Il Ministro Tarchi illustra ai giornalisti il Decreto sulla socializzazione (seconda e ultima parte)

prima parte

«D’altra parte non è detto che tra i risparmiatori non vi siano gli stessi operai, tecnici, dirigenti, ma essi come tali sono dei portatori di capitale e come tali dovranno partecipare all’assemblea dalla quale scaturisce il capo dell’impresa.

«Desidero parlare della statizzazione. Ho veduto in questi ultimi tempi una serie di iniziative nelle varie provincie che effettivamente, se attuate, minerebbero le basi di quello che è il concetto della socializzazione. Statizzazione non significa, come taluni hanno creduto e come fino a oggi si è fatto, la direzione della impresa intesa come burocratizzazione della gestione da parte dello Stato. La statizzazione dell’impresa significa caso mai una esperienza della socializzazione portata fino al massimo, cioè gestione diretta al massimo dalle forze del lavoro. Non già uomini burocratici nominati dallo Stato bensì da tutti i fattori produttivi dell’azienda: lavoro, tecnica, dirigenti. Lo Stato necessariamente deve intervenire per tutelare quel capitale pubblico che è formato da risparmiatori italiani. Ma il rappresentante dello Stato però non deve essere un burocrate, ma provenire anch’esso dalle vie del lavoro, che abbia cioè già dato nel lavoro prove di senso di responsabilità e di competenza. Quindi quando sulla stampa spesso si legge tra le righe — o la propaganda ci batte sopra — che noi arriveremo alla socializzazione per immettere gerarchi e gerarconi nella vita produttiva, noi rispondiamo di no, perché nelle aziende a carattere sociale o privato il comando sarà dato effettivamente a coloro che partecipano o hanno partecipato alla vita del lavoro. Anche nella vita delle aziende, chiamiamole statizzate, il comando sarà dato esclusivamente alle forze del lavoro e il rappresentante dello Stato sarà scelto dalle file del lavoro. Questo è il concetto che noi abbiamo dato alla statizzazione delle industrie base, mentre effettivamente nella legge, come voi avete visto, non si parla di statizzazione, ma si parla di aziende a capitale pubblico.

«Ho visto inoltre in varie provincie che si è fatta la corsa alla nomina di Commissari. I Commissari delle aziende, se vi saranno, vi saranno quando effettivamente le imprese non rispondono più alle esigenze dello Stato, ma in questo caso il Commissario, qualora esista, dovrà assumere la figura del capo temporaneo dell’impresa, in attesa che si crei il nuovo Consiglio di Amministrazione, il quale sarà l’espressione delle forze del lavoro.

«Voi avete visto che vi sono delle aziende non previste dalla legge sulla socializzazione. È tutta una massa di aziende minori. Ora, nelle aziende artigiane già esiste una socializzazione in atto, perché le aziende artigiane sono concepite come le vecchie botteghe fiorentine nelle quali il maestro insegna all’allievo dividendo con esso gioie e dolori, miseria e benessere. Nelle aziende che hanno una struttura che supera quella dell’artigianato, noi osserveremo i riflessi della legge sulla socializzazione. Ho la sensazione che molte di queste aziende si socializzeranno, spontaneamente, perché non vi è motivo o per lo meno non vi dovrebbe essere motivo, perché questi capi, che in fondo sono della gente che ha vissuto e proviene dal lavoro, non sentano come da questa legge derivi l’armonia, la prosperità della loro azienda. D’altra parte noi dobbiamo tenere presente che le forme cooperativistiche non debbono morire e che anzi debbono essere potenziate. Anche questa può essere la via.

«Molti ritengono, e io stesso lo auspico, che queste aziende potranno avere una socializzazione più completa con forme cooperativistiche. Tanto è vero che attraverso il comunicato che ieri ho diramato alla stampa ho messo in evidenza che la cooperazione non deve, né può morire; noi creeremo un istituto per la cooperazione, che prvvederà a curare l’attività economica e finanziaria di quelle imprese che a somiglianza delle aziende socializzate svolgono una propria attività cooperativistica. Forse io ritengo che con l’istituto della cooperazione possa crearsi anche l’istituto dell’artigianato che coadiuvino nel campo finanziario ed economico l’attività di queste che sono un vanto dell’Italia.

«Ho visto molte discussioni per quanto riguarda gli utili. Vi ho già parlato prima di quelli che sono i caratteri del salario. È logico anche che la questione degli utili dovrà avere la sua piena affermazione. C’è chi ha detto che la quota fissata degli utili è minima, c’è chi ha detto che la quota fissata è esagerata, c’è addirittura chi ha detto che tutta la quota di utili eccedenti a quelli della riserva debba essere destinata ai lavoratori. Quando potrò parlare ai lavoratori, e mi auguro presto, io ritengo che essi stessi chiederanno che questo non si faccia. Quando poi i lavoratori avranno fatto parte effettiva della vita delle imprese e sapranno che cosa significa una impresa che lavora, che deve migliorare, che deve pensare cioè ad avere le scorte necessarie per il suo funzionamento, allora essi stessi diranno che la quota degli utili, che noi abbiamo prevista come massimo nel 30%, effettivamente è la cosa più logica nell’interesse stesso dei lavoratori che poi traggono la loro vita dalla prosperità dell’azienda. Un accorciamento della distanza non si ottenà tanto direttamente da questa partecipazione agli utili, quanto dalla socializzazione stessa delle gestioni aziendali, mediante la riduzione alle proporzioni indispensabili della speculazione commerciale. La quota degli utili stabilita come massimo del 30% darà la possibilità del premio giusto al rendimento generale del lavoratore, consentirà altresì di immettere nella cassa di compensazione, per quella destinazione di carattere generale della stessa azienda, il residuo degli eventuali utili. Questi fondi saranno utilizzati oltre che per il progresso dell’azienda anche per speciali motivi sociali.

«Se sono stato troppo lungo, vi chiedo scusa, ma sarete d’accordo che questa presa di contatto era necessaria. Sarò lieto se mi farete conoscere tutte le critiche e richieste che talvolta vengono mandate ai giornali. Vi sarò grato anche se vorrete creare una rubrica, quando la legge sarà promulgata, nella quale sia espresso il pensiero dei lavoratori, dei dirigenti delle aziende, dei tecnici e del pubblico in genere. In ogni modo, è opportuno per quanto riguarda la socializzazione, ospitare nei giornali tutte le critiche che portino un contributo d’idee: la critica è stimolatrice, e io sono del parere che essa deve essere ampia e continua, poiché dalle critiche nasce la possibilità della risposta e quindi la possibilità di mettere in luce il problema nella sua vera essenza.»

All’invito del Ministro di iniziare la discussione sull’argomento, Franco De Aga-zio ha fatto presente il caso in cui una azienda non possa ripartire utili ai propri lavoratori perché in perdita.

«La domanda è giustificata — ha detto il Ministro. Effettivamente il lavoratore non deve cercare nella socializzazione soltanto il lato economico. Noi ci dobbiamo opporre a questo fatto. Bisogna far comprendere che nella attuale situazione le perdite portano all’intervento dello Stato o alla chiusura dell’azienda; invece in questo caso le riserve attraverso la Cassa di Compensazione potranno permettere che l’azienda possa continuare la sua attività. Ecco un punto da mettere in evidenza: il lavoratore non si deve preoccupare soltanto degli utili, deve comprendere che la sua comparsa nei consigli di amministrazione, avrà notevoli effetti sulla produzione e distribuzione della produzione sociale e quindi sui redditi in puro lavoro e deve, pertanto, mettere l’azienda nelle condizioni di continuare la produzione; dalla continuità della produzione deriva la continuità del suo lavoro e del suo guadagno. Io sono ottimista: a parte i periodi di crisi economiche, le perdite di prima, molte volte risultavano sulla carta per chiedere allo Stato l’intervento sotto infinite forme che erano causate da illecite speculazioni volte a far sì che una determinata industria fosse soffocata; lo scopo della socializzazione è di eliminare questo inconveniente.

«Io spero e mi auguro che l’organizzazione sindacale effettivamente si prepari a elevare il tono della massa perché la nostra socializzazione, a differenza — ripeto — della comunistizzazione è soprattutto in riferimento a quelli che sono i valori spirituali o individuali. Si è sempre parlato di materialismo forse perché effettivamente le situazioni economiche dei nostri operai erano tali che li portavano soltanto a vedere il concetto materialistico e non certo quella che era la loro responsabilità. Mi auguro che in seguito l’attenzione economica si attenui al punto di consentire l’organizzazione sindacale si trasformi in questo senso; in modo che così verso l’alto si abbiano gli uomini migliori alla direzione della massa, perché la socializzazione non è una legge che è fatta per oggi, è fatta per i secoli, per qualche secolo bisognerà studiarla e, naturalmente, bisognerà prepararsi.»

Faust Brunelli interviene nella discussione affermando che c’è sempre un’aristocrazia che dirige le masse, sia nella forma della economia libera che collettiva. Hanno le nostre masse dimostrato di possedere una moralità politica, economica e sociale?

«Codesta pregiudiziale — ha risposto il Ministro — sarebbe giusta se non partisse da un concetto sbagliato. Non è vero che nella socializzazione delle gestioni è la massa che dirige, ma il contrario. Nelle aziende socializzate è l’aristocrazia del lavoro, intesa come selezione dei migliori che gestisce l’azienda ed equipara il capo della famiglia al dirigente dell’impresa nel senso che gli eletti, se sono veramente migliori, devono curare anche gli interessi di coloro che non ebbero la ventura di essere migliori. Non è vero che è la massa che decide; la massa indica quelli che sono i più atti a decidere. Quando io dico di creare i Consigli dell’Economia Corporativa, io dico di arrivare a scegliere, tra la massa, questa élite di minoranza e quella che regola, non più sul piano dell’azienda, ma sul piano provinciale, attraverso il comitato economico provinciale, quello che deve essere l’andamento armonizzato dei vari settori di tutta la provincia. Il Consiglio Nazionale dell’Economia Corporativa sarà appunto l’espressione di quella ‘élite’ del lavoro.

«Io mi auguro che queste organizzazioni sindacali, questi dirigenti che sono l’espressione vera della massa, effettivamente si pongano una domanda mazziniana: quella che mi pongo io tutte le sere quando vado a dormire: ho fatto io nella mia giornata il mio dovere di fronte al compito al quale sono preposto, di fronte alla Nazione? È la mia coscienza, stasera, sicura di non aver effettivamente fatto compromessi, se non quelli utili al fine che io mi propongo?

«Noi non abbiamo detto alla massa «tu sei proprietario e tu dirigerai l’azienda». Noi abbiamo detto: «ti diamo una funzione, ti diamo una responsabilità: tu fai il tuo dovere». Altrimenti non giungeremo a fare una vera aristocrazia del lavoro che possa rendersi utile alla collettività, ma quanto abbiamo avuto purtroppo sinora — di cui stiamo scontando le colpe — che non era una aristocrazia, ma un’oligarchia.

«Infine, quando io devo arrivare alla nomina dei Sindacati di categoria, chi è che devo eleggere? L’espressione è dal basso, ma la nomina è fatta dall’alto. La massa non potrà più dire che la nomina è stata imposta dall’alto, è una espressione venuta dal basso che io ho scelto dall’alto. Tutta la vita dello Stato, dai Ministri in giù, deve essere permeata di un solo concetto: il lavoro. Il lavoro come competenza, come espressione, come fede, come dirittura morale. Non vi deve essere più posto per coloro che oggi non combattono o non producono. Questa è la funzione dell’aristocrazia dei migliori nella socializzazione.

«Tra la concezione staliniana e quella della Repubblica Sociale Italiana, vi è un abisso enorme. Forse il 25 luglio e l’8 settembre, se potremo sorpassare questo periodo, non saranno stati un male per gli italiani poiché hanno servito veramente a chiarire e a far sì che quelle idee che abbiamo sostenuto si siano affinate e abbiamo finalmente la loro pratica realizzazione.»

 

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