Erasmus Alberus

A cura di Barbara Spadini

Erasmus Alberus

Auf dem Meyenburger Epitaph von Lucas Cranach in der Ev. Kirche von Nordhausen ist die Auferweckung des Lazarus dargestellt. Unter den Zuschauern ist, handschriftlich vermerkt, auch Erasmus Alberus teils verdeckt hinter Martin Luther zu finden( in questo ritratto è possibile scorgere il ritratto di Alberus e di Lutero)

Ein schön kurtzweilig vnd nützlich geticht
Von einem armen Edelmann/ Dauid wolgemut genent/
der mit seiner geschicklichheit/beid des keisers tochter
vnnd land überkame/Darinn auch das lob der Stadt Vrsel
begriffen ist/ durch Erasmum Alber gemacht/
Vnnd gedachter stadt Vrsel zum newen jar geschenckt.

AN. M D XXXVII
(= 1537)

Opere

Ihr lieben Christen, freut euch nun (Evangelisches Gesangbuch,)

Mein Seel, o Herr, muß loben dich

Steht auf, ihr lieben Kinderlein

Wir danken Gott für seine Gaben

Christe, du bist der helle Tag

Etliche Fabel Esopi, verdeutscht und in Reime gebracht. Hagenau, 1534

Das Buch von der Tugend und der Weisheit, nämlich 49 Fabeln. Frankfurt a.M., 1550 (II edizione di Fabel Esopi)

Iudicium Erasmi Alberti de Spongia Erasmi Roterodami. 1524

Praecepta morum utilissima oder Beleuchtungen der Zehn Gebote durch Bibelstellen und Stellen aus kirchlichen und weltlichen Schriftstellen in deutschen Reimen. 1536 (II edizione 1537; III edizione 1545/48)

Novum Dietionarii Genus. Frankfurt a. M., 1540 (Primo dizionario e rimario in lingua tedesca)

Virtutes comitis. 1545

Buch von der Ehe. 1536

Der Barfüßer Mönche Eulenspiegel und Alkoran. Wittenberg, 1542

Dialog oder Gespräch etlicher Personen vom Interim. 1548

Vermahnungan die christliche Kirche im Sachsenland. 1549

Den Kindern zu Hamburg. 1551

Wider das Lesterbuch des hochfliehenden Osiander. 1551

Kurze Beschreibung der Wetterau. 1552

Von der Kinder Tauf. 1555

Wider die verfluchte Lehre der Carlstader. 1556 (II edizione 1594)

 

Links

www.archive.org/stream/…/diefabelndesera01albegoog_djvu.txt

schueler.freepage.de/cgi-bin/feets/…/fabel_im_wandel_der_zeit.html

www.ursella.info/…/Kopp_web/alberus.html

 

Biografia

(a cura di Barbara Spadini)

Erasmus Alberus sono nome e cognome latinizzato dello scrittore, poeta, teologo, polemologo, favolista, erudito umanista Erasmus Alber.

Erasmus nasce nel villaggio di Bruchenbrücken, nei pressi di Francoforte sul Meno,ora Friedberg- Hessen   attorno all’inizio del ‘500 , dal maestro di scuola Tilemann Alber, già sacerdote cattolico, convertito al protestantesimo e pastore di Engelrod.

Non molto si sa circa la sua preparazione di base, anche se consegue una licenza liceale studiando a Nidda e a Weilburg,proseguendo studi umanistici a Magonza,  mentre è certo che nel 1518 frequenta l’Università  a Wittenberg, ove si dedica alla  Teologia, studiando con Lutero e Andreas Bodenstein.

Qui conosce Martin Lutero e Filippo Melantone, divenendo in seguito braccio destro di Lutero e fervido sostenitore della Riforma.

Al termine degli studi, nel 1522 insegna a Büdingen,ora Oberursel , ove fonda una scuola latina di grammatica e sposa Catarine, trasferendosi poi a Eisenach.

Nel 1528 diviene pastore di Sprendlingen (oggi un quartiere di Dreieich) e , morta la moglie, si trasferisce nel 1536 nel ducato Küstrin ,ove introduce la Riforma.

Dal 1539 Alberus viaggia molto, con brevi soggiorni a Marburg e Basilea poi nel 1541 accetta l’incarico di sovrintendente a Neustadt (Dosse), che termina col suo licenziamento a causa di una forte polemica con il principe elettore Gioacchino II di Brandeburgo riguardante la tassazione del clero.

Nel 1542 pubblicò Der Barfüßer Mönche Eulenspiegel und Alkoran (Il monaco scalzo Eulenspiegel e Alcorano), un’ epitome satirica.

 

Nel 1543 consegue il dottorato in teologia,  accettando un incarico presso il conte Filippo IV di Hanau-Lichtenberg in Babenhausen. A causa di una controversia terminata con un processo, Alberus si trasferisce a Wittenberg, nel 1546, divenendone diacono.

Predicatore e teologo instancabile, utilizza la satira ed anche la favola come arma contro il clero cattolico, per sostenere le tesi della Riforma.

Di ottimo valore letterario è  Das Buch von der Tugend und der Weisheit (Il libro della virtù e della saggezza), pubblicato nel 1550,  una raccolta di quarantanove favole in cui Alberus espone le sue opinioni sui rapporti tra  Chiesa e  Stato.

Fu coinvolto nei conflitti politici del tempo: si trovava, per esempio, a Magdeburgo nel 15501551, quando quella città fu assediata da Maurizio di Sassonia.

Nel 1552 fu nominato Generalsuperintendent (ispettore generale della Chiesa luterana) a Neubrandenburg, dove morì l’anno successivo, il  5 maggio 1553, presumibilmente per una patologia della gola.

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Con grande fatica queste sono le poche, scarne notizie relative ad Erasmus Alberus, reperibili nel web e sintetizzate dopo una difficile collazione tra  fonti  diverse, inglesi e tedesche, vista fallita una ricerca riguardo critica e traduzioni di opere in lingua italiana.

Esistono alcuni siti ( vedi links consigliati), utili per approfondimenti riguardo questo autore, del quale esistono rarissimi ritratti.

Per comprendere l’importanza del genere poetico satirico nel corso dei secoli ed il suo utilizzo all’interno delle varie letterature, segue una nota di sintesi assai interessante.

Segue inoltre una curiosità numismatica relativa alla vita di Alberus, riguardante  lo   Joachimstaler, o tallero.

 

 

Nota : una moneta boema, lo Joachimstaler

Joachimstaler è il nome di un Guldengroschen (o Guldiner) proveniente dalla Sankt Joachimsthal (Jáchymov in ceco) nella Boemia. Il nome viene appunto dal luogo di emissione.

All’epoca la moneta fu chiamata in italiano Joachimico o Iachimico ecc.

Nel 1518 dei Guldiner spuntavano un po’ ovunque nell’Europa centrale. In Boemia fu coniato un Guldiner —delle stesse dimensioni ma con un titolo leggermente inferiore— che fu chiamato Joachimsthaler  poiché l’argento era estratto dai Conti di Schlick —Stefano ed i suoi sette fratelli— nella loro ricca miniera vicino a Joachimsthal —in ceco: Jáchymov, ora nella Repubblica ceca—, la valle di San Gioacchino, in cui Thal (Tal) significa “valle” in tedesco. San Gioacchino, padre di Maria, era ritratto sulla moneta.

Dritto: San Gioacchino stante, ai lati S I e data. In basso scudo araldico; intorno AR(gento): DOM(i): SLI(c): STE(phanus): E(t): 7: FRA(tres): COM(es): D(ominus): BA(ssani)

Rovescio: leone di Boemia. Intorno LVDOVICVS • PRIM(vs) D(ei): GRACIA REX BO(hemiae)

La moneta in foto fu emessa dal conte Stephan Schlick, AR 28,58 g; anno 1525

Il passaggio del nome da Joachimsthaler al semplice Thaler viene attribuito al riformatore tedesco Erasmus Alberus (c. 1500-1553).

La moneta in poco tempo divenne lo standard per il commercio europeo.

La coniazione dello Joachimstaler fu organizzata dai conti Schlick. Questi, che avevano una miniera aperta nel 1516 nei pressi del paese di Konradsgrün (ora Salajna nei pressi di Dolní Žandov), erano consapevoli che dalle monetazione dell’argento si potevano ottenere profitti decisamente maggiori che dal commercio dell’argento non monetato, che fino ad allora i conti avevano esportato il loro argento a Norimberga.

Una determinazione del consiglio boemo (9 gennaio 1520) aveva autorizzato i conti Schlick a coniare “grandi Groschen dal valore dei fiorini d’oro renani, suoi mezzi e quarti” (“größerer Groschen im Wert des rheinischen Goldguldens, seiner Hälfte und seines Viertels”).

Se quanto riporta Johannes Mathesius (teologo ed insegnante di latino alla Joachimsthal) è esatto, la coniazione iniziò già nel 1519. Per quell’anno afferma infatti: In questo anno è stato monetato per la prima volta il vecchio Joachimsthaler.

Anche Georg Agricola e Johannes Miesel si esprimono per il 1519 come inizio della coniazione. Il lavoro di Miesels del XVIII secolo assume importanza particolare, poiché l’autore poteva ancora accedere al manoscritto del Berghauptmann (comandante) Heinrich von Könritz, manoscritto che era ancora esistente.

Ad esempio Miesel riporta che la prima zecca degli Schlick era stata impiantata da Heinrich von Könritz nell’abitazione di Kunz Eirolt a Joachimsthal.

I primi talleri devono essere stati battuti (ancora senza un’autorizzazione ufficiale) alla fine del 1519 sotto le volte della castello Freudenstein, nella parte sud-occidentale della valle. I nomi associati come monetieri sono Stephan Gemisch da Norimberga e Utz Gebhart da Lipsia.

Accanto al tallero furono coniati anche quarti e mezzi talleri. Nel 1520 furono battuti anche doppi, tripli e, raramente, quadrupli talleri.

Il 3 luglio 1520 il principe elettore Federico il Saggio, autorizzò lo Joachimsthaler ed i suoi sottomultipli a circolare anche nei suoi possedimenti.

Bisogna comunque notare che la moneta sassone Klappmützentaler, che in realtà nasce come Guldiner, rappresenta il precursore dello Joachimsthaler; infatti quest’ultima moneta aveva lo stesso peso e la stessa quantità di argento fine del Guldengroschen sassone. Tuttavia al contrario dei Guldengroschen sassoni sullo Joachimsthaler sono indicati gli anni di coniazione: 1520, 1525, 1526, 1527 ed 1528.

Dal 1526 Joachimstaler viene coniato anche un un’altra zecca a Schlaggenwald (Horní Slavkov). Comunque la tesi di una dislocazione delle zecche dello Joachimsthaler non è condivisa da tutti gli studiosi (l’ipotesi è basata sulla presenza di quattro maestri monetieri nel 1526).

In letteratura spesso si asserisce spesso che siano stati coniati più di 2 milioni di Joachimtaler.

Il numero non è comunemente accettato dai numismatici, che in genere l’ipotesi che si debba il numero sia vicino al 1,2 milione di pezzi.

La coniazione dello Joachimsthaler fu interrotta nell’aprile del 1528 da Ferdinando I.

Lo Joachimstaler ha dato a molte valute il suo nome di “tallero” o “dollaro”.

(In : numistoria.altervista.org/blog/?p=775)

 

 

Nota: LA SATIRA

 

Composizione poetica che elabora, con intenti moraleggianti e critici, aspetti, figure e ambienti della realtà culturale e sociale.

TEORIE DELLA SATIRA

Le caratteristiche della s. sono il taglio espressivo fondato sull’ironia polemica (nelle molteplici gradazioni dell’insidia velata, dell’invettiva, dell’aggressione violenta) e la scioltezza formale, che si traduce in strutture poetiche non convenzionali, risultanti ora dal libero uso della metrica, ora dall’alternanza di prose e di versi.

Ma il termine ha poi avuto un più vasto campo di applicazione e sono state definite «satiriche» anche opere di teatro o strettamente prosastico-narrative (romanzi, novelle).

Per sua natura, d’altronde, la s. è un genere ambiguo, a metà strada fra il comico e il serio, fra mimesi realistica e deformazione grottesca, fra momento conservativo (di istituti sociali e letterari) e impulso eversivo, teso a scardinare contenuti e forme della cultura ufficiale.

Di qui l’interesse che essa ha suscitato nella critica moderna, d’indirizzo sia sociologico sia formalistico. W. Benjamin contrappone la violenza «cannibalesca» dello scrittore autenticamente satirico alla parodia ipocrita e qualunquista esercitata da chi è compromesso con il potere. Per N. Frye la s. è nata dal processo di degradazione dell’«eroe» e si manifesta come tecnica di straniamento della realtà descritta, il cui scopo è quello di mettere in luce l’incongruenza e il ridicolo dei valori costituiti, opponendo a essi (ma non necessariamente) diversi parametri normativi. M. Bachtin, infine, vede incarnarsi nella s. il «sentimento carnevalesco del mondo», la gaia vitalità dei contadini nel tempo del raccolto, l’atteggiamento libero, realistico, dissacrante del linguaggio di natura, la volontà e quasi la voluttà denigratoria e sarcastica con cui si smaschera il presente; nel contempo egli invita a cogliere nel discorso satirico l’affiorare del doppio che relativizza la presunta coerenza di qualsiasi asserzione: rispetto al linguaggio della letteratura «seria», che attribuisce a ogni frase il valore della verità rivelata, il linguaggio della s. (o più genericamente della comicità) lascia sempre indovinare la «voce dell’altro», un’«altra parola», e non vuole mai imporsi come assoluto.

 

LA SATIRA NELLA LETTERATURA ANTICA

 

Nella letteratura greca manca uno specifico genere satirico, ma una vena moralistica e parodistica (affine a quella della s. vera e propria) impronta numerose opere catalogabili sotto generi diversi. E il caso della Batracomiomachia pseudo-omerica, che con ironia corrosiva smitizza valori e convenzioni, anche letterari, del mondo epico. Di carattere apertamente satirico erano i Silli di Senofane di Colofone, che ridicolizzavano difetti e superstizioni dei contemporanei. Per la dura carica polemica, si possono avvicinare al genere satirico i giambi di Archiloco e gli amari sfoghi di Ipponatte, mentre motivi di s. politica e sociale conteneva la commedia antica, a noi nota per i lavori di Aristofane.

L’ellenismo offre un’articolata produzione di umoristi e polemisti, soprattutto in campo filosofico. Appartengono a questa sfera le Diatribe (discussioni) del cinico Bione di Boristene, volte a demolire i pregiudizi correnti. Al genere comico-serio vanno infine attribuiti gli scritti di Menippo di Gadara, vari per temi e struttura (prosa alternata a versi), che attaccavano con fantasiosa ironia le convinzioni religiose e filosofiche del suo tempo. Luciano ne trasse ispirazione per i suoi Dialoghi.

Forme e motivi di questa produzione confluirono nella s. romana, che tuttavia per origine e sviluppo si deve considerare largamente originale. Sorta nell’ambito cultuale-agricolo delle feste per il raccolto, la s. (forse da satúra lana, il «piatto zeppo» di primizie che si offriva alle divinità rurali, in particolare a Cerere) si espresse dapprima in mordaci scambi di frizzi tra i campagnoli, poi in più organiche rappresentazioni sceniche, gai «contrasti» a base di canti e musica. Alcuni elementi strutturali di questa s. drammatica e preletteraria, a noi scarsamente nota, appaiono riconoscibili nel successivo sviluppo poetico del genere: la cadenza dialogica che anima molte s., il carattere di disinvolta improvvisazione, di colloquiale incoerenza compositi-va che perfino i più elaborati e lucidi sermones oraziani amano conservare, e infine la libertà stilistica che consente agli autori di s. di affastellare forme metriche e livelli espressivi diversi, di disgregare l’uniformità dell’eloquio letterario con l’impiego di parole gergali, popolari o straniere. In tal senso è significativa l’affinità tra l’impasto linguistico di Lucilio e quello della commedia plautina.

I primi autori di s. letterarie furono Nevio ed Ennio; inventore del genere è però considerato Lucilio, che nei suoi 30 libri di s. impiegò una grande varietà di metri, ma soprattutto l’esametro, verso principe della satira: il suo tema dominante è l’appassionata meditazione etico-autobiografica. Varrone introdusse la s. menippea, genere modellato sulle opere del polemista di Gadara e inteso soprattutto a criticare i costumi contemporanei. Allo spirito e alle forme delle menippee si possono ricondurre la senechiana Apocolokyntosis, impietosa caricatura del defunto imperatore Claudio, e il salace affresco del Satyricon di Petronio.

Al filone luciliano si ricollegano invece i sermones di Orazio, l’esempio letterariamente più raffinato di s. latina, con i due nuclei principali della pacata riflessione sui comportamenti umani e della polemica letteraria, sempre misurata e lucida. Da questo polo si dipana la poesia di Persio, duramente polemico, nella prima delle sue sei s., contro il malcostume di comporre e recitare versi per il puro gusto di un applauso effimero.

Con Giovenale, la s. riprende la funzione di denuncia dei pubblici vizi, e per meglio assolvere al suo compito si compiace di toni patetici e declamatori, di una tensione stilistica, spesso artificiosa, tra il tragico e l’epico, ormai lontana dalla sommessa, ma penetrante colloquialità della s. oraziana.

 

DAL MEDIOEVO AL CINQUECENTO

Nel medioevo la S. smarrisce gli antichi modelli strutturali e metrici, trovando invece espressione in forme poetiche diverse, sorte per altri scopi e altre destinazioni: dal ritmo latino alla profezia, dall’epistola alla visione, dalla danza macabra (che svolge in chiave satirico-edificante il tema dell’ineluttabilità della morte) al testamento e alla tenzone (dibattito intorno a tesi opposte). La s. morale predilige il discorso allegorico, che assume gli animali a simboli di vizi e virtù degli uomini: tra gli esempi più remoti si ricordano l’Ecbasis captivi (sec. X) e l’ Y sengrinus (terminato nel 1148), da cui si diramano i cicli narrativi del Roman de Renart (secc. XII-XIII) e del Reineke Fuchs (fine del sec. XV).

Diffusa è anche la s. sociale, affidata soprattutto ai canti goliardici, ma non infrequente in opere come la Meditazione della morte (1150-60) di Heinrich von Melk, il Roman de la Rose (sec. XII), i fabliaux (sec. XII) di Rutebeuf, il Libro de buen amor (sec. XIV) di J. Ruiz detto el Arcipreste de Hita, le cantigas d’escarnho (canti di scherno) e le cantigas de maldizer (canti di maldicenza) della lirica portoghese e spagnola; mentre la s. politica irrompe nei sirventesi dei trovatori provenzali, nelle poesie di Walther von Vogelweide e di Guittone d’Arezzo, via via fino all’opera di Dante e Petrarca. Entro le grandi ripartizioni (morale, sociale e politica) si delinea poi una tipologia più dettagliata e precisa, che rinvia direttamente alla temperie umana e culturale dell’epoca: dall’antagonismo fra plebi rurali e cittadine nascono sia la s. municipale sia la s. del villano, che annovera fra i suoi archetipi il Detto del villano di Matazone da Caligano (sec. XIV); l’invadenza del clero genera la s. antimonastica; la vita di città offre a bersaglio i rappresentanti della ricchezza e del potere. Tema ricorrente è anche quello della misoginia, che ha un esempio celebre nel Corbaccio di G. Boccaccio.

Incancellabile è tuttavia l’origine etico-religiosa della s. medievale, e ciò spiega perché l’invettiva colpisce di preferenza gruppi e categorie, raramente singole persone. Questo orientamento persiste in molti paesi d’Europa durante i secc. XV e XVI, anche per il divampare delle guerre di religione. Continua, per esempio, ad aver fortuna un tema squisitamente medievale come quello della «follia»: a esso si ricollegano, fra Quattro e Cinquecento, un tipo di farsa francese detto sottie o sotie, nonché il poema satirico La nave dei folli (1494) dell’alsaziano S. Brant e il più sottile Encomium Moriae (1511) di Erasmo da Rotterdam.

Sarà poi, specificamente, la riforma luterana ad alimentare su fronti opposti una cospicua letteratura satirico-religiosa: in Germania i dialoghi lucianei di U. von Hutten, L’esorcismo dei pazzi (1512) e Il gran pazzo luterano (1522) del cattolico T. Mumer, le favole esopiche di Erasmus Alberus (sodale di Lutero e Melantone), gli Schwànke e i Fastnachtsspiele di H. Sachs; in Francia gli epigrammi di C. Marot, varie parti del Gargantua e Pantagruel (1532-52) di F. Rabelais, le Satire cristiane di P. Viret, il poema I tragici (1577-1616) di Th.A. d’Aubigné (carattere esclusivamente politico ha invece la Satira menippea).

Del tutto diversa la s. umanistica e rinascimentale italiana, che si riallaccia ai modelli antichi e in particolare a Orazio, con interessi puramente letterari (l’invettiva politica andrà cercata semmai nella pasquinata romana). Capolavoro del genere classicheggiante sono le sette Satire in terzine (1517-25) di L. Ariosto; ma la schiera degli «oraziani» è foltissima di nomi più o meno celebri, da A. Vinciguerra a P. Nelli, Alamanni, E. Bentivoglio, senza contare tutta la rimeria giocosa, più attinente al versante burlesco, che si ispira a Burchiello e a F. Semi.

Alla maniera italiana guardano non pochi autori inglesi, fra cui Th. Wyatt, J. Donne, Th. Nashe, J. Marston, J. Hall; da essi si stacca E. Spenser, che col Racconto di mamma Hubbard (1580) compone una satira di cortigiani e uomini politici dell’età elisabettiana, ricorrendo a schemi medievali.

 

DAL SEICENTO AI GIORNI NOSTRI

Nel Seicento la s. (almeno quella italiana) diviene la roccaforte del classicismo conservatore, l’arma con cui G. Chiabrera e S. Rosa, P. Salvetti e I. Soldani, L. Adimari e B. Menzini combattono il marinismo, preparando l’avvento dell’Arcadia, nel cui clima si iscrivono già le satire in latino e in volgare di L. Sergardi. Ma le punte più alte del secolo vanno cercate altrove: in Spagna, nelle invenzioni fantastico-allucinate di F. de Quevedo (Sogni e discorsi, 1627); in Francia, nel realismo critico, elegante e composto di N. Boileau (Satire, 1666) e nella geniale rielaborazione della favola esopiana a opera di J. de La Fontaine; in Germania nei deliri verbali, profondamente corrosivi, di Abraham a Sancta Clara (Giuda l’arci furfante, 1686-95).

Al Settecento illuministico è particolarmente congeniale l’aggressione satirica di miti e pregiudizi che sono frutto dell’ignoranza. E tuttavia, proprio in questo secolo, la s. perde i suoi già labili connotati di genere letterario, risolvendosi più che altro in un atteggiamento della libera ragione, pronta a insinuarsi e a colpire ovunque s’annidino i demoni dell’oscurantismo, dell’irrazionalità, della sopraffazione. Lo spirito della s. circola così ampiamente nelle opere e nelle forme più disparate; predilige la brevità fulminea dell’epigramma, ma alimenta anche i romanzi di A.R. Lesage, P. Marivaux e Ch.M. Wieland, le Lettere persiane (1721) di Montesquieu e il racconto filosofico Candido (1759) di Voltaire, il dialogo Il nipote di Rameau (postumo, 1821) di D. Diderot e Il giorno di G. Panini, le commedie di P.A. Beaumarchais e i libelli violentissimi di J. Swift.

Per ritrovare la tradizionale struttura in terza rima, bisogna tornare in Italia e accostarsi alle 17 Satire (1786-97) di V. Alfieri, la cui sdegnata irosità sconvolge il lucido sermo di tradizione oraziana.

Ancor più problematico è parlare di genere satirico dall’Ottocento in poi. Il romanticismo ha complicato e confuso quella nozione con altri toni e registri carichi di ambigue suggestioni, quali l’ironia e il grottesco. Grandi pagine satiriche hanno scritto L Tieck e H. Heine, G. Byron e N. Gogol’; e d’ispirazione prevalentemente satirica sono molti versi di poeti dialettali italiani, come C. Porta e G.G. Belli. Tuttavia, data la mescolanza con altre forme espressive, non c’è alcuna opera di questi scrittori che possa essere definita «satirica» in senso stretto o (se si vuole) convenzionale: forse neanche i leopardiani Paralipomeni della Batracomiomachia, che alternano feroci moti aggressivi con più lievi tonalità fiabesche, o, al contrario, con funerei «scherzi» nel gusto del macabro e del crudele. E soluzioni non meno inconsuete offrono gli scritti satirici di U. Foscolo: tanto l’Ipercalisse (1816), che adotta una prosa latina di stile biblico, quanto la Notizia intorno a Didimo Chierico (1813) e le Lettere scritte dall’Inghilterra (1817), che sperimentano uno humour malinconico di ascendenza stemiana (lo Sterne del Tristram Shandy e, ancor più, del Viaggio sentimentale).

Il satirico «di professione» continua certamente ad avere cittadinanza nel mondo delle lettere; ma, da G. Giusti a Trilussa, il suo «commento ai fatti del giorno» scivola nella battuta giornalistica, talora graffiante talaltra appena ammiccante. Nel nostro secolo, infatti, sono stati i giornali umoristici a tener il luogo della vecchia letteratura satirica, dall’inglese «Punch» all’italiano «Bertoldo». A parte, in termini molto particolari, si è poi parlato della satira di B. Brecht e di H. Mann, di G.B. Shaw, C.E. Gadda, V. Brancati ecc.(in www.parados.it)

 

 

Scelta di opere

O Jesu Christ, wir warten dein

 

O Jesu Christ, wir warten dein,
dein heilges Wort leucht und so fein.
Am End der Welt bleib nicht lang aus
und führ uns in deins Vaters Haus.

Du bist die liebe Sonne klar,
wer an dich glaubt, der ist fürwahr
ein Kind der ewigen Seligkeit,
die deinen Christen ist bereit.

Wir danken dir, wir loben dich
dich zeitlich und dort ewiglich
für deine Barmherzigkeit
von nun an bis in Ewigkeit.

 

Morgenlied

Sei willkommen du lieber Tag,
Vor dir die Nacht nicht bleiben mag,
leucht uns in unsre Herzen fein,
mit deinem himmlischen Schein.

 

 

 

Von einem Hanen

Zu Sternbach ein reicher man/

der hatt ein hof/ da war ein han/

Der gieng umbher/ und scharr im mist/

wie dann der huner gewonheit ist.

Da fand er etwas/ das war klein/

das selbig war ein Edelgstein.

Was find ich da so glitzericht?

sprach er/ es nutzt mir eben nicht.

Wehr irn ein reicher kauffman hie/

er war so hoch erfrewet nie/

Der wust wol/ was er mit thun sölt/

und das es ihm vle geldes gölt/

Ich weiss nit/ was ich mit soll thun/

weiss nit mehr dann ein ander hun.

Drumb wehr es noch so hubsch und schon

so gibt mirs doch geringen lohn/

Und fünd ich tausend edelgstein/

ich acht sie allzumal gar klein.

Fund ich darü uff diessem mist

ein gersten korn/ mir lieber ist.

 

 

 

Morale

Der Edellstein die künst bedeut/

und der han die tolle leut/

Und die noch nichts dann wollust streben/

fressen und sauffen ist ihr leben/

Sie fragen nichts noch gutter ler/

ein voller bauch ihn lieber wer.

 

 

 

 

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