L’esercito del lavoro (13 luglio 1934)

FORZE DELLA MUOVA GERMANIA

L’Esercito del lavoro

BERLINO, luglio.

 

Di tutte le istituzioni del Nazionalsocialismo la beniamina, perchè la più autenticamente e rappresentativamente tedesca, è senza dubbio il Servizio di Lavoro, come quella tra tutte che realizza il massimo di Idealismus nonché di Gemeinschaft o «comunanza» ; le quali sono, come tutti sanno, le due magicissime parole che, a dirle di primo acchito a qualsiasi tedesco, ve lo fate amico sicuramente e per tutta la vita… Vogliamo noi forse con ciò affermare che il popolo tedesco sia, fra tutti i popoli della terra, quello che più realizza di queste due belle virtù, e ciò a costo di metterci a tu per tu con tanti secoli di storia tedesca che avanzano serrati in fila, tronfi di molto materialismo e di sensualismo, spesso ben travestiti, e di tanto particolarismo? Nemmeno per idea. Vogliamo però forse dire che è il popolo tedesco che più drammaticamente e tormentosamente sembra aspirarvi, in ragione diretta forse della misura in cui essenzialmente ne manca, come dimostra la patetica vicenda delle sue lunghe ricadute nei loro crassi contrari, che forma la caratteristica della sua storia, fatta tutta di vere montagne russe d’elevazioni e di collassi.

Prima e dopo la guerra

Il Servizio di Lavoro è oggi nella nuova Germania l’istituzione che più appaga di questa eterna sete e di questa eterna fame di Tantalo della Germania d’ogni tempo, ed è per questo che forma il vanto, la delizia e l’oggetto di cura d’ogni tedesco; fonte, riserva ed esercizio insieme di forza ideale enorme per tutta la nazione. Prima della guerra questa fonte, questa riserva e quest’esercizio di forza ideale era rappresentata, com’è in tutte le nazioni moderne, dall’esercito: a tutti i tedeschi era dato uscire una volta dalla contingenza della materialità e particolarità della vita d’ogni giorno, per assurgere alla idealità universale e superiore della comunità, e in una parola dimenticare e nello stesso tempo ritrovare l’io nella sfera superiore del noi. E’ naturale che l’abolizione dell’esercito, con la conseguente riduzione di questa possibilità a un troppo esiguo numero di tedeschi abbia straordinariamente accumulato questa indefettibile aspirazione di ogni popolo, che nel popolo tedesco già rilevammo presentarsi con i caratteri di una maggiore e tormentata esasperazione, per una maggior difficoltà naturale forse e una maggior drammaticità di lotta con cui essa forse sa e può evincersi dalla schiavitù delle forze contrarie. Primo errore corrente, dunque, da rettificare: che il Servizio di Lavoro sia un’apparizione di natura economica che sorga nel vuoto creato in questo campo dalla disoccupazione. No. Il Servizio di Lavoro è un fattore morale, che nasce non dalla vacanza economica ma dalla vacanza militare; esso sopperisce non già alla rarefazione del Lavoro ma a quella del Servizio. Ma qui bisogna subito toglier di mezzo un’altra possibilità d’errore e di equivoco: che questa nostra affermazione cioè possa essere interpretata nel senso che il Servizio di Lavoro sia per noi, nell’intenzione dei suoi organizzatori o nel fatto, un sostituto mentito o camuffato dell’esercito. Nessuna interpretazione falserebbe più di questa la nostra intenzione. Dobbiamo onestamente dichiarare che dalle visite che ci è stato dato di compiere a questi accampamenti del lavoro abbiamo riportato un’impressione nettamente opposta a questa grossolana quanto facile e diffusa interpretazione. D’altra parte, avvezzi come siamo a guardare in faccia le realtà politiche e sociali per quelle che sono senza diminuirle, e a valutare come infinitamente più importanti e decisive le forze morali e spirituali anziché quelle materiali, non crediamo che il Servizio di Lavoro rappresenti per questo una forza meno imponente e considerevole di quel che sarebbe se i 250.000 giovani che attualmente fanno la ferma volontaria nei circa mille accampamenti, di lavoro per ora esistenti trovassero modo, tra vanga e badile, e tra uno sguardo e l’altro di un visitatore straniero, di esercitarsi alla sfuggita mettiamo al tiro al piccione.

Funzioni ideali

Altrettanto errato sarebbe credere che il solo motivo della vacanza militare basti a spiegare il Servizio di Lavoro, e che perciò, ristabilito che sia una volta l’esercito, esso abbia in certo modo adempiuto al suo compito, e sia destinato in tranquilla coscienza a sparire. Al modo stesso come i suoi organizzatori fin da ora dichiarano che, anche quando l’ultimo disoccupato in Germania sia rientrato nel circolo dell’economia, non per questo il Servizio di Lavoro avrà cessato di esistere, si deve anche dire che anche quando la Germania avrà riavuto il suo esercito sulla base del servizio nazionale obbligatorio, non per questo il Servizio di Lavoro avrà perduto significato e ragion di essere. Né l’una né l’altra contingenza son vere per esso; e la vacanza dell’esercito è stata soltanto l’occasione — altrove mancata — del suo sorgere in Germania piuttosto che altrove (quello bulgaro essendo una cosa del tutto diversa). Così come non è un espediente economico, esso non è nemmeno un sostituto militare. Dà sfogo soltanto al bisogno funzionale di ogni popolo del Servizio verso la Comunità, ed è in questo senso ancora una prova della insopprimibilità di certe forze e funzioni ideali. Ma non riproduce affatto identica la forza soppressa; è una forza e una funzione totalmente nuova.

La forza nuova è questa: che esso è un generatore e un generato insieme dell’avvenuta redenzione del lavoro dalla sua vecchia concezione di «merce» o «oggetto» dell’Economia; stato servile dal quale l’era marxista non seppe redimerlo, anzi a cui rischiò di definitivamente incatenarlo, saldandogli ai piedi gli anelli di ferro della lotta di classe. Questi spezzati, il lavoro cessa d’incanto di essere una merce, e aderisce all’uomo come «onore» innato e incontrattabile, e soggetto sociale. Diritto non solo, ma dovere.

Volontariato

Per arrivare a questo, occorreva che la materialità e la contingenza del diritto individuo riscattasse se stesse, nel superiore concetto della comunanza nazionale. Così solo il diritto-dovere di ciascuno e di tutti diventa Servizio al Tutto. La forma iniziale di volontariato che l’istituzione ha preso, segnala appunto la ambizione di quest’«onore» di servire; ma è naturale che essa non possa se non mirare a compiere il suo senso nella obbligatorietà del Servizio. (Questa si attua già del resto, malgrado gl’intralci internazionali, a gradi, come un processo naturale, e già negli ordinamenti studenteschi i sei mesi di ferma nel Servizio di Lavoro sono un obbligo della carriera). Significativa e perfetta è l’analogia di tutta questa mirabile mutazione di cose con quanto si operò nel tempo napoleonico, nel campo della difesa e della costituzione degli eserciti nazionali sulla base del dovere di tutti: anche allora, la Difesa fu redenta dalla precedente condizione «mercenaria», e da merce elevata per la prima volta in onore e Servizio, e anche allora il diritto-dovere dell’individuo si articolò all’inizio nella forma del volontariato, al quale la gioventù delle borghesie europee fece subito ressa, per ambire e attendere il crisma della obbligatorietà. Guardato dal di qua, subito dopo la trasformazione, il lanzichenecco dell’era mercenaria apparve a un tratto un «senza onore» ; esattamente come ora, guardando indietro al mondo appena di ieri, appare ai nostri occhi un minorato e un paria dell’onore sociale il «proletario» dell’evo medio marxista… L’analogia però, come sempre, riproduce le forme in una sfera più avanzata, in profondità: dalla sfera, cioè, della difesa della terra a quella della comprensione e comunione lavorativa con essa, approfondendo così il vincolo nativo del sangue, e nazionalizzando veramente il lavoratore, così come prima era stato nazionalizzato il difensore. Cittadini veramente tutti, ora, perchè tutti alla pari lavoratori, come già prima tutti soldati: uno al fianco dell’altro, nella rude maschia camerata che è espressione ultima della nazione, ricondotti tutti al peso specifico unico e al medesimo coefficiente d’onore di «semplici» lavoratori, imparando a conoscersi e a riconoscere madre comune la medesima terra.

Camerate nel castello

Chi scrive ebbe la ventura di visitare uno di tali accampamenti di lavoro di questo socialismo nazionale della nuova Germania in un ambiente, per caso, quanto mai rappresentativo della trasformazione dei tempi. Era un vecchio castello di quella grande feudalità agraria, dal terremoto marxista irrimediabilmente schiantata, e che l’inesorabile «socialismo» risanatore del nuovo regime lascia perir senz’aiuti e frantumarsi, mentre concede tutti gli aiuti, fino al diritto feudale dell’indivisibilità ereditiera, alla media e piccola proprietà agraria. Le grezze brande della linda camerata si issano fiduciose tra i vecchi cadenti parati di damasco, che un inconsapevole genio del contrasto non lasciò rimuovere. Laggiù, tra le erme mutile del parco, sorge il luogo dell’antica rimessa da corsa — ultima industria d’azzardo e disperato tentativo della crollante famiglia di riacchiappare al traguardo la felicità fuggente — trasformata ora in frugale refettorio della giovane società del lavoro sopravvenuta. I tempi mutano. «Non siamo su questo mondo per essere felici, ma solo per compiere il dovere» hanno saputo iscrivere questi giovani fidenti a pie delle scale della vecchia frolla dimora voluttuaria…

Il Servizio di Lavoro è e rimane un’istituzione di netta marca nazionalsocialista, anche se il vecchio regime negli ultimi tratti dell’agonia abbia tentato di strapparla di mano al partito e ne abbia fatto la prima attuazione. Ma nel suo economismo puro, incapace di integrare e ricondurre l’Economia sotto il rigore d’un principio morale, non vi vide se non uno dei mezzi empirici possibili per combattere la disoccupazione, e ne fece un cadavere. I suoi campi di lavoro si trasformarono ben presto in specie di clubs di fumatori disoccupati, che pesavano sull’economia! Non vi è se non ciò che è ricondotto sotto un principio morale, che sia veramente economico. Un rilevante compito economico il Servizio di Lavoro adempie già fin da ora nella vita del paese, e sempre più sembra chiamato ad esercitarlo a mano a mano che diventerà adulto e raggiungerà il pieno sviluppo. Questo compito consiste anzitutto nell’assorbire, senza pesare in più sull’Economia generale (finanziato in gran parte sugli antichi sussidi di disoccupazione, esso costa marchi 2,14 per volontario, di cui 0,25 soli vanno a lui, e il resto sopperisce a tutte le spese generali di organizzazione) una certa cifra di disoccupati, e ciò, anche, senza disturbare con la concorrenza l’Economia libera, senza toglierle cioè nuovo lavoro col rischio di creare nuovi disoccupati, in quanto che esso eseguisce unicamente lavori cosiddetti «supplementari», cioè che nelle attuali condizioni finanziarie non sarebbero diversamente compiuti perchè sarebbe antieconomico compierli, in gran parte bonifiche e prosciugamenti di grandi estensioni paludose: il che vale quanto dire fare rientrare nel circolo dell’Economia del paese non soltanto gli uomini ma anche la terra che ne era fuori. Dappoiché l’ineffabile fanfaronismo socialdemocratico aveva finora passato sotto silenzio al mondo che anche l’«intensa cultura» della terra tedesca presentava delle piuttosto gravi lacune, e cioè nientemeno che due milioni e mezzo di ettari di terreno paludoso e febbrile, qualche cosa come un sesto del suo territorio, e come la Baviera e il Wurttenberg presi insieme! V’è —si calcola — lavoro per vent’anni per il futuro esercito stabile di 500 mila soldati del lavoro obbligatorio, il quale avrà il compito di conquistare senz’armi e perfino senza macchine (poiché anche il culto del lavoro manuale e la redenzione e moralizzazione della macchina è una delle forme della presente reazione agli eccessi dell’economismo dell’era marxista) nuove Provincie alla patria, e di prepararle l’autonomia alimentare necessaria per la guerra. «Comandante in campo che davvero vince una grande battaglia è — lasciò detto ai tedeschi Federico il Grande, anticipando l’apostolato italico di Mussolini — colui che fa nascere due spighe colà dove prima ne nasceva una sola».

Share

Lascia un commento