantaquattro cittadini uccisi dalla truppa francese durante il sacco. Non si dà tempo ai superstiti di seppellire i loro morti. Si vuole dare un esempio che sia, più di quello di Lauria, di monito agli oppositori e ai nemici dei francesi. Il 22 agosto— annota l’arciprete Fabio Pisani nel Libro dei Defunti della chiesa parrocchiale—per ordine del Comandante Francese della Colonna Mobile di Basilicata cinquantasei abitanti, vengono fucilati nella strada tra il Peschiera e il muro del Giardino del Monastero della Terra di Viggiano e seppelliti nella grotta sopra la Cappella di Santa Lucia

12. Con Viggiano cade l’ultimo centro di resistenza degli insorti lucani. I soldati del disciolto esercito borbonico e delle bande armate che con Alessandro Mandarini  resistono all’assedio che i francesi hanno posto a Maratea, sono isolati e non riescono a mantenere e a riprendere i contatti con il resto della provincia: presidiata da forze francesi, la strada che dal Sele, attraverso il Vallo di Diano, porta a Mormanno, tiene lontana la costa tirrenica della Basilicata dal resto della regione e rende ardui e quasi impossibili ogni rapporto e ogni comunicazione tra questi paesi costieri e l’alta valle dell’Agri. Dopo la decimazione del 22 agosto a Viggiano, il Comitato Insurrezionale di Sarconi si scioglie: i suoi componenti, arrestati dagli uomini del maggiore Casella, torneranno alle loro case soltanto nel 1807 e finiranno con l’accettare il nuovo regime.

Dei ribelli soltanto pochi sfuggono al rastrellamento operato su larga scala in tutta la regione. I fratelli de Mauro sono con la Guardia Civica di Sarconi a Maratea e con essi sono anche gli uomini che hanno seguito Pasquale Mauriello. Paolo Robilotta, che è stato agente del Viggiani, non rientra a Montemur-ro e, al comando di una banda, opera nella valle dell’Agri spingendosi sulla costa jonica . Donato Micucci, che ha promosso l’insurrezione antifrancese a Roccanova e partecipato attivamente all’attività del Comitato Insurrezionale di Sarconi, mantiene in efficienza la sua banda e si costituirà nel maggio del 1807 al governatore di Chiaromonte.

Non mancano alla resistenza contro i francesi accanto ai galantuomini e ai civili anche artigiani e popolani. Dopo la resa di Viggiano operano ancora al comando di bande annate Pasquale Pinto, uno dei pochi superstiti degli insorti di Corleto Perticara, e quel tale Squaquecchia che Pignatelli non era riuscito a fare arrestare a Potenza e che riparerà successivamente in Sicilia. Tra i difensori di Lagonegro e di Lamia sfuggono alla cattura Gaetano Lonigro, che con gli insorti di San Severino Lucano aveva seguito il Perrore a Santa Domenica e poi a Lagonegro, e Giovanni Longo da Castelluccio. Sfuggono ancora alla cattura tra gli insorti di Santarcangelo Giuseppe Antonio Cicchelli e, tra quelli della Valle del Sarmento, Nicola Pagnotta, un contadino di Terranova di Pollino che nel luglio del 1806 è sceso nella pianura jonica con cento uomini e che, sfuggito al Vernier, continua ad operare nella valle del Sarmento spingendosi anche in Calabria.

Consapevoli delle difficoltà cui andranno incontro, questi capimassa continuano a battersi per la causa di Ferdinando IV. Nella impossibilità di affrontare in campo aperto le forze regolari che operano contro di loro nelle campagne lucane, essi si uniformano alle direttive impartite agli insorti degli agenti borbonici: il loro compito è ora limitato a semplice azione di disturbo. Raccolti in bande di pochi uomini, essi devono ora colpire i nemici, discendere dai monti inaccessibili e dai boschi ad insidiare le forze regolari e soprattutto —ha detto Giovanni Battista de Michele agli insorti calabresi raccolti a Fiumefreddo dopo la resa di Cosenza— punire notabili e galantuomini che hanno tradito il loro sovrano e che, al servizio del nuovo regime, continuano a tenere nella miseria uomini che sono stati sempre sfruttati e vilipesi ed ai quali nulla è mai stato concesso.

Il rancore che cova contro la ricca borghesia spinge i paria a guardare con simpatia i loro concittadini cui è negato il ritorno alle proprie case. E a questi si uniscono perché soltanto con essi possono colpire e vendicare antichi e recenti arbitri. Con gli insorti sono ora anche esseri senza scrupoli e che finiscono con il prevalere sui primi. Il che favorisce quello che é nelle intenzioni e nella malafede dei francesi e che sarà accettato poi anche dalla nostra storiografia: presentare cioè come brigantaggio comune la lotta iniziata per scuotere il giogo straniero e restituire al paese il suo legittimo sovrano, ma che ha le sue cause e le sue origini in rivendicazioni economiche e sociali.

 

13. Non mancano certo nuove rivolte e nuovi tentativi di ribellione. Dopo la resa di Maratea, l’ultima roccaforte borbonica in Basilicata costretta il 10 dicembre del 1806 a cedere con l’onore delle armi al generale Lamarque, nella zona del Pollino, a Pedali, un casale di Viggianello, un fatto occasionale provoca un rivolta contro i francesi. Nel dicembre del 1806 a Viggianello, un piccolo centro a ridosso del Pollino, viene disposto l’arresto di Francesco Palazzo del casale di Pedali resosi responsabile di omicidio. Il Palazzo, un popolano meglio conosciuto come Muscariello, ha molto ascendente tra i contadini del casale : nel 1799 egli ha promosso una manifestazione popolare contro gli agenti del feudatario conclusasi con l’uccisione di un bargello del principe di Bisignano signore di Viggianello. Attaccato al governo legittimo, dopo la caduta della Repubblica Napoletana ha esercitato notevole influenza nella vita del suo paese ed ha goduto di particolare protezione da parte delle autorità locali e, dopo la conquista francese, è stato agente del Rusciani. Arrestato ora per omicidio, i contadini di Pedali ne pretendono la scarcerazione perchè ritengono che egli abbia ucciso un amico dei francesi. Accorrono i contadini del casale a Viggianello, invadono le carceri baronali e liberano colui che li ha sempre difesi contro il barone e i suoi agenti. Soldati polacchi accorsi da Rotonda non riescono ad occupare Pedali, dove è rientrato il Palazzo, e sono costretti a ritirarsi. Interviene ora da Francavilla sul Sinni il colonnello Grasson. Pedali sta per cedere. Ma, in aiuto degli insorti, giunge dalla valle del Mercure Giuseppe Necco. Battuto a Castrocucco dal generale Pignatelli di Cerchiara mentre, il 4 dicembre, si dirige verso Mara-tea, il Necco non riesce a raggiungere il Mandarini. Ora, dopo la resa di Mara-tea ai francesi, risponde all’appello dei contadini di Pedali e, dai boschi del Serramala e del Ciàgola, si dirige con i suoi uomini verso il casale che sta per cedere ai francesi. Sorpreso alle spalle, il Grasson si ritira a Viggianello. Inseguito dagli insorti, non riesce a difendere il paese : Viggianello è posto al sacco e un amico dei francesi, Crisostomo Mazzioli, viene massacrato.

Anche se un galantuomo amico dei francesi è caduto vittima dei contadini di Pedali, questi non sono certo insorti contro il nuovo regime per difendere la causa di Ferdinando IV. Essi si sono ribellati al potere costituito per sottrarre all’arresto un popolano che li ha difesi nel 1799 contro gli agenti baronali e nel quale essi ravvisano il difensore di una plebe immiserita ed offesa, desiderosa di avere un capo che sia in grado di difenderla contro gli egoisti e gli avidi padroni di terra. Considerati ora brigants per avere resistito ai francesi, anche Francesco Palazzo e i contadini del casale di Viggianello hanno bisogno di una bandiera. Suggestionati da Giuseppe Necco, che indica loro nei ricchi galantuomini amici dei francesi i nemici dei paria e della povera gente, i ribelli di Pedali e il loro capo scelgono per propria bandiera quella portata dai calabresi accorsi al comando di Giuseppe Necco in difesa del villaggio lucano contro i soldati del colonnello Grasson. E’ questa la stessa bandiera di chi reagisce contro il modo duro, barbaro e insultante e la ferocia con cui dai soldati francesi vengono trattate le popolazioni dei paesi occupati, dove anche i fautori del nuovo regime, fino all’ultimo dei suoi subalterni credono che sia loro tutto consentito e permesso. Anche i contadini di Pedali, ritenuti briganti per essersi opposti all’arresto di Francesco Palazzo, scelgono quella stessa bandiera che, contro la spietata azione repressiva dei soldati francesi, unisce i diseredati delle terre più povere del Regno di Napoli nelle manifestazioni del loro atavico e profondo rancore contro coloro che, per difendere le loro sostanze, non hanno esitato a tradire il loro sovrano e porsi al servizio del nuovo regime che assicura loro posizione preminente ed antichi privilegi nella società che viene realizzata con l’eversione della feudalità.

Forti del successo ottenuto a Viggianello contro il colonnello Grasson ed i galantuomini schierati con i soldati francesi, i contadini di Pedali con la bianca bandiera borbonica muovono ora contro Terranova del Pollino per punire coloro che hanno tradito il Rusciani. Dopo il sacco di Terranova è la volta di Francavilla sul Sirmi che il Grasson non riesce a difendere. Dal Sinni il Muscariello e il Necco si spingono in Calabria. Battono e disperdono reparti regolari e saccheggiano Oriolo e Alessandria del Carretto. Diretti ora verso la Piana di Sibari, informatori comunicano che da Cassano reparti francesi muovono contro di loro. Poiché scarso affidamento danno le popolazioni a sud di Oriolo atterrite dalla ferocia con cui nell’agosto i francesi hanno punito i ribelli, il Necco consiglia di ritirarsi sul versante tirrenico e di unirsi ai ribelli che ancora operano nella valle del Mercure e nei boschi del Palanuda. Ed i ribelli di Pedali salgono sul Pollino e scendono sul Lao. Ma il loro destino è segnato: divisi dal Necco, che si ritira in Calabria, essi depongono presto le armi. A Castelluccio il loro capo cade in un tranello tesogli da una spia. Gli uomini che hanno seguito Muscariello non sfuggono ora ai francesi e soltanto pochi riescono a raggiungere le loro case.

 

14. La storia della Basilicata non è certo diversa da quella delle altre province del Regno di Napoli. Anche nei paesi lucani, e non soltanto durante il decennio francese, la storia è fatta di piccoli e gretti interessi privati, di ambizioni, di rancori personali, di opportunismi che sono alla base di fazioni locali in cui sono schierati, in opposte posizioni politiche, individui o gruppi familiari in lotta tra loro per ottenere, con la conquista delle cariche municipali, una posizione di preminenza nella vita locale. Accanto a questi piccoli interessi, che denotano una mentalità gretta e meschina e che, a volte, degenerano anche in scontri armati tra le diverse fazioni, non ne mancano altri di carattere più vasto e che interessano non il singolo, ma un ceto sociale non ancora in grado di realizzare le proprie aspirazioni.

Chi possiede la terra, unica fonte di ricchezza in un paese in cui profonde sono le differenziazioni economiche e sociali, ignora le condizioni in cui versano i ceti popolari e, in particolare, i contadini. Questi subiscono prepotenze e soprusi non solo dai baroni e dai loro agenti, ma anche dai galantuomini che dei contadini si servono come strumento nella lotta per il predominio nella vita sociale. Pur tuttavia non mancano, specie nei paesi più poveri della regione, contrasti tra chi detiene la terra e chi chiede di poter impiegare nel lavoro della terra le proprie braccia. Sempre latenti e repressi, questi contrasti esplodono spesso in violente manifestazioni popolari che si concludono con la momentanea occupazione di terre i cui possessori negano ai naturali l’esercizio degli usi civici. A Banzi, ad esempio, a Genzano, a Pietragalla, a Tito, a Rotondella, a Pomarico, a Pisticci, a Casalnuovo l’attuale San Paolo Albanese nella valle del Sarmento sulle falde del Pollino, a Francavilla sul Sinni, ad Accettura, a Incarico, ad Albano, a Vaglio, a Tolve, a Rionero in Vulture, sin dalla fine del XVII secolo cittadini affamati di terra non hanno esitato ad armarsi per occupare pascoli e boschi sui quali è negato loro l’esercizio degli usi civici cui i contadini hanno diritto.

Manifestazioni del genere si verificano in Basilicata anche dopo la conquista francese. Pur comuni le cause e le origini con le agitazioni che hanno sconvolto i paesi del Lagonegrese, delle valli dell’Agri, del Sinni e del Sarmento sin sulla costa jonica, le manifestazioni contadine che si concludono con la momentanea occupazione di terre non vengono considerate atti di brigantaggio. Le autorità militari e quelle giudiziarie non ritengono tali, ad esempio, le agitazioni popolari che nell’alta Valle del Basento provocano nel 1806 manifestazioni collettive conclusesi con l’occupazione di terre a Brindisi di Montagna e a Trivigno, due piccoli centri abitati del Potentino.

Non insorgono i contadini di Brindisi e di Trivigno contro il nuovo regime e contro i galantuomini amici dei francesi per sostenere la causa di Ferdinando IV. Anche essi, però, costretti a vivere in una spaventosa miseria, sono spinti contro il potere costituito. Non prendono, però, a pretesto la causa per cui sembrano essersi battuti gli insorti che, in Basilicata, hanno accolto l’appello del Rusciani e dei suoi agenti ed aderito al Comitato Insurrezionale di Sarconi nell’estate del 1806.1 contadini di Brindisi e di Trivigno reagiscono al sistema in cui persistenti sono antiche iniquità sociali che rendono sempre più grave il tormento delle popolazioni immiserite ed avvilite da prepotenze ed abusi non puniti né dal potere centrale, né dai suoi rappresentanti in provincia. In questi due centri abitati i contadini hanno fame di terra e, negato loro l’esercizio dell’uso civico nel bosco feudale, lo invadono per dissodarlo.

A Trivigno, dove già nella seconda metà del XVIII secolo alcuni naturali sono stati inquisiti di violenze ai danni dell’agente baronale che si è opposto alle minacce di invadere quel feudo, nel 1806 i contadini tornano ad occupare il bosco feudale e a recidere alberi fruttiferi146. Ma anche in questo piccolo centro del Potentino i contadini si lasciano facilmente suggestionare e finiscono, ancora una volta, con il divenire strumento di chi ha interesse ad evitare l’eversione della feudalità.

Le leggi eversive —non è il caso di ripetere quanto già in altre occasioni abbiamo ripetutamente sostenuto— preoccupano forse eccessivamente piccoli e grandi feudatari nel Regno di Napoli e, ancor più dei baroni, i loro agenti e, soprattutto, coloro che hanno in fitto le terre feudali. E’ un aspetto questo che sfugge di solito a chi studia questo problema nei paesi interni del Mezzogiorno d’Italia.

Là dove i contadini non riescono a sottrarsi a quel senso di servile devozione nei confronti di chi dispone della terra, è facile suggestionarli ed ingannarli. Ai contadini di Trivigno, un piccolo centro dell’alta valle del Basento tra Brindisi di Montagna ed Albano di Lucania, abitato all’inizio della dominazione borbonica da 1500 persone tutte applicate alla zappa e dove non vi è neppure la strada che scende a valle, coloro i quali vivono sulle terre feudali fanno intravedere ai contadini quale grave pericolo sia per loro la minacciata abolizione degli usi civici sulle terre salde e sul bosco del barone. E a Trivigno, istigatori un sacerdote, l’affittuario delle terre feudali e gli agenti baronali, con la complicità del governatore Tommaso Aquino, i contadini manifestano nel settembre del 1806 contro l’entrata in vigore delle leggi eversive.

Se a Trivigno questa manifestazione popolare viene rapidamente composta senza gravi conseguenze, diverso è il comportamento delle autorità provinciali intervenute a Brindisi di Montagna nel marzo del 1807 quando ormai sembra scongiurato il pericolo che l’insurrezione antifrancese ha costituito per il nuovo regime. Già nell’agosto del 1806 il colonnello della Legione Provinciale Basileo Addone, antico giacobino costretto a riparare in Francia dopo la caduta della Repubblica Napoletana per sottrarsi al visitatore borbonico, è accorso a Brindisi perchè i contadini minacciavano di occupare il bosco baronale. Il pericolo che questa manifestazione degeneri in una rivolta contro i francesi consiglia di agire con molto tatto e molta cautela: di fronte alle richieste dei contadini, per tema che qualcuno possa allontanarsi per raggiungere gli insorti che si difendono a Corleto ed a Viggiano contro il maggiore Casella, il colonnello Addone consente che i contadini si rechino nel bosco baronale e nel corso di una simbolica presa di possesso qualche albero fruttifero viene reciso. Neppure questa volta intervengono i legionari per cui contro il loro comandante viene inoltrato un ricorso in cui gli Antinori denunziano l’Addone per avere, con alcuni notabili del posto, istigato i naturali di Brindisi ad occupare simbolicamente il bosco.

Diverso, invece, il comportamento che in altra occasione adotta a Brindisi la stessa Legione Provinciale. Dei milleseicento abitanti di questo piccolo centro contadino un terzo, costituito da popolazione di origine albanese, è esente da’ pagamenti e da tributi. Da tempo il duca di Brindisi non dispone delle rendite del suo feudo perchè si trovano sequestrate dal Regio Fisco. Nel dicembre del 1806, tramite i suoi agenti, il duca pretende il casalinaggio da tutti gli abitanti di Brindisi, anche dagli oriundi albanesi, i Greci Coronei, che, per privilegio de’ Serenissimi Re antichi, ne sono esenti. I notabili si oppongono alla richiesta ma, il 9 marzo del 1807 gli uomini del duca iniziano la riscossione di questo tributo. Il giorno successivo tutta la popolazione è in piazza, le campane suonano a martello e Carlo Lauria, governatore e luogotenente a Brindisi, nella impossibilità di disperdere i dimostranti, invia un suo uomo a Potenza e da Potenza giungono, con il colonnello Addone, due compagnie di Legionari. La presenza di questa forza irrita la popolazione. Essa ritiene che i legionari siano venuti a Brindisi per costringere gli ex vassalli del duca a corrispondere il tributo arbitrariamente preteso. La mattina del 15 marzo, mentre il colonnello della Legione è ancora nel castello, la popolazione si raccoglie tumultuosamente in piazza con atteggiamento chiaramente ostile. I tenenti Corrado e Laudati impartiscono l’ordine di sparare sulla folla. I dimostranti si disperdono e lasciano sul terreno quattro morti e sedici feriti. Questa volta l’uso arbitrario delle armi viene considerato illegittimo. Oltre i promotori della manifestazione, vengono inquisiti anche gli ufficiali della Legione Provinciale: l’Addone per imprudente condotta il Corrado e il Laudati per aver dato ordine a tirare sopra il popolo a fine di respingerlo.

E uno dei tanti episodi questo di Brindisi di Montagna che, pur non degenerando in brigantaggio, è conseguenza delle condizioni in cui vivono le popolazioni lucane.

A Trivigno e a Brindisi di Montagna le manifestazioni popolari non sono esplosione dell’odio del contadino contro il ceto dei galantuomini e dei ricchi massari, né reazione alle prepotenze e agli arbitri dei francesi. In questi due centri abitati si reclama il riconoscimento di diritti che leggi vigenti riconoscono ai contadini, per cui questi non sono costretti a scegliere una bandiera intorno alla quale raccogliersi. Dove, invece, l’odio covato da sempre spinge una classe contro l’altra e la presenza dei francesi provoca la rivolta, il ribelle ha bisogno di una bandiera con cui coprire le vendette e le stragi e giustificare una lotta che, come ogni lotta di popolo, ha sempre un movente e un carattere economico-sociale.

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