Nazional-socialismo e nazional-comunismo (14 ottobre 1930)

Un interessante articolo quando ancora doveva giungere il 1933.

 

Nazional-socialismo e nazional-comunismo

 

BERLINO, ottobre.

— O la Libertà o il Bolscevismo — ha scritto Adolfo Hitler in un articolo per la stampa americana, cercando di comprendere in una formula rapida e comprensiva, quasi in una pillola, come è bene fare per gli Americani, la nuova situazione risultante in Germania dopo le elezioni del 14 settembre. Ma il dilemma del vittorioso capo dei nazionalsocialisti, se è rapido e comprensivo, non è però esatto né per l’una né per l’altra delle due alternative che pone: poiché, mentre da un lato è un fatto capitalissimo della nuova situazione che anche il comunismo tedesco ha messo in cima alla sua bandiera rossa la liberazione dal tributo e dai legami di Versailles, costituendosi nella sua ultimissima forma di nazional-comunistno, dall’altro lato non è nemmeno vero che la libertà esterna sia o possa essere la sola e nemmeno la fondamentale rivendicazione del giovane partito rivoluzionario cosi sorprendentemente ingigantitosi nelle elezioni settembrine, né la principale ragione del suo successo. E questa lieve inavvertita tendenza del capo nazional-socialista, non diciamo a mettere momentaneamente in ombra le rivendicazioni di politica interna e sociale del suo movimento, ma a dare maggiore risalto a quelle esterne, mentre può appartenere all’armamentario di astuzie agitatorie dettate dalla sua sensibilità di capo di masse, è credibile e augurabile che tradisca un certo istintivo atteggiamento di riserbo, una specie di istantaneo presentimento se non proprio ancora il chiaro e consapevole sentimento, della necessità di fermarsi un momento a considerare e rivedere i propri programmi di politica sociale ed economica, davanti alle responsabilità tanto cresciute che il successo impone al partito davanti al popolo tedesco, traendolo come ha fatto d’un colpo dalla relativa ancora lecita spensieratezza di un partito finora quasi puramente agitatorio alla doverosa pensosità di uno dei massimi partili politici d’azione, e in questo senso anzi il primo, di un grande paese come la Germania. Al medesimo istinto di riflessione piace di ascrivere anche la dichiarazione così ampiamente legalitaria al processo di Lipsia, che ebbe, dopo tante professioni ed esercitazioni di illegalismo, cosi improvvisi e caldi accenti di sincerità, e che per essere tattica non aveva bisogno di essere insincera: l’improvviso successo, aprendo a un tratto davanti al giovane movimento la grande via maestra legalitaria, gli offriva contemporaneamente il tempo e la possibilità di quella graduale revisione e autocreazione di programmi sociali ed economici, sempre necessari ad un partito d’azione, che di convincenti ed eccitanti schemi ideologici, e veramente appropriati alle storiche realtà su cui opera, non può fare mai a meno, se pur gli basti trascinarseli dietro al guinzaglio senza lasciarsene precorrere. Per questo riguardo grandissima è ora, certo, la responsabilità che deriva sulle spalle del capo dei nazional-socialisti dal suo stesso successo; e molta parte del segreto del suo successo avvenire crediamo fermamente che dipenderà dal seguito che egli saprà dare, guidato dalla sua sensibilità di condottiero, a questo istante di perplessità revisionista che crediamo di aver notato, soprattutto per taluni punti del suo programma economico e sociale, di sapore nettamente anticapitalistico, come — per non citarne che alcuni soltanto — l’abolizione di ogni arricchimento non derivante dal lavoro personale, l’abolizione degli interessi del denaro, la statizzazione dei grandi trusts e del suolo, che appaiono alla coscienza storica come salti nel buio, e rischiano di estraniare al movimento, come attualmente gli estraniano, le grandi forze produttive del paese indispensabili al suo trionfo. D’altro canto, con la medesima sensibilità agitatoria, che non abbandona mai uomini di questa tempra, con cui il capo dei nazional-socialisti sembra attirare quanto più può in questi giorni i fasci di luce internazionali e nazionali, nel buio cielo tedesco, sul fianco estero della propria nave, non prestando all’illuminazione il lato dei programmi interni, con la medesima sensibilità egli ha immediatamente reagito al tentativo, che veniva da parte interessata, di confonderlo con la vecchia flottiglia radiata, o in corso di radiazione, tedesco-nazionale, con cui l’hitlerianismo anche ha di comune il programma autiversaglista, e in unione col quale condusse a suo tempo la campagna di plebiscito contro il piano Young. Valendosi di questo precedente qualcheduno aveva sussurrato che nel nuovo Reichstag le frazioni parlamentari dei due partiti avrebbero agito come una sola… Toccato! — ha risposto subito Hitler nel suo giornale, anche a costo di scoprire il lato in ombra. — Piano! «Bisogna mantenere le distanze. Noi siamo un partito social-rivoluzionario, mentre i tedesco-nazionali sono un partito social-reazionario. E’ impossibile eliminare questa differenza». Pericolo maggiore non poteva infatti e non potrebbe minacciare il rivoluzionarismo di Hitler se non quello di essere confuso, malgrado la comunità del programma estero, con il vecchio irrigidito anticostituzionalismo di Hugenberg che, dopo tutto quel che è successo nella Germania e nel mondo dal 1914 a questa parte, non sa presentare al popolo tedesco altro che un puro e semplice ritorno al passato, una restaurazione storicamente impensabile come tutte le restaurazioni che affettano di non aver nulla imparalo dal tempo. Il fatto è che un programma di politica estera, anche quando come in questo caso esso riguarda la liberazione da un tributo che inficia di sé anche tutta la politica interna, non basta a fare una rivoluzione. Non basta, a parlar propriamente, nemmeno un programma di politica interna. Per queste cose è più che adatta una successione di ministeri. Por fare una rivoluzione ci vuole solo un sentimento morale nuovo. Al resto, ai programmi, al sistema d’idee, pensa lui: basta che un sentimento morale nuovo compaia per le strade, per agir subito sulle idee come la calamita sulla limatura di ferro, attirarle cioè a sé, e far blocco. Allora è finita, non si passa più. Per questo, le rivoluzioni tipiche — cioè per intendersi che riescono — cominciano non già, come suole apparire poi agli storici che le guardano a cose fatte, da un sistema di idee già preconcetto, ma come «movimenti», come fatti della natura, da un sentimento cioè che detta una azione; e il proprio sistema faticosamente lo esplorano, e se lo creano col sangue e col sacrificio.

Il Rassismo tedesco, non meno del Fascismo italiano da cui esso riceve la luce d’orientamento, ha cominciato come movimento e pagando di persona; due segni già che dovrebbero bastare a fargli tanto di cappello, anche se non sovvenisse il numero di sei milioni e mezzo di elettori che gli stanno ormai dietro, il quale non pare sia sufficiente nella «più democratica delle democrazie parlameintaristiche» a considerare il nuovo partito come più che autorizzato ad aver voce in capitolo. Fa senso sentir la stampa ebraicodemocratica tacciar di «plebe irragionevole» un così forte contingente di popolo sovrano.

Prima di tutto, son borghesi e non plebe: non proletariato. E’ la massa di tutti coloro che hanno da far valere un ancora insoddisfatto sentimento di ribellione contro tutto il passato di sconfitta e di relativo asservimento estero, di volatilizzazione di fortune e di sommersione di ceti; tutto un passato di bendate promesse e di spoliazioni occhiute interne ed estere; un passato che accomuna insieme — come ora si vede chiaramente — in un unico spirito e in un’unica globale condanna, sia l’anteguerra che l’undicennio repubblicano: sia l’incapacità politica di vincere a malgrado delle buone armi e dell’olocausto delle vite, come l’incapacità di ricostruire nonostante il sacrificio delle fortune e la dedizione del lavoro. Due periodi che appaiono nettamente similari e intercomunicanti tra loro senza soluzione di continuità, separati l’uno dall’altro solamente da una falsa rivoluzione, da una rivoluzione cioè che i proletari effettivamente fecero e che i borghesi tra fiduciosi ed attoniti ricevettero, ma che la Socialdemocrazia falsificò, adulterò, biffò a proletari e borghesi, sostituendo a un tratto come per un giuoco di prestidigitazione alle antiche classi dominanti che ignoravano il popolo, e lo Stato facevano consistere in se stesse, le innumeri dinastie dei propri satrapi e dei propri bonzi che conobbero e riconobbero lo Stato soltanto per addormentarlo e depredarlo, e il popolo ingrassarono per succhiarlo.

Questa più che decennale opera di corruzione e di degradazione non poteva compiersi se non in un ambiente della massima rarefazione morale: e si è infatti compiuta soltanto in un crescente diradamento e addormentamento della coscienza statale, che è ora giunto al suo punto massimo, e che è come la mefite che la Social-democrazia ha diffuso attorno a se, suo prodotto e sua difesa a un tempo, come l’atmosfera più adatta, al suo prosperare. Ciò che ha reso possibile quest’opera è stato unicamente il sempre crescente affievolimento in seno agli altri partiti, abbagliati dal successo social-democratico, dell’idea di Stato sostituita sempre più dall’idea di partito; e quest’affievolimento prendeva le forme più gravemente responsabili e più pericolose, perchè più suasive e illudenti, presso quelle destre dette nazionaliste che si illusero di riempire il loro vuoto statale con la contemplazione inerte di uno Stato tramontato, morto e sepolto nella coscienza pubblica, assentandosi colpevolmente dalla realtà vivente e lasciando libera la via ai falsificatori. Di qui la pronta sensibilità con cui Hitler ha tenuto a distinguersi da Hugenberg subito all’indomani del successo; ma da qui anche per lui un maggiore impegno di venir fissando le linee sociali ed economiche della sua propria concezione di Stato, distinguendosi anche dagli altri alleati antiversaglisti di sinistra, e chiarendo in che cosa precisamente — rivendicazione di razza a parte — il suo socialismo nazionale si differenzi, anzi si opponga a quello ormai non meno nazionale del comunismo. Poiché sono i delusi dalla rivoluzione di undici anni or sono, e i mortificati dalla più che decennale opera astatale e antistatale, ingrossati dalle giovani generazioni arrivanti appena all’elettorato avendo bevuto col latte l’amaro tossico di questa spirituale mutilazione, coloro che formano le sempre più numerose falangi rivoluzionarie, scendenti in due diverse agitate fiumane lungo il versante del decennio, dall’apice della rivoluzione del 1919, verso i due sbocchi del nazionalsocialismo e del comunismo, in cerca della quiete dello Stato. Comunismo e rassismo nacquero insieme, come le due uniche vere piccole folle rivoluzionarie in quei giorni di crolli e di rivolgimenti più che di rivoluzione: il comunismo, dal sentimento di delusione e di ribellione del proletariato per il tradimento della social-democrazia che riconsegnava lo Stato inutilmente conquistato ai borghesi, il rassismo dallo schianto dell’alto intellettualismo germanico per il collasso delle antiche caste dominanti, davanti alla marea rossa o rosso-giallo-oro. Le elezioni del 14 settembre non hanno fatto altro che mettere in definitiva evidenza davanti al mondo questo biforcato stato rivoluzionario in cui versa la Germania presente, e che si protrarrà per un pezzo, duplice rivoluzionarismo che si fregia dalle due parli del bifido nome di «nazionale», perchè fatalmente per forza di coso legato al programma di liberazione dal tributo di guerra. Ma non bisogna dimenticare che la vera posta consiste nella statalità, nella restaurazione della coscienza statale: qui solo è la vera Germania che è nata, o rinata, con le elezioni del 14 settembre. Il comunismo dice «Classe», il nazional-socialismo dice «Razza». Il comunismo offre una forma di Stato che è nient’altro se non una inflazione della Classe, realizzato cioè da una sola classe a mezzo della soppressione di tutte le altre, e perciò non veramente uno Stato, perchè Stato è appunto superamento delle classi, e sopprimerle è la confessione di non averle saputo superare. Ma il magico funesto miraggio può purtroppo illudere, trascinare, durare per anni, come si vede in Russia. Di qui la maggiore responsabilità che incombe al nazionalsocialismo, resa già urgente dalla vittoria, di cominciare a chiarire senza equivoci i contorni del concetto di Stato che esso intende adombrare nel mito di Razza, il quale accenna sì indubbiamente a un superamento della Classe, ma non caratterizza sufficientemente di per sè solo in tal senso gli accenni socialistici e anticapitalistici del credo hitleriano. Definire insomma nettamente la fisionomia sociale ed economica del nazional-socialismo, in confronto di quella del nazionalcomunismo, all’infuori e al di là della comune lotta di liberazione dal tributo… Diversamente, nell’inevitabile gomito a gomito di questa imminente battaglia, il pericolo è di trovarsi improvvisamente ad avere ingrossato la rivoluzione degli altri.

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