Conradus Celtis (Konrad Pickel)

A cura di Barbara Spadini

Opere

Ars versificandi et carminum, Leipzig 1486, 1492

Epitoma in utramque Ciceronis rhetoricam cum arte memorativa nova et modo epistolandi utilissimo, Ingolstadt 1492

De Mundo des Apuleius, Wien 1497

Carmen saeculare, Wien 1500

Norinberga, 1495

Ode auf St Sebald, Basel 1495

Oratio in gymnasio Ingolstadio, 1492

Germania Generalis

De origine, situ, moribus et institutis Norimbergae libellus, 1502

Quattuor libri amorum (Amores), Nürnberg 1502

Ludus Dianae und Rhapsodia, Augsburg 1505

Germania illustrata

Archetypus triumphantis Romae

Germania des Tacitus, Wien 1500

Schriften Hrotsvithas von Gantersheim, Nürnberg 1501

Sodalitas Augustana, gemeinsam mit Konrad Peutinger

 

Critica consigliata

Friedrich Wilhelm Bautz: Conrad Celtis. In: Biographisch-Bibliographisches Kirchenlexikon (BBKL). Band 1, Hamm 1975

Huemer, Johann: Celtis Konrad. In: Allgemeine Deutsche Biographie (ADB). Band 4, Duncker & Humblot, Leipzig 1876

Walther Killy (Hrsg.): Artikel in Literaturlexikon: Autoren und Werke deutscher Sprache, Bd. 2, S. 395, Bertelsmann-Lexikon-Verlag, Gütersloh und München 1988–1991

Christopher B. Krebs: Negotiatio Germaniae. Tacitus’ Germania und Enea Silvio Piccolomini

Giannantonio Campano: Conrad Celtis und Heinrich Bebel. (= Hypomnemata; Bd. 158). Vandenhoeck & Ruprecht, Göttingen 2005

Martin Matz: Konrad Celtis und die rheinische Gelehrtengesellschaft. Beitrag zur Geschichte des Humanismus in Deutschland. (Schulschrift). Lauterborn, Ludwigshafen am Rhein 1903 (Digitalisat)

Jörg Robert: Konrad Celtis und das Projekt der deutschen Dichtung. Studien zur humanistischen Konstitution von Poetik, Philosophie, Nation und Ich. Niemeyer, Tübingen 2003

Hans Rupprich: Celtis (Bickel), Konrad. In: Neue Deutsche Biographie (NDB). Band 3, Duncker & Humblot, Berlin 1957

Pierre Laurens (ed.) Anthologie de la poésie lyrique latine de la Renaissance (Gallimard, 2004)

 

 

Links consigliati

www.bmcreview.org/2010/04/20100409.html

aig.humnet.unipi.it/rivista_aig/baig1/14.Sasse.pdf

www.europahumanistica.org/?Giano-Pannonio-nell…

CAMENA Deliciae Poetarum Germanorum

www.uni-mannheim.de/mateo/…/delitiae.html

 

Biografia

( a cura di Barbara Spadini)

Conradus Celtis è un autore poco noto nel nostro Paese, nonostante la scelta di questo illuminato e coltissimo Umanista tedesco di viaggiare in Italia, di amarla- vivendo al’ombra di un fortissimo “complesso”  culturale verso il Rinascimento italiano, cercando di superarlo con la propria opera-  e di comporre in latino, latinizzando anche il proprio cognome.

Uomo arguto, oltre che intelligente e di vastissima preparazione, Celtis sa auto ironizzare,come tutti i grandi,  aggiungendo al cognome Celtis latino anche “Protucius”( vedi immagine ), probabilmente   dal greco tu/kos “scalpello”( o anche piccone) che ricalca il vero cognome tedesco, Pickel o Bickel, comunque  (e appunto) scalpello.

Esistono ottime critiche delle sue principali opere, tuttavia in non moltissimi sanno che il nome di Celtis è legato alla riscoperta di una grandissima compositrice , letterata, teologa, poetessa tedesca del Medioevo, Hroswitha di Gandersheim, monaca cattolica, forse la più elevata voce del suo tempo, del cui profilo prossimamente  chi scrive si occuperà.

Konrad Pickel ( o Bickel), nasce da una modesta famiglia contadina il primo febbraio 1459 a Wipfeld sul Meno , nella zona di Schweinfurt ( bassa Franconia , oggi Baviera).

Egli studia a Colonia, frequentando successivamente l’Università a Heidelberg, studiando con accademici come Dalberg e Rudolf Agricola. Viaggia e studia- completando la propria profonda preparazione- anche   a Erfurt, Rostock e Leipzig.

Proprio nel periodo dell’Università, sceglie  di latinizzare il proprio nome, secondo la moda diffusa fra gli eruditi del tempo,  in Conradus Celtis e di scrivere versi e prose in latino e non in tedesco, per cui è annoverato come massimo esponente della letteratura neolatina tedesca.

La sua prima opera di rilievo è datata 1486, Ars versificandi et carminum, una teoria poetica ( “dell’arte di comporre versi e carmi”).

L’imperatore Federico III di Sassonia nel 1487 lo nomina poeta laureatus , il primo della storia della letteratura tedesca, in una cerimonia  ufficiale nella Dieta imperiale a Norimberga.

In questi anni , a Cracovia, Celtis approfondisce la propria conoscenza della matematica e dell’astronomia, potendo anche stringere amicizia con altri importanti umanisti del tempo come Lorenz Rabe e Bonacursius.

Parte successivamente per l’Italia, ove soggiorna due anni,  dal 1487 al 1489, a Roma, Firenze, Bologna e Venezia: qui entra  in contatto con l’ambiente neoplatonico fiorentino, conosce le realtà accademiche e culturali delle grandi Università, stringe legami importanti con autorità culturali eccellenti ( tra cui   Ficino, Beroaldo, Guarino, Musuro, Sabellico e Manuzio) e, al suo rientro in Germania, Celtis  inizia l’opera di diffusione delle scienze ( o discipline)umanistiche attraverso la fondazione di Accademie simili a quelle italiane.

Sulla scorta dell’Accademia romana, fonda infatti  nel tempo  le cosiddette Sodalitates ( centri di studio delle discipline  umanistiche): del  1496, è la fondazione  ed organizzazione  ad Heidelberg della Sodalitas Litterarum Rhenana, seguita dalla Sodalitas Litterarum Vistulana a Cracovia e quindi  dalla Sodalitas Litterarum Hungaria a Buda , da quella Danubiana a Vienna e da quella Augustiana.

Posteriormente al viaggio in Italia, assume la docenza universitaria – per privilegio imperiale -della cattedra di poetica, retorica e filosofia presso l’Università di Ingolstadt, proponendo trasversalmente alle sue lezioni il concetto educativo — pedagogico dell’importanza che la Germania avrebbe dovuto rivestire come guida culturale dell’Europa tutta, nel nome della tradizione di Roma e nella speranza di una continuazione tutta germanica della stessa.

Mosso in questo da impeto ed orgoglio nazionalistico, comprendendo che il primo irrinunciabile  valore per far grande la propria Patria è l’eccellenza del sapere, unita alla conoscenza delle proprie origini, Celtis si occupa di una riscoperta globale della Germania a partire dall’antichità  nelle aree geografiche, storiche, politiche, religiose ed etniche, rischiando per questo anche un’accusa di eresia, legata al pensiero che trapela da alcune sue opere, in odore di paganesimo, come vedremo poi.

Per questo motivo, Celtis legato anche al principio tipicamente rinascimentale, ma anche neoplatonico e soprattutto ermetico,  del Tutto nell’Uno  (ricordiamo i contatti con l’ambiente fiorentino), nel 1491 inizia a lavorare ad un grande progetto, un’imponente Enciclopedia tedesca, Germania illustrata ,che in seguito Celtis abbandona, ma  di cui resta la: “ Germania Generalis” ( la parte d’ambito storico- geografico).

Per sfuggire ad un’epidemia di peste, torna a Heidelberg, trasferendosi poi definitivamente  a Vienna, chiamato dall’ imperatore   Massimiliano I, ove  mantiene  l’incarico di docente universitario e fonda nel 1502 il Collegium Poetarum et Mathematicorum.

Muore a Vienna il 4 febbraio 1508.

Konrad Pickel è personalità eruditissima e a tutto tondo, in omaggio al tipico formarsi umanistico ed alla concezione di Cultura di quel tempo.

Nonostante ciò,  chi volesse conoscere questo autore, dovrebbe porre mano ad opere critiche assai specialistiche, d’ambito accademico e non divulgativo e semplice.

Negli ultimi dieci anni circa, infatti, Celtis è stato riscoperto e assai studiato, soprattutto in Germania: trattandosi però di autore che si è espresso unicamente in latino, tanto nella poesia che nella prosa, egli resta appannaggio di pochi, entrando così a far parte del   bagaglio conoscitivo riservato a specialisti ed estimatori, senza essere citato in antologie di più ampio respiro.

La sua opera complessiva, variegata e tuttora oggetto di ricerca e traduzione, è  in effetti di non semplice decifrazione filologica  ed attualmente  ancora in fase di attento studio proprio in Germania, ove importanti  critici sono impegnati a diffondere l’opera di Celtis in riviste e collane .

Vanno ricordate eccellenti  edizioni delle sue poesie curate da  Felicitas Pindter (Odi, Epodi e Carmen saeculare edizione  Teubner, Leipzig 1937), del suo vasto  Epistolario , curato da Hans Rupprich (München 1934) e, tra le critiche recenti, la Norimberga di Fink (Nürnberg, 2000), la Germania generalis di Müller (Tübingen, 2001), la Panegyris di Gruber (Wiesbaden 2003), lo studio di Robert (Konrad Celtis und das Projekt der deutschen Dichtung, Tübingen 2003) e gli atti della conferenza Horaz und Celtis (2000).

Diversi testi di Celtis sono disponibili anche  sul sito della Bibliotheca Augustana e nel bellissimo  sito del progetto Camena ( vedi links consigliati).

Celtis in vita era stato colmato di onori e riconoscimenti letterari ed accademici, godendo di grandissima fama . La maggior parte delle sue opere fu pubblicata in vita : tra queste , oltre alle due già prima  menzionate, Ars versificandi et carminum e Germania Generalis, andrebbe ricordata  la sua grande ed intelligente ricerca filologica delle opere tedesche antiche, ma anche greche  e latine, che lo portarono a scoprire e pubblicare come editore molti manoscritti , tra i quali, come detto sopra, i drammi di Rosvita di Gandersheim, ma anche le opere di Apuleio e di Seneca.

Questa attività editoriale di riscoperta dei classici, fu certamente favorita grazie alla sua mansione di responsabile della biblioteca imperiale di Maximilian I, personaggio chiave del Rinascimento tedesco ( vedi approfondimento più avanti).

Celtis scrisse gli “ Amores in quattro libri”, l’ Urbs Norimberga, il Ludus Dianae  e cinque libri di epigrammi (la  pubblicazione di questi ultimi fu nel 1881), ma è ricordato per le  Odi , gli Epodi ed il  Carmen saeculare,  pubblicati postumi nel 1513 ed editi  a Strasburgo.

Nella sua poesia lirica le tematiche sono assai varie: tra queste,  la grande importanza data alla  philosophia naturalis, che Celtis tratta in modo assai specifico e dotto (soprattutto  il tema dell’astronomia), mostrando competenze scientifiche non indifferenti per quel tempo e tutt’altro che sostenute da luoghi comuni o pregiudizi, facendone intravvedere la rigorosa preparazione in più branche del sapere.

Anche gli Epodi mostrano un variegato insieme di  temi, svolti con il senso vivido della realtà e l’arguzia riscontrabili nel  Liber epodon di Orazio, alla cui imitazione  Celtis dedica  17 carmi  riguardanti disparati temi ( di  invettiva,  fiabe e apologhi, dichiarazioni di poetica, spigolature ed  esortazioni) .

Il Carmen saeculare è un poema celebrativo dell’avvento  del 1500 ed esalta – all’interno del Tempo che scorre-  l’eterna armonia  del Cosmo, composto da pianeti, costellazioni, stelle fisse, che  sono descritte e sentite quali elementi  del Progetto, insondabile e misterioso per l’uomo  del “deus absconditus”, operoso nella Natura.

Le  tre opere furono raccolte e pubblicate dopo la morte di Celtis  nell’edizione  di Strasburgo del 1513.

E’ certo, come dichiarato da Celtis stesso in un   epilogo (Nachspiel), che siano esistite  precise motivazioni quali cause della mancata pubblicazione in vita delle Odi. Il poeta fu infatti pubblicamente accusato di nascondere dietro i versi una profonda adesione al paganesimo, accusa alla quale Celtis rispose attraverso una Protestatio ( il documento  autografo è stato recentemente scoperto da Dieter Wuttke all’interno di un manoscritto rintracciato a  Brema)  , altrettanto pubblica ,quando rischiò di essere dichiarato eretico: in essa Celtis fa valere la carta della “licenza poetica”, una licenza poetica da Poeta Laureatus, con grandi e potenti amici, privilegi e mecenati importanti, sostenuta come lecita, sia in termini etici che estetici e teologici. Questo quasi a voler dire che l’uomo “di sapere” era anche in grado di padroneggiare la conoscenza con saggezza :” la vicenda vede dunque avvicendarsi al banco degli imputati l’editore postumo di Celtis, Thomas Resch, che difese il caso dell’amico ormai scomparso e delle poesie di quello da lui pubblicate, che avevano indotto la facoltà di teologia di Vienna a convocarlo a giudizio”.

Esiste un’antica  biografia di Celtis , ad opera di   Klüpfel , certamente la prima biografia dell’autore, che riporta la descrizione dei fatti durante le varie fasi  del processo.

I cultori del latino e gli studiosi hanno già verificato come, da un lato, l’impianto di queste tre opere sia  profondamente oraziano, soprattutto delle Odi- che ricalcano il metro, il genere e l’organizzazione dei vari generi in quattro libri- dall’altro la conoscenza di Celtis non si limitasse certo ad Orazio, poiché sono verificabili corrispondenze ed influenze da Catullo, Virgilio,Plauto e Terenzio.

E’ riscontrabile, inoltre,più in generale,  il grandissimo interesse di Celtis per commedie e tragedie classiche,ma questa è solo opinione di chi scrive, filone che il poeta segue, studia e riscopre, non a caso anche attraverso l’edizione dei drammi di  Hrotsvithas von Gantersheim, una letterata la cui esistenza “reale” era stata messa in discussione anche dopo la scoperta di Celtis, poiché la critica posteriore riteneva egli l’avesse “inventata”.

Gli studiosi ritengono inoltre che, fin dall’Ars versificandi, Celtis possa definirsi come il  miglior conoscitore di  prosodia e metrica latina , che utilizzava con perizia eccellente, pur ravvisando all’interno delle sue opere  errori e forzature di tipo teorico, che tuttavia non ne influenzano negativamente il ritmo e lo stile, la varietà di metri utilizzato con naturalezza, la musicalità del verso.

Celtis dunque resta fra i più grandi poeti neolatini , soprattutto per la duttilità e la  capacità di versificare attraverso varie tipologie di metro .

Bisogna poi ricordare un’altra grande opera di Celtis, quella relativa al  completamento  della mappa delle strade militare dell’Impero romano, intitolata Tabula Peutingeriana, che – secondo il progetto iniziale- avrebbe dovuto essere inserita, insieme alla Germania illustrata- nella grande Enciclopedia sulla Germania.

Questo porta chi scrive ad una riflessione, ben condensata nel’articolo di approfondimento sottostante, circa l’importanza  della Geografia nel corso del Rinascimento, ove essa non veniva vissuta  in termini cartografici moderni,  ma come forma d’Arte, legata alla  pittura paesaggistica, in profonda connessione con l’idea di Unità del Sapere tipica dell’Umanesimo.

Una curiosità interessante è , nel campo delle arti figurative  in generale e nella  vita di Celtis in particolare,  la profonda amicizia che lo  legava al grandissimo Albrecht Dürer: ricordiamo infatti che entrambi erano uniti al grecista e latinista Wilibald Pirckmaier, mediatore probabile tra Celtis e Giovan Francesco Pico della Mirandola, Marsilio Ficino e i Neoplatonici fiorentini.(Va detto che attorno a Celtis e a Durer  si stringevano  un gran numero di esponenti dell’umanesimo cristiano: Erasmo da Rotterdam, Philipp Melanchton, Johannes Reuchlin, Luther, Damiano de Goes).

A questo proposito ,si segnala un fatto  :” il principe elettore Federico il Saggio di Sassonia, mecenate e protettore  di Durer, gli commissionò “Il martirio dei diecimila” in cui al centro della tavola Durer stesso  dipinse assieme alla sua immagine a figura intera anche  l’effige dell’umanista tedesco Conrad Celtis, suo caro amico morto proprio mentre Durer lavorava a questa opera, che poi andò perduta in un incendio nella residenza di Monaco nel 1729 e di cui si conserva una copia del XVII secolo; tema dell’opera sono i supplizi inflitti dalle truppe ausiliarie persiane dell’imperatore Augusto ai soldati convertitisi al cristianesimo”.

Albrecht Dürer

 

Nota: La corte di Massimiliano I

Legato all’Italia anche per vincoli matrimoniali, colto e imbevuto di umanesimo, Massimiliano I del Sacro Romano Impero cercò di dare un nuovo aspetto, aulico e classicheggiante, al suo impero radicato soprattutto nella zona alpina, dalla Svizzera a Trieste. Nel 1501 fondò l’Università di Vienna, invitando come docenti numerosi intellettuali ed umanisti italiani.

Massimiliano stabilì la sua corte nella piccola ma elegante Innsbruck, al centro del Tirolo, dove diede avvio a importanti imprese artistiche, come una serie di incisioni celebrative e la realizzazione di un corteo di statue bronzee colossali da destinare al suo sepolcro. A lui si presentarono i più grandi ingegni del suo tempo, da Dürer ad Altdorfer, da Cranach il Vecchio a Burgkmair, fino allo scultore Peter Vischer, il poeta Conrad Celtis, il geografo Georg Peutinger, l’astronomo Erhard Etzlaub e l’umanista Willibald Pirckheimer. Se alla sua corte l’architettura restava legata all’arte gotica, in pittura si sviluppò la cosiddetta scuola danubiana, impostata a una maggiore predominanza del paesaggio sulle figure, che ebbe forti echi internazionali.

Con la morte dell’imperatore nel 1519 il passaggio del potere a suo nipote Carlo V segnò un brusco spostamento dell’asse dell’impero, con un rapido declino della corte tirolese, dove però si continuò a lavorare al mausoleo di Massimiliano per decenni.

A Innsbruck si ebbe comunque una rinascita artistica dopo il 1564, quando l’arciduca Ferdinando II d’Asburgo ereditò il titolo di conte del Tirolo, trasferendovisi. A lui spetta il rinnovo del castello di Ambras, dove posizionò le sue raccolte, tra cui anche una celebre Wunderkammer, una delle più ricche e integre d’Europa. ( da Wikipedia, voce: Il Rinascimento Tedesco)

Nota: La Terra come paesaggio: Bruegel e la geografia

Gli storici hanno più volte sottolineato il fatto che il vocabolario utilizzato nel XVI secolo per descrivere le rappresentazioni geografiche fosse identico a quello utilizzato per la pittura di paesaggio. Un tale avvicinamento tra cartografia e rappresentazione artistica dei paesaggi si verifica sotto molti aspetti.

La carta è infatti l’atto di una mimesis, e numerosi sono i cosmografi che all’epoca riprendono l’analogia di origine tolemaica tra la geografia e la pittura. Ricordiamo la definizione di Tolomeo:

La geografia è un’imitazione grafica della parte conosciuta della terra, considerata globalmente, nei suoi tratti più generali (I, 1, 1); […] se le matematiche permettono di spiegare all’intelligenza umana lo stesso cielo così com’è al naturale, perché possiamo vederlo girare intorno a noi, per la terra, in compenso, siamo costretti a ricorrere alla rappresentazione pittorica.

Nel XVI secolo si ritrova il motivo pittorico nella Cosmografia di Pietro Apiano («Geografia […] è come una forma o figura e imitazione della pittura della terra»), ma anche in Sebastian Münster. L’umanista tedesco Conrad Celtis paragona il trattato cosmografico di Apuleio, che pubblica nel 1497, a una piccola pittura che mostra «come e da chi l’universo è assemblato e mantenuto nella sua forma». Nella dedica del suo poema geografico Amores, pubblicato nel 1502, Celtis afferma che la Germania con le sue quattro regioni sarà resa visibile «come se fosse dipinta su un piccolo quadro». Allo stesso modo, Johannes Cuspian promette, nelle lezioni su Ippocrate che tiene all’università di Vienna nell’anno 1506, di descrivere, «come fanno i pittori, la Terra intera su un piccolo quadro». Come ricorda Svetlana Alpers, è in generale il termine «pittura: pictura, schilderij, o comunque un termine corrispondente» a essere stato utilizzato nel linguaggio moderno per tradurre la parola greca graphikos, presente in Tolomeo.

La circolazione delle parole accompagna, a dire il vero, una plasticità delle pratiche, se non un’indistinzione dei generi disciplinari. Nell’Italia, nella Germania o nei Paesi Bassi del XVI e XVII secolo, numerosi artisti, pittori o incisori, come Pierre Pourbus, Jérôme Cock, Jacopo de’ Barbari, Joris Hoefnagel, Leonardo da Vinci, Cristoforo Sorte, Raffaello, realizzano carte, in scale differenti, così come vedute topografiche. Allo stesso modo, è probabile che il gigantesco paesaggio dipinto da Albrecht Altdorfer sullo sfondo della Battaglia di Isso si basi su un mappamondo realizzato da Dürer nel 1515 seguendo Johannes Stabius. Lo sguardo del pittore e lo sguardo del cartografo non sono allora separati, pur non confondendosi. Essi partecipano di una stessa attitudine cognitiva, e di una stessa competenza visiva, che all’epoca condividono con i medici, gli architetti, gli ingegneri, e in cui si manifesta, come scrive Piero Camporesi a proposito della nascita del paesaggio italiano nel XVI secolo, «l’operosa presenza di un naturalismo empirico, pragmatico e mineralogico». Questi uomini di mestiere, tra i quali rientrano anche i geografi, condividono quest’attenzione ai segni del mondo, annidati nel colore delle rocce, nell’orientazione dei venti o nel movimento delle acque, che permette all’occhio di leggere, per così dire, il paesaggio.

Il loro modo di guardare la natura e di leggere il paesaggio costituiva un patrimonio comune a tutto un ambiente culturale dove l’occhio del pittore, dell’architetto, dello scultore aveva del reale la stessa percezione paesaggistica di un curioso filosofo della natura, di un cercatore di metalli o di un tecnico minerario.

È questo genere di competenza semiologica che Paracelso designa con il termine chiromantia, quando l’applica in modo estensivo al paesaggio e agli oggetti naturali. C’è, dice,

una chiromanzia delle erbe, una chiromanzia delle foglie sugli alberi, una chiromanzia del legno, una chiromanzia delle rocce e delle miniere, una chiromanzia dei paesaggi [ein chiromantia der lantschaften] attraverso le loro strade e i loro corsi d’acqua.

(In: Jean-Marc Besse,Vedere la Terra. Sei saggi sul paesaggio e la geografia, Mondadori ,Milano 2008)

Scelta di opere

Ode ad Apollinem

Phoebe, qui blandae citharae repertor,

Linque delectos Eliconque Pindum

Et veni nostris vocitatus oris

Carmine grato.

Cernis, ut laetae properent Camenae

Et canant dulces gelido sub axe,

Tu veni incultam fifibus canoris

Visere terram.

Barbarus, quem olim genuit vel acer

Vel parens hirtus, Latii leporis

Nescius, nunc sit duce te docendus

Pangere carmen,

Quod ferunt dulcem cecinisse Orpheum,

Quem ferae atroces agilesque cervi

Arboresque altae celeres secutae

Plectra moventem.

Tu celer vastas aequoris per undas

Laetus a Graecis Latiam videre

Invehens musas voluisti gratas

Pandere et artes.

Sic velis nostras, rogitamus, horas

Italas ceu quondam aditare terras,

Barbarus sermo fugiatque, ut atrum

Subruat omne.

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