Hroswitha di Gandersheim

Hroswitha di Gandersheim

a cura di Barbara Spadini

Albrecht Durer, Rosvita dona il suo libro all’imperatore Ottone I

Opere
Hrosvit: Opera Omnia, ed. Walter Berschin (Bibliotheca Scriptorum Graecorum et Romanorum Teubneriana). Monaco di Baviera/Leipzig 2001
L’opera di Rosvita si divide in tre libri:
il primo contiene otto leggende sacre o poemetti agiografici :
Maria (la storia della Vergine Maria)
De Ascensione Domini (L’Ascensione del Signore)
Passio Sancti Gangulfi ( il martirio di San Gangolfo)
Passio Sancti Pelagii ( il martirio di San Pelagio)
Lapsus et conversio Theophili vicecomitis ( caduta e ravvedimento di Teofilo)
Basilius ( un miracolo di San Basilio)
Passio Sancti dionisii (il martirio di San Dionisio)
Passio Sanctae Agnetis ( Il martirio di Sant’Agnese)

il secondo contiene sei drammi o commedie
e i versi dell’Apocalisse:
Gallicanus o Conversio Gallicani Principis militiate ( Gallicano o la conversione di Gallicano comandante dell’esercito)
Dulcitius o Passio Sanctarum virginum Agapis, Chioniae ed Hirenae (Dulcitio o il martirio delle Sante Vergini Agape, Chionia e Irene)
Callimachus o Resuscitatio Drusine et Calimachi ( Callimaco o la resurrezione di Drusiana e Callimaco)
Abraham o Lapsus et conversio Mariae naptis Habramhae heremicole ( Abramo o Caduta e ravvedimento di Maria nipote dell’eremita Abramo)
Pafnutius o conversio Thaidis meretricis ( Pafnuzio o conversione della prostituta Taide)
Sapientia o Passio Sanctarum Virginum Fidei, Spei et Karitatis ( Sapienza, o Martirio delle Sante Vergini Fede, Speranza e Carità)
Il terzo contiene due poemetti a carattere storico ( Gesta Ottonis e Primordia cenobii Gandeshemensis)

Traduzioni italiane
Dialoghi drammatici, a cura di F. Bertini,Garzanti, Milano 1986
Poemetti agiografici e storici. Edizioni dell’Orso – 2004
Gesta Ottonis imperatoris. Lotte, drammi e trionfi nel destino di un imperatore, Sismel – 2003

Critica consigliata
Opera di Hrotsvithae, ed. Paul von Winterfeld, rer di MGH ss. Germanicarum, 1902
Opera di Hrotsvithae, ed. Karl Strecker, 1930
“Roswitha”. Enciclopedia cattolica,New York: Robert Appleton Company 1913
Scarpat. G., Leggendo Rosvita,Paideia 2010
A. Bisanti,Un ventennio di studi su Rosvita di Gandersheim , fondazione Cisam,Studi, 2005
Vinay G., Rosvita: una canonichessa ancora da scoprire, Liguori, Napoli 1978
R. Pernound, La donna al tempo delle cattedrali, Rizzoli, Milano 1982
Bertini F., Il teatro di Rosvita,Genova 1979
Bertini F., Rosvita la poetessa, in Medioevo al femminile,Laterza 1999
Dronke P., Donne e cultura nel Medioevo, in Scrittrici medievali dal II al XIV secolo, Il Saggiatore, Milano 1986
Bultrini E.,Le donne e la cultura nella storia: Rosvita di G., un principato al femminile nell’impero di Ottone I in www.dipartimentodistoria.uniroma2.it/…/Rosvita Gandersheim.pdf
Luca Robertini Tra filologia e critica. Saggi su Pacifico di Verona, Rosvita di Gandersheim e il «Liber miraculorum sancte fidis» ISBN:9788884500540
M. Giovini,Indagini sui «Poemetti agiografici» di Rosvita di Gandersheim ,Università di Genova, collana Darficlet,2001
L. Mittner, Storia della letteratura tedesca, Torino 1977
Die deutsche Literatur des Mittelalters. Verfarsserlexikon, Berlin – New York 1978
G. D’Onofrio, Die Überlieferung der dialektischen Lehre Eriugenas in den hochmittel-alterlichen Schulen, in «Eriugenas redivivus», Heidelberg 1987
E. Cescutti, Hrotsvit und die Männer. Konstruktionen von Männlichkeit und Weiblichkeit im Umfeld der Ottonen, München 1998
K. Bodarwé, Hrotswit zwischen Vorbild und Phantom, in «Gandersheim und Essen – Vergleichende Untersuchungen zu sächsischen Frauenstiften», a cura di M. Boernes e H. Röckelein, Essen 2006
Tino Licht, Hrotsvitspuren in ottonischer Dichtung (nebst einem neuen Hrotsvitgedicht). In: Mittellateinisches Jahrbuch 43 (2008) S.347-353.

Links consigliati
www.mondimedievali.net/personaggi/rosvita.htm
www.dipartimentodistoria.uniroma2.it/…/Rosvita Gandersheim.pdf
http://www.fh-augsburg.de/~harsch/hro_intr.html
http://home.infionline.net/~ddisse/hrotsvit.html L
http://www.guerrillagirlsontour.com/pages/icon_monkey_award.html
http://www.storiamedievale.net/personaggi/rosvita.htm
sites.google.com/site/letteraturantica/Home/rosvita-canonica-tedesca
http://www.italiamedievale.org/sito_acim/personaggi/rosvita.html
http://www.mtfbb.com/bibliografia_generale.htm
www.enciclopediadelledonne.it/index
QUADERNI DI HESPERIDES in: www.edizioniparnaso.it/

Biografia e poetica
(a cura di Barbara Spadini)

E’ interessante cogliere, nel caso di questa letterata unica – la prima poetessa tedesca- un’ iniziale riflessione di senso a proposito del suo nome.
Hrosvit, Hroswitha, Hrotsvit, Hrotsvitha, Roswithae, Hroswitha è nome nobile, almeno nella traduzione latina che proprio Rosvita stessa ebbe a commentare. “Clamor Validus”, ovvero “voce altisonante”(o squillante), proviene dall’antico alto tedesco hruod-suind o dall’antico sassone hrot-swith.
Un nome, un Destino: nel caso di Rosvita e della sua opera , quello di essere stata dimenticata, giudicata dalla critica ottocentesca un falso storico e letterario voluto da Konrad Pickel, quel Conradus Celtis che ebbe il merito di ritrovare e pubblicarne i drammi, ma di essere oggi stata riscoperta e molto studiata, mostrando così a tutti il proprio volto ancora attuale, di donna forte, intelligente, coltissima e veramente oltre le regole, anticonformista e libera di spirito.
Forse per questo motivo esiste una corrente di pensiero critico nei confronti della vita ed opera di Rosvita che si potrebbe definire “femminista”: nulla di più anacronistico ed errato, poiché a parere di chi scrive, un autore va colto ed interpretato alla luce del proprio tempo, non attraverso un’esegesi posteriore che ne falsi gli intenti .
Originaria di nobile casata sassone, certamente vicina per parentela all’imperatore, Rosvita nasce attorno al 935 e sicuramente muore dopo il 973. Il 973 infatti è l’anno di morte di Ottone I, una notizia che ella cita in una sua opera.
Alcune fonti ritengono il 1002 l’anno della sua morte; in realtà se ne perdono le tracce documentarie già appena dopo il 973.
Rosvita entra – sembra- da bambina, o comunque nell’adolescenza, nel monastero di Regola benedettina di Gandersheim , fondato da un avo di Ottone I, Liudolfo e dalla moglie Oda, duchi di Sassonia.
In questo cenobio vengono accolte fanciulle nobili e provenienti da famiglie imparentate con la casa reale: l’ambiente è quindi esclusivo e particolare.
Con sufficiente certezza sappiamo tre cose importanti:
la prima è che Rosvita non è una monaca, ma una canonichessa, il che significava- per quel tempo- essere soggetta al voto di obbedienza e castità ma non a quello di povertà; partecipare alla vita quotidiana monastica con moltissime licenze, come quella di non portare il velo, poter avere ancelle, disporre del proprio patrimonio familiare, acquistare manoscritti, poter uscire dal convento( e, nel caso di Rosvita, avere quindi accesso, per legami di parentela e casata, alla corte imperiale) poiché non vincolata dal voto di clausura. Non va dimenticato, del resto, che per molte famiglie nobili la strada del convento o della vita ecclesiastica diveniva un’ottima alternativa per sistemare le figlie o i figli cadetti, al fine di non disperdere il patrimonio, mantenendo per loro però i privilegi dovuti ai natali aristocratici;
la seconda è che la cultura che traspare dall’opera, tutta in latino, di questa originale interprete del suo tempo è eccezionale per una donna e possibile per una donna solo all’interno di un ambiente colto come quello di una corte o di un monastero. Oltretutto è pensiero di molti studiosi che il sapere sedimentato e ordinato , completo e ben padroneggiato da Rosvita possa essere frutto di una preparazione acquisita nel corso di molti anni.
Questo spingerebbe la maggior parte degli studiosi a ritenere che non sia vero quanto affermato da una certa- pur minoritaria- corrente critica, cioè che il suo accesso alla vita conventuale sia avvenuto in epoca matura: anzi, tanta e tanto solida preparazione dovrebbe necessariamente condurre a pensare che Rosvita abbia avuto anni ed anni di studio alle spalle. E’ documentato infatti che fu allieva – all’interno di Gandersheim – della badessa Riccarda ( Rikkardis), dalla quale apprese le discipline del Quadrivio (Musica, Astronomia, Matematica e Geometria), completando poi con la badessa che le successe, Gerberga ( figlia di Heinrich di Baviera e nipote dell’imperatore Ottone I), la propria preparazione con le discipline del Trivio (Dialettica, Grammatica e Retorica). E’per altro provata anche la conoscenza di Rosvita della lingua greca e dei grandi latini, Terenzio, Virgilio e Ovidio,ma anche di Lucano e Orazio, unita a quella di autori cristiani dei primi secoli e medioevali, come Venanzio Fortunato, Prudenzio, Agostino, Beda, Boezio ed Alcuino e la profonda conoscenza dei Vangeli apocrifi e dell’agiografia;
la terza è che quasi sicuramente Rosvita accedesse veramente alla corte imperiale, come risulterebbe evidente dal passo da lei scritto, in cui dichiara le fonti utilizzate per comporre una sua leggenda, affermando di aver ricostruito i fatti relativi al martirio di Pelagio attraverso il racconto diretto di un testimone proveniente da Cordova( il luogo del martirio del Santo), che era quasi certamente un partecipante all’ ambasceria inviata da Abd ar-Rahman III ad Ottone I.
Rosvita non era certamente una reclusa, fuori dal reale o priva di contatti col quotidiano “del mondo”: per questo motivo, alcuni studiosi continuano a sostenere, infatti, il suo ingresso tardivo alla vita monastica proprio per la scabrosità di alcune sue opere- che denoterebbero la conoscenza personale dell’esperienza d’amore- ed anche per la conoscenza di Raterio da Verona e dei suoi scritti , al cui stile è assimilabile anche quello di Rosvita stessa.
Raterio era precettore di Bruno, fratello dell’imperatore Otho I e quindi è stato ipotizzato potesse essere stato anche docente di Rosvita a corte, in tempi precedenti i voti: in sostanza,quindi, le due correnti di pensiero si scontrano nel giudicarla scrittrice formata a corte oppure all’interno del monastero.
L’indagine è tutt’ora aperta, mentre la critica si trova concorde nel rilevare tanto l’interessante ribaltamento di prospettiva che Rosvita opera nell’utilizzo del’imitatio terenziana, quanto l’introduzione originalissima nella tradizione letteraria tedesca del Faust, ovvero del “patto col diavolo”, tema che verrà sviluppato da Goethe, Lenau e altri grandi poeti e scrittori .
Si potrebbe dire, o almeno così sembra a chi scrive, che tutta l’opera di Rosvita sia d’intento catarchico, eticamente elevante ed educativo : attraverso la presentazione delle passioni, del dolore, della sofferenza, del peccato e della mondanità, l’animo del lettore viene indotto ( o invitato) al cambiamento, alla ricerca della virtù, proprio come insegna la vita delle Sante Vergini, che Rosvita descrive, divenendo nella sua opera eroiche rappresentazioni di donne originali, forti, per non essersi piegate per debolezza o violenza al volere altrui, difendendo la propria dignità e le proprie convinzioni.
Prima di passare in rassegna l’analisi delle sue opere, è interessante riscontrare che Rosvita ci parla di se stessa e dei propri intenti letterari all’interno delle epistole introduttive delle proprie commedie, spesso dedicate a personaggi illustri, colti destinatari appartenenti alla corte imperiale:

“Ma come diventare scrittrice in un’epoca in cui tutto si accentrava intorno alla figura maschile?
Un quesito al quale si riferisce Rosvita nella Prefazione del ciclo delle 8 leggende; in quelle righe la canonica di Gandersheim affronta in modo consapevole i problemi tipici di chi inizia a scrivere a partire dal dubbio su quando e come offrire al pubblico e soprattutto ai critici la propria opera. E ancora, se una donna ama scrivere, come può superare l’ostilità maschile che la vuole non in grado di farlo? Come rapportarsi con le fonti e come stabilire la loro veridicità: sulla base dei fatti o dalla soggettiva volontà dell’autore di ritenerli degni di credito? Dove é l’equilibrio in un lavoro che costantemente perfettibile e modificabile? Non é sufficiente cancellare e correggere gli errori che eventualmente si intravedono nel proprio lavoro se non questo non porta con sé come frutto, la consapevolezza delle proprie reali capacità di scrittura e la forza di portarli a termine senza restare schiacciati dalle critiche o dal timore di riceverne. E allora da dove nasce l’opera?
E’ interessante leggere quello che si risponde Rosvita: “Questo libretto, ornato di poche grazie di bellezza ma con non poche attenzioni elaborato, l’offro alla benevolenza di tutti coloro che han sapienza perché lo correggano, o almeno a quelli che non si divertono a denigrare gli sbagli, ma piuttosto a correggere gli errori. Confesso infatti di non aver sbagliato poco, non solo nel riconoscere la lunghezza delle sillabe, ma anche nel comporre in stile poetico: e molto in questa serie di poemi dovrebbe nascondersi, tanto è meritevole di rimprovero; ma si perdona facilmente a chi ammette i propri errori, e le colpe meritano le debite correzioni”.
Qui Rosvita usa un “topos” classico per le prefazioni e dediche che datano a partire dal I secolo d.C. ma nei fatti si contraddice volutamente, creando un artificio retorico e stilistico qualificando in effetti la sua abilità nel costruire il discorso su antitesi e rime. Il risultato di una umiltà costruita in una sorta di captatio benevolentiae che la mostra un’abile costruttrice di consenso.
Rosvita passa poi all’autodifesa dall’accusa di aver usato come fonti, testi apocrifi: “Ma se mi si obietta che certe cose nell’opera sono tratte da scritti che alcuni ritengono apocrifi, non è colpa di iniqua presunzione, solo di ignorante supposizione; dato che, quando presi a tessere il filo di questa serie, non sapevo che le cose su cui mi accingevo a lavorare fossero dubbie. E quando ne venni a conoscenza mi rifiutai di abbandonare l’opera, dato che quel che sembra falso, sarà forse dimostrato vero.”. E così emerge anche un sotteso senso teologico in base al quale, secondo il parere di Rosvita, il concetto di apocrifo é relativo perché si possono rinvenire prove che li confermino in un secondo momento. Un modo per nascondere anche un concetto altro, ovvero che forse la creazione artistica ha il diritto di vivere di vita propria e autonoma con una sua personalissima verità.
Rosvita spiega poi come si sia accostata alla scrittura in modo nascosto quasi per evitare di dover ascoltare chi l’avesse eventualmente sconsigliata dal farlo: “Così stando le cose ho tanto maggior bisogno dell’aiuto di molti a difesa dell’opera finita, quanto più all’inizio potei basarmi solo sulle mie piccole forze: non ero ancora abbastanza matura d’anni, né dotata di conoscenza. Ma non ho ardito osare di presentare le mie intenzioni ad alcun saggio, chiedendogli consiglio, per tema che mi fosse impedito scrivere per la mia rozzezza. Così, segretamente, quasi furtivamente, ora da sola sul mio componimento faticando, ora ciò che era mal riuscito cancellando, tentai al meglio delle mie possibilità di comporre un testo, anche se di nessuna utilità, basato sui passi degli scritti che avevo raccolto e serbato nell’aia del nostro cenobio di Gandersheim: prima attraverso l’insegnamento istruttivo della coltissima e gentilissima maestra Rikkardis e delle altre che insegnarono al suo posto, poi sotto la benevola considerazione della regale Gerberga, sotto la cui guida di badessa ora vivo; sebbene più giovane di me, era più dotta, come si conviene alla nipote di un imperatore, con affetto mi istruì perfettamente su alcuni autori, che lei per prima aveva conosciuto da persone molto sapienti”.
Qui é evidente come quei molti cui Rosvita si riferisce sono i nobili della corte dell’imperatore Ottone, non il ridotto pubblico femminile del convento che, fra l’altro non avrebbe avuto motivo per criticarne l’opera. E tra i critici non é da escludere anche quel noto maestro Raterio, anche se solo ora che l’opera é finita, l’autrice se la sente di accettare le critiche ed essere aiutata a difendere la sua opera, perché ormai non ha più senso lo sconsigliarla di realizzarla.

E a questo punto la Prefazione prosegue con una sorta di ironia malcelata da parte di Rosvita che dice: “Sebbene sembri difficile e duro per una donna, deboli come siamo, io, confidando nell’aiuto sempre misericordioso della suprema grazia, e non sulle mie sole forze, ho deciso di armonizzare le liriche di quest’operetta in misure dattiliche”. L’autrice in pratica, deride lo stereotipo della debolezza femminile, caratteristica che si presenta nemmeno nelle figure femminili delle sue opere intessute dal tema dell’eroismo femminile, e impiega l’esametro, tipico verso della poesia eroica, di prerogativa maschile. E sostiene anche di aver scritto perché il suo “ingeniolum”, non andasse perduto. Confrontandolo con il talento, moneta del Vangelo, dice: “Il talento del poco ingegno che mi si attribuisce non doveva giacere nell’oscura caverna del cuore, né venir distrutto dalla ruggine della negligenza, ma invece colpito dal martello dell’indefessa diligenza, doveva echeggiare qualche nota a lode di Dio, in cui se non si fosse dato il caso di trarne un profitto commerciandola, tuttavia si sarebbe potuto trasformare a volte in uno strumento di estrema utilità”.

Dunque per scrivere occorre esercizio diligente, occorre far echeggiare le proprie parole, sentirne l’utilità per poter superare lo scoramento che prende le donne che hanno perso a poco a poco la loro vitalità artistica.
E la prefazione termina con la tipica offerta dell’opera a chi leggerà perché la corregga e che diventerà un tipico finale della poesia del Dolce Stil Novo in secoli successivi in una ripresa dell’esperienza classica: “Perciò, chiunque tu sia, o lettore, se la tua mente è retta e inclinata a Dio, applica senza pigrizia l’impegno della rettitudine alla pagina manchevole, che non è difesa dall’autorità di nessun maestro, attribuendo a Dio, se qualcosa viene approvato come ben composto, e indicando la mia negligenza come responsabile dell’insieme dei difetti, ma tuttavia non con aspra critica, ma con indulgenza, poiché la violenza della critica si infrange, là dove interviene l’umiltà della confessione”.

Nella consapevolezza di non avere maestri che la difendano, Rosvita mostra però tutta la sua forza creativa e la sua forza interiore che lei stessa attribuisce a Dio unico strumento per rompere la durezza delle critiche anche se nei fatti, quella inadeguatezza di cui Rosvita parla in merito ai suoi versi, ha ben poco di concreto e reale.

Immancabile quindi la chiusa con la prima delle dediche a Gerberga, sua maestra:

“Salve, famosissima discendente di stirpe reale,
O Gerberga, di illustri comportamenti e studi,
Accetta, amica, signora benigna, serena
questo poema da poco che ti offro affinché tu lo ripulisca,
E correggi benignamente i suoi rozzi versi,
che la tua eccelsa sapienza ha istruito;
E quando sei stanca per i diversi impegni
Degnati di leggere questi versi per divertirti.
Fa in modo di migliorare l’imperfetta musa
E di rafforzarla con l’eccellenza della tua magistralità
Affinché lo zelo dell’alunna meriti la lode della superiora
E i versi della discepola quella della santa maestra”.

(In: www.sites.google.com/site/letteraturantica/Home/rosvita-canonica-tedesca)

Appare chiaro, fin troppo, che dietro alle richieste di benevolenza da parte dei lettori, ai quali Rosvita chiede di scusare i propri errori , vi sta tutta la condizione esistenziale della canonichessa, che ben si rendeva conto di poter essere anche mal giudicata dai contemporanei per l’inammissibile “doppio” che avrebbe potuto rappresentare, monaca e scrittrice, chiusa in un monastero e aperta alla corte ed al mondo.
A parere di chi scrive, nelle scuse di Rosvita ,piuttosto formali e rituali, vi sta anche la piena coscienza di essere eccezionalmente colta e preparata, tanto da potersi permettere di scrivere utilizzando come fonte i Vangeli apocrifi, ripudiati dalla Chiesa, ma utilizzati come base per le sue leggende: imperdonabile eresia della monaca, eccellente licenza poetica della scrittrice che può ricorrere a questo ed altro proprio perché è coscientemente e consapevolmente brava.
Certamente questa autrice, che occupa un posto importante nella letteratura latina medioevale e nella letteratura tedesca, ha il merito di aver rielaborato e “riabilitato” la commedia terenziana :Terenzio era, allora, tra gli scrittori latini più conosciuti, si potrebbe dire “di moda”.
Rosvita ne utilizza l’impianto formale, sostituendone i contenuti- mondani e licenziosi- con contenuti virtuosi, venendo a creare un ibrido, una commedia sacrale, un unicum nel suo genere in un millennio transeunte dal classicismo al medioevo letterario.
L’opera complessiva della Canonica di Gardensheim è divisa in tre libri, come da lei stessa apprendiamo.
Il primo contiene otto leggende sacre, o poemetti agiografici: Ascensio, Gangolf o Gongolphus,Pelagius, Theophilus, Basilius, Dionysius, Agnes, Maria ( Ascensione, Gongolfo, Pelagio Teofilo, Basilio, Dionigi, Agnese,Maria). Mentre Gongolfo è composto in distici elegiaci, gli altri sette sono in esametri leonini.
Per quanto riguarda la leggenda di San Teofilo, essa contiene il tema del “patto col diavolo”,come è commentato dall’articolo – riportato parzialmente- nel quale se ne delinea la fortuna e la storia letteraria:

“Hroswitha di Gandersheim, Leggenda di San Teofilo (X secolo)
La leggenda approda in Germania: Roswita è la prima poetessa tedesca della storia, sebbene scriva in latino. Roswitha è autrice di sette leggende e di sei drammi. Nella leggenda di San Basilio un servo vende l’anima al diavolo in cambio dell’amore della figlia del suo padrone ma si pente e, grazie all’intervento provvidenziale del santo, riottiene il contratto stipulato con il demonio.
Anche nel san Teofilo il patto scellerato con il diavolo è al centro della vicenda, che vede il colpevole Teofilo pentirsi e rifiutare la sua nomina a vescovo decisa dall’imperatore. Invocando la Vergine, riottiene il documento dell’abiura sottoscritta col demonio.
Hroswitha ha un’importanza capitale nella storia del Pellegrinaggio del Dottor Faust: collocandosi all’origene della letteratura tedesca pone il Mito di Faust alle vere e proprie radici dello spirito del suo popolo. Inoltre, come agiografista di corte di Ottone il Grande, essa rappresenta perfettamente quella cerniera fra Oriente e Settentrione, fra Bisanzio e Sassonia, che ha permesso a Faust, come all’ideale imperiale, di migrare verso nord”.( in: De reditu suo, www.essereparte.blogspot.com/…/il-pellegrinaggio-boreale)
Il secondo libro contiene invece i drammi o commedie: Gallicanus, Dulcitius, Callimachus, Abraham, Pafnutius, Sapientia (Gallicano 1 e 2, Agape-Chionia e Irene, Callimaco e Drusiana, Maria la nipote di Abramo,La conversione di Taide, Sapienza o la conversione delle Sante Vergini), dialoghi in prosa ritmica, nati per la declamatio ( lettura a voce alta) e non per la rappresentazione, che furono certamente letti a corte e ancora vivente Rosvita.
A proposito dei drammi , è interessante e di ottimo livello critico quanto riportato dalla studiosa R.R. Caporale in un suo articolo, che delinea l’ipotesi – vista l’unitarietà tematica che si può scorgere- che Rosvita si sia ispirata per la sequenza drammatica a un polittico o da un affresco medievale a lei noto o forse visto e studiato a corte, a sottolineare anche la continuità fra lettere ed arti figurative:

“Volendo ora analizzare più nello specifico i drammi, converrà illustrare l’opera nella sua struttura e nei suoi intenti, facendo riferimento anche alle prefazioni.
Per capire la struttura tematica dei drammi conviene introdurre prima i poemetti, poiché il raffronto dei due cicli è utile alla comprensione del progetto dell’autrice. Le leggende o poemetti agiografici sono la prima opera in cui l’autrice afferma la sua forte volontà di scrivere. Rosvita è un caso eccezionale come letterata in quanto donna e per di più religiosa. Infatti già nella prefazione ai poemetti si nota la sua estrema professione di umiltà. Lei sa di essere molto preparata e molto intelligente, ma non perde occasione per scusarsi dei suoi errori e chiedere perdono ai suoi lettori. Quasi in contrasto con le sue umili cerimonie, Rosvita sa anche difendere molto bene la sua scelta di dedicarsi alla letteratura; scrive infatti di dover scrivere per celebrare Dio attraverso il talento che egli le ha donato. L’autrice inoltre difende la particolarissima scelta di usare come fonti i vangeli apocrifi affermando in proposito che “quod videtur falsitas forsan probabitur esse veritas”. Questo atteggiamento ambivalente nella premessa sembra quasi essere una “dissimulazione onesta” dell’autrice, che con queste professioni di modestia e umiltà cerca di evitare gli attacchi dei suoi contemporanei. Rosvita infatti poteva essere criticata sia perché donna sia perché religiosa e soprattutto a causa degli argomenti da lei trattati.
Inizia così a mostrarsi a noi, una figura sempre più originale di donna decisa e sapiente, che non esita (o meglio fa finta di esitare) ma afferma validamente le sue scelte. Chissà se dietro tutte queste professioni di umiltà, non si nasconda il timore di un eccessivo autocompiacimento, unito ovviamente alla più comprensibile “captatio benevolentiae”, dovuta alla sua condizione di donna e canonichessa. Per concludere l’analisi sul personaggio che emerge da queste formule rituali nelle premesse potrebbe essere utile citare Vinay che sottolinea il tentativo di riscatto di Rosvita come donna monaca e letterata. Veicolo di questa rivalsa sono i suoi personaggi femminili vincenti nella fede e nel confronto con il sesso opposto.
Dopo le leggende agiografiche Rosvita scrive le commedie. I due cicli, se raffrontati, rivelano l’intento di formare un solo grande lavoro con elaborate simmetrie interne. Cercherò di sintetizzare le corrispondenze più importanti.
Leggende Drammi
Maria / Ascensione Gallicano I-II
Gongolfo Agape, Chionia e Irene
Pelagio Drusiana e Callimaco
Teofilo Maria la nipote di Abramo
Basilio La conversione di Taide
Dionigi La passione delle sante vergini.
Agnese Apocalisse
I parallelismi sono soprattutto tematici. Tra tutte risaltano le composizioni centrali; “Teofilo” e “Basilio” per le leggende e “la conversione di Taide” e “Maria la nipote di Abramo” per le commedie. L’importanza data alla parabola esistenziale-religiosa dei personaggi che rinunciano a Dio per poi pentirsi e redimersi, sembra stare particolarmente a cuore alla nostra autrice che tratta la questione in quattro modi diversi.
Inoltre converrà sottolineare che le prime due commedie (Gallicano I – II) e le prime due leggende (Maria e Ascensione) formano un dittico strutturato da una prima parte più lunga e un’appendice più breve. Una piccola nota sulle prime due leggende è la centralità della figura di Maria (la cui infanzia è tratta dai vangeli apocrifi). La madre di Gesù sarà un personaggio importante anche nell’ascensione di Cristo per il discorso che egli le rivolge promettendole la sua ascensione al cielo.
Il Gongolfo e Agape, Chionia e Irene sono accomunati dalla commistione di elementi tragici e comici, mentre nucleo tematico del Pelagio e di Drusiana e Callimaco è l’ amore illecito. Altre storie di martirio sono trattate nel Dionigi e nel Sapienza (detto anche La passione delle sante vergini) , con la particolarità che i martiri sono sapienti – il primo è un filosofo e la seconda è la personificazione stessa della sapienza. L’ ultimo parallelismo è il più complesso: Agnese è una santa martire che rifiuta il matrimonio per la fede; il tema della verginità e del rifiuto del matrimonio chiude il cerchio rimandando ai temi di Maria e del Gallicano ( la protagonista Costanza rifiuta di consumare il matrimonio). Il collegamento ben più sottile, avanzato dal Kuhn per chiudere il ciclo, suggerisce prima il rimando al tema della verginità con l’incipit dell’Apocalisse “Il vergine Giovanni vide il cielo aperto” e aggiunge che l’argomento dell’apocalisse chiude idealmente il doppio ciclo di opere iniziato con l’infanzia di Maria fino all’ ascensione di Cristo. Questo lavoro così strutturato ha suggerito che Rosvita possa aver tratto ispirazione da qualche modello iconografico. Era possibile infatti che nei suoi soggiorni a corte abbia potuto ammirare dei cicli di affreschi come quelli della chiesa di palazzo contenenti scene dell’antico e del nuovo testamento. Nella storia dell’arte medievale infatti questi parallelismi sono molto frequenti poiché si riteneva che nel vecchio testamento ci fossero costanti richiami profetici al vangelo.
Finora è stato analizzato il contenuto del doppio ciclo, ma non la sua “forma”. Perché Rosvita scrive drammi? Perché decide di imitare uno scrittore pagano come Terenzio? A queste domande risponde lei stessa nella prefazione. Rosvita dichiara nella lettera di presentazione del suo lavoro, indirizzata agli intellettuali di corte, di voler scrivere drammi al modo di Terenzio, ma con contenuti cristiani a causa del successo che l’autore pagano riscuoteva all’epoca. Ella infatti dichiara che “vi sono molti cattolici [..], che per la raffinata eleganza della lingua antepongono la frivolezza dei libri pagani all’utilità delle Sacre Scritture” o che anche attenendosi ad esse non, disdegnano, per il piacere della lettura la “dolcezza della sua lingua (Terenzio)”,rendendosi comunque soggetti alla contaminazione delle nefandezze pagane. Suo intento è quindi quello di usare la forma terenziana che risultava di maggior presa sul pubblico, ma modificandone i contenuti. L’ argomento dei suoi drammi sostituirà alle “oscene sconcezze di donne senza pudore […] l’ encomiabile illibatezza di sante vergini cristiane”. Rosvita quindi opera, nei confronti del commediografo pagano, una “riscrittura antifrastico – emulativa” (Cit. Giovini). Il succitato studioso inoltre analizza il rapporto tra Rosvita e il classico Terenzio attraverso il principio del “furto sacro”; un concetto diffuso nella cultura cristiana medioevale attraverso il De doctrina Christiana di Agostino. Egli si rifà ad un passo dell’ esodo che narra di come gli ebrei in fuga dall’egitto rubarono (per volere di Dio) dei vasi precedentemente prestati agli egiziani. Spiega così, in modo figurato, il comportamento da adottare dagli scrittori cristiani rispetto al sapere classico”.(R.R. Caporale, in : www.italiamedievale.org/sito_acim/…/rosvita.html)

Il terzo libro contiene i due poemi storici scritti in esametri leonini Gesta Ottonis, in 1517 versi e Primordia cenobii Gandeshemensis, in 594 versi, che celebrano rispettivamente la vita dell’imperatore e la fondazione miracolosa e gli episodi legati alle vicende dell’origine del proprio monastero.
E’ probabile che il secondo poema sia stato voluto (o commissionato?) a Rosvita per rinverdirne la fama e l’importanza, in un periodo in cui iniziava il suo declino.
Va ricordato infine che i drammi di Rosvita, scoperti nel monastero benedettino di S. Emmerano a Ratisbona da Conrad Celtis nel 1494, furono pubblicati per la prima volta nel 1501.
Successivamente la fortuna di Rosvita e delle sue opere venne a decadere e dopo due secoli , soltanto nel 1707 Heinrich Leonard Schurzfleisch pubblicò per la seconda volta le sue opere.

S Alve, proles regalis Clarissima stirpis,
Gerbirg, studiis et moribus illustris.
accipe fronticula dominatrix alma, serena,
quae tibi purganda offero carminula,
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eius et Dirige incultos dignanter stichos,
quam doctrina Tua instruit egregia;
et, cum sis Certe laboratori lassata vario,
ludens Dignare hos modulos casual,
hanc quoque purgare camenam sordidolam tentazione

Per visionare l’opera completa di Rosvita si consiglia di accedere al sito della Biblioteca Augustana:
http://www.heiligenlexikon.de/BiographienR/Roswitha_Hrotsvitha_von_Gandersheim.htm

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