Johann Christoph Friedrich von Schiller

Johann Christoph Friedrich von Schiller

a cura di Barbara Spadini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Kalos kai Agathos – Bello e Buono

 

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“Al cuore estasiato solo il mondo sereno dei prodigi può dare una risposta, rivelare gli eterni spazi, con opulenza porgere i mille rami, ove l’inebriato spirito beatamente si culla. La favola è la patria dell’amore, le piace vivere tra fate, talismani, e credere negli dèi, poiché essa è divina”

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Opere

I Masnadieri (Die Räuber), 1781

Intrigo e amore (Kabale und Liebe. Ein Bürgerliches Trauerspiel), 1783

La congiura di Fiesco a Genova (Die Verschwörung des Fiesco zu Genua), 1783

Don Carlos (Don Karlos, Infant von Spanien), 1787

Wallenstein, 1799. Trilogia composta da:

Il campo di Wallenstein (Wallensteins Lager), 1796

I Piccolomini (Die Piccolomini), 1798

La morte di Wallenstein (Wallensteins Tod), 1799

Maria Stuart, 1800

La Pulzella d’Orléans (Die Jungfrau von Orléans), 1801

La sposa di Messina (Die Braut von Messina), 1803

Guglielmo Tell (Wilhelm Tell), 1804

Demetrius, opera incompiuta, 1805

Il delinquente per infamia (Der Verbrecher aus verlorener Ehre – eine wahre Geschichte; successivamente Verbrechen aus Infamie), 1786

Il Visionario (Der Geisterseher), frammento pubblicato sulla rivista «Thalia», 1789

Inno alla Gioia (An die Freude), 1786 (musicato da Beethoven nel 1824)

Gli dèi della Grecia (Die Götter Griechenlands), 1788

Gli Artisti (Die Künstler), 1789

Die Xenie (epigrammi scritti con Goethe), 1796

Il Tuffatore (Der Taucher), 1797

Le Gru di Ibykus (Die Kraniche des Ibycus), 1798

Canzone della Campana (Das Lied von der Glocke), 1799

Della Grazia e Dignità (Ueber Anmut und Würde), trattato estetico, 1793

Kallias, o ‘della bellezza’ (Kallias-Briefen), 1793

Lettere sull’educazione estetica dell’uomo (Briefe über die ästhetische Erziehung des Menschen), trattato politico-culturale, 1795

Della poesia ingenua e sentimentale (Über naive und sentimentalische Dichtung) trattato di estetica, 1800

Del sublime (Über das Erhabene), trattato di estetica, 1801

Storia dell’insurrezione dei Paesi Bassi (Geschichte des Abfalls der Vereinigten Niederlande von der spanischen Regierung), 1788

Che cosa significa la storia universale e per quale scopo la si studia? (Was heisst und zu welchem Ende studiert man Universalgeschichte?), discorso inaugurale all’Università di Jena, 1789

Storia della Guerra dei Trent’anni (Geschichte des Dreißigjährigen Krieges), 1790

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Principali traduzioni italiane

Friedrich Schiller, Guglielmo Tell, traduzione di Andrea Maffei, Editori degli Annali universali, Milano, 1835

Friedrich Schiller, Il visionario, ossiano Memorie del Conte***, traduzione di Giovanni Berchet, in Sterne, Viaggio sentimentale – Schiller, Il visionario, Biblioteca romantica diretta da G. A. Borgese, Arnoldo Mondadori Editore, 1932, IV edizione 1970

Friedrich von Schiller, Maria Stuarda, traduzione di Liliana Scalero, Rizzoli, 1950

Friedrich Schiller , Teatro, traduzione di Barbara Allason e Maria Donatella Ponti, Giulio Einaudi Editore, 1969

Friedrich Schiller, Grazia e dignità, a cura di D. Di Maio e S. Tedesco, SE, Milano, 2010

Friedrich Schiller, Il visionario, a cura di M. Cometa, Palermo, 2007

Friedrich Schiller, L’educazione estetica dell’uomo, a cura di G. Boffi, Garzanti, Milano

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Critica consigliata

Antonio Aliotta, L’ispirazione kantiana nell’estetica di Federico Schiller, in Logos, vol. II, Roma, 1940

Antologia della poesia tedesca, a cura di R. Fertonani- E. Giobbio Crea, Milano 1977

Introduzione al Romanticismo italiano – Battagli, S., Liguori, Napoli 1965

La rivoluzione romantica. Poetiche, estetiche, ideologie – De Paz A., Liguori, Napoli 1984

Il Romanticismo italiano – Fubini M., Laterza, Bari 1953

Il Romanticismo – Pagnini M., Il Mulino, Bologna 1986

Romanticismo italiano e Romanticismo europeo – Puppo M., IPL, Milano 1985

Invito a conoscere il Romanticismo – Quaglia P., Mursia, Milano 1987

Europa romantica. Fondamenti e paradigmi della sensibilità moderna – De Paz A., Napoli, Liguori, 1994

Heidelberg romantica. Romanticismo tedesco e nichilismo europeo di G. Moretti, Guida, Napoli, 2001

Fausto Cercignani, ‘Poesia filosofica’ o ‘filosofia poetica’? (con alcune osservazioni su Schiller), in La poesia filosofica, a cura di A. Costazza, Milano, Cisalpino, 2007

Rüdiger Safranski, Schiller oder die Erfindung des deutschen Idealismus, DTV, Monaco di Baviera, 2007

G. von Wilpert, Schiller-Chronik, Stoccarda, 1958

R. Cannac, Théatre et révolution. Essai sur la jeunesse de Schiller, Parigi, 1966

M. Dyck, Die Gedichte Schillers, Berna, 1967

E. Staiger, Schiller, Zurigo, 1967

H. Koopmann, Schiller-Kommentar, Monaco, 1969

R. N. Linn, Schillers junge Idealisten, Berkeley, 1973

Autori Vari, Schiller. Théories esthétiques et structures dramatiques, Parigi, 1974

V. Hell, Friedrich von Schiller, Parigi, 1975

R. De Pol, Alle soglie della Rivoluzione. Schiller e la politica, Genova, 1989

 

 

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Links consigliati

www.filosofico.net

www.riflessioni.it/enciclopedia/schiller

www.sapere.it › … TeatroDel ‘700Germania e austria.htm

www.girodivite.it/antenati/xixsec/_schille.htm

 

www.liberliber.it › HomeBibliotecaAutori S

www.viaggio-in-germania.de ›

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Si segnala come utile  per lo studio e l’approfondimento dei diversi Poeti tedeschi il:

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Biografia e Poetica

(a cura di Barbara Spadini)

Schiller è filosofo, storico, drammaturgo,esteta,medico,scrittore e poeta: personalità luminosa ed ottimista, poliedrica e composita come poche, risulta difficilmente contenibile in poche righe di compendio critico- un delitto, più che un commento- verso la sua arte ed il suo temperamento.

Racchiuso dalla critica come autore vissuto nel momento di passaggio fra Classicismo, Sturm und Drang e fermenti del primo Romanticismo tedesco, Schiller ora è studiato e rivalutato alla luce dei suoi importantissimi ed ancora  attuali scritti di Storia e soprattutto di Estetica, di enorme interesse ed imprescindibili per arrivare alla radice ed al cuore della sua poetica.

Oltre ad una biografia complessiva, queste note saranno rivolte all’analisi di Schiller poeta, per poter arrivare un poco oltre al semplice  ricordo dell’Ode o Inno alla Gioia, entro la”nona” di L. von Beethoven: Schiller poeta non è solo esplosione di canto, ma ben altro, considerando principalmente la sua profonda cultura, il suo  legame basilare con la filosofia kantiana e quindi la sua  formazione etico- estetica,di tipo programmatico e dagli esiti rilevabili nei propri saggi critici prima, nella sua poetica complessiva poi.

Non va nemmeno scordata la tendenza ribelle, fin dalla gioventù, di questo autore, che sempre  pagando per le proprie idee umane ed artistiche , ha saputo lasciare un’impronta nella cultura tedesca ed europea che è lezione imprescindibile di pensiero colto e a tutto tondo, la cui influenza è ben ravvisabile anche nella verifica degli studi e pubblicazioni di cui Schiller è ancora oggetto, nel bene e nel male, viste le tendenze di pensiero, assai discordanti .

Scrittore prolifico, mente geniale, interprete acuto del suo tempo e della Storia,viene ricordato anche per i detti e gli aforismi che ha lasciato,da cui probabilmente si può ricavare la sintesi del suo pensiero originale e profondo.

A  partire dalle tre citazioni di Schiller  qui sotto proposte, chi scrive ravvisa la grandezza  dell’uomo totale- in mente, anima, spirito  e cuore- del poeta e dell’intellettuale luminoso e, soprattutto, franco:

“L’artista è figlio del suo tempo; ma guai a lui se è anche il suo discepolo o peggio ancora il suo favorito”. (da Dell’educazione estetica dell’uomo)

“Ogni volta che leggo nel mio Plutarco le storie dei grandi uomini, questo secolo di imbrattacarte mi ripugna”. (da I Masnadieri)

“Se noi abbracciamo con passione un tale che è degno del nostro disprezzo, sentiamo penosamente la costrizione della natura. Se proviamo avversione per un altro che pure c’impone il rispetto, sentiamo penosamente la costrizione della ragione. Ma se egli suscita la nostra affezione mentre ha, insieme, acquistato il nostro rispetto, sparisce la costrizione del sentimento e della ragione, e noi cominciamo ad amarlo, cioè a giudicare nello stesso tempo con la nostra affezione e col nostro rispetto”. (citato in: Antonio Aliotta in Logos, II fascicolo, Roma, 1940)

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Nato a Marbach am Neckar,nel ducato di Württemberg il 10 novembre 1759, Schiller vive in una famiglia piuttosto modesta: il padre,Johann Kasper è ufficiale medico chirurgo dell’esercito, la madre Elisabeth Dorothea Kodweiß è figlia di un oste.

Preparato dalla famiglia a divenire pastore protestante,il giovane Friedrich frequenta la scuola di latino a Ludwigsburg: nel 1773, grazie alla sua predisposizione allo studio ed agli ottimi risultati, viene invece inviato, per intercessione e volere del duca Carlo Eugenio del Württemberg, all’Accademia militare Karlsschule di Stoccarda, primo atto per entrare poi al servizio del duca stesso .Qui studia giurisprudenza prima e medicina in seguito, ma la rigidissima disciplina impostagli provoca nel giovane Schiller una reazione all’ambiente che lo porta a studiare di nascosto i classici, letteratura tedesca, francese ed inglese  Klopstock, Goethe, Rousseau, Shakespeare ad approfondire la  filosofia e psicologia con J.F. Abel.

Terminata l’Accademia, entra in qualità di ufficiale medico nell’esercito del Württemberg.

Dopo i primi tentativi  di composizione  poetica (tra i quali  l’inno An die Freude, reso poi celebre da Beethoven che lo musicò nella nona sinfonia), compone  un  dramma Die Räuber (1781), ispirato a un racconto di C. F. D. Schubart,che  esalta in modo passionale la libertà dell’uomo in quanto individuo al di là d’ogni convenzione sociale ed etica.

Rappresentato a Mannheim (1782), pur contro il volere del duca Karl Eugen, che ne aveva proibito la rappresentazione in tutto il Württemberg, il dramma provocò la dura reazione del duca stesso, che proibì al poeta di occuparsi ancora di letteratura e di teatro sovversivo. Allontanatosi, senza autorizzazione, dal ducato  e dal suo reggimento in occasione delle prove e della prima  rappresentazione, Schiller dà così  il pretesto alle autorità di attuare il suo arresto.

Schiller, in risposta, evade dal carcere, si allontana  da Stoccarda e, braccato, in pericolo, in condizioni economiche assai precarie, continua la sua peregrinazione da città a città, trovando alla fine  clandestino  riparo e comprensione nel castello della famiglia Wolzogen a Bauerbach in Franconia, dove nacque un amore con Carlotta di Wolzogen, figlia della padrona di casa sua protettrice.

Qui compone la tragedia Die Verschwörung des Fiesko zu Genua (1783) nella quale  ripropone il tema shakespiriano  della ribellione e delle congiure ed anche  il dramma borghese Luise Millerin, in seguito intitolato Kabale und Liebe, che fu rappresentato con successo a Francoforte sul Meno nel 1784.

Tornato a Mannheim, ove trova impiego come drammaturgo di corte,conosce Charlotte von Kalb e fonda la rivista Rheinische Thalia, in cui apparvero (1785) alcuni frammenti della tragedia storica Don Carlos, Infant von Spanien.

L’opera fu ultimata nel 1787 a Dresda, durante un soggiorno presso il giudice Christian Körner, ove Schiller attraversa una feconda e diversa fase compositiva. Proprio quest’opera infatti  segna una svolta nella drammaturgia di Schiller e tedesca in generale, per l’abbandono della prosa e l’introduzione del verso (il pentametro giambico).

Questo dà luogo ad un recupero dell’ideale del teatro classico, celebrato anche nel tema dell’opera, che incanala le violente passioni attorno all’amore infelice ed alla fine vede il trionfo dell’ideale.

Nel 1787 Schiller è a Weimar, dove soggiornerà in modo permanente e dove scrive un romanzo d’avventure (Der Geisterseher, 1787-89) e compone una raccolta di liriche filosofico-celebrative (Die Götter Griechenlands e Die Künstler, 1788), dedicandosi inoltre alla storia (Geschichte des Abfalls der vereinigten Niederlande, 1788; Geschichte des dreissigjährigen Krieges, 1790-92),da Schiller analizzata come seguito di eventi determinati o collegati ad un forte senso etico .

Nel 1789 per intervento di W. Goethe, gli viene affidata la cattedra di Storia e filosofia all’Università di Jena: le  lezioni di estetica tenute qui da Schiller  ci sono pervenute in  vari frammenti, tra i quali le trascrizioni di un uditore che assistette alle lezioni del semestre invernale 1792-1793.

Nel 1790 Schiller sposa Charlotte von Langefeld, che si rivela la giusta controparte ed anche amorevole  infermiera ( da quando,nel 1791, Schiller si ammala di etisia),dalla quale ha tre figli.

Negli anni successivi Schiller si dedica alla composizione di  saggi di estetica, nei quali è manifesta l’influenza della filosofia aprioristica kantiana: Über Anmut und Würde (1793); Vom Erhabenen und über das Pathetische (1793); Über die ästhetische Erziehung des Menschen e Über naive und sentimentalische Dichtung, pubblicati  sulla rivista Horen, fondata da Schiller  nel 1795.

In questi scritti Schiller  teorizza un’etica dell’individuo intesa come spontaneo accordo tra volontà e ragione, tra libertà e dovere( o necessità contingente)  ben sintetizzato nel principio della “anima bella“. La teorizzazione  di una nuova “umanità” tale in virtù dell’educazione estetica e che   attraverso il “gusto”  perviene  ad una forma superiore di convivenza civile, diventa non solo speculazione filosofica – estetica,  ma anche originale principio o orientamento   sociale e politico.

All’interno di questa riflessione si può ritrovare anche il nucleo della poetica di Schiller, ovvero la precisa  distinzione tra poesia ingenua e poesia sentimentale.

La poesia ingenua tipica dei classici greci, è espressione di un’armonia spontanea tra uomo e  Natura ; la seconda, poesia sentimentale,nasce dalla profonda e consapevole lacerazione creata dall’’uomo moderno, ove  quell’armonia vive soltanto nell’eco  della Natura, come idealità nostalgica verso l’unità irrimediabilmente perduta. . La distinzione  tra “poesia ingenua” e “poesia sentimentale”, “poesia degli antichi” e “poesia dei moderni”, dava una base sistematica e filosofica a un confronto che sarà poi basilare per la  successiva teorizzazione portata  in tutta Europa da August Wilhelm von Schlegel e da M.me de Staël.

Per Schiller , infatti,  i  due generi di poesia possono essere equivalenti,sul piano del valore poetico, ma il secondo è caratterizzato da una maggiore profondità e complessità,per la tensione lirica  (nostalgia, sentore della perdita, idealità…)che comporta. E’ certamente possibile  leggere in questo il primo nucleo della Sehnsucht romantica.

Nel 1794, mentre continuava il profondo sodalizio anche epistolare con Goethe, Schiller diviene  amico dei poeti Humboldt e di Hölderlin. Nel 1798 si riavvicina a Fichte, dopo una  rottura avvenuta nel 1795.

Nel 1799  si trasferisce a Weimar, avendo la possibilità di ritrovare salda   l’amicizia di W. Goethe, con il quale aveva già composto a quattro mani la raccolta  Xenien (1797),una  serie di epigrammi aspramente  critici verso i letterati contemporanei e  collaborato con lui  al Musenalmanach (1796-1800), dove erano apparse le loro migliori composizioni poetiche (fra cui la lirica schilleriana Das Lied der Glocke).

A  Weimar Schiller ritorna al teatro. Nel 1798, per l’inaugurazione della sede restaurata del teatro di Weimar, viene  rappresentato il Wallensteins Lager, prima parte della trilogia (le altre due parti : Die Piccolomini e Wallensteins Tod, 1799), relativa alla guerra dei Trent’anni. In seguito egli rappresenta  i drammi Maria Stuart (1800) e Die Jungfrau von Orléans (1801).

Nella successiva  Die Braut von Messina oder die feindlichen Brüder (1803) Schiller  resuscita  l’antica tragedia greca col tema della fatalità incombente e grazie all’uso lirico del coro. Il Wilhelm Tell è invece del 1804.

Friedrich Schiller muore, vinto dalla tubercolosi, il 9 maggio 1805.

La poetica di questo grande autore è certamente influenzata e plasmata dalla lettura della Critica del giudizio di Kant. In essa si evidenzia la doppia appartenenza dell’uomo, da una parte al contingente, dall’altra alla sua coscienza. L’uomo sensibile esprime  bisogni e pulsioni, l’uomo morale esprime ragione e libertà .

Per Schiller, dunque, tutta la vita dell’uomo è giocata nel tentativo di realizzare la propria libertà soggettiva ed individuale, opponendosi al destino fatale, in una contraddizione lacerante che deve trovare un’armonica “via” di uscita, non di fuga, poiché la vita è qui ed ora, nella dimensione sensibile, storica, mondana.

La ricerca di tale equilibrio è il tema del saggio Grazia e dignità – Ueber Anmut und Würde, del 1793, nel quale Schiller  propone l’idea dell’anima bella :

“Si dice anima bella, quando il sentimento morale è riuscito ad assicurarsi tutti i moti interiori dell’uomo, al punto da poter lasciare senza timore all’affetto la guida della volontà e da non correre mai il pericolo di essere in contraddizione con le decisioni di esso. L’anima bella ci fa entrare nel mondo delle idee senza abbandonare il mondo sensibile come avviene nella conoscenza della verità…per mezzo della bellezza …l’uomo spirituale è restituito al mondo dei sensi”

“Nella concezione dell’anima bella Schiller è convinto che i due aspetti contrapposti di libera razionalità e sensibilità possano conciliarsi tramite la percezione della bellezza in un comportamento spontaneo e naturale. L’anima bella dunque può, spontaneamente e senza fatica, armonizzare sensibilità e dovere morale tramite quella dote naturale che Schiller chiama “grazia” che talvolta può però mancare ed allora l’anima bella potrà ricorrere a quel sublime kantiano che col sentimento del bello armonizzerà sensibilità e ragione ottenendo la sostituzione della grazia con la “dignità”:

 

« Nella dignità… Lo spirito si comporta da padrone del corpo, perché qui esso deve affermare la sua autonomia contro l’imperioso istinto, che procede ad azioni senza di lui e vorrebbe sottrarsi al suo giogo. Nella grazia invece governa con liberalità, perché qui è lui che mette in azione la natura e non trova alcuna resistenza da vincere… La grazia sta dunque nella libertà dei moti volontari; la dignità nel dominio di quelli involontari. La grazia lascia una parvenza di spontaneità alla natura, là dove questa adempie gli ordini dello spirito; la dignità invece la sottomette allo spirito, là dove essa vorrebbe regnare. Nella dignità… ci è presentato un esempio della subordinazione dell’elemento sensibile a quello morale… Nella grazia, invece la ragione vede la propria esigenza soddisfatta nella sensibilità. […] Avendo dignità e grazia campi diversi per la loro manifestazione, non si escludono vicendevolmente nella medesima persona; …anzi soltanto dalla grazia la dignità riceve la sua convalidazione, e soltanto dalla dignità la grazia riceve il suo valore.  »

 

 

Per questo motivo, Schiller   ritiene fondamentale la riscoperta di un ideale pedagogico della Grecia classica, quello della kalokagatia,derivante dall’espressione greca ????? ??i ??????, che significa “bello e buono”, ed esprime  una” pedagogia estetica” che:”  renda completo l’uomo come armonica sintesi di sensibile e sovrasensibile basata sul “libero gioco” delle facoltà umane. Il gioco é un’attività ineliminabile nella natura umana che non persegue alcun fine esterno a se stessa, né esso è ispirato da un preciso scopo razionale, ma è un atto dove sensibilità e razionalità convivono nell’azione ludica rendendo l’uomo libero. In questa armonia di forma e materia si realizza la bellezza e l’essenza umana per cui «l’uomo è completamente uomo solo quando gioca» . Per recuperare il senso dell’armonia perduta, provocata dalla moderna civiltà basata sulla divisione del lavoro, Schiller attribuisce inoltre al teatro l’educazione di una nuova umanità.”

Il motivo della libertà , come fine da raggiungere,percorre quindi tutta l’opera di Schiller, dai Räuber al Wilhelm Tell: sempre l’aspetto morale è legato e fuso a quello artistico, in una  perfetta compenetrazione fra etica ed estetica:” Libertà per Schiller vuol dire appunto assenza di costrizione, non soltanto fisica, ma anche morale; perché anche il dovere ci costringe dolorosamente quando contrasta con l’impulso sensibile, come nel rigorismo kantiano. Libertà estetica per Schiller è qualcosa di più che libertà morale: questa ultima sarebbe bensì una liberazione dagl’impulsi sensibili, ma ci porrebbe sotto l’impero d’una legge subita con la nostra umana natura. La libertà estetica ci sottrae pure alla sofferenza di questa costrizione, facendoci sentire la legge etica, come conforme alla nostra naturale inclinazione.” (Antonio Aliotta)

Questo è ravvisabile anche nelle sue Gedichte, “ raccolte in due volumi apparsi nel 1800-03 e nel 1804-05 a cura dell’autore che vi riunì i suoi canti senza seguire una precisa metodologia, affrontata invece nel progetto di preparare una raccolta in quattro libri: canzoni, ballate, poesie filosofiche, epigrammi, realizzata dopo la sua morte. Schiller cantò l’amore e l’amicizia, esaltando la gioia nel famosissimo Lied an die Freude (Canto alla gioia, musicato da Beethoven nel quarto tempo della IX sinfonia), intesa come legge del mondo insieme all’amore. Il suo canto, come già quello di altri grandi poeti, affronta i temi più vari: filosofici e di pensiero (con l’altissimo esempio del Lied an die Glocke, Canzone alla campana), l’antichità classica (la perfetta bellezza e l’armonia dei Greci), la natura e l’uomo. La sua lirica trova gli accenti più puri e originali nelle ballate, componimenti a struttura libera, nei quali fluisce con maestosa ricchezza l’intensità del suo sentimento”.

“Schiller espresse ideali aristocratici, nobiliari: culto della libertà, della giustizia, culto del bello e del buono. Nonostante questo, o forse proprio per questo, divenne presto, nel XIX secolo tedesco, un classico. Veicolo dei valori positivi della borghesia tedesca in ascesa che ne fece il suo autore, anche a livello scolastico.
Altrettanta influenza ebbe sulla letteratura europea: apprezzato e letto da Coleridge, Carlyle, Constant, Puskin.”.

“L’opera di Schiller, il cui principio animatore appariva, già agli occhi di Goethe, l’idea della libertà, ebbe immediata eco presso i romantici; essi vi scorsero però in primo luogo una teoria della poesia moderna come rappresentazione dell’assoluto irraggiungibile, come riflessione sentimentale sostitutiva della perduta sensibilità alla natura: un problema che si trova similmente formulato anche nello Zibaldone di G. Leopardi. G. Büchner rifiutò il teatro di Schiller come letterario, F. Grillparzer ne ricevette invece un forte impulso e lo stesso vale, anche se in misura minore, per F. Hebbel. Lo Schiller politico, con la sua giovanile adesione agli umori tirannicidi che percorrevano l’Europa negli anni prima e durante la Rivoluzione francese, con l’infiammato appello a scuotere le tirannidi straniere espresso nel Guglielmo Tell, fu avversato dai regimi dell’età della Restaurazione, ma venne poi recuperato dalla cultura ufficiale dell’era bismarkiana, che scorse in lui un convinto conservatore dell’ordine costituito. Il centenario della nascita, nel 1859, dopo la delusione dei moti del ’48, fu celebrato con significativa solennità, ma Schiller contava già innumerevoli ammiratori anche fuori della Germania, dalla Russia alla Francia, all’Italia, dove ebbe anche il plauso di G. Mazzini e fu tradotto da A. Maffei. La reazione al suo pathosumanisticoidealistico e al suo classicismo borghese coincise con l’età del naturalismo; F. Nietzsche lo attaccò violentemente. Ripreso dal neoclassicismo dell’inizio del secolo (in particolare nel teatro di P. Ernst), fu esaltato dal nazionalsocialismo; la posizione negativa del filosofo B. Croce si accosta a quella dell’altro filosofo E. Bloch, che definisce lo stile di Schiller “sensazione in marmo”. La critica marxista postbellica rivalutò i drammi giovanili, stürmeriani, e il loro contenuto di protesta sociale. La disparità delle prese di posizione, che si mantiene ancora oggi, testimonia quanto il linguaggio schilleriano abbia ricoperto un ruolo di prim’ordine nella storia del teatro e forse ancor più dell’estetica.”

Friedrich Nietzsche disse:”Schiller, come altri artisti tedeschi, credeva che, avendo spirito, si potesse anche improvvisare con la penna su ogni sorta di argomenti difficili. Ed ecco che i suoi saggi in prosa – sotto ogni riguardo un modello di come non si debbono affrontare questioni scientifiche di estetica e di morale –(sono)  un pericolo per lettori giovani i quali, nella loro ammirazione per il poeta Schiller, non hanno il coraggio di pensar male dello Schiller pensatore e scrittore”.

A questo, forse, con un chiaro sorriso ,Friedrich Schiller avrebbe risposto con un altro suo celebre aforisma:” sono migliore della mia reputazione”.

 

Scelta di poesie

 

Das Mädchen aus der Fremde

In einem Tal bei armen Hirten

Erschien mit jedem jungen Jahr,

Sobald die ersten Lerchen schwirrten,

Ein Mädchen, schön und wunderbar.

Sie war nicht in dem Tal geboren,

Man wußte nicht, woher sie kam,

Und schnell war ihre Spur verloren,

Sobald das Mädchen Abschied nahm.

Beseligend war ihre Nähe,

Und alle Herzen wurden weit,

Doch eine Würde, eine Höhe

Entfernte die Vertraulichkeit.

Sie brachte Blumen mit und Früchte,

Gereift auf einer andern Flur,

In einem andern Sonnenlichte,

In einer glücklichern Natur.

Und teilte jedem eine Gabe,

Dem Früchte, jenem Blumen aus,

Der Jüngling und der Greis am Stabe,

Ein jeder ging beschenkt nach Haus.

Willkommen waren alle Gäste,

Doch nahte sich ein liebend Paar,

Dem reichte sie der Gaben beste,

Der Blumen allerschönste dar.

 

.***

 

Der Handschuh

Vor seinem Löwengarten,

Das Kampfspiel zu erwarten,

Saß König Franz,

Und um ihn die Großen der Krone,

Und rings auf hohem Balkone

Die Damen in schönem Kranz.

Und wie er winkt mit dem Finger,

Auftut sich der weite Zwinger,

Und hinein mit bedächtigem Schritt

Ein Löwe tritt,

Und sieht sich stumm

Rings um,

Mit langem Gähnen,

Und schüttelt die Mähnen,

Und streckt die Glieder,

Und legt sich nieder.

Und der König winkt wieder,

Da öffnet sich behend

Ein zweites Tor,

Daraus rennt

Mit wildem Sprunge

Ein Tiger hervor,

Wie der den Löwen erschaut,

Brüllt er laut,

Schlägt mit dem Schweif

Einen furchtbaren Reif,

Und recket die Zunge,

Und im Kreise scheu

Umgeht er den Leu

Grimmig schnurrend,

Drauf streckt er sich murrend

Zur Seite nieder.

Und der König winkt wieder,

Da speit das doppelt geöffnete Haus

Zwei Leoparden auf einmal aus,

Die stürzen mit mutiger Kampfbegier

Auf das Tigertier,

Das packt sie mit seinen grimmigen Tatzen,

Und der Leu mit Gebrüll

Richtet sich auf, da wirds still,

Und herum im Kreis,

Von Mordsucht heiß,

Lagern sich die greulichen Katzen.

Da fällt von des Altans Rand

Ein Handschuh von schöner Hand

Zwischen den Tiger und den Leun

Mitten hinein.

Und zu Ritter Delorges spottenderweis

Wendet sich Fräulein Kunigund:

“Herr Ritter, ist Eure Lieb so heiß

Wie Ihr mirs schwört zu jeder Stund,

Ei so hebt mir den Handschuh auf.”

Und der Ritter in schnellem Lauf

Steigt hinab in den furchtbarn Zwinger

Mit festem Schritte,

Und aus der Ungeheuer Mitte

Nimmt er den Handschuh mit keckem Finger.

Und mit Erstaunen und mit Grauen

Sehens die Ritter und Edelfrauen,

Und gelassen bringt er den Handschuh zurück,

Da schallt ihm sein Lob aus jedem Munde,

Aber mit zärtlichem Liebesblick –

Er verheißt ihm sein nahes Glück –

Empfängt ihn Fräulein Kunigunde.

Und er wirft ihr den Handschuh ins Gesicht:

“Den Dank, Dame, begehr ich nicht”,

Und verläßt sie zur selben Stunde.

***

Der Ring des Polykrates

Er stand auf seines Daches Zinnen,

Er schaute mit vergnügten Sinnen

Auf das beherrschte Samos hin.

“Dies alles ist mir untertänig”,

Begann er zu Ägyptens König,

“Gestehe, daß ich glücklich bin.”

“Du hast der Götter Gunst erfahren!

Die vormals deinesgleichen waren,

Sie zwingt jetzt deines Zepters Macht.

Doch einer lebt noch, sie zu rächen,

Dich kann mein Mund nicht glücklich sprechen,

So lang des Feindes Auge wacht.”

Und eh der König noch geendet,

Da stellt sich, von Milet gesendet,

Ein Bote dem Tyrannen dar:

“Laß, Herr! des Opfers Düfte steigen,

Und mit des Lorbeers muntern Zweigen

Bekränze dir dein festlich Haar.

Getroffen sank dein Feind vom Speere,

Mich sendet mit der frohen Märe

Dein treuer Feldherr Polydor.”

Und nimmt aus einem schwarzen Becken

Noch blutig, zu der beiden Schrecken,

Ein wohlbekanntes Haupt hervor.

 

Doch warn ich dich, dem Glück zu trauen”,

Versetzt er mit besorgtem Blick.

“Bedenk, auf ungetreuen Wellen,

Wie leicht kann sie der Sturm zerschellen,

Schwimmt deiner Flotte zweifelnd Glück.”>

Und eh er noch das Wort gesprochen,

Hat ihn der Jubel unterbrochen,

Der von der Reede jauchzend schallt.

Mit fremden Schätzen reich beladen

Kehrt zu den heimischen Gestaden

Der Schiffe mastenreicher Wald.

Der königliche Gast erstaunet:

“Dein Glück ist heute gut gelaunet,

Doch fürchte seinen Unbestand.

Der Kreter waffenkundge Scharen

Bedräuen dich mit Kriegsgefahren,

Schon nahe sind sie diesem Strand.”

Und eh ihm noch das Wort entfallen,

Da sieht mans von den Schiffen wallen,

Und tausend Stimrnen rufen: “Sieg!

Von Feindesnot sind wir befreiet,

Die Kreter hat der Sturm zerstreuet,

Vorbei, geendet ist der Krieg.”

Das hört der Gastfreund mit Entsetzen:

“Fürwahr, ich muß dich glücklich schätzen,

Doch”, spricht er, “zittr ich für dein Heil.

Mir grauet vor der Götter Neide,

Des Lebens ungemischte Freude

Ward keinem Irdischen zuteil.

Auch mir ist alles wohlgeraten,

Bei allen meinen Herrschertaten

Begleitet mich des Himmels Huld,

Doch hatt ich einen teuren Erben,

Den nahm mir Gott, ich sah ihn sterben,

Dem Glück bezahlt ich meine Schuld.

Drum, willst du dich vor Leid bewahren,

So flehe zu den Unsichtbaren,

Daß sie zum Glück den Schmerz verleihn.

Noch keinen sah ich fröhlich enden,

Auf den mit immer vollen Händen

Die Götter ihre Gaben streun.

Und wenns die Götter nicht gewähren,

So acht auf eines Freundes Lehren

Und rufe selbst das Unglück her,

Und was von allen deinen Schätzen

Dein Herz am höchsten mag ergetzen,

Das nimm und wirfs in dieses Meer.”

Und jener spricht, von Furcht beweget:

“Von allem, was die Insel heget,

Ist dieser Ring mein höchstes Gut.

Ihn will ich den Erinnen weihen,

Ob sie mein Glück mir dann verzeihen.”

Und wirft das Kleinod in die Flut.

Und bei des nächsten Morgens Lichte

Da tritt mit fröhlichem Gesichte

Ein Fischer vor den Fürsten hin:

“Herr, diesen Fisch hab ich gefangen,

Wie keiner noch ins Netz gegangen,

Dir zum Geschenke bring ich ihn.”

Und als der Koch den Fisch zerteilet,

Kommt er bestürzt herbeigeeilet

Und ruft mit hocherstauntem Blick:

“Sieh, Herr, den Ring, den du getragen,

Ihn fand ich in des Fisches Magen,

O, ohne Grenzen ist dein Glück!”

Hier wendet sich der Gast mit Grausen:

“So kann ich hier nicht ferner hausen,

Mein Freund kannst du nicht weiter sein,

Die Götter wollen dein Verderben,

Fort eil ich, nicht mit dir zu sterben.”

Und sprachs und schiffte schnell sich ein.

***

Der Taucher

“Wer wagt es, Rittersmann oder Knapp,

Zu tauchen in diesen Schlund?

Einen goldnen Becher werf ich hinab,

Verschlungen schon hat ihn der schwarze Mund.

Wer mir den Becher kann wieder zeigen,

Er mag ihn behalten, er ist sein eigen.”

Der König spricht es, und wirft von der Höh

Der Klippe, die schroff und steil

Hinaushängt in die unendliche See,

Den Becher in der Charybde Geheul.

“Wer ist der Beherzte, ich frage wieder,

Zu tauchen in diese Tiefe nieder?”

Und die Ritter, die Knappen um ihn her,

Vernehmens und schweigen still,

Sehen hinab in das wilde Meer,

Und keiner den Becher gewinnen will.

Und der König zum dritten Mal wieder fraget:

“Ist keiner, der sich hinunterwaget?”

Doch alles noch stumm bleibt wie zuvor,

Und ein Edelknecht, sanft und keck,

Tritt aus der Knappen zagendem Chor,

Und den Gürtel wirft er, den Mantel weg,

Und alle die Männer umher und Frauen

Auf den herrlichen Jüngling verwundert schauen

Und wie er tritt an des Felsen Hang,

Und blickt in den Schlund hinab,

Die Wasser, die sie hinunterschlang,

Die Charybde jetzt brüllend wiedergab,

Und wie mit des fernen Donners Getose

Entstürzen sie schäumend dem finstern Schoße.

Und es wallet und siedet und brauset und zischt,

Wie wenn Wasser mit Feuer sich mengt,

Bis zum Himmel sprützet der dampfende Gischt,

Und Flut auf Flut sich ohn Ende drängt,

Und will sich nimmer erschöpfen und leeren,

Als wollte das Meer noch ein Meer gebären.

Doch endlich, da legt sich die wilde Gewalt,

Und schwarz aus dem weißen Schaum

Klafft hinunter ein gähnender Spalt,

Grundlos als gings in den Höllenraum,

Und reißend sieht man die brandenden Wogen

Hinab in den strudelnden Trichter gezogen.

Jetzt schnell, eh die Brandung wiederkehrt,

Der Jüngling sich Gott befiehlt,

Und – ein Schrei des Entsetzens wird rings gehört,

Und schon hat ihn der Wirbel hinweggespült,

Und geheimnisvoll über dem kühnen Schwimmer

Schließt sich der Rachen, er zeigt sich nimmer.

Und stille wirds über dem Wasserschlund,

In der Tiefe nur brauset es hohl,

Und bebend hört man von Mund zu Mund:

Hochherziger Jüngling, fahre wohl!

Und hohler und hohler hört mans heulen,

Und es harrt noch mit bangem, mit schrecklichem Weilen.

Und wärfst du die Krone selber hinein,

Und sprächst: wer mir bringet die Kron,

Er soll sie tragen und König sein,

Mich gelüstete nicht nach dem teuren Lohn.

Was die heulende Tiefe da unten verhehle,

Das erzählt keine lebende glückliche Seele.

Wohl manches Fahrzeug, vom Strudel gefaßt,

Schoß gäh in die Tiefe hinab,

Doch zerschmettert nur rangen sich Kiel und Mast

Hervor aus dem alles verschlingenden Grab.

Und heller und heller wie Sturmes Sausen

Hört mans näher und immer näher brausen.

Und es wallet und siedet und brauset und zischt,

Wie wenn Wasser mit Feuer sich mengt,

Bis zum Himmel sprützet der dampfende Gischt,

Und Well auf Well sich ohn Ende drängt,

Und wie mit des fernen Donners Getose

Entstürzt es brüllend dem finstern Schoße.

Und sieh! aus dem finster flutenden Schoß

Da hebet sichs schwanenweiß,

Und ein Arm und ein glänzender Nacken wird bloß

Und es rudert mit Kraft und mit emsigem Fleiß,

Und er ists, und hoch in seiner Linken

Schwingt er den Becher rnit freudigem Winken.

Und atmete lang und atmete tief,

Und begrüßte das himmlische Licht.

Mit Frohlocken es einer dem andern rief:

Er lebt! Er ist da! Es behielt ihn nicht!

Aus dem Grab, aus der strudelnden Wasserhöhle

Hat der Brave gerettet die lebende Seele.

Und er kommt, es umringt ihn die jubelnde Schar,

Zu des Königs Füßen er sinkt,

Den Becher reicht er ihm knieend dar,

Und der König der lieblichen Tochter winkt,

Die füllt ihn mit funkelndem Wein bis zum Rande,

Und der Jüngling sich also zum König wandte:

“Lang lebe der König! Es freue sich,

Wer da atmet im rosichten Licht!

Da unten aber ists fürchterlich,

Und der Mensch versuche die Götter nicht,

Und begehre nimmer und nimmer zu schauen,

Was sie gnädig bedecken mit Nacht und Grauen.

Es riß mich hinunter blitzesschnell,

Da stürzt’ mir aus felsichtem Schacht

Wildflutend entgegen ein reißender Quell,

Mich packte des Doppelstroms wütende Macht,

Und wie einen Kreisel mit schwindelndem Drehen

Trieb michs um, ich konnte nicht widerstehen.

Da zeigte mir Gott, zu dem ich rief,

In der höchsten schrecklichen Not,

Aus der Tiefe ragend ein Felsenriff,

Das erfaßt ich behend und entrann dem Tod,

Und da hing auch der Becher an spitzen Korallen,

Sonst wär er ins Bodenlose gefallen.

Denn unter mir lags noch, bergetief,

In purpurner Finsternis da,

Und obs hier dem Ohre gleich ewig schlief,

Das Auge mit Schaudern hinuntersah,

Wie’s von Salamandern und Molchen und Drachen

Sich regt’ in dem furchtbaren Höllenrachen.

Schwarz wimmelten da, in grausem Gemisch,

Zu scheußlichen Klumpen geballt,

Der stachlichte Roche, der Klippenfisch,

Des Hammers greuliche Ungestalt,

Und dräuend wies mir die grimmigen Zähne

Der entsetzliche Hai, des Meeres Hyäne.

Und da hing ich und wars mir mit Grausen bewußt,

Von der menschlichen Hülfe so weit,

Unter Larven die einzige fühlende Brust,

Allein in der gräßlichen Einsamkeit,

Tief unter dem Schall der menschlichen Rede

Bei den Ungeheuern der traurigen Öde.

Und schaudernd dacht ichs, da krochs heran,

Regte hundert Gelenke zugleich,

Will sdmappen nach mir, in des Schreckens Wahn

Laß ich los der Koralle umklammerten Zweig,

Gleich faßt mich der Strudel mit rasendem Toben,

Doch es war mir zum Heil, er riß mich nach oben.”

Der König darob sich verwundert schier,

Und spricht: “Der Becher ist dein,

Und diesen Ring noch bestimm ich dir,

Geschmückt mit dem köstlichsten Edelgestein,

Versuchst du’s noch einmal und bringst mir Kunde,

Was du sahst auf des Meers tiefunterstem Grunde?”

Das hörte die Tochter mit weichem Gefühl,

Und mit schmeichelndem Munde sie fleht:

“Laßt, Vater, genug sein das grausame Spiel,

Er hat Euch bestanden, was keiner besteht,

Und könnt Ihr des Herzens Gelüsten nicht zähmen,

So mögen die Ritter den Knappen beschämen.”

Drauf der König greift nach dem Becher schnell,

In den Strudel ihn schleudert hinein,

“Und schaffst du den Becher mir wieder zur Stell,

So sollst du der trefflichste Ritter mir sein,

Und sollst sie als Ehgemahl heut noch umarmen,

Die jetzt für dich bittet mit zartem Erbarmen.”

Da ergreifts ihm die Seele mit Himmelsgewalt,

Und es blitzt aus den Augen ihm kühn,

Und er siehet erröten die schöne Gestalt,

Und sieht sie erbleichen und sinken hin,

Da treibts ihn, den köstlichen Preis zu erwerben,

Und stürzt hinunter auf Leben und Sterben.

Wohl hört man die Brandung, wohl kehrt sie zurück,

Sie verkündigt der donnernde Schall,

Da bückt sichs hinunter mit liebendem Blick,

Es kommen, es kommen die Wasser all,

Sie rauschen herauf, sie rauschen nieder,

Den Jüngling bringt keines wieder.

***

Die Bürgschaft

Zu Dionys dem Tyrannen, schlich

Damon den Dolch im Gewande,

Ihn schlugen die Häscher in Bande.

“Was wolltest du mit dem Dolche, sprich!”

Entgegnet ihm finster der Wüterich.

Die Stadt vom Tyrannen befreien!”

Das sollst du am Kreuze bereuen.”

“Ich bin”, spricht jener, “zu sterben bereit,

Und bitte nicht um mein Leben,

Doch willst du Gnade mir geben,

Ich flehe dich um drei Tage Zeit,

Bis ich die Schwester dem Gatten gefreit,

Ich lasse den Freund dir als Bürgen,

Ihn magst du, entrinn ich, erwürgen.”

Da lächelt der König mit arger List,

Und spricht nach kurzem Bedenken:

“Drei Tage will ich dir schenken.

Doch wisse! Wenn sie verstrichen die Frist,

Eh du zurück mir gegeben bist,

So muß er statt deiner erblassen,

Doch dir ist die Strafe erlassen.”

Und er kommt zum Freunde: “Der König gebeut,

Daß ich am Kreuz mit dem Leben

Bezahle das frevelnde Streben,

Doch will er mir gönnen drei Tage Zeit,

Bis ich die Schwester dem Gatten gefreit,

So bleib du dem König zum Pfande,

Bis ich komme, zu lösen die Bande.”

Und schweigend umarmt ihn der treue Freund,

Und liefert sich aus dem Tyrannen,

Der andere ziehet von dannen.

Und ehe das dritte Morgenrot scheint,

Hat er schnell mit dem Gatten die Schwester vereint,

Eilt heim mit sorgender Seele,

Damit er die Frist nicht verfehle.

Da gießt unendlicher Regen herab,

Von den Bergen stürzen die Quellen,

Und die Bäche, die Ströme schwellen.

Und er kommt ans Ufer mit wanderndem Stab,

Da reißet die Brücke der Strudel hinab,

Und donnernd sprengen die Wogen

Des Gewölbes krachenden Bogen.

Und trostlos irrt er an Ufers Rand,

Wie weit er auch spähet und blicket,

Und die Stimme, die rufende, schicket,

Da stößet kein Nachen. vom sichern Strand,

Der ihn setze an das gewünschte Land,

Kein Schiffer lenket die Fähre,

Und der wilde Strom wird zum Meere.

Da sinkt er ans Ufer und weint und fleht,

Die Hände zum Zeus erhoben:

“O hemme des Stromes Toben!

Es eilen die Stunden, im Mittag steht

Die Sonne und wenn sie niedergeht,

Und ich kann die Stadt nicht erreichen,

So muß der Freund mir erbleichen.”

Doch wachsend erneut sich des Stromes Wut,

Und Welle auf Welle zerrinnet,

Und Stunde an Stunde entrinnet,

Da treibt ihn die Angst, da faßt er sich Mut

Und wirft sich hinein in die brausende Flut,

Und teilt mit gewaltigen Armen

Den Strom, und ein Gott hat Erbarmen.

Und gewinnt das Ufer und eilet fort,

Und danket dem rettenden Gotte,

Da stürzet die raubende Rotte

Hervor aus des Waldes nächtlichem Ort,

Den Pfad ihm sperrend, und schnaubet Mord

Und hemmet des Wanderers Eile

Mit drohend geschwungener Keule.

“Was wollt ihr?” ruft er vor Schrecken bleich

“Ich habe nichts als mein Leben,

Das muß ich dem Könige geben!”

Und entreißt die Keule dem nächsten gleich:

“Um des Freundes willen erbarmet euch!”

Und drei, mit gewaltigen Streichen,

Erlegt er, die andern entweichen.

Und die Sonne versendet glühenden Brand

Und von der unendlichen Mühe

Ermattet sinken die Kniee:

“O hast du mich gnädig aus Räubershand,

Aus dem Strom mich gerettet ans heilige Land,

Und soll hier verschmachtend verderben,

Und der Freund mir, der liebende, sterben!”

Und horch! da sprudelt es silberhell

Ganz nahe, wie rieselndes Rauschen,

Und stille hält er zu lauschen,

Und sieh, aus dem Felsen, geschwätzig, schnell,

Springt murmelnd hervor ein lebendiger Quell,

Und freudig bückt er sich nieder,

Und erfrischet die brennenden Glieder.

Und die Sonne blickt durch der Zweige Grün,

Und malt auf den glänzenden Matten

Der Bäume gigantische Schatten;

Und zwei Wanderer sieht er die Straße ziehn,

Will eilenden Laufes vorüber fliehn,

Da hört er die Worte sie sagen:

“Jetzt wird er ans Kreuz geschlagen.”

Und die Angst beflügelt den eilenden Fuß,

Ihn jagen der Sorge Qualen,

Da schimmern in Abendrots Strahlen

Von ferne die Zinnen von Syrakus,

Und entgegen kommt ihm Philostratus,

Der Hauses redlicher Hüter,

Der erkennet entsetzt den Gebieter:

“Zurück! du rettest den Freund nicht mehr,

So rette das eigene Leben!

Den Tod erleidet er eben.

Von Stunde zu Stunde gewartet’ er

Mit hoffender Seele der Wiederkehr,

Ihm konnte den mutigen Glauben

Der Hohn des Tyrannen nicht rauben.”

“Und ist es zu spät, und kann ich ihm nicht

Ein Retter willkommen erscheinen,

So soll mich der Tod ihm vereinen.

Des rühme der blutge Tyrann sich nicht,

Daß der Freund dem Freunde gebrochen die Pflicht,

Er schlachte der Opfer zweie,

Und glaube an Liebe und Treue.”

Und die Sonne geht unter, da steht er am Tor

Und sieht das Kreuz schon erhöhet,

Das die Menge gaffend umstehet,

An dem Seile schon zieht man den Freund empor,

Da zertrennt er gewaltig den dichten Chor:

“Mich, Henker!” ruft er, “erwürget,

Da bin ich, für den er gebürget!”

Und Erstaunen ergreifet das Volk umher,

In den Armen liegen sich beide,

Und weinen für Schmerzen und Freude.

Da sieht man kein Auge tränenleer,

Und zum Könige bringt man die Wundermär,

Der fühlt ein menschliches Rühren,

Läßt schnell vor den Thron sie führen.

Und blicket sie lange verwundert an,

Drauf spricht er: “Es ist euch gelungen,

Ihr habt das Herz mir bezwungen,

Und die Treue, sie ist doch kein leerer Wahn,

So nehmet auch mich zum Genossen an,

Ich sei, gewährt mir die Bitte,

In eurem Bunde der Dritte.”

***

Die Kraniche des Ibykus

Zum Kampf der Wagen und Gesänge,

Der auf Korinthus’ Landesenge

Der Griechen Stämme froh vereint,

Zog Ibykus, der Götterfreund.

Ihm schenkte des Gesanges Gabe,

Der Lieder süßen Mund Apoll,

So wandert er, an leichtem Stabe,

Aus Rhegium, des Gottes voll.

Schon winkt auf hohem Bergesrücken

Akrokorinth des Wandrers Blicken,

Und in Poseidons Fichtenhain

Tritt er mit frommem Schauder ein.

Nichts regt sich um ihn her, nur Schwärme

Von Kranichen begleiten ihn,

Die fernhin nach des Südens Wärme

In graulichtem Geschwader ziehn.

“Seid mir gegrüßt, befreund’te Scharen!

Die mir zur See Begleiter waren,

Zum guten Zeichen nehm ich euch,

Mein Los, es ist dem euren gleich:

Von fern her kommen wir gezogen,

Und flehen um ein wirtlich Dach.

Sei uns der Gastliche gewogen,

Der von dem Fremdling wehrt die Schmach!”

Und munter fördert er die Schritte,

Und sieht sich in des Waldes Mitte –

Da sperren, auf gedrangem Steg,

Zwei Mörder plötzlich seinen Weg.

Zum Kampfe muß er sich bereiten,

Doch bald ermattet sinkt die Hand,

Sie hat der Leier zarte Saiten,

Doch nie des Bogens Kraft gespannt.

Er ruft die Menschen an, die Götter,

Sein Flehen dringt zu keinem Retter,

Wie weit er auch die Stimme schickt,

Nichts Lebendes wird hier erblickt,

“So muß ich hier verlassen sterben,

Auf fremdem Boden, unbeweint,

Durch böser Buben Hand verderben,

Wo auch kein Rächer mir erscheint!”

Und schwer getroffen sinkt er nieder,

Da rauscht der Kraniche Gefieder,

Er hört, schon kann er nicht mehr sehn,

Die nahen Stimmen furchtbar krähn.

“Von euch ihr Kraniche dort oben,

Wenn keine andre Stimme spricht,

Sei meines Mordes Klag erhoben!”

Er ruft es, und sein Auge bricht.

Der nackte Leichnam wird gefunden,

Und bald, obgleich entstellt von Wunden,

Erkennt der Gastfreund in Korinth

Die Züge, die ihm teuer sind.

“Und muß ich so dich wiederfinden,

Und hoffte mit der Fichte Kranz

Des Sängers Schläfe zu umwinden,

Bestrahlt von seines Ruhmes Glanz!”

Und jammernd hören’s alle Gäste,

Versammelt bei Poseidons Feste,

Ganz Griechenland ergreift der Schmerz,

Verloren hat ihn jedes Herz;

Und stürmend drängt sich zum Prytanen

Das Volk, es fodert seine Wut,

Zu rächen des Erschlagnen Manen,

Zu sühnen mit des Mörders Blut.

Doch wo die Spur, die aus der Menge,

Der Völker flutendem Gedränge,

Gelocket von der Spiele Pracht,

Den schwarzen Täter kenntlich macht?

Sind’s Räuber, die ihn feig erschlagen?

Tat’s neidisch ein verborgner Feind?

Nur Helios vermag’s zu sagen,

Der alles Irdische bescheint.

Er geht vielleicht mit frechem Schritte

Jetzt eben durch der Griechen Mitte,

Und während ihn die Rache sucht,

Genießt er seines Frevels Frucht;

Auf ihres eignen Tempels Schwelle

Trotzt er vielleicht den Göttern, mengt

Sich dreist in jene Menschenwelle,

Die dort sich zum Theater drängt.

Denn Bank an Bank gedränget sitzen,

Es brechen fast der Bühne Stützen,

Herbeigeströmt von fern und nah,

Der Griechen Völker wartend da,

Dumpfbrausend wie des Meeres Wogen,

Von Menschen wimmelnd, wächst der Bau

In weiter stets geschweiftem Bogen

Hinauf bis in des Himmels Blau.

Wer zählt die Völker, nennt die Namen,

Die gastlich hier zusammenkamen?

Von Cekrops’ Stadt, von Aulis’ Strand,

Von Phocis, vom Spartanerland,

Von Asiens entlegner Küste,

Von allen Inseln kamen sie,

Und horchen von dem Schaugerüste

Des Chores grauser Melodie,

Der streng und ernst, nach alter Sitte,

Mit Iangsam abgemeßnem Schritte,

Hervortritt aus dem Hintergrund,

Umwandelnd des Theaters Rund.

So schreiten keine ird’schen Weiber,

Die zeugete kein sterblich Haus!

Es steigt das Riesenmaß der Leiber

Hoch über menschliches hinaus.

Ein schwarzer Mantel schlägt die Lenden,

Sie schwingen in entfleischten Händen

Der Fackel düsterrote Glut,

In ihren Wangen fließt kein Blut;

Und wo die Haare lieblich flattern,

Um Menschenstirnen freundlich wehn,

Da sieht man Schlangen hier und Nattern

Die giftgeschwollnen Bäuche blähn.

Und schauerlich gedreht im Kreise,

Beginnen sie des Hymnus Weise,

Der durch das Herz zerreißend dringt,

Die Bande um den Frevler schlingt.

Besinnungraubend, herzbetörend

SchaIIt der Erinnyen Gesang,

Er schallt, des Hörers Mark verzehrend,

Und duldet nicht der Leier Klang:

“Wohl dem, der frei von Schuld und Fehle

Bewahrt die kindlich reine Seele!

Ihm dürfen wir nicht rächend nahn.

Er wandelt frei des Lebens Bahn.

Doch wehe, wehe, wer verstohlen

Des Mordes schwere Tat vollbracht!

Wir heften uns an seine Sohlen,

Das furchtbare Geschlecht der Nacht!

Und glaubt er fliehend zu entspringen,

Geflügelt sind wir da, die Schlingen

Ihm werfend um den flüchtgen Fuß,

Daß er zu Boden fallen muß.

So jagen wir ihn, ohn Ermatten,

Versöhnen kann uns keine Reu,

Ihn fort und fort bis zu den Schatten,

Und geben ihn auch dort nicht frei.”

So singend tanzen sie den Reigen,

Und StiIIe wie des Todes Schweigen

Liegt überm ganzen Hause schwer,

Als ob die Gottheit nahe wär.

Und feierlich, nach alter Sitte,

Umwandelnd des Theaters Rund,

Mit langsam abgemeßnem Schritte,

Verschwinden sie im Hintergrund.

Und zwischen Trug und Wahrheit schwebet

Noch zweifelnd jede Brust und bebet,

Und huldiget der furchtbarn Macht,

Die richtend im Verborgnen wacht,

Die unerforschlich, unergründet,

Des Schicksals dunkeln Knäuel flicht,

Dem tiefen Herzen sich verkündet,

Doch fliehet vor dem Sonnenlicht.

Da hört man auf den höchsten Stufen

Auf einmal eine Stimme rufen:

“Sieh da! Sieh da, Timotheus,

Die Kraniche des Ibykus!” –

Und finster plötzlich wird der Himmel,

Und über dem Theater hin

Sieht man, in schwärzlichtem Gewimmel,

Ein Kranichheer vorüberziehn.

“Des Ibykus!” – Der teure Name

Rührt jede Brust mit neuem Grame,

Und wie im Meere Well auf Well,

So läuft’s von Mund zu Munde schnell:

“Des Ibykus, den wir beweinen,

Den eine Mörderhand erschlug!

Was ist mit dem? Was kann er meinen?

Was ist’s mit diesem Kranichzug?”

Und lauter immer wird die Frage,

Und ahnend fliegt’s, mit Blitzesschlage,

Durch alle Herzen: “Gebet acht,

Das ist der Eumeniden Macht!

Der fromme Dichter wird gerochen,

Der Mörder bietet selbst sich dar!

Ergreift ihn, der das Wort gesprochen,

Und ihn, an den’s gerichtet war.”

Doch dem war kaum das Wort entfahren,

Möcht er’s im Busen gern bewahren;

Umsonst! der schreckenbleiche Mund

Macht schnell die Schuldbewußten kund.

Man reißt und schleppt sie vor den Richter,

Die Szene wird zum Tribunal,

Und es gestehn die Bösewichter,

Getroffen von der Rache Strahl.

***

 

Die Teilung der Erde

Nehmt hin die Welt! rief Zeus von seinen Höhen

Den Menschen zu, nehmt, sie soll euer sein.

Euch schenk ich sie zum Erb und ewgen Lehen,

Doch teilt euch brüderlich darein.

Da eilt was Hände hat, sich einzurichten,

Es regte sich geschäftig jung und alt.

Der Ackermann griff nach des Feldes Früchten,

Der Junker birschte durch den Wald.

Der Kaufmann nimmt, was seine Speicher fassen,

Der Abt wählt sich den edeln Firnewein,

Der König sperrt die Brücken und die Straßen,

Und sprach, der Zehente ist mein.

Ganz spät, nachdem die Teilung längst geschehen,

Naht der Poet, er kam aus weiter Fern.

Ach! da war überall nichts mehr zu sehen,

Und alles hatte seinen Herrn!

Weh mir! So soll denn ich allein von allen

Vergessen sein, ich, dein getreuster Sohn?

So ließ er laut der Klage Ruf erschallen,

Und warf sich hin vor Jovis Thron.

Wenn du im Land der Träume dich verweilet,

Versetzt der Gott, so hadre nicht mit mir.

Wo warst du denn, als man die Welt geteilet?

Ich war, sprach der Poet, bei dir.

Mein Auge hing an deinem Angesichte,

An deines Himmels Harmonie mein Ohr.

Verzeih dem Geiste, der, von deinem Lichte

Berauscht, das Irdische verlor!

Was tun! spricht Zeus, die Welt ist weggegeben,

Der Herbst, die Jagd, der Markt ist nicht mehr mein.

Willst du in meinem Himmel mit mir leben,

Sooft du kommst, er soll dir offen sein

***

Die Worte des Glaubens

Drei Worte nenn ich euch, inhaltschwer,

Sie gehen von Munde zu Munde,

Doch stammen sie nicht von außen her,

Das Herz nur gibt davon Kunde,

Dem Menschen ist aller Wert geraubt,

Wenn er nicht mehr an die drei Worte glaubt.

Der Mensch ist frei geschaffen, ist frei,

Und würd er in Ketten geboren,

Laßt euch nicht irren des Pöbels Geschrei,

Nicht den Mißbrauch rasender Toren,

Vor dem Sklaven, wenn er die Kette bricht,

Vor dem freien Menschen erzittert nicht.

Und die Tugend, sie ist kein leerer Schall,

Der Mensch kann sie üben im Leben,

Und sollt er auch straucheln überall,

Er kann nach der göttlichen streben,

Und was kein Verstand der Verständigen sieht,

Das übet in Einfalt ein kindlich Gemüt.

Und ein Gott ist, ein heiliger Wille lebt,

Wie auch der menschliche wanke,

Hoch über der Zeit und dem Raume webt

Lebendig der höchste Gedanke,

Und ob alles in ewigem Wechsel kreist,

Es beharret im Wechsel ein ruhiger Geist.

Die drei Worte bewahret euch, inhaltschwer,

Sie pflanzet von Munde zu Munde,

Und stammen sie gleich nicht von außen her,

Euer Innres gibt davon Kunde,

Dem Menschen ist nimmer sein Wert geraubt,

So lang er noch an die drei Worte glaubt.

 

***

Die Worte des Wahns

Drei Worte hört man bedeutungschwer

Im Munde der Guten und Besten,

Sie schallen vergeblich, ihr Klang ist leer,

Sie können nicht helfen und trösten.

Verscherzt ist dem Menschen des Lebens Frucht,

So lang er die Schatten zu haschen sucht.

So lang er glaubt an die Goldene Zeit,

Wo das Rechte, das Gute wird siegen,

Das Rechte, das Gute führt ewig Streit,

Nie wird der Feind ihm erliegen,

Und erstickst du ihn nicht in den Lüften frei,

Stets wächst ihm die Kraft auf der Erde neu.

So lang er glaubt, daß das buhlende Glück

Sich dem Edeln vereinigen werde,

Dem Schlechten folgt es mit Liebesblick,

Nicht dem Guten gehöret die Erde.

Er ist ein Fremdling, er wandert aus,

Und suchet ein unvergänglich Haus.

So lang er glaubt, daß dem irdschen Verstand

Die Wahrheit je wird erscheinen,

Ihren Schleier hebt keine sterbliche Hand,

Wir können nur raten und meinen.

Du kerkerst den Geist in ein tönend Wort,

Doch der freie wandelt im Sturme fort.

Drum edle Seele, entreiß dich dem Wahn,

Und den himmlischen Glauben bewahre.

Was kein Ohr vernahm, was die Augen nicht sahn,

Es ist dennoch, das Schöne, das Wahre!

Es ist nicht draußen, da sucht es der Tor,

Es ist in dir, du bringst es ewig hervor.

***

 

Nänie

Auch das Schöne muß sterben! Das Menschen und Götter bezwinget,
Nicht die eherne Brust rührt es des stygischen Zeus.
Einmal nur erweichte die Liebe den Schattenbeherrscher,
Und an der Schwelle noch, streng, rief er zurück sein Geschenk.

Nicht stillt Aphrodite dem schönen Knaben die Wunde,
Die in den zierlichen Leib grausam der Eber geritzt.
Nicht errettet den göttlichen Held die unsterbliche Mutter,
Wann er, am skäischen Tor fallend, sein Schicksal erfüllt.

Aber sie steigt aus dem Meer mit allen Töchtern des Nereus,
Und die Klage hebt an um den verherrlichten Sohn.
Siehe! Da weinen die Götter, es weinen die Göttinnen alle,

Daß das Schöne vergeht, daß das Vollkommene stirbt.
Auch ein Klaglied zu sein im Mund der Geliebten, ist herrlich,
Denn das Gemeine geht klanglos zum Orkus hinab.

***

 

Inno Alla gioia

Gioia, bella scintilla divina,

figlia degli Elisei,

noi entriamo ebbri e frementi,

celeste, nel tuo tempio.

La tua magia ricongiunge

ciò che la moda ha rigidamente diviso,

tutti gli uomini diventano fratelli,

dove la tua ala soave freme.

L’uomo a cui la sorte benevola,

concesse di essere amico di un amico,

chi ha ottenuto una donna leggiadra,

unisca il suo giubilo al nostro!

Sì, – chi anche una sola anima

possa dir sua nel mondo!

Chi invece non c’è riuscito, lasci

piangente e furtivo questa compagnia!

Gioia bevono tutti i viventi

dai seni della natura;

tutti i buoni, tutti i malvagi

seguono la sua traccia di rose!

Baci ci ha dato e uva ,

un amico, provato fino alla morte!

La voluttà fu concessa al verme,

e il cherubino sta davanti a Dio!Lieti, come i suoi astri volano

attraverso la volta splendida del cielo,

percorrete, fratelli, la vostra strada,

gioiosi, come un eroe verso la vittoria.

Abbracciatevi, moltitudini!

Questo bacio (vada) al mondo intero

Fratelli, sopra il cielo stellato

deve abitare un padre affettuoso.

Vi inginocchiate, moltitudini?

Intuisci il tuo creatore, mondo?

Cercalo sopra il cielo stellato!

Sopra le stelle deve abitare!

*

Der Spaziergang

Sei mir gegrüßt, mein Berg mit dem rötlich strahlenden Gipfel!

Sei mir Sonne gegrüßt, die ihn so lieblich bescheint!

Dich auch grüß ich, belebte Flur, euch säuselnde Linden,

Und den fröhlichen Chor, der auf den Ästen sich wiegt,

Ruhige Bläue dich auch, die unermesslich sich ausgießt

Um das braune Gebirg, über den grünenden Wald,

Auch um mich, der endlich entflohn des Zimmers Gefängnis

Und dem engen Gespräch freudig sich rettet zu dir.

Deiner Lüfte balsamischer Strom durchrinnt mich erquickend,

Und den durstigen Blick labt das energische Licht.

Kräftig auf blühender Au erglänzen die wechselnden Farben,

Aber der reizende Streit löset in Anmut sich auf.

Frei empfängt mich die Wiese mit weithin verbreitetem Teppich,

Durch ihr freundliches Grün schlingt sich der ländliche Pfad,

Um mich summt die geschäftige Bien’, mit zweifelndem Flügel

Wiegt der Schmetterling sich über dem rötlichten Klee.

Glühend trifft mich der Sonne Pfeil, still liegen die Weste,

Nur der Lerche Gesang wirbelt in heiterer Luft.

Doch jetzt braust’s aus dem nahen Gebüsch, tief neigen der Erlen

Kronen sich, und im Wind wogt das versilberte Gras,

Mich umfängt ambrosische Nacht; in duftende Kühlung

Nimmt ein prächtiges Dach schattender Buchen mich ein,

In des Waldes Geheimnis entflieht mir auf einmal die Landschaft,

Und ein schlängelnder Pfad leitet mich steigend empor.

Nur verstohlen durchdringt der Zweige laubigtes Gitter

Sparsames Licht, und es blickt lachend das Blaue herein.

Aber plötzlich zerreißt der Flor. Der geöffnete Wald gibt

Überraschend des Tags blendendem Glanz mich zurück.

Unabsehbar ergießt sich vor meinen Blicken die Ferne,

Und ein blaues Gebirg endigt im Dufte die Welt.

Tief an des Berges Fuß, der jählings unter mir abstürzt,

Wallet des grünlichten Stroms fließender Spiegel vorbei.

Endlos unter mir seh’ ich den Äther, über mir endlos,

Blicke mit Schwindeln hinauf, blicke mit Schaudern hinab,

Aber zwischen der ewigen Höh und der ewigen Tiefe

Trägt ein geländerter Steig sicher den Wandrer dahin.

Lachend fliehen an mir die reichen Ufer vorüber,

Und den fröhlichen Fleiß rühmet das prangende Tal.

Jene Linien, sieh! die des Landmanns Eigentum scheiden,

In den Teppich der Flur hat sie Demeter gewirkt.

Freundliche Schrift des Gesetzes, des Menschenerhaltenden Gottes,

Seit aus der ehernen Welt fliehend die Liebe verschwand,

Aber in freieren Schlangen durchkreuzt die geregelten Felder,

Jetzt verschlungen vom Wald, jetzt an den Bergen hinauf

Klimmend, ein schimmernder Streif, die Länder verknüpfende Straße,

Auf dem ebenen Strom gleiten die Flöße dahin.

Vielfach ertönt der Herden Geläut im belebten Gefilde,

Und den Widerhall weckt einsam des Hirten Gesang.

Muntre Dörfer bekränzen den Strom, in Gebüschen verschwinden

Andre, vom Rücken des Bergs stürzen sie jäh dort herab.

Nachbarlich wohnet der Mensch noch mit dem Acker zusammen,

Seine Felder umruhn friedlich sein ländliches Dach,

Traulich rankt sich die Reb’ empor an dem niedrigen Fenster,

Einen umarmenden Zweig schlingt um die Hütte der Baum.

Glückliches Volk der Gefilde! Noch nicht zur Freiheit erwachet,

Teilst du mit deiner Flur fröhlich das enge Gesetz.

Deine Wünsche beschränkt der Ernten ruhiger Kreislauf,

Wie dein Tagewerk, gleich, windet dein Leben sich ab!

Aber wer raubt mir auf einmal den lieblichen Anblick? Ein fremder

Geist verbreitet sich schnell über die fremdere Flur!

Spröde sondert sich ab, was kaum noch liebend sich mischte,

Und das Gleiche nur ist’s, was an das Gleiche sich reiht.

Stände seh ich gebildet, der Pappeln stolze Geschlechter

Ziehn in geordnetem Pomp vornehm und prächtig daher.

Regel wird alles, und alles wird Wahl und alles Bedeutung,

Dieses Dienergefolg meldet den Herrscher mir an.

Prangend verkündigen ihn von fern die beleuchteten Kuppeln,

Aus dem felsigten Kern hebt sich die türmende Stadt.

In die Wildnis hinaus sind des Waldes Faunen verstoßen,

Aber die Andacht leiht höheres Leben dem Stein.

Näher gerückt ist der Mensch an den Menschen. Enger wird um ihn,

Reger erwacht, es umwälzt rascher sich in ihm die Welt.

Sieh, da entbrennen in feurigem Kampf die eifernden Kräfte,

Großes wirket ihr Streit, Größeres wirket ihr Bund.

Tausend Hände belebt Ein Geist, hoch schläget in tausend

Brüsten, von einem Gefühl glühend, ein einziges Herz,

Schlägt für das Vaterland und glüht für der Ahnen Gesetze,

Hier auf dem teuren Grund ruht ihr verehrtes Gebein.

Nieder steigen vom Himmel die seligen Götter und nehmen

In dem geweihten Bezirk festliche Wohnungen ein,

Herrliche Gaben bescherend erscheinen sie; Ceres vor allen

Bringet des Pfluges Geschenk, Hermes den Anker herbei,

Bacchus die Traube, Minerva des Ölbaums grünende Reiser,

Auch das kriegrische Ross führet Poseidon heran,

Mutter Cybele spannt an des Wagens Deichsel die Löwen,

In das gastliche Tor zieht sie als Bürgerin ein.

Heilige Steine! Aus euch ergossen sich Pflanzer der Menschheit,

Fernen Inseln des Meers sandtet ihr Sitten und Kunst,

Weise sprachen das Recht an diesen geselligen Toren,

Helden stürzten zum Kampf für die Penaten heraus.

Auf den Mauren erschienen, den Säugling im Arme, die Mütter,

Blickten dem Heerzug nach, bis ihn die Ferne verschlang.

Betend stürzten sie dann vor der Götter Altären sich nieder,

Flehten um Ruhm und Sieg, flehten um Rückkehr für euch.

Ehre ward euch und Sieg, doch der Ruhm nur kehrte zurücke,

Eurer Taten Verdienst meldet der rührende Stein:

“Wanderer, kommst du nach Sparta, verkündige dorten, du habest

Uns hier liegen gesehn, wie das Gesetz es befahl.”

Ruhet sanft, ihr Geliebten! Von eurem Blute begossen,

Grünet der Ölbaum, es keimt lustig die köstliche Saat.

Munter entbrennt, des Eigentums froh, das freie Gewerbe,

Aus dem Schilfe des Stroms winket der bläulichte Gott.

Zischend fliegt in den Baum die Axt, es erseufzt die Dryade,

Hoch von des Berges Haupt stürzt sich die donnernde Last.

Aus dem Felsbruch wiegt sich der Stein, vom Hebel beflügelt,

In der Gebirge Schlucht taucht sich der Bergmann hinab.

Mulcibers Amboss tönt von dem Takt geschwungener Hämmer,

Unter der nervigten Faust sprützen die Funken des Stahls.

Glänzend umwindet der goldene Lein die tanzende Spindel,

Durch die Saiten des Garns sauset das webende Schiff.

Fern auf der Reede ruft der Pilot, es warten die Flotten,

Die in der Fremdlinge Land tragen den heimischen Fleiß,

Andre ziehn frohlockend dort ein, mit den Gaben der Ferne,

Hoch von dem ragenden Mast wehet der festliche Kranz.

Siehe, da wimmeln die Märkte, der Kran von fröhlichem Leben,

Seltsamer Sprachen Gewirr braust in das wundernde Ohr.

Auf den Stapel schüttet die Ernten der Erde der Kaufmann,

Was dem glühenden Strahl Afrikas Boden gebiert,

Was Arabien kocht, was die äußerste Thule bereitet,

Hoch mit erfreuendem Gut füllt Amalthea das Horn.

Da gebieret das Glück dem Talente die göttlichen Kinder,

Von der Freiheit gesäugt, wachsen die Künste der Lust.

Mit nachahmendem Leben erfreuet der Bildner die Augen,

Und vom Meißel beseelt, redet der fühlende Stein,

Künstliche Himmel ruhn auf schlanken ionischen Säulen,

Und den ganzen Olymp schließet ein Pantheon ein.

Leicht wie der Iris Sprung durch die Luft, wie der Pfeil von der Senne,

Hüpfet der Brücke Joch über den brausenden Strom.

Aber im stillen Gemach entwirft bedeutende Zirkel

Sinnend der Weise, beschleicht forschend den schaffenden Geist,

Prüft der Stoffe Gewalt, der Magnete Hassen und Lieben,

Folgt durch die Lüfte dem Klang, folgt durch den Äther dem Strahl,

Sucht das vertraute Gesetz in des Zufalls grausenden Wundern,

Sucht den ruhenden Pol in der Erscheinungen Flucht.

Körper und Stimme leiht die Schrift dem stummen Gedanken,

Durch der Jahrhunderte Strom trägt ihn das redende Blatt.

Da zerrinnt vor dem wundernden Blick der Nebel des Wahnes,

Und die Gebilde der Nacht weichen dem tagenden Licht.

Seine Fesseln zerbricht der Mensch. Der Beglückte! Zerriss er

Mit den Fesseln der Furcht nur nicht den Zügel der Scham!

Freiheit ruft die Vernunft, Freiheit die wilde Begierde,

Von der heil’gen Natur ringen sie lüstern sich los.

Ach, da reißen im Sturm die Anker, die an dem Ufer

Warnend ihn hielten, ihn fasst mächtig der flutende Strom,

Ins Unendliche reißt er ihn hin, die Küste verschwindet,

Hoch auf der Fluten Gebirg wiegt sich entmastet der Kahn,

Hinter Wolken erlöschen des Wagens beharrliche Sterne,

Bleibend ist nichts mehr, es irrt selbst in dem Busen der Gott.

Aus dem Gespräche verschwindet die Wahrheit, Glauben und Treue

Aus dem Leben, es lügt selbst auf der Lippe der Schwur.

In der Herzen vertraulichsten Bund, in der Liebe Geheimnis

Drängt sich der Sykophant, reißt von dem Freunde den Freund,

Auf die Unschuld schielt der Verrat mit verschlingendem Blicke,

Mit vergiftendem Biss tötet des Lästerers Zahn.

Feil ist in der geschändeten Brust der Gedanke, die Liebe

Wirft des freien Gefühls göttlichen Adel hinweg.

Deiner heiligen Zeichen, o Wahrheit, hat der Betrug sich

Angemaßt, der Natur köstlichste Stimmen entweiht,

Die das bedürftige Herz in der Freude Drang sich erfindet,

Kaum gibt wahres Gefühl noch durch Verstummen sich kund.

Auf der Tribüne prahlet das Recht, in der Hütte die Eintracht,

Des Gesetzes Gespenst steht an der Könige Thron.

Jahre lang mag, jahrhundertelang die Mumie dauern,

Mag das trügende Bild lebender Fülle bestehn,

Bis die Natur erwacht, und mit schweren ehernen Händen

An das hohle Gebäu rühret die Not und die Zeit,

Einer Tigerin gleich, die das eiserne Gitter durchbrochen

Und des numidischen Walds plötzlich und schrecklich gedenkt,

Aufsteht mit des Verbrechens Wut und des Elends die Menschheit,

Und in der Asche der Stadt sucht die verlorne Natur.

O so öffnet euch Mauren, und gebt den Gefangenen ledig,

Zu der verlassenen Flur kehr er gerettet zurück!

Aber wo bin ich? Es birgt sich der Pfad. Abschüssige Gründe

Hemmen mit gähnender Kluft hinter mir, vor mir den Schritt.

Hinter mir blieb der Gärten, der Hecken vertraute Begleitung,

Hinter mir jegliche Spur menschlicher Hände zurück.

Nur die Stoffe seh’ ich getürmt, aus welchen das Leben

Keimet, der rohe Basalt hofft auf die bildende Hand.

Brausend stürzt der Gießbach herab durch die Rinne des Felsen,

Unter den Wurzeln des Baums bricht er entrüstet sich Bahn.

Wild ist es hier und schauerlich öd. Im einsamen Luftraum

Hängt nur der Adler und knüpft an das Gewölke die Welt.

Hoch herauf bis zu mir trägt keines Windes Gefieder

Den verlorenen Schall menschlicher Mühen und Lust.

Bin ich wirklich allein? In deinen Armen, an deinem

Herzen wieder, Natur, ach! und es war nur ein Traum,

Der mich schaudernd ergriff mit des Lebens furchtbarem Bilde,

Mit dem stürzenden Tal stürzte der finstre hinab.

Reiner nehm’ ich mein Leben von deinem reinen Altare,

Nehme den fröhlichen Mut hoffender Jugend zurück!

Ewig wechselt der Wille den Zweck und die Regel, in ewig

Wiederholter Gestalt wälzen die Taten sich um.

Aber jugendlich immer, in immer veränderter Schöne

Ehrst du, fromme Natur, züchtig das alte Gesetz,

Immer dieselbe, bewahrst du in treuen Händen dem Manne,

Was dir das gaukelnde Kind, was dir der Jüngling vertraut,

Nährest an gleicher Brust die vielfach wechselnden Alter;

Unter demselben Blau, über dem nämlichen Grün

Wandeln die nahen und wandeln vereint die fernen Geschlechter,

Und die Sonne Homers, siehe! sie lächelt auch uns.

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