Rapporti tra l’Italia e la Germania sul piano spirituale e politico. Giuseppe Bottai. seconda e ultima parte

Prima parte

Fattori politici, però, pur non potendo cancellare definitivamente il ricordo o, meglio, la realtà di Roma, ne avevano di volta in volta, a seconda delle contingenze, alterato agli occhi dei tedeschi stessi la vera essenza, spingendoli spesso a considerare la romanità un perenne nemico da combattere. Ma anche in quei determinati momenti, l’amore vivo per il mondo romano non venne mai meno. Nelle università grandissimo fu sempre non solo l’interesse scientifico per la romanità, ma un vero e proprio culto delle vestigia materiali e morali della latinità. Infatti, nel campo storico, nel campo archeologico, nel diritto e nell’arte stessa, non furono proprio i tedeschi quelli che, più di ogni altro, s’interessarono alle nostre creazioni, al nostro mondo ? Vi portarono, forse, interpretazioni non tutte accettabili, da rivedersi, oggi, da correggere, da « aggiustare » alla nuova coscienza che abbiamo dei nostri rapporti; ma assai più vivi, anche certi errori, della retorica retrospettiva, che presso  di  noi spesso si chiamò culto  di  Roma.

Tuttavia, cotesto amore, mentre appariva ai nostri occhi del tutto positivamente in sede di studio o d’ispirazione e ricerca spirituali, nella pratica politica scopriva assai spesso il vecchio naturale impulso d’antagonismo verso la stessa cultura. Obliqui riflessi di quest’antagonismo portarono, appunto, per vari anni, anche nei settori meno intellettualmente preparati della Germania, a false concezioni del mondo italiano, cui corrisposero, da parte nostra, non meno pervicaci e ostinati pregiudizi. Un’ incapacità, da una parte e dall’altra, di ritrovare il senso vero, vitale e creativo, del nostro antagonismo.

Se si guarda alla storia dei nostri rapporti con la Germania, si nota costante questa duplicità di aspetto : da un lato, un’assidua attrazione verso Roma e 1′ Italia, un rispetto, che non è solo intellettuale e scientifico, per la nostra vita spirituale; dall’altro, un’ansia di combatterle, d’opporvisi, di sostituir loro nuove concezioni prettamente germaniche. L’uomo medio, l’uomo della strada, sentiva naturalmente, più che altri, questo secondo aspetto. Così certa conosciuta e risaputa  «germanofìlia» nostrana,  professorale,  universitaria, filosofica, tecnica, militare e anche politica, come in .certe correnti di destra e di sinistra, nazionaliste e socialiste, non impedì un’ incomprensione diffusa, fatta di preconcetti, di risentimenti risorgimentali postumi, d’inconsapevole sacrificio della propria indipendenza di giudizio a interessi stranieri, agenti su noi attraverso sette e partiti.

È proprio sul terreno della politica spicciola che l’antagonismo storico s’immiserì nella cronaca, perdendo ogni vigor creativo e decadendo miserabilmente fino al luogo comune della fatale inimicizia. Erano i momenti nei quali un’obbligata contingenza riusciva, sia pur temporaneamente, a obliterare la vera essenza delle cose. I due popoli parve non volessero nemmeno più conoscersi; e persero, così, l’esatta prospettiva di tutto il problema relativo alla romanità e al germanesimo. Chiusi nei loro due mondi parlavano linguaggi, che non venivano più uditi reciprocamente al di qua e al di là delle Alpi. Non si può neppure dire, che vi fosse una vera e propria lotta, che presuppone in ogni caso una conoscenza dell’avversario, quanto un isolamento, un non tener conto l’uno dell’altro. Diciamolo pure: una ignoranza reciproca, che ora, andando anche oltre le contingenze della guerra comune e dell’alleanza, che la regola, si tratta di risalire, con pazienza, con spregiudicatezza, con un rigore e una serietà perseveranti, non fermandosi alla superficie, ma andando al fondo delle cose.

Ora, o non più, ho detto dianzi: perché difficilmente si ridaranno nella storia circostanze come quelle che ora viviamo. Bisogna riscoprire germanesimo e romanità, risentirli come fatti della nostra coscienza oltre che come dati d’una situazione politica determinata e Limitata nel tempo; risentirli come fattori dell’ intera civiltà antica e moderna del nostro continente, epperciò del mondo stesso. Tendenzialmente i due popoli sono da secoli diretti ad un costante rapporto, ad una conoscenza reciproca, ad un bisogno d’intesa, che porti ad una chiarificazione non solo del mondo tedesco agli italiani e viceversa, ma ad una vera e propria collaborazione, che giovi alla cultura e alla organizzazione politica dell’Europa intera.

Quanto si sta verificando in questi nostri anni, meglio in questi recentissimi mesi, e non in grazia d’una semplice situazione politica, bensì quale risultato naturale della vita spirituale dei tedeschi e degli italiani, lascia vedere, come nuovamente i due principii, i due mondi, tendano ad incontrarsi, a giovarsi l’un l’altro. In tutti i settori della cultura, come in ogni altro della loro vita attuale, i tedeschi si volgono all’ Italia e gli italiani alla Germania. Si riscoprono antichi legami, vengono alla luce i continui influssi, che, pur tra tante lotte, gli uni determinarono nella vita degli altri, mentre un vero interesse a conoscersi nasce, si può dire, in tutti gli strati sociali dei due Paesi. È stato principale, anzi esclusivo, merito del nazionalsocialismo in Germania condurre gli spiriti verso questa chiarificazione, che non è solo importante in riguardo a noi italiani e romani, ma anche in riguardo ai tedeschi stessi, che, sempre, come s’è detto, si trovarono con noi inconsciamente a concorrere, in una singolare duplicità d’attrazione e di lotta, al medesimo oggetto spirituale. Lo stesso dicasi del Fascismo nei confronti degl’ italiani verso i tedeschi e la loro civiltà.

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Ma nessuno creda, che tutto sia stato fatto per Jia saldatura dei rapporti tra germanesimo e romanità. C’è ancora da fare, ci sarà sempre da fare, perché via via si stringa, si perfezioni, arrivi alla fusione nell’ intimo, da spirito a spirito.

Già, i due primi costruttori dell’unità nazionale dei due popoli, Cavour e Bismark, avevano agito nella stessa direttiva, la quale era talmente prescritta dall’esigenze geografiche e storiche dei  due Paesi,  che lo statista tedesco definì la loro alleanza come naturale. La loro opera è stata proseguita dal Duce e dal Fuehrer. Dal travaglio delle due rivoluzioni vittoriose sono sorte due dottrine, che oggi tengono il campo insieme, con tale concordanza di voci e d’azione, che si potrebbe essere tratti a dimenticare che son due, appunto, e non una. Abbiam visto, correndo, quali e quante consonanze si dessero nel passato tra pensiero germanico e pensiero italiano. Ma il passato è passato; e la sua lezione è valida solo in quanto la si applichi al presente, togliendola fuor dalle pagine dei libri. Ora, il presente tra Germania e Italia consiste, per l’appunto, in queste due dottrine : Nazionalsocialismo e Fascismo. E a queste bisogna mirare, se vogliamo fare opera organica e duratura. Non accontentarsi della loro indubbia e sorprendente affinità o somiglianza, ma approfondire dell’una e dell’altra i motivi e dati fondamentali, per dare ad ognuna, nella comunione dei fini, la sua propria funzione. L’una e l’altra dicono, per esempio, Nazione, Stato, Popolo. Ma ognuna a suo modo, secondo i dettami di tradizioni inalienabili e insurrogabili. Non sarebbe già elidendo un termine nell’altro, lo Stato nello Staat o il Volk nel Popolo, che noi creeremmo un rapporto. Anzi, lo distruggeremmo, in una manomissione a lungo andare intollerabile e infeconda. Il problema è di far sì, che i valori diversi si sommino in una totalità, in cui, nonché scomparire, si potenziano.

Anche in queste due dottrine, come in ogni altra del passato, si ritrovano insieme diversità e complementarità. Perdere il vigore dialettico, che se ne sprigiona, sarebbe sminuirle ad un tempo entrambe nel grande vastissimo gioco comune, cui sono destinate nel mondo contemporaneo. Non lasciamoci, mai, considerando germanesimo e romanità, fuorviare da preconcette figurazioni di fatali concordanze o di non meno fatali discordanze, le quali, com’è inevitabile, assurte a motivi d’una politica, si tradurrebbero in occasionali e propagandistiche fitte o fobie, quelle non meno di queste inefficienti ai fini della superiore sintesi spirituale e politica, in cui soltanto può consistere, oltre ogni contingenza, sia pure rilevante, la collaborazione assiale della Germania e dell’ Italia. Non lasciamoci afferrare dagli interessi contingenti, per mirare a quelli durevoli d’una comune missione. Noi dobbiamo, ragionando, e ancor più operando, di germanesimo e romanità, avere presente alla nostra coscienza questo loro singolare modo d’essere l’uno nei confronti dell’altro: di due mondi che si sono opposti cercandosi sempre; che si sono scontrati per incontrarsi; che negli alterni moti di conquista furono sempre guidati dalla coscienza, più o meno scoperta e diffusa, che soltanto con i valori dell’uno l’altro poteva arrivare a una compiuta vita morale, a un’alta e perfetta vita di civiltà e di cultura umana, vera e propria complexio oppositorum.

Questo s’à da tenere bene in mente, a voler seriamente lavorare: essere, cotesti due mondi che vogliamo legare in un’alleanza di spiriti, due mondi distinti. E a questa distinzione di valori, di caratteri, di funzioni, s’à da guardare sempre, se dall’ integrazione reciproca vogliamo sboccare non in una confusione pericolosa e provvisoria, ma in un’organica durevole fusione d’intenti e d’azione.

 

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