Rapporti tra l’Italia e la Germania sul piano spirituale e politico. Giuseppe Bottai. prima parte

Iniziamo con oggi la scansione e la riproposizione di alcuni passi del libro “Romanità e Germanesimo” del 1941. Seppur talvolta ci si trovi non in sintonia con gli scritti ivi presenti, riteniamo comunque importante fornire del materiale documentale di prima mano. Buona lettura.  ML

Rapporti tra l’Italia e la Germania sul piano spirituale e politico.

Giuseppe Bottai

Ogniqualvolta, traendomi fuor dal cerchio delle idee ricevute io voglio esaminare, in modo del tutto oggettivo, i presupposti, che sono alla base dei continui rapporti tra il germanesimo e la romanità, mi viene fatto di rilevare, innanzi tutto, la naturale posizione d’antagonismo e di « complementarità », che, attraverso si può dire tutto il corso della storia, hanno avuto le due civiltà. Ciò potrebbe dirsi a orecchio, forse, di altre o di quasi tutte le altre civiltà o culture, messe a raffronto: che or contrastano or concordano, in una apparenza, a volta a volta, d’impenetrabilità e di penetrabilità reciproche. Ma non d’altre, credo, come della germanica e della romana, può dirsi, che dal parallelo sorgono queste paradossali, e, per taluni aspetti, sconcertanti costatazioni: che antagonismo e complementarità, più che avvicendarsi, s’accompagnano, quali motivi di uno stesso processo, dialettico e storico insieme; che ogni loro rapporto è, ad un tempo, un contatto e un contrasto, l’uno nell’altro più che dall’altro, quale da urto scintilla, che sia luce d’entrambe e ad entrambe luce ; che è proprio la loro «complementarità» a portarle alla contiguità antagonistica e il loro antagonismo all’ integrazione complementare.

È indubitato, che fin dal primo manifestarsi d’una coscienza nazionale germanica, cioè dall’epoca della fatale disgregazione dell’impero romano, presso le popolazioni del nord, e, per essere più precisi, presso quelle che formarono, poi, il nucleo più propriamente tedesco, si determinò imperioso il bisogno d’un trasferimento nel mondo nordico dell’eredità di Roma, carica di valori essenziali alla sua coagulazione e formazione. Per secoli e secoli, noi assistiamo al continuo tentativo dei tedeschi di sostituirsi in pieno a Roma, di divenire essi stessi, per dir così, Roma, agendo in tutti i settori della vita civile per appropriarsene i valori e combattendo ciò che di romano ancora restava in Italia, come non più proprio dell’Italia, ma ormai pertinente alla loro storia. Dalle prime ribellioni dei capi Goti nel basso impero, fino alle lotte degli imperatori contro i papi, fino alla Riforma, è sempre lo stesso motivo, che ritorna nella storia dei rapporti tra F Italia e la Germania: il motivo d’una lotta per una sostituzione da un lato e un mantenimento dall’altro. I due mondi distinti si squadrano, si delimitano, si riconoscono, intuiscono quanto dei valori dell’altro s’integrerebbe utilmente con i propri valori in un’ ideale unità.

Per questo la consueta definizione di nemici di Roma, che fu data dei tedeschi, non è, certo, sufficiente ed esatta nella sua formulazione, in quanto è proprio stata l’attrazione per Roma, per le sue forme di vita, per il suo mondo spirituale, che mosse il popolo tedesco nelle sue grandi imprese nazionali, anche se dirette proprio contro quello stesso mondo romano, che si voleva riformare, ricreare dal di dentro o per lo meno continuare. E il « los von Rom », a riecheggiarlo nella drammatica prospettiva della lotta, ci risuona dentro come un grido di furibondo amore.

Questo sentimento, che fino, si può dire, ai nostri giorni, era restato in Germania senza una vera e propria chiarificazione nell’animo del tedesco, era riscontrabilissimo e palese a chiunque, anche per breve tempo, avesse avuto la ventura di partecipare alla vita culturale germanica. Questa famosa attrazione per il sud non è mai stata, chi bene intenda, un puro fatto climatico e geografico. È stato, prima ancora che un fatto politico e guerresco, una tendenza spirituale. A questa stregua non apparirà più strano, che proprio presso il popolo, il quale maggiormente e continuamente s’è opposto, dell’arte si siano quasi tutti diretti, almeno in un momento della loro vita, verso il nostro Paese; e qui abbiano creato e sognato cose mirabili e imperiture.

Il fantasma dell’antica grandezza romana era perennemente vivo nei tedeschi; e tale s’è mantenuto intatto fino ad oggi con aspetti, che hanno avuto ed hanno un palese riflesso anche nell’ordinaria vita spirituale dell’uomo di cultura e dell’ uomo medio germanico. A proposito di quest’ultimo, che forma il nucleo della comunità popolare, è interessante notare come nelle pagine dei libri di storia delle scuole medie tedesche, fra tutte le storie nazionali europee, ci s’occupi esclusivamente di quella germanica e di quella romana. Roma e, con essa, l’Italia, che sono restate perennemente vive nella mente del tedesco, sia pure quasi sempre considerate come forze in aperto antagonismo con il mondo, la concezione di vita, la struttura stessa dell’ambiente germanico.

Sarebbe facile, sebbene ingrata e non nuova indagine, f raccogliere, nella mole immensa delle due letterature, un j abbondante florilegio di passi, nei quali il contrasto fra le | due nazioni si manifestò con più aperta crudezza. Ma aggiungiamo subito, che un’ indagine così fatta sarebbe altrettanto facile, e darebbe una messe altrettanto abbondante, se condotta nei confronti della letteratura di qualsiasi altra nazione, anche scelta tra quelle ritenute più affini o simili o addirittura, con il superficiale razzismo che fu proprio di quanti oggi storcono la bocca dinnanzi alla necessaria formazione di una coscienza di razza, parenti. Bisogna rivedere, dall’una e dall’altra parte, questi giudizi, fatti il più delle volte d’ingiuste esagerazioni e di sterili escandescenze: bisogna smantellare tutta questa letteratura, scrollarcela di dosso e guardarci con occhi nuovi. Bisogna che anche noi abbandoniamo certe posizioni polemiche e certi residui di giudizi convenzionali, perpetuatisi  nel  tempo, da  quel  loro   remoto   antecedente del secolo VI, che si può cogliere in un famoso distico di Venanzio Fortunato, nel quale alla Romania è contrapposta la barbaries. Ci s’ha da mettere tutti sopra un terreno più reale e più consono con lo spirito della vita d’oggi e con l’esigenze della verità. Soprattutto, della realtà che vogliamo creare.

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Ora, o non più, verrebbe quasi fatto di pensare, che mai s’è data, tra i due mondi, una situazione, come quella che noi viviamo, propizia a una loro organica compenetrazione.

La storia delle nostre relazioni col mondo germanico ha, ormai, duemila anni. Questo lungo periodo ha avuto una prima fase, per la quale siamo tutti d’accordo, al di qua e al di là delle Alpi, nello stabilire quale delle due genti sia stata la maestra e quale la discepola. Ma anche qui è d’uopo intenderci bene: perché, se è incontestabile che alcuni elementi imprescindibili della civiltà vennero ai Germani direttamente dal mondo romano e romanzo, è altrettanto vero, e il risultato delle moderne indagini ce lo prova, che codeste non erano affatto in quel basso stato di sviluppo culturale, che un paragone non approfondito con la cultura latina d’allora potrebbe far credere. La sola conoscenza dei principii morali, che ne governavano la vita civile e religiosa, basta a testimonia.re una lunga evoluzione, una personalità etnica ben distinta da caratteri d’un elevato ordine morale, quegli stessi che già Tacito avvertiva fondamentali e peculiari della razza. Ma dopo questa prima fase ce n’è stata un’altra, durante la quale è giusto riconoscere, che le parti si sono invertite: ond’è che, come noi non possiamo ragionevolmente immaginare lo sviluppo del pensiero e della civiltà germanica, dall’ Vili secolo fino ad oltre la riforma religiosa, senza il fermento perennemente vitale della civiltà latina, del pensiero umanistico e del fascino del nostro Rinascimento, così ci sarebbe impossibile ricostruire la storia della nostra cultura moderna, astraendo dal molteplice e poderoso apporto, che vi diedero i pensatori e gli artisti germanici dal 1700 in poi.

Un tale procedimento negl’ influssi vicendevoli tra il popolo italiano e il germanico, con un primo tempo, cioè, in cui quest’ultimo riceve dall’altro e un secondo in cui diventa il datore, ci dà, forse, la spiegazione quasi meccanica di quel sussistere, e, anzi, consistere d’antagonismo e di complementarità, di cui discorrevo in principio, quasi la stessa legge storica dettasse ai due mondi di cercare l’uno nell’altro il proprio compimento, anche ricorrendo alla forza delle armi. Beninteso, dovrebb’essere superfluo avvertirlo, che le due fasi non si devono concepire come nettamente distinte. In realtà, l’osmòsi non cessò mai d’agire nei due sensi. Nella prima fase, di prevalente influenza latina, v’è fra noi un apporto positivo dell’elemento germanico, sia con le istituzioni che in quei lontani secoli governarono la vita sociale e politica d’ Italia, sia, per toccare solo alcuni punti culminanti, con l’arte gotica, con la filosofia scolastica d’Alberto Magno, maestro di San Tommaso, e poi con quella del Cusano, sia con il potere ch’ebbe sullo stesso pensiero giuridico e politico italiano, il quale, pure avendo una sua propria originalità, solo a contatto col mondo germanico si scioglieva dalla cristallizzata tradizione, spesso tutto formalistica, per accostarsi ai nuovi problemi e intenderli e porli e risolverli. Nella seconda fase, è impossibile non tener conto dell’ influenza della nostra filosofia dal Bruno al Vico, sul pensiero nazionale dell’Herder e su tutta la filosofia dell’ idealismo fino a Hegel, o dell’ influenza dell’arte del nostro Rinascimento sugli sviluppi dell’arte germanica. Né, venendo a epoca più recente, sarebbero concepibili poeti come Goethe o filosofi come Nietzsche, senza l’assillo interiore della romanità.

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Ogni qualvolta le qualità proprie dei due popoli, e intendo dire singolari d’ognuno di essi, per una fortunata coincidenza, poterono cooperare ad un fine, portarono un solidale contributo alla civiltà, la cui storia fece un balzo in avanti.

Non è arrischiato affermare, che i rapporti di lotta o di collaborazione fra il mondo romano e il germanico, furon sempre decisivi per la civiltà occidentale. Considerate, ad esempio, l’epoca in cui, placato il turbine delle trasmigrazioni, lo spirito di Roma cristiana s’innesta con la giovanile fierezza dei Franchi: ne sorge una stupenda per quanto effimera fioritura letteraria. Riguardate, due secoli più tardi, l’epoca in cui la cultura latina invade la Germania degli Ottoni : ne scaturisce quella severa rinascenza sassone, nella quale sono esaltati, in veste romana, gli stessi valori della tradizione nazionale germanica. Pensate al duecento, che vede, nel giro dei suoi cent’anni, la nascita della poesia tedesca dei Minnsinger e il fiorire della lirica italiana del dolce stil novo: due fenomeni, che s’alimentano di forze espresse da quell’evo medio, che fu nel contempo romano e germanico. Riflettete sul pensiero politico di Dante, che ha dietro di sé il presupposto del Sacro Romano Impero. Risalite alle origini della coscienza umanistica tedesca e all’ inizio della nuova civiltà germanica, dopo il Medio Evo : dovrete dipartirvi dalla corte di Carlo V a Praga, quando attorno al Neumarkt convenivano il Petrarca e Cola di Rienzo. Indagate intorno agli influssi, che s’esercitarono sull’arte del Rinascimento tedesco: troverete, per esempio, le esperienze fatte dal Dtirer a Venezia. Rimontate alle origini del rinnovamento scientifico moderno : le scoprirete nella collaborazione del genio creativo degl’ italiani e dei germani, che s’esprime con i nomi indissociabili di Copernico, di Galileo e di Keplero. E sugli sviluppi dell’anatomia e della medicina nei nostri tempi non s’esercitarono, forse, insieme, lo spirito di ricerca del nostro Rinascimento e il metodo, il vigor sistematico e perseverante dei tedeschi ?

Venendo a tempi più recenti, si veda quanto stretta sia stata l’interdipendenza del Romanticismo italiano e di quello germanico. Si misuri quali vaste ripercussioni il pensiero nazionale nato in Germania con l’Herder abbia avuto in Italia, dove ha animato la dottrina di personalità dominanti, come il Mazzini. Si ponga mente come l’idealismo di Schiller ispiri l’arte di Giuseppe Verdi, e la fresca vena dei nostri Vivaldi e Frescobaldi trascorra in Bach e in tutta la musica tedesca del primo settecento ; e l’opera italiana ispiri l’opera tedesca, dallo Schiitz, discepolo di Gabrieli, fino al Mozart ; e, viceversa, l’arte dei grandi maestri tedeschi la musica sinfonica italiana del secolo decimonono. Si guardi quanto la filosofia di Kant abbia contribuito alla formazione del pensiero del Rosmini e.del Gioberti; come quella dell’Hegel sia divenuta con lo Spaventa e il De Sanctis una forza propulsiva del nostro Risorgimento. Perfino per un poeta profondamente, quasi faziosamente, personale quale il Carducci, il rinnovamento della metrica antica operato dal Platen, ha agito da impulso rinnovatore. Ricordate, quanta parte abbiano avuto, per la ricostruzione della storia di Roma e per lo sviluppo della storiografia italiana, i nomi del Mommsen e del Gregorovius; e quello del Savigny per la storia del diritto romano. E, infine, dopo il 1870, si deve pur dire che 1′ università italiana costituì i suoi quadri, in gran parte, con maestri, alla cui formazione aveva fortemente contribuito la contemporanea scienza germanica.

[ continua ]

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