Johann Wolfgang von Goethe

Johann Wolfgang von Goethe a cura di Barbara Spadini

„ Mehr Licht“
“Abbiamo commesso una pazzia: ora lo vedo fin troppo bene. Chi, giunto ad una certa età, vuole realizzare sogni e speranze di gioventù, si inganna sempre, giacché nell’uomo ogni dieci anni cambia il concetto delle felicità, cambiano le speranze e le prospettive. Guai a colui che, dalle circostanze o dall’illusione, viene indotto ad aggrapparsi al futuro o al passato! Abbiamo commesso una pazzia. Dovremmo, per una sorta di scrupolo, rinunciare a ciò che i costumi del nostro tempo non ci vietano? In quante cose l’uomo ritorna sui suoi propositi, sulle sue azioni, e non dovrebbe farlo qui, dov’è in gioco tutto e non un dettaglio, dove si tratta non di questa o di quella condizione di vita, bensì della vita in tutto il suo complesso?”

“Le affinità elettive”
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Opere

(1768) Die Laune des Verliebten (I capricci dell’innamorato) – opera Rococò del giovane Goethe
(1769) Die Mitschuldigen (I correi)
Romanzi
(1774) Die Leiden des jungen Werthers (I dolori del giovane Werther) – opera del periodo Sturm und Drang di Goethe, con tratti richiamanti il Rococò e l’Empfindsamkeit
(1777-1785) Wilhelm Meisters theatralische Sendung (La missione teatrale di Wilhelm Meister)
(1796) Wilhelm Meisters Lehrjahre (Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister)
(1809) Die Wahlverwandschaften (Le affinità elettive)
(1821) Wilhelm Meisters Wanderjahre (Gli anni di pellegrinaggio di Wilhelm Meister)
(1811-33) Aus meinem Leben: Dichtung und Wahrheit (Autobiografia: Poesia e verità)
Drammi
(1773) Götz von Berlichingen
(1774) Clavico
(1776) Stella
(1787) Iphigenie auf Tauris (Ifigenia in Tauride)
(1788) Egmont
(1790) Torquato Tasso
(1807/08) Pandora
(1808) Faust, Parte 1 – Opera del periodo della “Weimarer Klassik” di Goethe
(1832) Faust, Parte 2 – Opera del periodo romantico di Goethe
Poemi
(1773) Prometeo
(1782) Il re degli elfi (Der Erlkönig/Erlenkönig)
(1790) Elegie romane (Römische Elegien)
(1794) La volpe Reineke (Reineke Fuchs)
(1797) L’apprendista stregone (Der Zauberlehrling)
(1798) Arminio e Dorotea (Hermann und Dorothea) poema idillico
(1819) Il divano occidentale-orientale (West-östlicher Divan)
Saggi
(1790) Versuch die Metamorphose der Pflanzen zu erklären (La metamorphosi delle piante), saggio scientifico
(1799) Sul dilettantismo (Ueber den dilettantismus) (scritto in collaborazione con Schiller)
(1810) Zur Farbenlehre (Teoria dei colori), saggio scientifico
(1817) Italienische Reise (Viaggio in Italia)
(1832-1833) Scritti postumi opere postume
(1836) Gespräche mit Goethe (Conversazioni con Goethe)
Altre opere
(1786) Novella (Novella)
(1793) L’Assedio di Magonza
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Principali traduzioni italiane
Faust – a cura di Franco Fortini, Mondadori, Milano 1970
Romanzi – a cura di Renato Caruzzi, prefazione di Claudio Magris, Mondadori, Milano 1979
Viaggio in Italia – a cura di Emilio Castellani, prefazione di Roberto Fertonani, Mondadori, Milano 1983
Faust – Urfaust – a cura di Andrea Casalegno, introduzione di Gert Mattenklott, prefazione di Erich Trunz, Garzanti, Milano 1990
Tutte le poesie – edizione diretta da Roberto Fertonani con la collaborazione di Enrico Ganni, prefazioni di Roberto Fertonani, Mondadori, Milano 1997
Torquato Tasso – a cura di Eugenio Bernardi, traduzione di Cesare Lievi, Marsilio, Venezia 2001
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Critica consigliata
Fausto Cercignani ed Enrico Ganni, Il «Faust» di Goethe. Antologia critica, Milano, Led, 1993
Antologia della poesia tedesca, a cura di R. Fertonani- E. Giobbio Crea, Milano 1977
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Links consigliati
www.emsf.rai.it/biografie/anagrafico.asp?d=726
it.wikipedia.org/wiki/Johann_Wolfgang_von_Goethe
www.pensieriparole.it/aforismi/autori/j/johann-wolfgang-goethe
www.eloyed.com/goethe.htm
www.filosofico.net/goethe.htm
biografieonline.it/biografia.htm?BioID=259&biografia=Wolfgang+Goethe

www.italialibri.net/autori/goethe.html
www.freemasons-freemasonry.com/goethe-massoneria-01.html – Stati Uniti
www.vicenzanews.it/a_180_IT_585_2.html
www.literaturwelt.com/autoren/goethe.html
www.johann-wolfgang-goethe.de
www.mulzer-hh.de/goethe
www.xlibris.de/Autoren/Goethe
www.dieterwunderlich.de/Johann_Wolfgang_Goethe.htm
“Projekt Gutenberg”
gutenberg.spiegel.de/?id=19&autorid=205
www.weimar-klassik.de
www.goethe-museum-kippenberg-stiftung.de
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Biografia e poetica
( a cura di Barbara Spadini)
Non è semplice, anzi, è davvero impossibile, apportare attraverso uno scritto altra Luce ad un genio luminoso come Goethe, uomo e scrittore che di se stesso non ha lasciato alcuna zona d’ombra, rivelandosi, addirittura “osservandosi”, in modo oggettivo, sviluppando parallelamente la propria evoluzione artistica ed esistenziale ed anche la motivazione critica a tale cambiamento, in un vivere consapevole ed in un consapevole “vedere” la propria vita.
Goethe è stato talmente geniale da essere il proprio primo critico, non nascondendo a se stesso ed agli estimatori, o ai detrattori, che tutte le sue opere non erano altro che “fragmenta” di un’unica quanto vasta e lunghissima confessione, rispecchiata forse nel suo Faust, opera in continua evoluzione che impegna sessant’anni della sua vita .
Vissuto a cavallo fra due secoli, non a caso si parla di “Goethezeit”, o “età di Goethe” per designare una autentica età dell’oro letteraria: detto questo, ogni parola è un poco inutile.
Le sue opere parlano ancor oggi di lui e per lui; i critici, i traduttori, i linguisti, gli studiosi di ogni specialistico campo delle scienze umane hanno già espresso opinioni eccellenti a confermarne il valore di ultimo uomo “universale”, inventore- non lo si dimentichi- del concetto di Weltliteratur ( letteratura del mondo).
Vero umanista, eccellente scienziato, artista, teologo, drammaturgo, scrittore, poeta, fu innamorato della vita e- per ogni stagione dell’esistenza- ebbe al suo fianco una donna speciale, non ultima l’unica che sposò, suscitando scalpore mondiale, perché era una modesta, semplice , normalissima e- forse- banale fioraia.
Chi scrive immagina lo stupore dei contemporanei, racchiuso in un:” Oh, ma che avrà questa fioraia per incantare lui, proprio lui, Goethe?”. Ecco che, di nuovo, riaffiora quanto si diceva poc’anzi, ogni parola è inutile, quando si indaga nelle pieghe della vita di un genio, che è impossibile “inglobare” entro un facile giudizio, o in categorie umane “normali”.
Tanto vale, allora, scegliere un punto di vista critico oggettivo ed alternativo insieme, quello del ripercorrere le tappe della sua lunga vita, veramente vissuta, piena, solare, appassionata e curiosa di Tutto, tenendo presente anche quel che dalla critica è poco indagato, come la sua appartenza alla Massoneria, come la probabile esperienza alchemica ed ermetica , basata sull’ipotesi di chi scrive – che l’esistere di Goethe sia stato un vero “viaggio”: egli si sentiva cittadino del mondo e la sua esistenza fu proprio un viaggio dentro il mondo , un’esperienza a tappe- a volte autodistruttiva ( si ricordi il famoso “incendio” volontario della sua prima produzione, nel 1767, col quale andò persa quasi del tutto l’opera giovanile), a volte dolorosissima ( l’esperienza della morte del figlio Augustus lo devastò), a volte assaporata a pieni polmoni (come ad esempio il viaggio a Roma, o i suoi numerosi e folli amori) e che comprendeva Dio, le persone, i sentimenti,la ragione, i monumenti, i colori, la natura, i minerali ….
Chi scrive ha conosciuto a suo tempo Goethe attraverso un libro veramente ermetico, “Le affinità elettive”, ove Tutto è scombinato e Tutto torna poi al suo posto,perché- alla fine- Tutto è e torna come deve essere: alla pace.
L’essenza di Goethe, probabilmente, sta in questa pace programmatica,nell’aver completato l’Opera e – dentro l’Opera – aver saputo completare le sue opere ed il suo lungo viaggio esistenziale, interrotto solo dalla malattia che lo portò alla fine.
Le sue ultime parole furono, pare: “ Mehr Licht “, “ più Luce”: geniale perfino nel suo malcontento ultimo, segno del riconoscimento consapevole della propria finitezza; il malcontento di non aver annusato ancora una volta un limone,forse, o di non poter rivedere ancora il Sole, o un Arcobaleno sul cielo di Roma.
E chiudere gli occhi per sempre a tutto questo , per lo scienziato teorizzatore di una precisa ipotesi sui colori, per il pittore e poeta che ha celebrato nelle sue liriche un continuo inno alla Vita, deve essere costato tanto.
“Che mai è l’uomo, il celebrato semidio! Non gli vengono a mancare le forze appunto quando ne avrebbe bisogno? Sia che voli nella gioia o che precipiti nel dolore, non viene ugualmente trattenuto e riportato alla piatta gelida consapevolezza proprio quando anelava di smarrirsi nella plenitudine dell’Infinito?”
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“«Ha molti talenti, è un vero genio e un uomo di carattere, ha un’immaginazione straordinariamente viva, per cui si esprime per lo più con immagini e similitudini. Nei suoi affetti è impetuoso, tuttavia spesso sa dominarsi bene. Il suo modo di pensare è nobile. Libero da pregiudizi quanto più è possibile, agisce come gli viene in mente, senza curarsi di quel che pensano gli altri. Ogni costrizione gli è infatti odiosa. Ama i bambini ed è molto bravo a trattarli. È bizzarro e nel suo modo di fare, nell’apparenza esteriore, ha diverse cose che potrebbero renderlo sgradevole ma gode di molto favore fra i bambini, le donne e molti altri ancora. Ha moltissima stima del sesso femminile. I suoi principi non sono ancora molto saldi, non è quello che si può definire un ortodosso, ma non per orgoglio o per capriccio o per darsi delle arie.
Non ama turbare negli altri la tranquillità delle loro convinzioni. Odia lo scetticismo, aspira alla verità e alla chiarezza su alcune materie principali e crede anche di avercela, questa chiarezza sulle cose importanti. Ma secondo me, non la possiede ancora. Non va in chiesa, non si comunica, prega raramente: “non sono abbastanza simulatore per farlo”, dice. Della religione cristiana ha molto rispetto, ma non nella forma presentata dai teologi. Crede in una vita futura, in una condizione migliore. Aspira alla verità, ma preferisce sentirla più che darne una dimostrazione. Ha già fatto molto e ha dalla sua molte conoscenze e molte letture; ma è più quello che ha pensato e ha ragionato. La sua occupazione principale consiste nelle belle arti e nelle scienze o meglio, in tutte le scienze, tranne quelle che ci procurano il pane…insomma, è un uomo assai notevole». (descrizione di Goethe dell’amico Klestner)
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Nato a Francoforte sul Meno il 28 agosto 1749 da Johann Kaspar (1710 – 1782), dottore in giurisprudenza e consigliere imperiale e da Katharina Elisabeth Textor (1731 – 1808), Goehe vive in una famiglia dell’alta borghesia, con un padre severissimo ed innamorato dell’ Italia, paese del quale conosce abbastanza la lingua e con una madre più indulgente, protestante pietista.
L’anno seguente la sua nascita, viene al mondo Cornelia Friederike Christiana (1750 – 1777), seguita dalla nascita di altri quattro fratelli, che moriranno però nell’infanzia.
A partire dal 1755 Goethe frequenta la scuola pubblica e poi, privatamente,completerà la sua preparazione con lezioni di latino, di greco, ebraico, francese, inglese ed italiano.
Nel 1765 si reca a Lipsia, per frequentare l’Università alla Facoltà di Giurisprudenza. A Lipsia viene introdotto in società, ove incontra ed ama Kätchen Schönkopf ed inizia a scrivere dapprima una commedia, die Laune des Verliebten ( il capriccio dell’innamorato), poi die Mitschundigen ( I correi) ed alcune poesie.
Nel 1768 si reca più volte a Dresda, ove visita varie collezioni d’arte, affinando il gusto per la pittura e le arti figurative.
In questo periodo, convinto che i propri componimenti non vengano accettati, compresi ed approvati, Goethe decide di sbarazzarsi quasi interamente della propria produzione giovanile,bruciando le preziose carte: al rogo scampano, fortunatamente, le odi per l’amico fraterno Ernst Behrisch, due commedie e soprattutto la raccolta di lieder Annette, dedicate a Kätchen.
Avendo contratto un’infezione polmonare, i cui disturbi collaterali lo porteranno a soffrire per parecchio tempo, certo della sua prossima morte, rientra nell’agosto 1768 a Francoforte. Qui si dedica ad un recupero della religione, studiando teologia, ma anche opere alchimistiche ed esoteriche e riavvicinandosi alla fede pietista attraverso l’influenza dell’amica Susanna Katharina von Klettenberg , a cui Goethe dedica un ricordo nella propria autobiografia “Poesie e Verità”(1830). Ritornato in salute , nel 1770 decide di riprendere gli studi universitari interrotti a Strasburgo, creandosi in questa città ottime e durature amicizie ( fra cui lo scrittore H. Jung Stilling ed il drammaturgo J. M.R. Lenz). Qui conosce anche il filosofo J.G. Herder.
Nel 1771 intreccia una relazione con Friederike Brion, inizia ad interessarsi al famoso Götz von Berlichingen ed al Faust, presenta la tesi in giurisprudenza che però viene respinta. Si accontenta perciò della licenza inferiore, che gli vale il titolo di licentiatus juris e ritorna a Francoforte, interrompendo la relazione con Friederike.
A Francoforte esercita per alcuni anni la professione di avvocato ma nel contempo continua a scrivere, influenzato dallo Sturm und Drang che nasce in quel periodo e lo vede protagonista.
All’interno di questa apertura letteraria preromantica, si può inserire Die Geschichte Gottfriedens von Berlichingen mit der eisernen Hand, (Storia di Goffredo di Berlichingen dalla mano di ferro),un’opera in prosa a cui Goethe lavora fino al 1804, in varie stesure, data nella quale viene rappresentata al teatro di Weimar.
Dopo un breve soggiorno a Westzler ove si trasferisce per il lavoro di praticante presso il tribunale,torna a Francoforte carico però dell’esperienza negativa -che confluirà nella trama dei “Dolori del giovane Werther”- legata al “triangolo” sentimentale che aveva unito Goethe ed il suo amico avvocato Kestner a Charlotte (Lotte)Buff: la ragazza respinge Goethe, in quanto già fidanzata con Kestner, spunto autobiografico sofferto che nel romanzo del Werther (1774)verrà rielaborato in una trama drammatica:” Werther conosce e frequenta due giovani fidanzati, Charlotte e Albert; s’innamora della ragazza, che pure potrebbe ricambiarlo, ma è respinto da quest’ultima (chiamata amichevolmente Lotte) che è promessa in sposa ad Albert e può concedere a Werther solo la propria amicizia: la delusione determina il suo suicidio. Werther è un intellettuale borghese le cui possibilità di realizzarsi sono condizionate dalla capacità o meno di adeguarsi alla realtà delle piccole corti aristocratiche tedesche. Egli vive una duplice contraddizione: l’incapacità di realizzare il fine dell’umanesimo borghese di una piena realizzazione della propria personalità nella viva realtà sociale e l’incapacità di accettare la convenzione pietistica del tempo, secondo la quale l’amore fra uomo e donna, se non permesso, deve trasformarsi in amore fraterno. La contraddizione non si risolve perché Werther non separa gli interessi sociali dai suoi interessi individuali: intellettuale in una Germania semifeudale, non riesce a realizzarsi e la sua coscienza, che non scinde in sé le esigenze della ragione da quelle del sentimento, le esigenze dell’ambizione sociale da quelle dell’amore, lo spinge al suicidio.
Napoleone, nel noto incontro a Erfurt nel 1808, fece rilevare a Goethe proprio la mancata separazione, in Werther, fra ambizione e amore; e infatti Napoleone seppe ben distinguere, nella sua vita, la necessità della realizzazione del successo politico da quella del sentimento privato: in quanto non diviso dalla realtà di una società ben più matura, egli aveva ben chiara tale distinzione, da lui vissuta nella scissione della propria coscienza. Werther ha invece una coscienza indivisa proprio perché egli vive separato dalla realtà; per continuare a vivere, egli avrebbe dovuto uccidere la sua coscienza, avrebbe dovuto morire nella propria coscienza per poter vivere senza sofferenze nella realtà.
Il successo di questo romanzo epistolare, scritto di getto dal febbraio al marzo 1774, fu straordinario e fu anche pretesto di non poche funeste imitazioni; lo stesso Goethe assistette al recupero del cadavere di una ragazza suicidatasi a Weimar con in tasca il romanzo. La maggior parte dei lettori credette di ravvisare in Werther, come scrisse il Croce «l’apologia della passione e ragione, la protesta contro le regole, i pregiudizi e le convenzioni sociali» non vedendo invece la sostanza reale, la rappresentazione di una malattia, che non è tuttavia la malattia psichica di un individuo, ma è la malattia della Germania dell’epoca. Al tempo in terra tedesca, lontani anni luce dagli ideali di libertà e autodeterminazione francesi o americani, la depressione per il confino allo stato di cittadino rinchiuso tra mura di mille staterelli era sentore comune tra le classi medio-alte. Werther, come borghese, ne è l’esempio ma anche al contempo la parodia: lo scopo di Goethe era infatti quello di mettere in ridicolo questo atteggiamento di passività fisica e mentale, cosa che non fu pienamente capita dai lettori meno attenti. In molti casi, purtroppo, la sottile ironia del maestro tedesco, soprattutto la sua errata ed affrettata interpretazione, finì col portare molti giovani di buona famiglia al suicidio.
Quarant’anni più tardi, in Poesia e verità, Goethe scriverà che «l’effetto di questo libro fu grande, anzi enorme, specialmente perché comparve nel tempo giusto. Perché, come basta una pagliuzza per far scoppiare una mina potente, anche l’esplosione che si produsse nel pubblico risultò così potente perché il mondo dei giovani era già minato e la commozione fu tanto grande perché ciascuno veniva allo scoppio con le sue esigenze esagerate, le sue passioni inappagate e i suoi dolori immaginari».
In questo periodo Goethe conosce il poeta Klopstock, il teologo ed esperto in fisiognomica Lavanter, il filosofo Jacobi, fondamentale per la conoscenza di Goethe delle tesi di Spinoza e per l’ approfondimento della filosofia in generale. Interrotta una relazione con la giovanissima Lili Schönemann, nel 1775 intraprende un viaggio in Svizzera insieme ai fratelli Stolberg che lo porta fino al Gottardo, da cui vede dall’alto l’Italia e accetta poi l’incarico di precettore di Carlo Augusto, duca di Sassonia-Weimar-Eisenach,a Weimar, uno stato nello stato, ove Goethe con l’aiuto dell’amica, amore intellettuale testimoniato da un ampio carteggio, Charlotte von Stein si prepara a divenire autentico uomo di corte, acquisendo dalla nobile dama tutti gli insegnamenti che richiedeva la rigida etichetta .
Goethe impara molto bene, adattandosi alle severe regole esercitando l’arte dell’equilibrio e della misura, dell’autocontrollo e della disciplina: ben presto da precettore diviene consigliere fidato del duca, insignito di un titolo nobiliare(1782) e nominato ministro(1804).Weimar grazie ai cinquant’anni di permanenza di Goethe , diverrà – piccolo stato di seimila abitanti accanto alla Università di Jena- centro della cultura di tutta la Germania.
I primi dieci anni a Weimar vedono l’evoluzione del carattere e della personalità di Goethe, che si dedica alla composizione di parecchie opere: le ballate Il pescatore (Der Fischer) ed Il re degli elfi (Erlkönig), il Canto notturno del viandante (Wanderers Nachtlied ), il Canto degli spiriti sopra le acque (Gesang der Geister über dem Wasser), i Limiti dell’umano (Grenzen der Menschheit) ed Il divino (Das Göttliche). Compone il romanzo La vocazione teatrale di Guglielmo Meister (Wilhelm Meisters theatralische Sendung) ed il dramma Ifigenia in Tauride (Iphigenie auf Tauris), intensificando contemporaneamente Il proprio impegno pubblico, che lo vede consigliere ministeriale per gli affari militari, per la viabilità, per le miniere e la pubblica amministrazione ed anche sovrintendente ai musei.
All’improvviso, nel 1786, Goethe matura la decisione di viaggiare, recandosi in Italia: un viaggio alla scoperta della lingua- che già parlava molto bene- dei monumenti classici, delle bellezze naturali, degli usi e costumi locali.
Goethe visita il Trentino,il lago di Garda, scende verso Roma dove arriva il 29 ottobre 1786 soggiornando in una modesta pensione; viaggia poi verso Napoli – ove sale sul Vesuvio- imbarcandosi successivamente con il pittore Kneipp alla volta di Palermo.
Nel corso della permanenza in Italia egli riusce a dare la forma definitiva all’Ifigenia in Tauride, studia le scienze, le arti e torna alla pittura ed al disegno.
Goethe stesso ammette di essersi sentito un uomo vero solo a Roma: difficile dire , per la critica, le autentiche motivazioni a questa scorribanda italiana, replicata poi nel secondo viaggio a Venezia del 1790.
Anima inquieta, dai forti presagi di una fine sentita sempre come incombente ed imminente, uomo di corte “costretto” entro rigidità formali che non gli appartenevano veramente, personalità poliedrica alla ricerca di sempre nuove ispirazioni, probabilmente avverte nell’Italia una corrispondenza ideale.
Goethe è uomo universale, a trecentosessanta gradi. L’Italia, paese di monti e di mare, di fiumi e laghi, di pianure e vulcani, libro di storia dell’arte aperto e in divenire, dai climi variabili, dalla gente passionale e pacifica,dalla lingua evoluta dai classici e ricca di colore e poesia, certamente ha rappresentato la patria ideale di Goethe,cosmopolita che proprio in Italia trova la varietà( o il Tutto nell’Uno) che lo appaga e nello stesso tempo lo libera dalle imposizioni di corte e lo riconcilia con se stesso, entro la pace di colori, profumi e paesaggi che egli mai scorderà.
Tornato a Weimar ed al “suo” mondo, si separa da Charlotte, sposa Cristiane Vulpius , intreccia un’intensa amicizia con Friedrich Schiller, un incontro fra Titani della cultura, un sodalizio di anime inquiete e brillanti, col quale collabora a diverse opere (cfr. profilo di F. Schiller).
Il 2 ottobre 1808, a Erfurt, viene ricevuto da Napoleone; il 6 ottobre fra i due vi è un secondo incontro ove Napoleone lo invita a scrivere una tragedia su Cesare; il 14 viene insignito della Legion d’Onore.
Nel 1809 pubblica “Le affinità elettive” ed inizia la sua autobiografia, “Della mia vita. Poesia e verità” (1831).
Nel 1816 muore la moglie Cristiane.
Negli ultimi anni la sua creatività è ancora ai massimi livelli: scrive numerose recensioni, elegie, poesie, porta a termine il Meister e il Faust, si dedica allo studio delle scienze, mineralogia, botanica e ottica ( la “Teoria dei colori”, che Goethe avrebbe voluto fosse l’opera per cui essere ricordato).
Colosso vivente di sapere e cultura, sfiduciato e scettico sulle sorti politiche della Germania e dell’Europa, in questo periodo subisce la grave perdita (1827) del figlio Augustus ma è ancora vitale e ricettivo, pieno di passione che vive accanto alla giovanissima Ulrike von Levetzow.
Muore a Weimar il 22 marzo 1832, a causa di un attacco cardiaco.
Goethe , ai tempi di Lipsia, attorno al 1770, viene curato dall’infezione polmonare da un medico paracelsiano, il dottor Metz. Questa potrebbe essere una delle piste di ricerca a proposito del certo incontro di Goethe con la Massoneria tedesca, nel periodo storico fra Lessing e Herder, un’esperienza esoterica che ispira forse anche le sue ultime parole: “Meher Licht”.
Si potrebbe dire che, dai primi passi di Goethe ventunenne a Lipsia fino alla sua morte, la sua esistenza sia stata fortemente intrisa di esoterismo,ermetismo, alchimia spirituale, rosa+crocianesimo e ricerca di una “via” alternativa alla Massoneria com’era presente in Germania nel suo tempo , organizzata in logge antagoniste, sovversive, antireligiose.
La loggia “Anna Amalia alle tre rose” è quella che vede l’iniziazione di Goethe,la notte di S. Giovanni del 1780. Qui diviene il 2 marzo 1783 Maestro Muratore, tre mesi prima che la loggia terminasse la propria attività.
Goethe e l’amico Herder, con gli pseudonimi di Albaris e Damasus Pontifex, entrarono allora nell’Ordine degli Illuminati , ricercando un’alternativa alla loggia estinta.
Chi scrive ritiene che Goethe non fosse attratto dall’aspetto politico o sociale della Libera Muratoria, considerando che egli aveva una predisposizione altamente conservatrice,un interesse scarso per atti rivoluzionari sovversivi ( proprio lui, il “garante” di Weimar) considerando anche la propria radice altamente cosmopolita.
I grandi cambiamenti,e l’impegno di Goethe lo mostrano chiaramente, avvengono attraverso la Natura e la Cultura: tra le due vi è una simbiosi, espressione di vero classicismo,che richiama al concetto di Panteismo che sempre ne muoverà la ricerca e l’opera.
Il binomio Uno in Tutto, Tutto in Uno, è forse la chiave di volta per arrivare al vero Goethe, umanista e scienziato, lontano dalla Ragione illuminista e dal Dio della chiesa o delle chiese.
Interessato al profondo, alla causa prima delle cose, al binomio azione-reazione entro il quale si muovono tutti i fenomeni naturali , era certamente , un alchimista spirituale più che un massone attivo .
La grande attitudine all’equilibrio personale, raggiunto entro la cornice della permanenza a Weimar, dimostra il grande lavoro su se stesso di Goethe – spirito libero- che è quanto di meglio possa esprimere la disciplina alchemica rivolta verso il sé, in un lavoro d’Opera i cui echi si trovano soprattutto nelle Affinità elettive.
Molto ancora si potrebbe accennare a proposito,molto ancora bisognerebbe prendere in esame per comprendere al meglio il legame ermetico di Goethe con la Natura, viva anche nei lapilli del Vesuvio, nelle pietre e minerali che collezionava non a caso, nella teorizzazione dei colori che riportano al concetto dell’arcobaleno, al senso programmatico e consapevole di una vita in viaggio.

Ci si limita a proporre la lettura di un bellissimo articolo rintracciabile in questo sito:
www.freemasons-freemasonry.com/goethe-massoneria-01.html –
ed a proporre alcuni aforismi e frasi che possano condurre il lettore entro l’anima di un Uomo.

Non basta sapere, si deve anche applicare; non è abbastanza volere, si deve anche fare.
Un arcobaleno che dura un quarto d’ora non lo si guarda più.
Le difficoltà crescono a misura che ci si avvicini alla meta. Seminare non è così difficile come raccogliere

Voglio vedere chi mi supererà nell’arte di amare. Compassionevole arte, invero, ricca di dolori e di lacrime; ma io la trovo così naturale, così appropriata a me, che ben difficilmente vi rinuncerò mai.

Un cuore che cerca, sente bene che qualcosa gli manca; ma un cuore che ha perduto, sa di che cosa è stato privato.

È una caratteristica propria del nostro spirito immaginare disordine e oscurità là dove non sappiamo nulla di certo.

Dalle montagne invalicabili fino ai deserti che nessun piede ha mai calpestato, fino agli estremi lidi dell’oceano ignoto, alita lo spirito dell’eterno creatore e si compiace di ogni pulviscolo che lo percepisce e vive…
Niente ci informa meglio su noi stessi che vedere di nuovo davanti a noi cose prodotte da noi anni prima, per cui abbiamo la possibilità di osservarci come si osserva un oggetto.
La vita fa parte delle cose viventi, chi vive deve quindi sempre affrontare dei cambiamenti.
Nessuno è più schiavo di chi si credo libero e non lo è. Appena può dichiararsi libero l’uomo si sente condizionato. Quando ha il coraggio di dichiararsi condizionato si sente libero.
Non ci si accorge mai abbastanza presto di quanto non si è indispensabili per il mondo. Che persone importanti crediamo di essere! Immaginiamo di essere i soli ad animare la sfera in cui operiamo; pensiamo che, assenti noi, si fermi ogni ogni cosa: vita, nutrimento e respiro; e non ci accorgiamo che la lacuna che lasciamo si colma molto in fretta, anzi spesso non diventa che il luogo per qualcosa, se non di migliore, per lo meno di più gradevole.
Quando immaginiamo di possedere la cosa desiderata siamo più lontani che mai dai nostri desideri.

Scelta di poesie
Warum gabst du uns die tiefen Blicke…
Warum gabst du uns die tiefen Blicke,
Unsre Zukunft ahndungsvoll zu schaun,
Unsrer Liebe, unsrem Erdenglücke
Wähnend selig nimmer hinzutraun?
Warum gabst uns, Schicksal, die Gefühle,
Uns einander in das Herz zu sehn,
Um durch all die seltenen Gewühle
Unser wahr Verhältnis auszuspähn?
Ach, so viele tausend Menschen kennen,
Dumpf sich treibend, kaum ihr eigen Herz,
Schweben zwecklos hin und her und rennen
Hoffnungslos in unversehnem Schmerz;
Jauchzen wieder, wenn der schnellen Freuden
Unerwart´te Morgenröte tagt.
Nur uns armen liebevollen Beiden
Ist das wechselseitge Glück versagt,
Uns zu lieben, ohn uns zu verstehen,
In dem andern sehn, was er nie war,
Immer frisch auf Traumglück auszugehen
Und zu schwanken auch in Traumgefahr.
Glücklich, den ein leerer Traum beschäftigt!
Glücklich, dem die Ahndung eitel wär!
Jede Gegenwart und jeder Blick bekräftigt
Traum und Ahndung leider uns noch mehr.
Sag, was will das Schicksal uns bereiten?
Sag, wie band es uns so rein genau?
Ach, du warst in abgelebten Zeiten
Meine Schwester oder meine Frau.
Kanntest jeden Zug in meinem Wesen,
Spähtest, wie die reinste Nerve klingt,
Konntest mich mit einem Blicke lesen,
Den so schwer ein sterblich Aug durchdringt;
Tropftest Mäßigung dem heißen Blute,
Richtetest den wilden irren Lauf,
Und in deinen Engelsarmen ruhte
Die zerstörte Brust sich wieder auf;
Hieltest zauberleicht ihn angebunden
Und vergaukeltest ihm manchen Tag.
Welche Seligkeit glich jenen Wonnestunden,
Da er dankbar dir zu Füßen lag,
Fühlt´ sein Herz an deinem Herzen schwellen,
Fühlte sich in deinem Auge gut,
Alle seine Sinne sich erhellen
Und beruhigen sein brausend Blut!
Und von allem dem schwebt ein Erinnern
Nur noch um das ungewisse Herz,
Fühlt die alte Wahrheit ewig gleich im Innern,
Und der neue Zustand wird ihm Schmerz.
Und wir scheinen uns nur halb beseelet,
Dämmernd ist um uns der hellste Tag.
Glücklich, dass das Schicksal, das uns quälet,
Uns doch nicht verändern mag!

Wandrers Nachtlied
Der du von dem Himmel bist,
Alles Leid und Schmerzen stillest,
Den, der doppelt elend ist,
Doppelt mit Erquickung füllest,
Ach, ich bin des Treibens müde!
Was soll all der Schmerz und Lust?
Süßer Friede,
Komm, ach komm in meine Brust!
Urworte, orphisch
??????, Dämon
Wie an dem Tag, der dich der Welt verliehen,
Die Sonne stand zum Gruße der Planeten,
Bist alsobald und fort und fort gediehen
Nach dem Gesetz, wonach du angetreten.
So mußt du sein, dir kannst du nicht entfliehen,
So sagten schon Sibyllen, so Propheten;
Und keine Zeit und keine Macht zerstückelt
Geprägte Form, die lebend sich entwickelt.
????, Das Zufällige
Die strenge Grenze doch umgeht gefällig
Ein Wandelndes, das mit und um uns wandelt;
Nicht einsam bleibst du, bildest dich gesellig,
Und handelst wohl so, wie ein andrer handelt:
Im Leben ists bald hin-, bald widerfällig,
Es ist ein Tand und wird so durchgetandelt.
Schon hat sich still der Jahre Kreis geründet,
Die Lampe harrt der Flamme, die entzündet.
????, Liebe
Die bleibt nicht aus! – Er stürzt vom Himmel nieder,
Wohin er sich aus alter Öde schwang,
Er schwebt heran auf luftigem Gefieder
Um Stirn und Brust den Frühlingstag entlang,
Scheint jetzt zu fliehn, vom Fliehen kehrt er wieder:
Da wird ein Wohl im Weh, so süß und bang.
Gar manches Herz verschwebt im Allgemeinen,
Doch widmet sich das edelste dem Einen.
??????, Nötigung
Da ist’s denn wieder, wie die Sterne wollten:
Bedingung und Gesetz; und aller Wille
Ist nur ein Wollen, weil wir eben sollten,
Und vor dem Willen schweigt die Willkür stille;
Das Liebste wird vom Herzen weggescholten,
Dem harten Muß bequemt sich Will und Grille.
So sind wir scheinfrei denn, nach manchen Jahren
Nur enger dran, als wir am Anfang waren.
?????, Hoffnung
Doch solcher Grenze, solcher ehrnen Mauer
Höchst widerwärtge Pforte wird entriegelt,
Sie stehe nur mit alter Felsendauer!
Ein Wesen regt sich leicht und ungezügelt:
Aus Wolkendecke, Nebel, Regenschauer
Erhebt sie uns, mit ihr, durch sie beflügelt,
Ihr kennt sie wohl, sie schwärmt durch alle Zonen –
Ein Flügelschlag – und hinter uns Äonen!
Selige Sehnsucht
Sagt es niemand, nur den Weisen,
Weil die Menge gleich verhöhnet,
Das Lebend’ge will ich preisen,
Das nach Flammentod sich sehnet.
In der Liebesnächte Kühlung,
Die dich zeugte, wo du zeugtest,
Überfällt dich fremde Fühlung
Wenn die stille Kerze leuchtet.
Nicht mehr bleibest du umfangen
In der Finsternis Beschattung,
Und dich reißet neu Verlangen
Auf zu höherer Begattung.
Keine Ferne macht dich schwierig,
Kommst geflogen und gebannt,
Und zuletzt, des Lichts begierig,
Bist du Schmetterling verbrannt,
Und so lang du das nicht hast,
Dieses: Stirb und Werde!
Bist du nur ein trüber Gast
Auf der dunklen Erde.
Nur wer die Sehnsucht kennt
Nur wer die Sehnsucht kennt,
Weiß, was ich leide!
Allein und abgetrennt
Von aller Freude,
Seh´ ich ans Firmament
Nach jener Seite.
Ach! der mich liebt und kennt,
Ist in der Weite.
Es schwindelt mir, es brennt
Mein Eingeweide.
Nur wer die Sehnsucht kennt,
Weiß, was ich leide!

Nähe des Geliebten
Ich denke dein, wenn mir der Sonne Schimmer
Vom Meere strahlt;
Ich denke dein, wenn sich des Mondes Flimmer
In Quellen malt.
Ich sehe dich, wenn auf dem fernen Wege
Der Staub sich hebt;
In tiefer Nacht, wenn auf dem schmalen Stege
Der Wandrer bebt.
Ich höre dich, wenn dort mit dumpfem Rauschen
Die Welle steigt.
Im stillen Haine geh ich oft zu lauschen,
Wenn alles schweigt.
Ich bin bei dir, du seist auch noch so ferne.
Du bist mir nah!
Die Sonne sinkt, bald leuchten mir die Sterne.
O wärst du da!
Natur und Kunst
Natur und Kunst, sie scheinen sich zu fliehen,
Und haben sich, eh’ man es denkt, gefunden;
Der Widerwille ist auch mir verschwunden,
Und beide scheinen gleich mich anzuziehen.
Es gilt wohl nur ein redliches Bemühen!
Und wenn wir erst in abgemeßnen Stunden
Mit Geist und Fleiß uns an die Kunst gebunden,
Mag frei Natur im Herzen wieder glühen.
So ist’s mit aller Bildung auch beschaffen:
Vergebens werden ungebundne Geister
Nach der Vollendung reiner Höhe streben.
Wer Großes will, muß sich zusammen raffen;
In der Beschränkung zeigt sich erst der Meister,
Und das Gesetz nur kann uns Freiheit geben.
Hochzeitlied
Wir singen und sagen vom Grafen so gern,
Der hier in dem Schlosse gehauset,
Da, wo ihr den Enkel des seligen Herrn,
Den heute vermählten, beschmauset.
Nun hatte sich jener im heiligen Krieg
Zu Ehren gestritten durch mannigen Sieg,
Und als er zu Hause vom Rösselein stieg,
Da fand er sein Schlösselein oben;
Doch Diener und Habe zerstoben.
Das Heimische findest du schlimmer!
Zum Fenster, da ziehen die Winde hinaus,
Sie kommen durch alle die Zimmer.
>>Was wäre zu tun in der herbstlichen Nacht?
So hab ich doch manche noch schlimmer vollbracht,
Der Morgen hat alles wohl besser gemacht.
Drum rasch bei der mondlichen Helle
Ins Bett, in das Stroh, ins Gestelle!<< Und als er im willigen Schummer so lag, Bewegt es sich unter dem Bette. >>Die Ratte, die raschle, solange sie mag!
Ja, wenn sie ein Bröselein hätte!<< Doch siehe! da stehet ein winziger Wicht Ein Zwerglein so zierlich mit Ampelenlicht, Mit Rednergebärden und Sprechergewicht, Zum Fuß des ermüdeten Grafen, Der, schläft er nicht, möcht er doch schlafen. >>Wir haben uns Feste hier oben erlaubt,
Seitdem du die Zimmer verlassen,
Und weil wir dich weit in der Ferne geglaubt,
So dachten wir eben zu prassen.
Und wenn du vergönnest und wenn dir nicht graut,
So schmausen die Zwerge, behaglich und laut,
Zu Ehren der reichen, der niedlichen Braut.<< Der Graf im Behagen des Traumes: >>Bedienet euch immer des Raumes!<< Da kommen drei Reiter, sie reiten hervor, Die unter dem Bette gehalten; Dann folget ein singendes, klingendes Chor Possierlicher, kleiner Gestalten; Und Wagen auf Wagen mit allem Gerät, Daß einem so Hören als Sehen vergeht, Wie’s nur in den Schlössern der Könige steht; Zuletzt auf vergoldetem Wagen Die Braut und die Gäste getragen. So rennet nun alles in vollem Galopp Und kürt sich im Saale sein Plätzchen; Zum Drehen und Walzen und lustigen Hopp Erkieset sich jeder ein Schätzchen. Da pfeift es und geigt es und klinget und klirrt, Da ringelt’s und schleift es und rauschet und wirrt, Da pispert’s und knistert’s und flüstert’s und schwirrt; Das Gräflein, es blicket hinüber, Es dünkt ihn, als läg er im Fieber. Nun dappelt’s und rappelt’s und klappert’s im Saal Von Bänken und Stühlen und Tischen, Da will nun ein jeder am festlichen Mahl Sich neben dem Liebchen erfrischen; Sie tragen die Würste, die Schinken so klein Und Braten und Fisch und Geflügel herein, Es kreiset beständig der köstliche Wein; Das toset und koset so lange, Verschwindet zuletzt mit Gesange. – Und sollen wir singen, was weiter geschehn, So schweige das Toben und Tosen! Denn was er, so artig, im Kleinen gesehn, Erfuhr er, genoß er im Großen. Trompeten und klingender, singender Schall Und Wagen und Reiter und bräutlicher Schwall, Sie kommen und zeigen und neigen sich all, Unzählige, selige Leute. So ging es und geht es noch heute. Grenzen der Menschheit Wenn der uralte, Heilige Vater Mit gelassener Hand Aus rollenden Wolken Segnende Blitze Über die Erde sät Küss ich den letzten Saum seines Kleides, Kindliche Schauer Treu in der Brust. Denn mit Göttern Soll sich nicht messen Irgend ein Mensch. Hebt er sich aufwärts Und berührt Mit dem Scheitel die Sterne, Nirgends haften dann Die unsichern Sohlen, Und mit ihm spielen Wolken und Winde. Steht er mit festen, Markigen Knochen Auf der wohlgegründeten Dauernden Erde, Reicht er nicht auf, Nur mit der Eiche Oder der Rebe Sich zu vergleichen. Was underscheidet Götter von Menschen? Daß viele Wellen Vor jenen wandeln, Ein ewiger Strom: Uns hebt die Welle, Verschlingt die Welle, Und wir versinken. Ein kleiner Ring Begrenzt unser Leben, Und viele Geschlechter Reihen sie dauernd, An ihres Daseins Unendliche Kette. Gesang der Geister über den Wassern Des Menschen Seele Gleicht dem Wasser: Vom Himmel kommt es, Zum Himmel steigt es, Und wieder nieder Zur Erde muß es, Ewig wechselnd. Strömt von der hohen, Steilen Felswand Der reine Strahl, Dann stäubt er lieblich In Wolkenwellen Zum glatten Fels, Und leicht empfangen Wallt er verschleiernd, Leisrauschend Zur Tiefe nieder. Ragen Klippen Dem Sturz entgegen, Schäumt er unmutig Stufenweise Zum Abgrund. Im flachen Bette Schleicht er das Wiesental hin, Und in dem glatten See Weiden ihr Antlitz Alle Gestirne. Wind ist der Welle Lieblicher Buhler; Wind mischt vom Grund aus Schäumende Wogen. Seele des Menschen, Wie gleichst du dem Wasser! Schicksal des Menschen, Wie gleichst du dem Wind! Gefunden Ich ging im Walde So für mich hin, Und nichts zu suchen, Das war mein Sinn. Im Schatten sah ich Ein Blümchen stehn, Wie Sterne leuchtend, Wie Äuglein schön. Ich wollt es brechen, Da sagt es fein: Soll ich zum Welken Gebrochen sein ? Ich grub’s mit allen Den Würzlein aus, Zum Garten trug ich’s Am hübschen Haus. Und pflanzt es wieder Am stillen Ort; Nun zweigt es immer Und blüht so fort. Ein Gleiches Über allen Gipfeln Ist Ruh, In allen Wipfeln Spürest du Kaum einen Hauch; Die Vögelein schweigen im Walde. Warte nur, balde Ruhest du auch. Der Zauberlehrling Hat der alte Hexenmeister Sich doch einmal wegbegeben! Und nun sollen seine Geister Auch nach meinem Willen leben. Seine Wort´ und Werke Merkt ich und den Brauch, Und mit Geistesstärke Tu ich Wunder auch. Walle! walle Manche Strecke, Daß, zum Zwecke, Wasser fließe Und mit reichem, vollem Schwalle Zu dem Bade sich ergieße. Und nun komm, du alter Besen! Nimm die schlechten Lumpenhüllen; Bist schon lange Knecht gewesen: Nun erfülle meinen Willen! Auf zwei Beinen stehe, Oben sei ein Kopf, Eile nun und gehe Mit dem Wassertopf! Walle! walle Manche Strecke, Daß, zum Zwecke, Wasser fließe Und mit reichem, vollem Schwalle Zu dem Bade sich ergieße. Seht, er läuft zum Ufer nieder, Wahrlich! ist schon an dem Flusse, Und mit Blitzesschnelle wieder Ist er hier mit raschem Gusse. Schon zum zweiten Male! Wie das Becken schwillt! Wie sich jede Schale Voll mit Wasser füllt! Stehe! stehe! Denn wir haben Deiner Gaben Vollgemessen! – Ach, ich merk es! Wehe! wehe! Hab ich doch das Wort vergessen! Ach, das Wort, worauf am Ende Er das wird, was er gewesen. Ach, er läuft und bringt behende! Wärst du doch der alte Besen! Immer neue Güsse Bringt er schnell herein, Ach! und hundert Flüsse Stürzen auf mich ein. Nein, nicht länger Kann ichs lassen; Will ihn fassen. Das ist Tücke! Ach! nun wird mir immer bänger! Welche Miene! welche Blicke! O, du Ausgeburt der Hölle! Soll das ganze Haus ersaufen? Seh ich über jede Schwelle Doch schon Wasserströme laufen. Ein verruchter Besen, Der nicht hören will! Stock, der du gewesen, Steh doch wieder still! Willst am Ende Gar nicht lassen? Will dich fassen, Will dich halten Und das alte Holz behende Mit dem scharfen Beile spalten. Seht, da kommt er schleppend wieder! Wie ich mich nur auf dich werfe, Gleich, o Kobold, liegst du nieder; Krachend trifft die glatte Schärfe. Wahrlich! brav getroffen! Seht, er ist entzwei! Und nun kann ich hoffen, Und ich atme frei! Wehe! wehe! Beide Teile Stehn in Eile Schon als Knechte Völlig fertig in die Höhe! Helft mir, ach! ihr hohen Mächte! Und sie laufen! Naß und nässer. Wirds im Saal und auf den Stufen. Welch entsetzliches Gewässer! Herr und Meister! hör mich rufen! – Ach, da kommt der Meister! Herr, die Not ist groß! Die ich rief, die Geister Werd ich nun nicht los. “In die Ecke, Besen! Besen! Seids gewesen. Denn als Geister Ruft euch nur, zu seinem Zwecke, Erst hervor der alte Meister.” Der Sänger Was hör ich draußen vor dem Tor, Was auf der Brücke schallen? Laß den Gesang vor unserm Ohr Im Saale widerhallen! Der König sprachs, der Page lief; Der Knabe kam, der König rief: Laßt mir herein den Alten! Gegrüßet seid mir, edle Herrn, Gegrüßt ihr, schöne Damen! Welch reicher Himmel, Stern bei Stern! Wer kennet ihre Namen? Im Saal von Pracht und Herrlichkeit Schließt, Augen, euch; hier ist nicht Zeit, Sich staunend zu ergetzen. Der Sänger drückt’ die Augen ein Und schlug in vollen Tönen; Die Ritter schauten mutig drein, Und in den Schoß die Schönen. Der König, dem das Lied gefiel, Ließ, ihn zu ehren für sein Spiel, Eine goldne Kette holen. Die goldne Kette gib mir nicht, Die Kette gib den Rittern, Vor deren kühnem Angesicht Der Feinde Lanzen splittern; Gib sie dem Kanzler, den du hast, Und laß ihn noch die goldne Last Zu andern Lasten tragen. Ich singe, wie der Vogel singt, Der in den Zweigen wohnet; Das Lied, das aus der Kehle dringt, Ist Lohn, der reichlich lohnet. Doch darf ich bitten, bitt ich eins: Laß mir den besten Becher Weins In purem Golde reichen. Er setzt’ ihn an, er trank ihn aus: O Trank voll süßer Labe! O wohl dem hochbeglückten Haus, Wo das ist kleine Gabe! Ergehts euch wohl, so denkt an mich, Und danket Gott so warm, als ich Für diesen Trunk euch danke. Der Gott und die Bajadere (Indische Legende) Mahadöh, der Herr der Erde, Kommt herab zum sechsten Mal, Daß er unsersgleichen werde, Mitzufühlen Freud und Qual. Er bequemt sich, hier zu wohnen, Läßt sich alles selbst geschehn. Soll er strafen oder schonen, Muß er Menschen menschlich sehn. Und hat er die Stadt sich als Wandrer betrachtet, Die Großen belauert, auf Kleine geachtet, Verläßt er sie abends, um weiterzugehn. Als er nun hinausgegangen, Wo die letzten Häuser sind, Sieht er, mit gemalten Wangen, Ein verlornes schönes Kind. >Grüß dich, Jungfrau !< – >Dank der Ehre!<
Wart, ich komme gleich hinaus.< – >Und wer bist du?< ->Bajadere,
Und dies ist der Liebe Haus.< Sie rührt sich, die Zimbeln zum Tanze zu schlagen, Sie weiß sich so lieblich im Kreise zu tragen, Sie neigt sich und biegt sich und reicht ihm den Strauß. Schmeichelnd zieht sie ihn zur Schwelle, Lebhaft ihn ins Haus hinein: >Schöner Fremdling, lampenhelle
Soll sogleich die Hütte sein.
Bist du müd, ich will dich laben,
Lindern deiner Füße Schmerz.
Was du willst, das sollst du haben,
Ruhe, Freuden oder Scherz.< Sie lindert geschäftig geheuchelte Leiden. Der Göttliche lächelt; er siehet mit Freuden Durch tiefes Verderben ein menschliches Herz. Und er fordert Sklavendienste; Immer heitrer wird sie nur, Und des Mädchens frühe Künste Werden nach und nach Natur. Und so stellet auf die Blüte Bald und bald die Frucht sich ein; Ist Gehorsam im Gemüte, Wird nicht fern die Liebe sein. Aber sie schärfer und schärfer zu prüfen, Wählet der Kenner der Höhen und Tiefen Lust und Entsetzen und grimmige Pein. Und er küßt die bunten Wangen, Und sie fühlt der Liebe Qual, Und das Mädchen steht gefangen, Und sie weint zum erstenmal, Sinkt zu seinen Füßen nieder, Nicht um Wollust noch Gewinst, Ach, und die gelenken Glieder, Sie versagen allen Dienst. Und so zu des Lagers vergnüglicher Feier Bereiten den dunklen, behaglichen Schleier Die nächtlichen Stunden, das schöne Gespinst. Spät entschlummert unter Scherzen, Früh erwacht nach kurzer Rast, Findet sie an ihrem Herzen Tot den vielgeliebten Gast. Schreiend stürzt sie auf ihn nieder; Aber nicht erweckt sie ihn, Und man trägt die starren Glieder Bald zur Flammengrube hin. Sie höret die Priester. die Totengesänge, Sie raset und rennet und teilet die Menge. >Wer bist du? Was drängt zu der Grube dich hin?< Bei der Bahre stürzt sie nieder, Ihr Geschrei durchdringt die Luft: >Meinen Gatten will ich wieder!
Und ich such ihn in der Gruft.
Soll zu Asche mir zerfallen
Dieser Glieder Götterpracht?
Mein! er war es, mein vor allen!
Ach, nur Eine süße Nacht!< Es singen die Priester: >Wir tragen die Alten,
Nach langem Ermatten und spätem Erkalten,
Wir tragen die Jugend, noch eh sie’s gedacht.
Höre deiner Priester Lehre:
Dieser war dein Gatte nicht.
Lebst du doch als Bajadere,
Und so hast du keine Pflicht.
Nur dem Körper folgt der Schatten
In das stille Totenreich;
Nur die Gattin folgt dem Gatten:
Das ist Pflicht und Ruhm zugleich. –
Ertöne, Drommete, zu heiliger Klage!
O nehmet, ihr Götter! die Zierde der Tage,
O nehmet den Jüngling in Flammen zu euch!<
So das Chor, das ohn Erbarmen
Mehret ihres Herzens Not;
Und mit ausgestreckten Armen
Springt sie in den heißen Tod.
Doch der Götterjüngling hebet
Aus der Flamme sich empor,
Und in seinen Armen schwebet
Die Geliebte mit hervor.
Es freut sich die Gottheit der reuigen Sünder;
Unsterbliche heben verlorene Kinder
Mit feurigen Armen zum Himmel empor.
Der Fischer
Das Wasser rauscht’, das Wasser schwoll,
ein Fischer saß daran,
sah nach dem Angel ruhevoll,
kühl bis ans Herz hinan.
Und wie er sitzt und wie er lauscht,
teilt sich die Flut empor;
aus dem bewegten Wasser rauscht
ein feuchtes Weib hervor.
Sie sang zu ihm, sie sprach zu ihm:
Was lockst du meine Brut
mit Menschenwitz und Menschenlist
hinauf in Todesglut?
Ach wüßtest du, wie’s Fischlein ist
so wohlig auf dem Grund,
du stiegst herunter, wie du bist,
und würdest erst gesund.
Labt sich die liebe Sonne nicht,
der Mond sich nicht im Meer?
Kehrt wellenatmend ihr Gesicht
nicht doppelt schöner her?
Lockt dich der tiefe Himmel nicht,
das feuchtverklärte Blau?
Lockt dich dein eigen Angesicht
nicht her in ew’gen Tau?
Das Wasser rauscht’, das Wasser schwoll,
netzt’ ihm den nackten Fuß;
sein Herz wuchs ihm so sehnsuchtsvoll,
wie bei der Liebsten Gruß.
Sie sprach zu ihm, sie sang zu ihm;
da war’s um ihn geschehn:
Halb zog sie ihn, halb sank er hin
und ward nicht mehr gesehn
Das Göttliche
Edel sei der Mensch,
Hilfreich und gut!
Denn das allein
Unterscheidet ihn
Von allen Wesen,
Die wir kennen.
Heil den unbekannten
Höhern Wesen,
Die wir ahnen!
Ihnen gleiche der Mensch!
Sein Beispiel lehr uns
Jene glauben.
Denn unfühlend
Ist die Natur:
Es leuchtet die Sonne
Über Bös und Gute,
Und dem Verbrecher
Glänzen wie dem Besten
Der Mond und die Sterne.
Wind und Ströme,
Donner und Hagel
Rauschen ihren Weg
Und ergreifen
Vorüber eilend
Einen um den andern.
Auch so das Glück
Tappt unter die Menge,
Faßt bald des Knaben
Lockige Unschuld,
Bald auch den kahlen
Schuldigen Scheitel.
Nach ewigen, ehrnen,
Großen Gesetzen
Müssen wir alle
Unsreres Daseins
Kreise vollenden.
Nur allein der Mensch
Vermag das Unmögliche:
Er unterscheidet,
Wählet und richtet;
Er kann dem Augenblick
Dauer verleihen.
Er allein darf
Den Guten lohnen,
Den Bösen strafen,
Heilen und retten,
Alles Irrende, Schweifende
Nützlich verbinden.
Und wir verehren
Die Unsterblichen,
Als wären sie Menschen,
Täten im großen,
Was der Beste im kleinen
Tut oder möchte.
Der edle Mensch
Sei hilfreich und gut!
Unermüdet schaff er
Das Nützliche, Rechte,
Sei uns ein Vorbild
Jener geahneten Wesen!
Beherzigung
Ach, was soll der Mensch verlangen?
Ist es besser, ruhig bleiben?
Klammernd fest sich anzuhangen?
Ist es besser, sich zu treiben?
Soll er sich ein Häuschen bauen?
Soll er unter Zelten leben?
Soll er auf die Felsen trauen?
Selbst die festen Felsen beben.
Eines schickt sich nicht für alle.
Sehe jeder, wie er’s treibe,
Sehe jeder, wo er bleibe,
Aus Pandora
Wer von der Schönen zu scheiden verdammt ist,
Fliehe mit abgewendetem Blick
Wie er, sie schauend, im Tiefsten entflammt ist,
Zieht sie, ach! reißt sie ihn ewig zurück.
Frage dich nicht in der Nähe der Süßen:
Scheidet sie? scheid ich? Ein grimmiger Schmerz
Fasset im Krampf dich, du liegst ihr zu Füßen,
und die Verzweiflung zerreißt dir das Herz.
Kannst du dann weinen und siehst sie durch Tränen
Fernende Tränen, als wäre sie fern:
Bleib! Noch ists möglich! Der Liebe, dem Sehnen
Neigt sich der Nacht unbeweglichster Stern.
Fasse sie wieder! Empfindet selbander
Euer Besitzen und euren Verlust!
Schlägt nicht ein Wetterstrahl euch auseinander,
Inniger dränget sich Brust nur an Brust.
Wer von der Schönen zu scheiden verdammt ist,
Fliehe mit abgewendetem Blick
Wie er, sie schauend, im Tiefsten entflammt ist,
Zieht sie, ach! reißt sie ihn ewig zurück.

An den Mond
Füllest wieder Busch und Tal
Still mit Nebelglanz,
Lösest endlich auch einmal
Meine Seele ganz;
Breitest über mein Gefild
Lindernd deinen Blick,
Wie des Freundes Auge mild
Über mein Geschick.
Jeden Nachklang fühlt mein Herz
Froh- und trüber Zeit,
Wandle zwischen Freud’ und Schmerz
In der Einsamkeit.
Fließe, fließe, lieber Fluß!
Nimmer werd’ ich froh;
So verrauschte Scherz und Kuß
Und die Treue so.
Ich besaß es doch einmal,
was so köstlich ist!
Daß man doch zu seiner Qual
Nimmer es vergißt!
Rausche, Fluß, das Tal entlang,
Ohne Rast und Ruh,
Rausche, flüstre meinem Sang
Melodien zu!
Wenn du in der Winternacht
Wütend überschwillst
Oder um die Frühlingspracht
Junger Knospen quillst.
Selig, wer sich vor der Welt
Ohne Haß verschließt,
Einen Freund am Busen hält
Und mit dem genießt,
Was, von Menschen nicht gewußt
Oder nicht bedacht,
Durch das Labyrinth der Brust
Wandelt in der Nacht.
Willkommen und Abschied
Es schlug mein Herz, geschwind, zu Pferde!
Es war getan fast eh gedacht.
Der Abend wiegte schon die Erde,
Und an den Bergen hing die Nacht;
Schon stand im Nebelkleid die Eiche
Ein aufgetürmter Riese, da,
Wo Finsternis aus dem Gesträuche
Mit hundert schwarzen Augen sah.
Der Mond von einem Wolkenhügel
Sah kläglich aus dem Duft hervor,
Die Winde schwangen leise Flügel,
Umsausten schauerlich mein Ohr;
Die Nacht schuf tausend Ungeheuer,
Doch frisch und fröhlich war mein Mut:
In meinen Adern welches Feuer!
In meinem Herzen welche Glut!
Dich sah ich, und die milde Freude
Floß von dem süßen Blick auf mich;
Ganz war mein Herz an deiner Seite
Und jeder Atemzug für dich.
Ein rosenfarbnes Frühlingswetter
Umgab das liebliche Gesicht,
Und Zärtlichkeit für mich – ihr Götter!
Ich hofft es, ich verdient es nicht!
Doch ach, schon mit der Morgensonne
Verengt der Abschied mir das Herz:
In deinen Küssen welche Wonne!
In deinem Auge welcher Schmerz!
Ich ging, du standst und sahst zur Erden
Und sahst mir nach mit nassem Blick:
Und doch, welch Glück, geliebt zu werden!
Und lieben, Götter, welch ein Glück!
Rastlose Liebe
Dem Schnee, dem Regen,
Dem Wind entgegen,
Im Dampf der Klüfte,
Durch Nebeldüfte,
Immer zu! Immer zu!
Ohne Rast und Ruh!
Lieber durch Leiden
Möcht ich mich schlagen,
Als so viel Freuden
Des Lebens ertragen.
Alle das Neigen
Von Herzen zu Herzen,
Ach, wie so eigen
Schaffet das Schmerzen!
Wie – soll ich fliehen?
Wälderwärts ziehen?
Alles vergebens!
Krone des Lebens,
Glück ohne Ruh,
Liebe, bist du!
Prometheus
Bedecke deinen Himmel, Zeus,
Mit Wolkendunst
Und übe, dem Knaben gleich,
Der Disteln köpft,
An Eichen dich und Bergeshöhn;
Musst mir meine Erde
Doch lassen stehn
Und meine Hütte, die du nicht gebaut,
Und meinen Herd,
Um dessen Glut
Du mich beneidest.
Ich kenne nichts Ärmeres
Unter der Sonn als euch, Götter!
Ihr nähret kümmerlich
Von Opfersteuern
Und Gebetshauch
Eure Majestät
Und darbtet, wären
Nicht Kinder und Bettler
Hoffnungsvolle Toren.
Da ich ein Kind war,
Nicht wusste, wo aus noch ein,
Kehrt ich mein verirrtes Auge
Zur Sonne, als wenn drüber wär
Ein Ohr, zu hören meine Klage,
Ein Herz wie meins,
Sich des Bedrängten zu erbarmen.
Wer half mir
Wider der Titanen Übermut?
Wer rettete vom Tode mich,
Von Sklaverei?
Hast du nicht alles selbst vollendet,
Heilig glühend Herz?
Und glühtest jung und gut,
Betrogen, Rettungsdank
Dem Schlafenden da droben?
Ich dich ehren? Wofür?
Hast du die Schmerzen gelindert
Je des Beladenen?
Hast du die Tränen gestillet
Je des Geängsteten?
Hat nicht mich zum Manne geschmiedet
Die allmächtige Zeit
Und das ewige Schicksal,
Meine Herrn und deine?
Wähntest du etwa,
Ich sollte das Leben hassen,
In Wüsten fliehen,
Weil nicht alle
Blütenträume reiften?
Hier sitz ich, forme Menschen
Nach meinem Bilde,
Ein Geschlecht, das mir gleich sei,
Zu leiden, zu weinen,
Zu genießen und zu freuen sich,
Und dein nicht zu achten,
Wie ich!
Ob ich dich liebe, weiß ich nicht
Ob ich dich liebe, weiß ich nicht.
Seh ich nur einmal dein Gesicht,
Seh dir ins Auge nur einmal,
Frei wird mein Herz von aller Qual.
Gott weiß, wie mir so wohl geschicht!
Ob ich dich liebe, weiß ich nicht.

Mignon
Kennst du das Land, wo die Zitronen blühn,
Im dunklen Laub die Goldorangen glühn,
Ein sanfter Wind vom blauen Himmel weht,
Die Myrte still und hoch der Lorbeer steht?
Kennst du es wohl?
Dahin, dahin
Möcht ich mit dir, o mein Geliebter, ziehn!
Kennst du das Haus? Auf Säulen ruht sein Dach.
Es glänzt der Saal, es schimmert das Gemach,
Und Marmorbilder stehn und sehn mich an:
Was hat man dir, du armes Kind, getan?-
Kennst du es wohl?
Dahin, dahin
Möcht ich mit dir, o mein Beschützer, ziehn!
Kennst du den Berg und seinen Wolkensteg?
Das Maultier sucht im Nebel seinen Weg.
In Höhlen wohnt der Drachen alte Brut.
Es stürzt der Fels und über ihn die Flut.
Kennst du ihn wohl?
Dahin, dahin
Geht unser Weg.
O Vater, lass uns ziehn!
Mailied/Maifest
Wie herrlich leuchtet
mir die Natur!
Wie glänzt die Sonne!
Wie lacht die Flur!
Es dringen Blüten
aus jedem Zweig
und tausend Stimmen
aus dem Gesträuch.
Und Freud und Wonne
aus jeder Brust.
O Erd, o Sonne!
O Glück, o Lust!
O Lieb, o Liebe!
So golden schön,
wie Morgenwolken
auf jenen Höhn!
Du segnest herrlich
das frische Feld,
im Blütendampfe
die volle Welt.
O Mädchen, Mädchen,
wie lieb ich dich!
Wie blinkt dein Auge!
Wie liebst Du mich!
So liebt die Lerche
Gesang und Luft,
und Morgenblumen
den Himmelsduft,
wie ich dich liebe
mit warmem Blut
die du mir Jugend
und Freud und Mut
zu neuen Liedern
und Tänzen gibst.
Sei ewig glücklich,
wie du mich liebst!

Heidenröslein
Sah ein Knab ein Röslein stehn,
Röslein auf der Heiden,
War so jung und morgenschön
Lief er schnell es nah zu sehn
Sah’s mit vielen Freuden
Röslein, Röslein, Röslein rot,
Röslein auf der Heiden.
Knabe sprach: “Ich breche dich,
Röslein auf der Heiden.”
Röslein sprach: “Ich steche dich,
Daß du ewig denkst an mich,
Und ich will’s nicht leiden.”
Röslein, Röslein, Röslein rot,
Röslein auf der Heiden.
Und der wilde Knabe brach
‘s Röslein auf der Heiden;
Röslein wehrte sich und stach,
Half ihm doch kein Weh und Ach,
Mußt es eben leiden.
Röslein, Röslein, Röslein rot,
Röslein auf der Heiden.

Erlkönig
Wer reitet so spät durch Nacht und Wind?
Es ist der Vater mit seinem Kind;
er hat den Knaben wohl in dem Arm,
er fasst ihn sicher, er hält ihn warm.
Mein Sohn, was birgst du so bang dein Gesicht? –
Siehst Vater, du den Erlkönig nicht?
Den Erlenkönig mit Kron’ und Schweif? –
Mein Sohn, es ist ein Nebelstreif.
“Du liebes Kind, komm, geh mit mir!
Gar schöne Spiele spiel’ ich mit dir;
manch bunte Blumen sind an dem Strand,
meine Mutter hat manch gülden Gewand.”
Mein Vater, mein Vater, und hörest du nicht,
was Erlenkönig mir leise verspricht? –
Sei ruhig, bleibe ruhig, mein Kind:
In dürren Blättern säuselt der Wind.
“Willst, feiner Knabe, du mit mir gehn?
Meine Töchter sollen dich warten schön;
meine Töchter führen den nächtlichen Reihn,
und wiegen und tanzen und singen dich ein.”
Mein Vater, mein Vater und siehst du nicht dort
Erlkönigs Töchter am düstern Ort? –
Mein Sohn, mein Sohn, ich seh’ es genau:
Es scheinen die alten Weiden so grau.
“Ich liebe dich, mich reizt deine schöne Gestalt;
und bist du nicht willig, so brauch ich Gewalt.”
Mein Vater, mein Vater, jetzt fasst er mich an!
Erlkönig hat mir ein Leids getan! –
Dem Vater grauset’s, er reitet geschwind,
er hält in den Armen das ächzende Kind,
erreicht den Hof mit Mühe und Not;
in seinen Armen das Kind war tot
Der König in Thule
Es war ein König in Thule,
Gar treu bis an das Grab,
Dem sterbend seine Buhle
Einen goldnen Becher gab.
Es ging ihm nichts darüber,
Er leert’ ihn jeden Schmaus,
Die Augen gingen ihm über,
So oft er trank daraus.
Und als er kam zu sterben,
Zählt’ er seine Städt’ im Reich,
Gönnt’ alles seinen Erben,
Den Becher nicht zugleich.
Er saß beim Königsmahle,
Die Ritter um ihn her,
Auf hohem Vätersaale,
Dort auf dem Schloß am Meer.
Dort stand der alte Zecher,
Trank letzte Lebensglut
Und warf den heil’gen Becher
Hinunter in die Flut.
Er sah ihn stürzen, trinken
Und sinken tief ins Meer.
Die Augen täten ihm sinken:
Trank nie einen Tropfen mehr.
Un re in Thule c’era
fedele fino alla tomba,
morendo la sua bella
gli diede un’aurea coppa.

Nulla gli era più caro,
nei banchetti ci beveva ogni volta,
spuntava nei suoi occhi il pianto,
se beveva da questa coppa.

Enumerò, la morte era prossima,
le città e i domini che aveva,
lasciò agli eredi ogni cosa,
ma la coppa insieme non c’era.

Sedeva, in mezzo a tanti
cavalieri, al banchetto regale,
nell’eccelsa sala degli avi,
là, nel castello sul mare.

Qui il vecchio bevitore bevve
della vita l’ultimo ardore,
e gettò la coppa sacra
giù in mezzo alle onde.

La vide cadere, riempirsi,
sparire nel mare più profondo.
Gli occhi gli si spensero
e lui non vi bevve più un sorso.

An den Mond
Schwester von dem ersten Licht,
Bild der Zärtlichkeit in Trauer,
Nebel schwimmt mit Silberschauer
Um dein reizendendes Gesicht.
Deines leisen Fußes Lauf
Weckt aus tagverschloßnen Höhlen
Traurig abgeschiedne Seelen,
Mich, und nächt’ge Vögel auf.
Forschend übersieht dein Blick
Eine großgemeßne Weite.
Hebe mich an deine Seite,
Gib der Schwärmerei dies Glück!
Und in wollustvoller Ruh
Säh’ der weitverschlagne Ritter
Durch das gläserne Gegitter
Seines Mädchens Nächten zu.
Dämmrung, wo die Wollust thront,
Schwimmt um ihre runden Glieder.
Trunken sinkt mein Blick hernieder
Was verhüllt man wohl dem Mond!
Doch was das für Wünsche sind!
Voll Begierde zu genießen,
So da droben hängen müssen
Ei, da schieltest du dich blind!

Annette an ihren Geliebten
Ich sah, wie Doris bei Damöten stand,
er nahm sie zärtlich bei der Hand.
Mit starrem Blick sahn sie einander an,
Und sahn sich um, ob nicht die Eltern wachen;
Und da sie niemand sahn,
Geschwind – jedoch genug –
sie machtens, wie wirs machen.

Annette al suo amato
Ho visto Doride accanto a Damota,
Lui le prese teneramente la mano.
Si guardarono fissi negli occhi, poi
guardarono in giro, che non vegliassero genitori;
e poiché non videro nessuno,
svelti – ma bene –
fecero come facciamo noi.

Es schlug mein Herz; geschwind zu Pferde!
Es schlug mein Herz; geschwind zu Pferde!
Und fort! wild, wie ein Held zur Schlacht.
Der Abend wiegte schon die Erde,
Und an den Bergen hing die Nacht;
Schon stund im Nebelkleid die Eiche
Wie ein getürmter Riese da,
Wo Finsternis aus dem Gesträuche
Mit hundert schwarzen Augen sah.
Der Mond von einem Wolkenhügel
Sah schläfrig aus dem Duft hervor;
Die Winde schwangen leise Flügel,
Umsausten schauerlich mein Ohr;
Die Nacht schuf tausend Ungeheuer;
Doch tausendfacher war mein Mut;
Mein Geist war ein verzehrend Feuer,
Mein ganzes Herz zerfloß in Glut.
Ich sah dich, und die milde Freude
Floß aus dem süßen Blick auf mich.
Ganz war mein Herz an deiner Seite,
Und jeder Atemzug für dich.
Ein rosafarbes Frühlingswetter
Lag auf dem lieblichen Gesicht,
Und Zärtlichkeit für mich, ihr Götter!
Ich hofft es, ich verdient es nicht.
Der Abschied, wie bedrängt, wie trübe!
Aus deinen Blicken sprach dein Herz.
In deinen Küssen welche Liebe,
O welche Wonne, welcher Schmerz!
Du gingst, ich stund und sah zur Erden,
Und sah dir nach mit nassem Blick;
Und doch, welch Glück! geliebt zu werden,
Und lieben, Götter, welch ein Glück! Mi batteva il cuore; svelto, a cavallo!
Mi batteva il cuore; svelto, a cavallo!
E via! Con l’impeto dell’eroe in battaglia.
La sera cullava già la terra,
e sui monti si posava la notte;
se ne stava vestita di nebbia la quercia,
gigantesca guardiana, là
dove la tenebre dai cespugli
con cento occhi neri guardava.
Da un cumulo di nubi la luna
sbucava assonnata tra le nebbie;
i venti agitavano le ali sommesse,
sibilavano orridi al mio orecchio;
la notte generava migliaia di mostri,
ma io mille volte più coraggio avevo;
il mio spirito era un fuoco ardente,
il mio cuore intero una brace.
Ti vidi, e una mite gioia
passò dal tuo dolce sguardo su di me;
fu tutto per te il mio cuore,
fu tuo ogni mio respiro.
Una rosea primavera
colorava l’adorabile volto,
e tenerezza per me, o numi,
m’attendevo, ma meriti non avevo.
L’addio, invece, mesto e penoso.
Dai tuoi occhi parlava il cuore;
nei tuoi baci quanto amore,
oh che delizia, e che dolore!
Partisti, e io restai, guardando a terra,
guardando te che andavi, con umido sguardo;
eppure, che gioia essere amati,
e amare, o numi, che gioia!

Holde Lili, warst so lang
Holde Lili, warst so lang
All mein Lust und all mein Sang;
Bist, ach, nun mein Schmerz, und doch
All mein Sang bist du noch. Cara Lili, sei stata a lungo
Cara Lilli, sei stata a lungo
tutta la gioia, tutto il mio canto;
adesso, ahimè, sei tutto il mio dolore, eppure
sei tutto il mio canto ancora.

Woher sind wir geboren?
Woher sind wir geboren?
Aus Lieb.
Wie wären wir verloren?
Ohn Lieb.
Was hilft uns überwinden?
Die Lieb.
Kann man auch Liebe finden?
Durch Lieb.
Was läßt nicht lange weinen?
Die Lieb.
Was soll uns stets vereinen?
Die Lieb. Da dove siamo nati?
Da dove siamo nati?
Dall’amore.
Come saremmo perduti?
Senza amore.
Cosa ci aiuta a superarci?
L’amore.
Si può trovare anche l’amore?
Con amore.
Cosa abbrevia il pianto?
L’amore.
Cosa deve unirci sempre?
L’amore.

Cupido, loser, eigensinniger Knabe!
Cupido, loser, eigenwilliger Knabe!
Du batst mich um Quartier auf einige Stunden.
Wie viele Tag’ und Nächte bist du geblieben!
Und bist nun herrisch und Meister im Hause geworden!
Von meinem breiten Lager bin ich vertrieben;
Nun sitz ich an der Erde, Nächte gequälet;
Dein Mutwill schüret Flamm auf Flamme des Herdes,
Verbrennet den Vorrat des Winters
und senget mich Armen.
Du hast mir mein Geräte verstellt und verschoben;
Ich such und bin wie blind und irre geworden.
Du lärmst so ungeschickt; ich fürchte das Seelchen
Entflieht, um dir zu entfliehn, und räumet die Hütte. Cupido, monello testardo!
Cupido, monello testardo!
M’hai chiesto un riparo per poche ore,
e quanti giorni e notti sei rimasto!
Adesso il padrone in casa mia sei tu!
Sono scacciato dal mio ampio letto;
sto per terra, e di notte mi tormento;
il tuo capriccio attizza fiamma su fiamma nel fuoco,
brucia le scorte d’inverno
e arde me misero.
Hai spostato e scompigliato gli oggetti miei,
io cerco, e sono come cieco e smarrito.
Strepiti senza ritegno, e io temo che l’animula
fugga via per sfuggire te, e abbandoni questa capanna.

Wisst ihr, wie ich gewiß euch Epigramme…
Wisst ihr,
wie ich gewiss euch Epigramme zu Scharen fertige,
führet mich nur weit von meiner Liebsten hinweg. Sapete come vi darei epigrammi…
Sapete
come vi darei epigrammi a non finire?
Basta portarmi via, lontano dal mio amore.

Im Vorübergehn
Ich ging im Felde
So für mich hin,
Und nichts zu suchen,
Das war mein Sinn.
Da stand ein Blümchen
Sogleich so nah,
dass ich im Leben
Nichts lieber sah.
Ich wollt es brechen,
da sagt es schleunig:
Ich habe Wurzeln,
Die sind gar heimlich.
Im tiefen Boden
bin ich gegründet;
Drum sind die Blüten
So schön geründet.
Ich kann nicht liebeln,
Ich kann nicht schranzen;
musst mich nicht brechen,
musst mich verpflanzen. Mentre andavo
Andavo per i campi
così, per conto mio,
e non cercare niente
era quello che volevo.
E lì c’era un fiorellino,
subito lì, vicino,
che nella vita mai
ne vidi uno più bello.
Volevo coglierlo,
ma il fiore mi disse:
possiedo radici,
e sono ben nascoste.
Giù nel profondo
sono interrato;
per questo i miei fiori
son belli tondi.
Non so amoreggiare,
non so adulare;
non cogliermi devi,
ma trapiantare.

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