Il Ministro Tarchi illustra ai giornalisti il Decreto sulla socializzazione (prima parte)

Inseriamo questo documento cercando di contribuire ad arricchire la rete altrimenti caratterizzata da ridondanza.

Il Ministro Tarchi illustra ai giornalisti il Decreto sulla socializzazione

Milano – 20 febbraio 1944

 

 

 

«Sono molto lieto che abbiate aderito all’invito per potere esaminare insieme a voi la legge sulla socializzazione onde poter portare in questo settore, attraverso la stampa, una propaganda ancora più intensa di quella che fino a oggi voi avete svolto e della quale vi ringrazio.

«Questa riunione ha luogo d’intesa col Ministro della Cultura Popolare e ne è informato anche il Duce che l’ha approvata. Ho ritenuto opportuno uno scambio di idee con voi per chiarire alcuni punti fondamentali della concezione sociale mussoliniana che si realizzerà attraverso la legge sulla socializzazione.

«È logico che la stampa sia libera nella discussione perché dalla libera discussione si possono trarre elementi utili per l’applicazione della legge stessa che riteniamo di perfezionare man mano, anche perché questa non è necessariamente statica ma al contrario deve trovare poi nella soluzione pratica l’indirizzo per evolversi. Però è giusto che le direzioni dei giornali abbiano conoscenza dei principi di massima che la legge hanno ispirata e sui quali è necessario insistere particolarmente.

«Questi principi generali sono già stati messi in evidenza sulle note della “Corrispondenza repubblicana” che è uscita subito dopo la legge sulla socializzazione, furono da me ribaditi in una conversazione pronunciata alla radio a Milano e ancora lumeggiati nell’ultima “Corrispondenza repubblicana” di ieri l’altro circa le rivendicazioni sulla priorità e continuità della concezione sociale mussoliniana.

«Un punto, che è molto importante, riguarda il rapporto tra la socializzazione e i concetti politici che devono accompagnarla. Su questo è necessario immediatamente porre la nostra attenzione perché questi giorni noi abbiamo visto, come anche in alcuni quotidiani è stato manifestato, la tendenza a ritenere che ci saremmo allontanati dal principio dal quale il Fascismo è partito e che noi rinunciamo a un tratto a tutta quella che è stata l’azione perseguita in questi ultimi venti anni. Che ci sia, insomma, nella socializzazione delle imprese una deviazione delle mete (come ha notato anche “Libro e moschetto”) perseguite per venti anni, rinuncia cioè alla concezione corporativa.

«Ritengo di non aver bisogno, dopo la chiara nota della “Corrispondenza repubblicana” di ieri l’altro, di allungarmi molto, nell’argomento però è necessario fissare un concetto: noi, con la socializzazione, non rinunciamo alla mussoliniana idea corporativa, ma anzi al contrario la rafforziamo e la svilupperemo con i provvedimenti che seguiranno quello sulla socializzazione.

«Il motivo di quello che è stato, non il fallimento dell’idea corporativa, ma la sua inefficiente realizzazione pratica, si deve, a mio modo di vedere, a un fatto. La legge del 1934 come è noto, ha cercato di risolvere la lotta sempre latente ed esistente fra il capitale e lavoro. Questa parità giuridica in effetti si doveva realizzare sul piano dello Stato e cioè attraverso le Corporazioni. Si doveva ammettere, allora, che tanto il capitale quanto il lavoro fossero permeati della concezione della sovranità dello Stato e delle superiori esigenze di questo, a tal punto da non portare mai in seno alle discussioni e agli orientamenti, quello che poteva essere l’interesse particolaristico.

«Ma è logico che sul piano giuridico non era possibile risolvere le lotte secolari di classe perché da un lato noi avevamo il lavoro, semplicemente con i suoi riconosciuti diritti di associazione, dall’altro noi avevamo il capitale con tutte le sue prerogative, cioè con tutte quelle possibilità che a un certo momento potevano effettivamente avere il potere di imbrigliare lo Stato. Infatti, lo strapotere di una classe ha superato l’uguaglianza giuridica, ha iugulato la concezione corporativa e ha imbrigliato l’azione della burocrazia, dello Stato maggiore delle Forze Armate, con tutte le tristi conseguenze che ormai è superfluo ricordare. Era, quindi, necessario arrivare alla realizzazione della concezione corporativa partendo da altre basi. Da quelle basi cioè sulle quali Mussolini, a cominciare dal discorso pronunciato a Dalmine, fino a quello pronunciato a Milano, metteva in evidenza quale doveva essere il ruolo del lavoro nella vita dello Stato e nella partecipazione della vita stessa dello Stato. Ora, anche precedentemente il lavoro ha cercato infinite volte di entrare nella vita delle aziende, ma tutte le volte vi è stato respinto; del resto anche il sistema delle commissioni di fabbrica, instaurato nell’ultimo periodo, non poteva portare al risultato sperato.

«Per poter far sì che effettivamente tutti i fattori produttivi giocassero il loro ruolo in parità di diritti e di doveri secondo le loro funzioni, era necessario che la corporazione avesse la sua vita e il suo perché funzionante nella stessa vita dell’azienda. La socializzazione dell’azienda significa quindi creare il catalizzatore del corporativismo se non addirittura la corporazione funzionante, significa far cooperare efficacemente tutti i vari fattori produttivi nell’interesse dei partecipanti alla vita dell’azienda, subordinati, in ogni caso, a quelli più alti della vita della Nazione.

«Nella Repubblica Sociale, il lavoro attivamente operante assurge a soggetto dell’economia con funzioni di responsabilità e di direzione. Il capitale, sul quale effettivamente troppo si è discusso e troppo si è parlato, non è che uno strumento a somiglianza di tutti gli altri strumenti per incrementare quella che è la vita produttiva della Nazione e quindi la ricchezza della Nazione stessa.

«Ma più che capitale vorrei che in generale si parlasse di risparmio. Perché per capitale si deve intendere, secondo la nostra concezione sociale corporativa, l’apporto che ancora le forze del lavoro danno attraverso il risparmio al quale ogni uomo tende spintovi da quel senso di possesso e di proprietà; aspirazione che sono molla e incentivo dell’umana fatica.

«Quindi il capitale, intanto è ritenuto un considerevole fattore della produzione in quanto è risparmio, cioè ancora e sempre potenziale di lavoro svolto. È da questo modo di concepire la socializzazione delle aziende come cooperazione di fattori operanti per la produzione che noi possiamo rapidamente rimontare a un sistema che, rinato, non abbiamo mai messo in forse e che vogliamo completamente realizzare. Non quindi fallimento del sistema ma perfezionamento o, se volete, sviluppo del sistema.

«Quello che vi ho sintetizzato è il fulcro dell’idea politico-sociale e corporativa alla quale si riferisce in maniera lapidaria la norma n. 1 della premessa che voi conoscete.

«Faccio una piccola parentesi: com’è che noi potremo realizzare il sistema corporativo non solo nell’ambito dell’azienda ma nell’ambito dello Stato, dopodiché, come ho detto, abbiamo messo il catalizzatore per la creazione di questo Stato corporativo? Noi potremo realizzare lo Stato corporativo non soltanto sul piano dell’impresa ma anche sul piano dello Stato, nel senso cioè che siano le forze produttive dei lavoratori a determinare quella che è la necessità economica nei vari settori produttivi e quindi ancora a dare l’apporto diretto a tutta la vita economica dello Stato. Voi avete veduto che il decreto istitutivo della Confederazione del lavoro, della tecnica e delle arti prepara le basi di quello che sarà domani lo Stato corporativo con la eliminazione del riconoscimento giuridico del capitale. La possibilità di creare l’organo corporativo ci viene data proprio da questa eliminazione della rappresentanza del capitale in quanto tale. Domani, attraverso l’espressione delle migliori forze produttive dell’azienda, lavoratori, tecnici, dirigenti, noi potremo creare i consigli provinciali della economia corporativa, i quali saranno l’espressione dei migliori che operano nell’azienda e potranno esaminare, non più soltanto sul piano dell’azione ma sul piano provinciale, quelle che sono le necessità della produzione stessa in relazione a quello che sarà l’indirizzo dell’economia generale da parte dello Stato. E conseguentemente sul piano nazionale noi potremo realizzare Consigli Nazionali dell’Economia Corporativa, organi che esamineranno nei vari settori le loro necessità soprattutto in riflesso a quella che dovrà essere l’economia programmatica attraverso le forze vive di coloro i quali operano nelle aziende e da esse provengono per vie elettive, o meglio per selezione di capacità e di competenza. Conseguentemente gli elementi che saranno preposti a capo dei singoli Consigli provinciali dell’economia corporativa formeranno i Comitati provinciali dell’economia corporativa, i capi dei vari Consigli nazionali dell’economia corporativa formeranno i Comitati nazionali dell’economia corporativa, il quale sarà veramente l’espressione delle migliori forze operanti nella vita della Nazione. Esso, opportunamente integrato, avrà tutti quei compiti che aveva il Comitato corporativo centrale e dovrà dare il definitivo indirizzo a tutta l’economia del Paese, secondo la necessità politica del Paese stesso, in maniera da far sì che effettivamente l’economia serva la politica e con questa realizzi la potenza della Repubblica Sociale Italiana. Questa parentesi che anticipo sugli sviluppi della socializzazione, ho voluto aprire perché voi nella vostra azione quotidiana possiate effettivamente sapere che si sta preparando l’edificio avendo cominciato, come era logico, dalle fondamenta.

«Vorrei fermarmi su alcuni punti della premessa che, del resto, è stata illustrata da molti di voi sui vostri giornali in maniera chiara e precisa. Forse su un punto non si è insistito abbastanza, cioè su quello di accompagnare l’azione delle armi con l’affermazione di un’idea politica. A questo riguardo ritengo indispensabile un’azione incisiva della stampa, perché di fronte al nuovo orientamento staliniano comunista, effettivamente l’Asse ha da opporre chiaramente l’ordine europeo che mette i popoli di fronte al loro divenire e al loro domani. Per far sì che questa guerra sia maggiormente sentita, poiché specialmente in questo periodo gli italiani si sono dimenticati di tutta l’azione svolta da Mussolini e di tutto il perché della nostra lotta, è necessario ribadire il significato sociale della guerra, in modo che sul piano dell’Asse ancora una volta sia la concezione mussoliniana, che ha generato tutto l’attuale movimento dei popoli, a dare il lume e l’indirizzo al divenire dei popoli stessi. Così come Roma faceva accompagnare la forza delle sue armi con l’affermazione delle idee politiche e con la promulgazione delle relative leggi a uso dell’intera umanità, così questa guerra deve portare la concezione di un nuovo ordine basato sulla missione del lavoro che dai ranghi, attraverso la socializzazione delle imprese, assurge per moto spontaneo alla direzione della vita pubblica. Effettivamente i popoli possono molto pensare al domani che è loro riservato alla fine del conflitto. Scartato il concetto liberale perché esso è ormai completamente superato, il dilemma è ancora Roma o Mosca, ma bisogna in realtà che questo ordine europeo, che noi abbiamo sempre proclamato, ma non chiaramente definito, possa avere finalmente una sua proiezione nel domani. Ora la legge sulla socializzazione effettivamente può aprire la visione esatta ai popoli di quella che sarà la concezione dello Stato dopo la guerra quando essa sarà vinta dall’Asse.

«Al secondo comma della premessa io ritengo non vi sia molto da aggiungere, specialmente dopo quanto è stato pubblicato dalla “Corrispondenza repubblicana” di alcuni giorni or sono. Vorrei soltanto mettere in evidenza che il raccorciamento materiale delle distanze significa anche, in fondo, perseguire attraverso una equa politica dei prezzi e una revisione dei costi tutta una politica tesa, quando il lavoro sia veramente in seno all’azienda, al fine di sviluppare il potere d’acquisto della moneta. È, quindi, anche attraverso questo sviluppo del potere di acquisto della moneta che le masse potranno domani attraverso la socializzazione dominare i fattori speculativi che fino a ieri avevano imbrigliato questo concetto di una più equa distribuzione della ricchezza, e quindi di una più larga giustizia sociale. Se il lavoro non è seriamente e attivamente partecipe della vita quotidiana dell’azienda non potrà mai concepirsi una giustizia sociale e ciò per infiniti motivi di carattere particolaristico. D’altra parte il compito della legge sulla socializzazione è quello di mettere in evidenza le norme della Carta del Lavoro che parlano di salari in rapporto anche alle necessità e possibilità dell’azienda e al rendimento del lavoro. Insistendo su quanto ho già espresso mi domando e vi domando come era possibile che questo salario potesse essere determinato con tali criteri quando il lavoro restava ai cancelli delle fabbriche. Allora il lavoro era esclusivamente determinato dal capitale, le possibilità dell’azienda erano esclusivamente determinate dal capitale. Fin quando il lavoro rimaneva estraneo alla formazione del salario stesso, il salario corporativo rimaneva una mera aspirazione se non una vera utopia. Quindi la socializzazione ha, tra l’altro, il precipuo compito di risolvere la grave lacuna della estraneità del lavoro al processo di formazione del giusto salario. Naturalmente in questa azione di carattere unitario la Confederazione Generale del Lavoro, della Tecnica e delle Arti avrà il suo ruolo così come l’avevano i Consigli Nazionali dell’Economia Corporativa. È tuttavia opportuno che la stampa freni i troppo facili entusiasmi di quei faciloni i quali fermamente credono che, spalancate le porte al lavoro, si dia fondo e corpo a una specie di panacea universale in cui, abolito ogni principio gerarchico di disciplina, tutti possono comandare e fare il proprio comodo. La socializzazione dell’impresa intende però fermamente raggiungere una maggiore giustizia sociale pretendendo da tutti i lavoratori il massimo impegno e ripartisce su tutti un senso di maggiore responsabilità per conseguire un incessante aumento del prodotto sociale. Questa è ancora e sempre l’unica via per il benessere sociale dei popoli.

«Il comma 2 della premessa ha parlato di normalizzare la situazione interna dei rapporti fra capitale e lavoro. È necessario che questo risponda in pieno a quanto aveva già stabilito la Carta del Lavoro nella sua norma seconda. Ma lo scopo del comma è un altro: noi abbiamo una situazione in Italia, conseguenza del periodo badogliano, che ha portato uno stato di scosse e smarrimenti pericolosi, acuito dalle vicende belliche soprattutto dalla propaganda comunista e anglo-pluto-giudaica. Per poter porre fine a questo senso di smarrimento, per poter stroncare l’azione della propaganda è necessario arrivare celermente a una normalizzazione di rapporti tra dirigenti, tecnici e lavoratori. Per questo noi non condividiamo l’opinione di coloro che pensano non essere questo il momento più adatto per attuare la socializzazione. Esso pone i lavoratori e le masse di fronte al bivio: o accettare questa altissima conquista sociale con le guarentigie della indipendenza nazionale e della conservazione degli usi e i costumi della nostra civiltà (ai quali il popolo è fortemente attaccato) o fare il salto nel buio di una rivoluzione integrale che sradica gli istituti della nostra civiltà e che finirà con rendere spaesate moltitudini di uomini. È sulla scelta della prima via che noi puntiamo per la salvezza della nostra civiltà e della nostra economia. Una normalizzazione dei rapporti tra le categorie potenzierà anche l’industria bellica, necessaria per continuare la guerra e per far sì che l’Italia giochi ancora nel concerto continentale dell’Asse, il suo ruolo.

«Un punto che interesserà voi tutti e sul quale effettivamente alcuni hanno portato la loro attenzione è la figura del Capo dell’impresa. La figura del Capo dell’impresa così come è stata concepita, attua il concetto di gerarchia che è necessaria in ogni forma della vita a cominciare dalla famiglia nella quale è rappresentata dal capo. Vorrei quasi dire che nel capo delle imprese si sintetizza effettivamente questa più alta concezione del dovere sociale, espressione del lavoro. Quindi è il Capo dell’impresa colui il quale potrà dirigere l’impresa stessa e armonizzarla per il superiore interesse dello Stato. E il Capo dell’impresa può, con la collaborazione di tutti i fattori produttivi, così come il capo della famiglia con quella di tutti i suoi figli, rendere più o meno efficiente, più o meno perfetta l’azienda stessa. D’altra parte la figura del Capo dell’impresa viene a essere elevata di fronte a quella comunista, poiché nel comunismo abbiamo il Capo dell’impresa che è imposto dall’alto, il burocrate, il quale viene immesso a dirigere l’impresa anche se di essa non ne faccia parte effettivamente, senza che in essa si sia fermato. Noi abbiamo fatto un notevole passo avanti in quanto il Capo dell’impresa è eletto dalle forze del lavoro, perché noi abbiamo la certezza della maturità delle forze del lavoro e dell’attaccamento che esse porteranno al perfezionamento dell’azienda così come riteniamo che questo esista nei portatori di capitale, che avendo considerati risparmiatori non possono tendere che alla tutela del frutto della loro fatica e quindi a volere nel Capo dell’impresa il migliore, il più tecnico, il più onesto, il più tenace nel lavoro, il più severo e più giusto nel comando… [continua]

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