Friedrich Gottlieb Klopstock

A cura di Barbara Spadini.

Opere

Friedrich Gottlieb Klopstock. Werke und Briefe. Historisch-kritische Ausgabe. Berlin und New York (Walter de Gruyter) 1974 ff. (= Hamburger Klopstock-Ausgabe).
Declamatio, qua poetas epopoeiae auctores recenset F. G. Klopstockius (Abiturrede, 1745)
Messias, Gesänge I – III (1748)
Oden (1750)
Messias, Gesänge I -V (1751)
Nachricht von des Messias neuer correcter Ausgabe (1753)
Von der heiligen Poesie (1754/55)
Von der Nachahmung des griechischen Sylbenmasses im Deutschen (1754/55)
Messias, Gesänge I – V (1755)
Messias, Gesänge VI – X (1756)
Der Tod Adams, ein Trauerspiel (1757)
Eine Betrachtung über Julian den Abtrünnigen (1758)
Von der besten Art über Gott zu denken (1758)
Geistliche Lieder (1758)
Die ihr Christi Jünger seid
Herr, du wollst uns vorbereiten
Begrabt den Leib in seine Gruft
Müde, sündenvolle Seele (“Schmücke dich, o liebe Seele”)
Von der Sprache der Poesie (1758)
Von der Bescheidenheit (1758)
Von dem Fehler andre nach sich zu beurtheilen (1758)
Von dem Range der schönen Künste und der schönen Wissenschaften (1758)
Von dem Publico (1758)
Von der Freundschaft (1759)
Gedanken über die Natur der Poesie (1759)
Gespräch von der wahren Hoheit der Seele (1759)
Salomo, ein Trauerspiel (Tragödie, 1764)
Fragmente aus dem XXten Gesang des Messias als Manuscript für Freunde (1764/66)
Vom deutschen Hexameter (1767)
Titel-Vignette von
Daniel Nikolaus Chodowiecki
zur ungarischen Übersetzung
von Klopstock’s »Messias«Messias, Gesänge XI – XV (1768)
Hermanns Schlacht. Ein Bardiet für die Schaubühne (1769)
Oden und Elegien (Darmstadt, 1771)
Oden (Hamburg, 1771)
David, ein Trauerspiel (Tragödie, 1772)
Aus einer Abhandlung zum Sylbenmaaße (1773)
Vom gleichen Verse (1773)
Messias, Gesänge XVI – XX (1773)
Die deutsche Gelehrtenrepublik: Ihre Einrichtung, ihre Geseze … (1774)
Oden und Lieder beym Clavier zu Singen (vertont von Christoph Willibald Gluck, 1776)
Ueber di deütsche Rechtschreibung (1778)
Von der Schreibung des Ungehörten (1779)
Ueber Sprache und Dichtkunst: Fon einer lateinischen Uebersetzung des Messias. Zäntes Fragment (1779)
Messias, Gesänge I – XX (1780/81)
Hermann und die Fürsten. Ein Bardiet für die Schaubühne (1784)
Hermanns Tod. Ein Bardiet für die Schaubühne (1787)
Oden zur Französischen Revolution (1790-99)
Grammatische Gespräche (1794)
Übersetzungen
Briefe

Critica consigliata
Antologia della poesia tedesca, a cura di R. Fertonani- E. Giobbio Crea, Milano 1977
Mittner L., Storia della letteratura tedesca, Torino, 2002
Links consigliati
www.sapere.it › … › Letterature germaniche › Tedesca
it.wikisource.org/…/Tombe_precoci_–_Da_Fr._G._Klopstock
www.girodivite.it/antenati/xviiisec/_klopsto.htm
www.newworldencyclopedia.org/…/Friedrich_Gottlieb_Klopstock
www.sapere.it › … › Dal Pietismo Al Classicismo
www.flipkart.com › … › History and Politics › General
tombe-carducci.webmastro.it/

NOTA
Göttinger Hain o Hainbund ( la Lega del boschetto di Gottinga)
Circolo di poeti fondato nel 1772 dagli studenti universitari F. W. Gotter, J.H. Voß, L.Hölty, J.M. Miller e altri.
Il modello del Göttinger Hain fu il poeta Klopstock: infatti questo circolo prese il nome tanto dalla città di Gottinga quanto e soprattutto dall’ode di Klopstock “Der Hügel und der Hain” (La collina e il boschetto).
Il suo organo ufficiale divenne la rivista Göttinger Musenalmanach (Almanacco delle Muse di Göttinger), diretto da H. C. Boie e F. W. Gotter, che riscosse consensi e successo.
I suoi membri, provenienti quasi tutti dalla piccola borghesia tedesca, costituirono una vera e propria lega letteraria, basata su rapporti di sentimentale amicizia culturale ispirata da un clima ormai già preromantico, sostenuto dalla passione per le lingue antiche , soprattutto per il greco, dall’ amore e dalla riscoperta verso le vigorose e ruspanti tradizioni popolari tedesche e dalla fervida contestazione nei riguardi della visione illuminista e delle strutture feudali della società. Grazie alla provenienza sociale del gruppo, la poesia si rinnova, attraverso la spontaneità e gli entusiasmi giovanili degli appartenenti .
Un’altra grande novità, poi, viene espressa dalla “Bund” di Gottinga dal punto di vista linguistico e stilistico: la poesia rococò si apre alla rivalutazione del Naturalismo tipico della tradizione tedesca esprimendo suggestioni nuove, arcane, magiche,panteistiche,sentimentali. In questo si può leggere la ribellione contro il rococò, allora rappresentato dal poeta Wieland, una ribellione che assimila negli intenti la Bund al nascente Sturm und Drang.
I membri del Göttinger Hain furono: Heinrich Christian Boie,Johann Ernst Theodor Brückner, Carl Christian Clauswitz, Carl August Wilhelm von Closen, Carl Friedrich Cramer, Hieronymus Christian Esmarch, Schack Hermann Ewald , Johann Friedrich Hahn, Christoph Ludwig Heinrich Hölty, Johann Anton Leisewitz, Johann Martin Miller, Gottlieb von Miller Dieterich, Christian zu Stolberg-Stolberg, Friedrich Leopold Stolberg zu-Stolberg, Johann Heinrich Voss, Thomas Johann Ludwig Wehrs.
Altri poeti gravitarono, pur senza farvi parte, attorno al circolo di Gottinga: Gottfried August Bürger, Matthias Claudius, Friedrich de la Motte Fouqué, Leopold Friedrich von Goeckingk Günther, Friedrich Wilhelm Gotter ,Joseph Martin Kraus, Christian Adolph Overbeck , Gottlob Friedrich Ernst Schönborn ,Christian Friedrich Daniel Schubart, Johann Gottfried Friedrich Seebach, Anton Matthias Sprickmann.

Biografia e poetica
( a cura di Barbara Spadini)
Insieme a Gotthold Ephraim Lessing e Christoph Martin Wieland, G. Klopstock rappresenta l’esempio massimo del preclassicismo tedesco del XVIII secolo.
Grazie a Friedrich Gottlieb Klopstock, letterato unico all’interno della storia tedesca, soprattutto per l’espressione stilistica e il nuovo utilizzo del linguaggio, la Poesia cambia: non cambia, forse, nelle tematiche, ma cambia davvero sul fronte espressivo.
Klopstock non è poeta di facile lettura, come non è semplice un’indagine critica perché moltissime sono le componenti, esistenziali, storiche, linguistiche,letterarie, stilistiche da prendere in considerazione: ma come sempre e come per tutti i grandi, una Donna importante, una missione letteraria ed una cultura eccellente, unita ad un vissuto massonico e di impegno religioso e sociale, rendono questo poeta figura nobile ed anche molto amata dai suoi contemporanei.
Se una persona fu pianta, in Germania, la testimonianza riguardo il funerale di Klopstock dimostrò l’amore e l’ indiscussa stima e fama di cui il poeta aveva goduto già in vita.
Del resto al padre della letteratura moderna tedesca; al poeta- vate e sacro; al versificatore eccellente; all’ispiratore del Göttinger Hain Bund; alla persona coltissima e dotata di viva umanità, nulla di meno poteva essere tributato.
Nato a Quedlinburg il 2 luglio 1724 e primogenito di diciassette figli, vissuto in una ricca famiglia borghese ispirata profondamente nel vivere dalla religione pietista, Fiedrich eredita dal padre – Heinrich Gottlieb , figlio di un famoso avvocato- il grande amore per la natura, per la vita all’aria aperta e per le attività sportive.
Dopo aver frequentato il ginnasio nella sua città natale, nel 1739 viene ammesso alla famosa scuola di Schulpforta, dove- acquisedo un’eccellente preparazione classica ed umanistica- si cimenta nelle prime composizioni epiche ad esaltazione della storia nazionale. Ma la lettura del “Paradise lost” di Milton lo orienta verso una poesia sacra, tanto da sentire che questa sarebbe diventata la sua missione letteraria esclusiva.
Nel 1745 inizia infatti gli studî di teologia a Jena, per proseguirli a Lipsia; qui molto giovane si avvicina ed entra nel gruppo dei Bremer Beiträge(Contributi di Brema), promotori e fondatori della rivista letteraria antigottschediana: “Neue Beiträge zum Vergnügen des Verstandes und des Witzes”, portavoce in Germania di una poetica , pur ancora legata al classicismo illuministico, non esclusivamente e solo razionalista, sulla quale nel 1748 sono pubblicati i primi tre canti del suo poema epico-religioso “Messias”, concluso nel 1773, che canta, con accenti miltoniani e dettati dalla profonda fede pietistica, la Passione e Resurrezione di Cristo.
I primi tre canti del Messias suscitano un’immensa eco , segnando l’inizio di una nuova era letteraria , attesa dagli intellettuali e critici svizzeri Bodmer e Breitinger, che lo invitano a Zurigo, ove di fatto Klopstock soggiornerà per un anno (1750 – 1751) ospite di Johann Jakob Bodmer, sostenuto e celebrato come massmo poeta e simbolo di rinnovamento.
Nello stesso anno, come uso dell’epoca di coloro che – preparati in campo teologico sceglievano la vita laicale- accetta il lavoro di precettore privato a Langensalza, in casa dello zio Johann Christian Weiss, esperienza che durerà due anni. Qui, innamoratosi della cugina Marie Sophie Schmidt ( ribattezzandola poeticamente Fanny, figura destinata ad assumere per la lirica tedesca un ruolo simile a quello della Laura petrarchesca per la lirica italiana), la celebra in molti suoi versi, precisamente nelle Odi, forse la parte dei suoi scritti che lo rendono vero precursore del movimento poetico Sturm und Drang, per l’attenzione ai temi dell’amore, del divino e della natura, per la libertà e la varietà nell’uso del verso e del ritmo.
Questo amore platonico, impossibile,forse immaturo, si conclude quando, nel 1751, il re di Danimarca Federico V lo invita a corte a Copenaghen, assegnandogli una rendita annua di 400 scudi allo scopo di fargli terminare – e senza scadenze temporali- il Messias.
I tentativi di Klopstock di farsi riconoscere Poeta vate della Nazione tedesca da Federico II erano stati vani, quindi trovare un mecenate capace di comprenderlo e sostenere moralmente, spiritualmente ed economicamente, pur fuori della Germania, dà al poeta la speranza di realizzare la propria missione, anche perchè la Danimarca aveva saputo mantenere meglio della Germania l’antica tradizione poetica e mitologica dei Germani, dalla quale Klopstock fu sempre attratto.
Si innamora in questo periodo di Margareta (Meta) Moller, che conosce nel 1751. Sensibilissima e colta, seppe veramente diventare, nel tempo, la Musa ispiratrice ed il sostegno spirituale della poesia di Klopstock. Il 10 giugno 1754 la sposa: ella purtroppo muore giovane, nel dare alla luce un bambino morto anch’egli nel corso del parto, il 28 novembre 1758.
Klopstock per oltre trent’anni rimane solo ed in tarda età ( nel 1791) si risposa con Johanna Elisabetta Winther, nipote di Meta Moller.
Klopstock rimane in Danimarca fino al 1770, data delle dimissioni dal governo del duca von Bernstorff, suo patrocinatore presso il re.
Ritornato in patria, si stabilisce ad Amburgo ove si dedica alla stesura della trilogia drammatica sull’eroe immaginario Arminio (Hermann), che fa di Klopstock l’iniziatore della letteratura di ispirazione nazionale tedesca.
Massone, fa parte della loggia amburghese Anna Amalia alle tre Rose.
Fra l’autunno del 1774 e la primavera del 1775, per raggiungere Karlsruhe su invito del margravio Carlo Federico, attraversa la Germania in quello che diviene un vero viaggio trionfale, tributato ad un poeta al vertice della popolarità, stima e fama .
Nella primavera del 1775 a Francoforte conosce il ventiseienne Goethe, già famoso per il Werther uscito l’anno precedente.
Negli anni ’90, saluta con entusiasmo l’esplosione della Rivoluzione francese, tanto che nel 1792 ottiene dall’assemblea legislativa francese la nomina a cittadino onorario.
Muore ad Amburgo il 14 marzo 1803.

La Messiade
Influenzato dalla lettura del Paradiso perduto di John Milton, Klopstock scrive La Messiade (dal 1748 in più rielaborazioni, conclusesi nel 1773), poema in esametri in cui celebra l’onnipresenza e onnipotenza di Dio in terra: l’opera dimostra la forte influenza del pietismo sul poeta. Diviso in 20 canti, per un totale di quasi 20.000 esametri,denota che l’intento di Klopstock non è quello di imprimere all’opera un carattere narrativo, attraverso la definizione degli eventi o la caratterizzazione dei personaggi, ma di esaltare come nella forma di oratorio musicale, i sentimenti e l’estasi della fede e i riflessi emotivi che scaturiscono dalla narrazione.
In questo caso la versificazione in esametri creata dal poeta danno all’opera uno schema ritmico che diviene musica, canto universale, attraverso un particolare e non ortodosso uso della sintassi tedesca e l’abbondare di metafore, ripetizioni, digressioni.
I primi dieci canti sono dedicati alla Passione di Cristo, gli altri dieci alla Resurrezione, Ascensione e Glorificazione.
Nei canti prevale l’aspetto della contemplazione intimistica che Klopstock vive e partecipa interattivamente ai lettori:“ La redenzione è superiore alla creazione perché ricrea il mondo in una bellezza definitiva, perfetta. Nell’universo rinnovato non c’è più posto per l’inferno. Concedendo il perdono di Dio ad un solo demonio, ad Abbadone, sinceramente pentito del suo peccato, Klopstock annulla l’inferno concependo una rivoluzionaria azione poetica. Accanto al Klopstock patetico vi è un Klopstock bucolico e intimista che canta l’ansia di morte e la speranza di rinnovamento dell’anima individuale (insorti, beati, angeli messaggeri che aiutano peccatori a rinascere). Il Messias è il poema della redentrice amicizia serafica e della redenzione compiuta dall’amico dell’anima. Klopstock crea il paesaggio della risurrezione in cui oscurità si ritrae. Il pietismo culmina poeticamente nel Messias (perché poema della rinascita dell’anima). Epos è dominato da tre sentimenti:
1. Terrore del giudizio che si avvicina
2. Felicità del peccatore e del demonio che hanno ottenuto perdono
3. Contemplazione della natura rinnovata
Il protagonista non è Cristo che redime l’umanità ma l’uomo che spera e ottiene la redenzione. Klopstock esalta le azioni dell’anima che contano più delle azioni realmente eseguite.”
Attorno a tale poema, composto più per essere declamato che per essere letto, si raccolse un pubblico di giovani e colti lettori sedotto dal “nuovo vocabolario della soggettività, carico di fervore sentimentale. La carenza dell’analisi psicologica sconcertò certo i lettori per questo verso più esigenti, da A.W. Schlegel a L. Tieck e stancò altresì alcuni fra coloro che avevano dapprima acclamato il poema facendone un libro di edificazione”. Ma, all’epoca della pubblicazione del Messia, la fama di Klopstock divenne immensa: Lessing, Goethe, Herder e Schiller concordarono nella loro ammirazione, celebrandolo come colui che, nell’epoca moderna, seppe proseguire in lingua tedesca la grande poesia omerica.
Quest’opera,“attingendo soprattutto ai Vangeli, agli Atti degli Apostoli e all’Apocalisse, per le sue differenti rielaborazioni durate per cinque lustri, risente molto della discontinuità di scrittura. Il disegno è quello di un monumentale affresco epico da cui risalti l’opera di redenzione del Messia, necessario mediatore fra l’umanità caduta e un adirato Dio Padre; ma ciò che manca al poema è proprio il vigore epico, la plasticità della rappresentazione. Il pregio grande dell’opera è un altro: specie nei canti iniziali, più schietti e meno elaborati, si affermano valori lirici nuovi, destinati ad aprire un’epoca. Nel Messias fantasia e rigore convergono, in quanto la poesia reclama una sua esclusiva libertà ma insieme è consapevole mediatrice di una verità ultrasoggettiva; e proprio questa concezione della poesia come espressione di una verità assoluta è ciò che alla radice differenzia K. dai poeti dello Sturm und Drang, i quali pure, in particolare quelli del gruppo di Gottinga, lo venerarono come loro maestro. Il piano è fondamentalmente ottimistico, l’opera della redenzione assume un valore anche più rilevante dell’opera della creazione; su tale linea, il Messias può essere considerato il culmine poetico del pietismo, pur mancando riferimenti biografici di un’adesione attiva al movimento. Per l’enfasi dell’espressione il Messias è stato considerato anche come il trionfo conclusivo non solo della poesia, ma di tutta l’arte barocca tedesca, anche se questo giudizio non sembra tenere nel debito conto la caratteristica personale dell’espressione klopstockiana: la scala espressiva della lingua poetica fu ampliata, vennero proposti nuovi ardimenti sintattici e nuove connessioni, fu ripreso l’esametro che era già stato il verso dell’epica classica, respingendo il verso alessandrino. L’atmosfera sempre tesa, la costante aspirazione al sublime, la consapevolezza della forza creativa del poeta sempre operante, pur generando a tratti una certa sazietà, conferiscono all’opera una maestà e una musicalità che ne fanno una delle testimonianze più rilevanti di tutta una storia letteraria”
Alcuni versi dell’ Ode alla Resurrezione furono utilizzati da Gustav Mahler nel quinto movimento della sinfonia n° 2 in do minore, detta per questo motivo “Resurrezione”.
Chi scrive ravvisa, inoltre, in Klopstock una preparazione teologica eccellente ed innovativa: un’idea originale e coraggiosa, per i tempi in cui visse il poeta, è proprio quella dell’inesistenza- o della speranza dell’inesistenza- dell’Inferno, che viene negato con forza dal poeta per opera della potenza redentrice divina attraverso Gesù Cristo.
Esiste oggi una vasta riflessione teologica in merito, prevalentemente cattolica, che prende il via dal teologo svizzero Hans Urs von Balthasar – per altro ricordato tra gli uomini più colti del XX secolo- che afferma questo principio, in virtù dell’infinità carità di Dio, tale da indurre a credere che se un Inferno ci fosse, potrebbe essere vuoto. In altre forme, l’idea di Dio come Amore assoluto e non limitante( quindi non punitivo) nei confronti dell’uomo, sono eccezionalmente trattate da un grande teologo olandese contemporaneo, il gesuita Piet Schoonenberg.
La produzione poetica di Klopstock comprende anche odi e inni, che furono composti dal 1747 sino agli ultimi anni di vita , alcuni dei quali veri e riconosciuti capolavori della lirica tedesca (Auf meine Freunde, Die künftige Geliebte, Der Zürchersee, Der Eislauf, Der Rheinwein, Die Frühlingsfeier, Das Wiedersehen, Die frühen Gräber): ” respingendo ai margini della vita letteraria la figura del poeta galante e raffinato versificatore, K. cantò con straordinario senso religioso della poesia i temi più varî, evitando la strofa rimata e, progressivamente, i metri derivati dai classici, per ricorrere ai versi liberi, in cui la sua forza creativa aveva miglior gioco ad esplicarsi. In seguito lo sopraffece un singolare scrupolo di germanicità, per cui riscrisse le sue composizioni legate agli schemi della mitologia classica, cercando per esse un aggancio alla mitologia teutonica.La produzione lirica di Klopstock è sovente poesia di idee, ma ha un movimento interno e un’animazione che preannunciano già lo Sturm und Drang: il poeta si entusiasma infatti per quanto muove il suo canto e si dice convinto che “un genio senza cuore non è che un genio a mezzo”.
Essa annovera inoltre poesie politiche e drammi religiosi, fra i quali il più celebre è La morte di Adamo (Der Tod Adams, 1757), e drammi patriottici, in particolare i drammi della trilogia di Arminio (Hermanns Schlacht, 1769), scritta per celebrare il teatro germanico antico, che porta sulla scena i guerrieri e i bardi. I drammi della trilogia di Arminio sono influenzati dall’ossianesimo e sono soprattutto il tentativo di creare un teatro nazionale tedesco.
Va inoltre ricordato : Die deutsche Gelehrtenrepublik ( la Repubblica tedesca degli eruditi), un trattato sui rapporti fra arte e stato, che afferma la libertà della poesia e l’indipendenza della repubblica degli eruditi da qualsiasi forma di Stato, in una sorta di dissidio tra politica e cultura. Die deutsche Gelehrtenrepublik “ibrido codice di un’accademia poetica e culturale con pretese d’incidenza politica”,rappresenta il modo attraverso cui Klopstock reagì al mancato riconoscimento, da parte dei regnanti tedeschi, dalla sua funzione di poeta-sacerdote nazionale.
La fortuna di questo poeta, imitato e fonte di stimolo per lo Sturm und Drang, decadde con l’avvento del nuovo classicismo weimeriano, frutto del sodalizio letterario e critico tra Goethe e Schiller.

Nota: L’OSSIANESIMO
Il fenomeno dell’Ossianesimo si sviluppa in Inghilterra e, così come lo Sturm und Drang tedesco, si oppone alle teorizzazioni del Neoclassicismo. In Inghilterra la poesia sepolcrale di Gray nasceva ancora da uno spirito umanistico: Gray era uno studioso della letteratura latina e un filologo e il gusto classico era presente in lui non meno di quello gotico o preromantico. Con James Macpherson (1736-1796) siamo già, invece, a prese di posizione consapevolmente anticlassicistiche. Egli dapprima tradusse i canti epici dei bardi gaelici d’Irlanda e di Scozia risalenti ai secoli XII-XVI, poi inserì alcuni frammenti di questi canti in poemi di propria creazione (Fingal, 1761, e Temora, 1762), riunendoli infine in The Poems of Ossian [I canti di Ossian (1765)] e dunque facendo passare per traduzione un’opera in gran parte propria. Ossian è il nome di un leggendario bardo e principe gaelico (forse vissuto nel III secolo d. C.), a cui la tradizione attribuiva canti popolari composti nel Medioevo. Il successo dei Canti di Ossian fu immenso in tutta Europa (in Italia vennero subito tradotti da Cesarotti). Essi furono ammirati anche dal giovane Goethe e servirono di stimolo alla nascita, in Germania, del movimento «Sturm und Drang». Nacque il mito romantico di una natura umana primitiva, di un Medioevo culla dello spirito popolare ed embrione delle nazioni; e ne trasse motivo di affermazione una concezione della poesia come prodotto dell’istinto e della fantasia e come frutto spontaneo della sensibilità popolare. Inoltre, in Inghilterra e in Germania si cominciarono a criticare apertamente le teorie di Winckelmann, vedendo in esse un sogno di serenità legato alla civiltà mediterranea piuttosto che a quella nordica. Cominciò a circolare la tesi che opponeva la lezione del genio istintivo di Shakespeare, maestro di un’arte nordica anticlassica, a quella dell’antica arte greca e romana. Lo scrittore tedesco Johann Herder (1744-1803), che ispirò lo «Sturm und Drang», scrisse vari saggi teorici avvicinando Ossian a Shakespeare. E il giovane Goethe poteva esclamare: «E io grido Natura! Natura! Nulla è tanto Natura quanto i personaggi di Shakespeare»( in: www.parados.it)

Scelta di poesie

Der Hügel, und der Hain
P.

Was horchest du unter dem weitverbreiteten Flügel der Nacht
Dem fernen sterbendem Wiederhalle des Bardengesangs?
Höre mich! Mich hörten die Welteroberer einst!
Und viel Olympiaden hörtet, ihr Celten, mich schon!

D.

Laß mich weinen, Schatten!
Laß die goldene Leyer schweigen!
Auch meinem Vaterlande sangen Barden,
Und ach! ihr Gesang ist nicht mehr!

Laß mich weinen!
Lange Jahrhunderte schon
Hat ihn in ihre Nacht hinab
Gestürzt die Vergessenheit!

Und in öden dunkeln Trümmern
Der alten Celtensprache,
Seufzen nur einige seiner leisen Laute,
Wie um Gräber Todesstimmen seufzen.

P.

Töne dem Klager, goldene Leyer!
Was weinest du in die öde Trümmer hinab?
War er der langen Jahrhunderte meines Gesanges werth;
Warum ging er unter?

D.

Die Helden kämpften! Ihr nantet sie Götter und Titanen.
Wenn jetzo die Aegis nicht klang, und die geworfenen Felsenlasten
Ruhten, und Jupiter der Gott, mit dem Titan Enzeladus sprach;
So scholl in den Klüften des Pelion die Sprache des Bardengesangs!

Ha du schwindelst vor Stolz
An deinem jüngeren Lorber;
Warf, und weißt du das nicht? auch ungerecht
Nicht oft die Vergessenheit ihr Todesloos?

Noch rauschest du stets mit Geniusfluge die Saiten herab!
Lang kenn’ ich deine Silbertöne,
Schweig! Ich bilde mir ein Bild,
Jenes feurigen Naturgesangs!

Unumschränkter ist in deinem Herscherin,
Als in des Barden Gesange die Kunst!
Oft stammelst du nur die Stimme der Natur;
Er tönet sie laut ins erschwerte Herz!

O Bild, das jetzt mit den Fittigen der Morgenröthe schwebt!
Jetzt in Wolken gehüllt, mit des Meers hohen Woge steigt!
Jetzt den sanften Liedestanz
Tanzt in dem Schimmer der Sommermondnacht!

Wenn dich nicht gern, wer denket, und fühlt,
Zum Genossen seiner Einsamkeit wählt;
So erhebe sich aus der Trümmern Nacht der Barden einer,
Erschein’, und vernichte dich!

Laß fliegen, o Schatten, deinen Zaubergesang
Den mächtigsten Flug,
Und rufe mir einen der Barden
Meines Vaterlands herauf! –

Einen Herminoon,
Der unter den tausendjährigen
Eichen einst wandelte,
Unter deren alterndem Sproß ich wandle.

P.

Ich beschwöre dich, o Norne, Vertilgerin,
Bey dem Haingesange, vor dem in Winfeld die Adler sanken!
Bey dem liedergeführten Brautlenzreihn: O sende mir herauf
Einen der Barden Teutoniens, einen Herminoon!

Ich hör’ es in den Tiefen der Ferne rauschen!
Lauter tönet Wurdi’s Quell dem kommenden!
Und die Schwäne heben sich vor ihm
Mit schnellerem Flügelschlag!

D.

Wer komt? wer komt? Kriegerisch ertönt
Ihm die thatenvolle Telyn!
Eichenlaub schattet auf seine glühende Stirn!
Er ist, ach er ist ein Barde meines Vaterlands!

B.

Was zeigst du dem Ursohn meiner Enkel
Immer noch den stolzen Lorber am Ende deiner Bahn,
Grieche? Soll ihm umsonst von des Haines Höh
Der Eiche Wipfel winken?

Zwar aus Dämrung nur; denn ach! er sieht
In meiner Brust der wüthenden Wurdi Dolch!
Und mit der Eile des Sturms eilet vorüber der Augenblick,
Da ich ihm von der Barden Geheimnisse singen kann!

P.

Töne, Leyer, von der Grazie,
Den leichten Tritt an der Hand der Kunst geführt,
Und laß die Stimme der rauhen Natur
Des Dichters Ohre verstummen!

B.

Sing, Telyn, dem Dichter die schönere Grazie
Der seelenvollen Natur!
Gehorcht hat uns die Kunst! sie geschreckt,
Wollte sie herschen, mit hohem Blick die Natur!

Unter sparsamer Hand tönte Gemähld’ herab,
Gestaltet mit kühnem Zug;
Tausendfältig, und wahr, und heiß! ein Taumel! ein Sturm!
Waren die Töne für das vielverlangende Herz!

P.

Laß, o Dichter, in deinem Gesang vom Olympus
Zeus donnern! mit dem silbernen Bogen tönen aus der Wolkennacht
Smintheus! Pan in dem Schilfe pfeifen, von Artemis
Schulter den vollen Köcher scheuchen das Reh.

B.

Ist Achäa der Thuiskone Vaterland?
Unter des weissen Teppichs Hülle ruh auf dem Friedenswagen
Hertha! Im blumenbestreuten Hain walle der Wagen hin,
Und bringe die Göttin zum Bade des einsamen Sees.

Die Zwillingsbrüder Alzes graben
In Felsen euch das Gesetz der heiligen Freundschaft:
Erst des hingehefteten Blickes lange Wahl,
Dann Bund auf ewig!

Es vereine Löbna voll Nossa’s Reizen, und Wara
Wie Sait’ und Gesang, die Lieb’ und die Ehe! Braga töne
Von dem Schwert, gegen den Erobrer gezückt! und That
Des Friedens auch, und Gerechtigkeit lehr’ euch Wodan!

Wenn nicht mehr in Walhalla die Helden Waffenspiel
Tanzen, nicht mehr von Braga’s Lied’ in der Freude
Süße Träume gesungen, halten Siegesmahl,
Dann richtet auch die Helden Wodan!

D.

Des Hügels Quell ertönet von Zeus,
Von Wodan der Quell des Hains.
Weck’ ich aus dem alten Untergange Götter
Zu Gemählden des fabelhaften Liedes auf;

So haben die in Teutoniens Hain
Edlere Züge für mich!
Mich weilet dann der Achäer Hügel nicht:
Ich geh zu dem Quell des Hains!

P.

Du wagst es, die Hörerin der Leyer,
Die in Lorberschatten herab
Von der Höhe fällt des Helikon,
Aganippe vorüber zu gehn?

D.

Ich seh an den wehenden Lorber gelehnt,
Mit allen ihren goldenen Saiten,
O Grieche, deine Leyer stehn,
Und gehe vorüber!

Er hat sie gelehnt an den Eichensproß,
Des Weisen Sänger, und des Helden, Braga,
Die inhaltsvolle Telyn! Es weht
Um ihre Saiten, und sie tönt von sich selbst: Vaterland!

Ich höre des heiligen Namens Schall!
Durch alle Saiten rauschst es herab:
Vaterland! Wessen Lob singet nach der Wiederhall?
Komt Hermann dort in den Nächten des Hains?

B.

Ach Wurdi, dein Dolch! Sie ruft, sie ruft
Mich in ihre Tiefe zurück, hinunter, wo unbeweinbar
Auch die Edlen schweben, die für das Vaterland
Auf des Schildes blutige Blume sanken!
Das Rosenband
Im Frühlingsschatten fand ich sie.
Da band ich sie mit Rosenbändern.
Sie fühlt’ es nicht und schlummerte.
Ich sah sie an; mein Leben hing
Mit diesem Blick an ihrem Leben.
Ich fühlt’ es wohl und wußt’ es nicht.
Doch lispelt’ ich ihr sprachlos zu
Und rauschte mit den Rosenbändern.
Da wachte sie vom Schlummer auf.
Sie sah mich an; ihr Leben hing
Mit diesem Blick an meinem Leben.
Und um uns ward’s Elysium.

Il laccio di rose
La vidi all’ombra primaverile,
lacci di rose allor le cinsi:
ma nulla ella senti sopita.
Io la guardavo. Era la vita
mia nello sguardo a lei congiunta:
senza saperlo io lo sentivo.
Senza parlar le bisbigliai
e frusciar feci allor le rose:
lei dal sopor si svegliò a un tratto.
Poi mi guardò. Era la vita
sua nello sguardo a me congiunta
e intorno a noi fiori l’Elisio.

Der doppelte Mitausdruck
Silbenmaß, ich weiche dir nicht, behaupte mich, ziehe
Dir mich vor! „Wohlklang, ich liebe das Streiten nicht. Besser
Horchen wir jeder mit wachem Ohr dem Gesetz und vereinen
Fest uns. Wir sind alsdann die zweite Seele der Sprache.“
Die Allgegenwart Gottes
Wenige nur, ach, wenige sind,
Deren Aug in der Schöpfung
Den, der geschaffen har, sieht!
Wenige, deren Ohr
In dem mächtigen Rauschen des Sturmwinds,
Im Donner, der rollt,
Oder im lispelnden Bache,
Den Unerschaffnen hört!
Wenige Herzen erfüllt
Mit Ehrfurcht und Schauer
Gottes Allgegenwart.
Lass mich, im Heiligtume,
Dich, Allgegenwärtiger!
Stets suchen, und finden!
Und wenn er mir entflieht,
dieser himmlische Gedanke,
lass mich ihn tiefanbetend
Aus den Chören der Seraphim
Ihn mit lauten Tränen der freude
Herunter rufen,
Damit ich, dich zu schaun,
Mich bereite, mich weihe,
Dich zu schaun!
Im Allerheiligsten!

Was man fordert
„Sage, was nennst in den Werken der Kunst du Vollendetes?“ Gut muss
Jeder Teil und harmonisch mit den anderen vereint sein.
„Hat ein Künstler gelebt, der so hoch stieg?“ Keiner. Man will nur
Überall sehn, er habe nach Vollendung gerungen
Gegenwart der Abwesenden
Der Liebe Schmerzen, nicht der erwartenden
Noch ungeliebten, die Schmerzen nicht,
Denn ich liebe, so liebte
Keiner! so werd ich geliebt!
Die sanftern Schmerzen, welche zum Wiedersehn
Hinblicken, welche zum Wiedersehn
Tief aufathmen, doch lispelt
Stammelnde Freude mit auf!
Die Schmerzen wollt ich singen. Ich hörte schon
Des Abschieds Thränen am Rosenbusch
Weinen! weinen der Thränen
Stimme die Saiten herab!

Doch schnell verbot ich meinem zu leisen Ohr
Zurück zu horchen! die Zähre schwieg,
Und schon waren die Saiten
Klage zu singen verstumt!
Denn ach, ich sah dich! trank die Vergessenheit
Der süßen Täuschung mit feurigem
Durste! Cidli, ich sahe
Dich, du Geliebte! dich Selbst!
Wie standst du vor mir, Cidli, wie hing mein Herz
An deinem Herzen, Geliebtere,
Als die Liebenden lieben!
O die ich suchet’, und fand!
Die deutsche Bibel
Heiliger Luther, bitte für die Armen,
Denen Geistes Beruf nicht scholl, und die doch
Nachdolmetschen, daß sie zur Selbsterkentniß
Endlich genesen!
Weder die Sitte, noch der Sprache Weise
Kennen sie, und es ist der reinen Keuschheit
Ihnen Märchen! was sich erhebt, was Kraft hat,
Edleres, Thorheit!
Dunkel auf immer ihnen jener Gipfel,
Den du muthig erstiegst, und dort des Vater-
Landes Sprache bildetest, zu der Engel
Sprach’, und der Menschen.
Zeiten entflohn: allein die umgeschafne
Blieb; und diese Gestalt wird nie sich wandeln!
Lächeln wird, wie wir, sie dereinst der Enkel,
Ernst sie, wie wir, sehn.
Heiliger Luther, bitte für die Armen,
Daß ihr stammelnd Gered’ ihr Ohr vernehme,
Und sie dastehn, Thränen der Reu im Blick, die
Hand auf dem Munde!

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