Cinque anni di regime hitleriano (La Stampa, 29 gennaio 1938)

Cinque anni di regime hitleriano

La Rivoluzione nazista divide con la Rivoluzione fascista la gloria di assicurare la stabilità e la salvezza dell’Occidente

Berlino, 28 gennaio.

Cinque anni or sono, quando il nazional socialismo pervenne al potere e Adolfo Hitler lanciò, in quella indimenticabile sera berlinese piena di fiaccole brandite e di destini sospesi, di fronte a un mondo ancora nella sua massima parte incredulo o irridente, le sue umili superbe parole: «datemi quattro anni di tempo», la condizione in cui egli trovava la Germania era quella di un colossale vacuum, del quale il meno che si potesse dire è che non soltanto la società dei tedeschi, ma tutta la Europa, tratta dalla forza irresistibile, di attrazione dell’abisso, minacciava di rovinarvi dentro. La natura aborre dal vuoto. E il terribile vuoto statale, economico e sociale che la insaziabile, cupida e cieca infatuazione versagliela, si era amorosamente educato all’interno della Germania, con l’aiuto di una classe dirigente di Tersiti a-nazionali per razza o per ideologia, era tale che ben presto — lo dimostra oggi la paurosa rottura d’argini per cui da Mosca l’ondata bolscevica raggiunge oggi l’estremo limite occidentale dell’antico mondo mediterraneo — il flutto della dissoluzione lo avrebbe indubbiamente riempito, e la sua furia gorgogliante non avrebbe mancato di scuotere, al centro, spaventosamente dalle sue basi tutto il vecchio continente.

Il triste quadro della Germania di Weimar

La Germania è una civiltà di palafitte: una civiltà di lotta, di resistenza, di pazienza, di durata, contro le ostilità di una natura matrigna, in un’ubicazione mediana priva di ripari e di frontiere naturali, esposta ed esercitata alle perenni rubeste pressioni fluide delle forze avverse cosi d’occidente come d’oriente. E’ questa civiltà e questa funzione di resistenza che Adolfo Hitler riprendeva quella corrusca sera del 30 gennaio 1933 piantando urgentemente le palafitte delia sua ripresa di germanesimo sul molliccio terreno del disordine weimariano che stava preparando la più pericolosa delle scivolate; e sono quelle palafitte ideali, piantate In quei giorni dalla fede e dalla forza rinascenti di un popolo che non vuol morire e che sono diventate a poco, a poco i bastioni e i baluardi e poi oggi le altissime torri razionali e rivoluzionarie nazional socialiste, quelle che con le loro realizzazioni hanno salvato la Germania, e con la Germania la Europa intera.
Prostrata al suolo, umiliata, proclamata elemento delinquente e asociale in Europa, e tenuta perciò-incatenata a un trattato iniquo e occhiuto — sebbene quanto cieco! — che di questa pretesa asocialità tedesca pretendeva di farsi un mezzo per l’eternizzazione di paradossali profitti, impossibilitata e incapace di quell’elementare diritto di difesa degli individui come dei popoli; senza voce e anche senza volontà, finanziariamente spolpata, e inaridita da sempre nuove inesauribili macchinose escogitazioni emuntorie, alle quali veniva costretta con la intimidazione a mettere nei consessi internazionali semplicemente la propria firma; internamente divisa e scissa, statalmente, dal regionalismo e dal polistatalismo che veniva dall’estero segretamente alimentato e ingrassato fino al separatismo; politicamente, frantumata dalla rissa dei partiti anch’essa alimentata d’oltre i confini; socialmente, dilaniata da una lotta di classe elevata a principio assoluto di salute’ della convivenza civile; nazionalmente, insidiata in tutte le sue cittadelle e nei suoi gangli vitali dai cavalli di Troia razziali e ideologici che ne minavano tutte le iniziative e ne paralizzavano l’innato sentimento collettivo; istituzionalmente, bacata fin nelle sue intime midolla e fino a quell’ultimo recesso e rifugia della statante che è la giustizia la quale aveva cessato di funzionare, perdendo completamente, in un malinteso sfrenato razionalismo individualista il senso della difesa collettiva, arrivando in certe istituzioni razionalistiche umanitarie fino alla protezione e alla cultura del delitto; moralmente e culturalmente, smarrita dalle concezioni prevalenti di un falso razionalismo, cosi nei riguardi dell’individuo come nei suoi rapporti e doveri verso la famiglia e verso la specie (se ne aveva un segno nella già progredita tisi delle nascite), e nei riguardi dell’amministrazione del pubblico bene, fino alla totale inversione dei rapporti reciproci fra il quanto e il quale: un’economia votata al fallimento dalla rincorsa e dal circolo vizioso del prezzi e dei salari, dall’infatuazione del massimo di produzione col minimo di lavoro, dall’astronomica dispersione delle ore lavorative nella rissa classista e scioperaiola (in tredici anni 195 milioni di giornate lavorative perdute, un miliardo e 300 milioni di marchi di salari sfumati, sei miliardi di marchi perduti per la produzione, sette miliardi e mezzo di perdite per l’economia generale), e in definitiva, dall’errore della prevalenza del principio economistico su quello politico e statale; il che tutto si esprimeva nel risultato di una disoccupazione di sei milioni di individui, che importava l’uscita dal circolo produttivo e la caduta ih peso della comunità di ben 21 milioni e mezzo di persone (circa un terzo di tutta la popolazione del Reich); e con ciò, è in conseguenza di ciò, un’assicurazione sociale ridotta alla bancarotta perpetua, paralizzata nella funzione, il parassitismo dilagante, raddoppiato e aggravato dalla speculazione e dall’industrializzazione di se stesso a mezzo della cultura redditizia della disoccupazione; lo schiacciamento generale di tutte le finanze, l’indebitamento totale interno ed esterno; una classe agraria e un’agricoltura schiacciata anch’essa dall’indebitamento (in uno degli ultimi anni un miliardo e 200 milioni di marchi) e messa all’asta pubblica; e infine, di fronte a ciò, psicologicamente, lo scoraggiamento universale e la perdita progressiva e definitiva della fiducia pubblica nel succèdersi all’infinito, di governi e di tocca e sana destinati immancabilmente al fallimento; ecco il quadro della Germania come il 30 gennaio del ’33 Adolfo Hitler la ereditava.
Non è nostra intenzione di drizzare sulla base di cifre, e di dati esatti un bilancio delle realizzazioni nazional socialiste nel primo quinquennio del Regime, il che porterebbe troppo in lungo. Il più eloquente e convincente bilancio è costituito dall’impressione e dallo spettacolo di lavoro, di produttività, di costruttività e di fiducia pubblica che la Germania offre oggi irresistibilmente anche al più disattento o mal prevenuto visitatore, e che costituisce il maggiore collaudo e la maggiore conferma della veramente gigantesca opera realizzata in così breve periodo. Si può più o meno completamente consentire nel principio del nazional socialismo, si possono avere qua e là tutte le riserve che si vogliono, si può anche essere avversari, ma se si è in buona fede, quando si è cinque anni or sono avuta la visione di una Germania al bivio fra l’Europa e l’anti-Europa, alla rischiosa scelta tra la rivoluzione nazional socialista e quella comunista, si deve necessariamente oggi, visitando il terzo Reich, ricevere la confortante certezza che qui è ora la casa stessa d’Europa che ha ristabilito salde fondamenta; e che la rivoluzione nazional socialista, consolidata nel quinquennio, vastamente assisa sul consenso popolare, divide con la rivoluzione fascista, di essa più anziana di alcuni anni, la gloria di assicurare la stabilità e la salvezza dell’occidente. E’ in questo, come si sa, la più essenziale delle ragioni ideali dell’asse politico, che unisce le due nazioni.

Opera unitaria in tutti i campi

Guardata in blocco, l’opera compiuta in questo quinquennio sembrerebbe superare le capacita e le possibilità umane. Alla sua base sta la serie delle unificazioni e identificazioni rigorose e assolute al fine di redimere il popolo tedesco dalle divisioni, su tutte e tre le dimensioni del regime precedente, nonché anche un poco della sua travagliata storia nazionale: unità di popolo, unita di Reich, unita di Stato, unità di società, unità di nazione, unità di razza. Al postulato, in parte già realizzato, in parte ancora da realizzare, dell’unità (che per quanto riguarda per esempio la polistatalità non si è affatto ispirato al criterio che poteva essere rovinoso di un accentramento, ma si è tenuto a un geniale compromesso fra l’esigenza statale e un sano regionalismo a cui è stato dato libero sviluppo) sono seguiti postulati dell’ordine, della libertà e dell’onore, anch’essi intransigentemente perseguiti, e in parte ancora in corso di compimento. Sanata la lotta di classe, e potenziato il funzionamento economico con un originale ordinamento del lavoro che, senza aver nulla di comune col sistema-corporativo, costituisce un geniale, compromesso fra l’antico artigianato e il moderno industrialismo e supercapitalismo di masse; restituita al popolo produttore una assicurazione sociale capace di vita e di funzione, e saldata la sua efficacia con un’assistenza sociale che è prova di un rinato spirito collettivo che fa oggetto dell’ammirazione del mondo intero; restituita nel contempo, in una serie di istituzioni lavorative e dopolavorative, la dignità, la sanità e la gioia del lavoro; redenta l’agricoltura dal fallimento e dall’indebitamento e dall’asta pubblica a mezzo di un’adatta politica di credito agrario e di controllo sui prezzi, e fermata nel contempo la frantumazione della proprietà a mezzo della restaurazione della proprietà ereditaria indivisibile e inalienabile, geniale compromesso di feudalesimo e di socialismo l’uno e l’altro sani, attinti alle più antiche tradizioni germaniche; restituito il senso salutare della giustizia col concetto della punizione, e relegato il delitto al suo giusto posto asociale; ridonata alle madri la fiducia nell’avvenire, onde la più recente statistica può segnare nel quinquennio un milione di nascite in più del ritmo normale precedente; inquadrata la popolazione produttiva, organizzata diretta e riscattata la gioventù, inquadrata la cultura, eliminata la disoccupazione fino a un residuo molto al disotto del milione, insignificante in una economia come la tedesca, e fino al bisogno in certe industrie di forze lavorative qualificate; tenuta alta la valuta in un mondo valutarlo ed economico vacillante, riattivata in un mondo circostante non favorevole la bilancia commerciale; restaurata sul trono la politica sull’economia, in un capitalismo abbastanza sano e socialista per proclamare che il lavoro produce capitale e non già il capitale lavoro; il reddito nazionale portato a 61 miliardi di marchi da 48 che era nel ’33, gli introiti fiscali a undici-dodici miliardi da cinque che erano nel ’33, gli investimenti di capitali, precipitati nel ’33 a 4 miliardi 250 milioni, spinti nel ’36 a dodici miliardi e mezzo. E infine, avviata l’economia, col piano dei quattro anni, con un esperimento colossale a cui tutto il mondo guarda, al massimo possibile della sua indipendenza, già per alcune materie prime raggiunta.
Ma quest’opera assolutamente gigantesca non è ancora tutto di fronte ai risultati raggiunti dalla politica di Adolfo Hitler nel campo della politica estera, i quali parlano alle menti con maggiore immediatezza, per la ricostituzione della forza militare di difesa e della sovranità tedesca, che ha insomma, con la libertà e l’onore, ridato alla Germania la voce e la posizione che le spettavano nel mondo.

Conquiste di politica estera

L’uscita della Germania dalla Società delle Nazioni, decisa da Adolfo Hitler dopo una lunga lotta per la parità il 14 ottobre ’33, appare proprio in questi giorni un atto di portata quasi profetica che non ha, per questo aspetto diremmo quasi delfico, altro corrispettivo se non nell’intuizione antisocietaria avuta dal Fascismo fin dal primo momento. Con quella decisione Adolfo Hitler spezzava già virtualmente il circolo dell’accerchiamento e rendeva possibile, con le tappe della liberazione della Saar, della restaurata forza militare, e della rioccupazione della zona smilitarizzata e denunzia di Locarno, la piena conquista della parità tedesca. Ma questa politica di ripresa di potenza, che liberava la Germania definitivamente dalle catene di Versailles, il Fuhrer l’ha accompagnata contemporaneamente con un’attiva e convincente politica di pace, proclamata continuamente in ripetuti e concreti piani nei suoi discorsi, e che, se non è stata accettata dagli altri, ha però portato da parte tedesca all’attuazione di una già ricca politica di intese bilaterali, con la Polonia, con l’Austria, perfino con la stessa Inghilterra (patto navale) e culminata infine nell’intesa con l’Italia. Questa ripresa politica della rinata potente Germania è quella che ha determinato l’attuale improvvisa rottura, sulla dorsale dell’asse Roma-Berlino, dal Belgio all’Oriente e al sud Oriente, dalla rigida immota lastra di ghiaccio di collettivismo che copriva l’Europa; e costituisce già fin d’ora, insieme con la politica e la forza dell’Impero fascista, il solo inizio e la sola garanzia di ricostituzione europea, nonché di difesa delle ragioni ideali della civiltà del continente.

Share

Lascia un commento