IL POSTO DELLA DONNA TEDESCA nel Nazionalsocialismo e in guerra (articolo del 17 novembre 1941) – 2a e ultima parte

Intervento dello Stato

Se non fosse scoppiata la guerra, è probabile che non si sarebbero compiuti passi ulteriori. Ciò che era stato fatto aveva di per sé carattere rivoluzionario. Ci si sarebbe fermati lì e si sarebbe perfezionato il sistema nei dettagli. Ma la guerra non poté essere evitata. E con essa si scatenò quel sommovimento nel campo della manodopera che tutti i paesi belligeranti hanno esperimentato perchè dovunque è sorto il problema di bilanciare i bisogni delle forze armate con i bisogni della produzione bellica della produzione agricola e dei servizi pubblici. In guerra le braccia da lavoro non sono mai troppe e occorre stabilire la graduatoria d’importanza delle varie attività. Ne nacque una legislazione basata sull’obbligatorietà generale del lavoro. Non più la ferma lavorativa, ma la mobilitazione lavorativa. Mentre le leggi nazionalsocialiste del tempo di pace partivano dalla premessa che il lavoro fosse un diritto del Volksgenosse, la guerra condusse al capovolgimento del diritto in dovere. Avendo imperniato la sua politica economica e sociale sulla fissità dei prezzi e dei salari, il Regime non poteva attrarre le braccia inerti alle macchine industriali con lo stimolo del guadagno; doveva manovrarle con le leggi. Decretò quindi, senza ricorrere a un’esplicita militarizzazione della manodopera, che la conclusione e la rescissione dei contratti di lavoro dipendeva dagli uffici statali creati apposta; e che all’occorrenza ogni Volksgenosse poteva essere chiamato a prestare una determinata funzione, ad abbandonare un’attività per intraprenderne un’altra, a trasferirsi da un luogo all’altro. L’interesse della Volksgemeinschaft diventava criterio supremo.

Per dimostrare come il Regime ci tenga non solo a ottenere in pratica gli scopi che si propone, ma altresì a inculcare nel pubblico le massime fondamentali, affinché non sorgano equivoci e affinché non si formi una nuova mentalità, merita riferire un tipico incidente. La direzione di una grande azienda che produce per la guerra aveva negato a un operaio la libertà di licenziarsi, dicendogli che la fabbrica lavorava a fini nazionali ed era animata da un «egoismo aziendale» che la spingeva a produrre il massimo; onde non poteva rinunciare al lavoro di quell’operaio. Il Fronte del Lavoro però intervenne: ammise che in sostanza l’egoismo aziendale si identificava in quel caso con l’interesse nazionale, ma disapprovò la motivazione del rifiuto; perché un interesse aziendale, e non parlare di egoismo, non è lecito, è illegittimo. I movimenti di ogni singolo operaio possono essere decisi dall’ufficio del lavoro, ossia dallo Stato, non dalla direzione della fabbrica, per quante ragioni abbia; all’ufficio del lavoro spetta la tutela dell’interesse nazionale in questo campo della vita tedesca.

Orbene, come non si hanno riguardi per la personalità separata delle aziende, nemmeno quando sono, all’evidenza, fattori indispensabili di una vittoriosa condotta della guerra, non si possono conoscere riguardi per la famiglia presa come nucleo sociale indipendente. Anche la famiglia sottostà in Germania, in forma palpabile, agli obblighi generali, vive solo in armonia con l’interesse generale, e può, in caso di necessità, essere temporaneamente divisa, quando tale interesse collettivo lo esiga. Così le donne, che otto anni fa furono rinviate alla casa, ne sono state riprese per essere inserite nell’apparato produttivo che lavora per la guerra.

Non bisogna pensare che siano state mobilitate in massa. Il patriottismo e la disciplina spontanea hanno reso superflue le misure coercitive, e anche quando si rivela che centodieci mila donne tedesche sono state «obbligate» a intraprendere certi lavori, si vuole unicamente indicare che sono state trasferite da un’industria all’altra, come ad esempio da quella tessile a quella meccanica, o che, avendo accettato un impiego, vi sono state vincolate sono alla fine del conflitto.

Mobilitazione femminile

 

Si ha come risultato che oggi nell’economia di guerra l’elemento femminile rappresenta il 37,1 per cento del totale di persone attive, il che vuol dire dai 17 ai 18 milioni. Ma siccome alla vigilia della guerra il 40 per cento della popolazione femminile di Germania già lavorava (perchè il richiamo dai focolari cominciò piano piano, con altri mezzi, vari anni or sono), l’aumento del numero delle donne attive in conseguenza diretta della guerra non è probabilmente che di un milione e alcune centinaia di migliaia. Rispetto al 1940, l’aumento della cifra assoluta di donne attive nell’economia del Paese è valutato pressappoco al 15 per cento. Nell’industria chimica è aumentato del 67 per cento, in quella metallurgica e meccanica del 52 per cento, in una serie di altre industrie del 56 per cento. Questo significa che in parte notevole il contributo femminile delle donne alla guerra e stato conseguito con spostamenti da un ramo della produzione ad un altro. Oltre alle donne attive nell’industria, a quelle che lavorano nei campi, vanno contate le ragazze del Servizio del Lavoro — oggi 230 mila e fra poco 280 mila — e le centinaia ai migliaia di donne le quali, senza essere elencate nelle statistiche degli impieghi perché teoricamente sono rimaste a casa, contribuiscono in vario modo ai servizi di guerra, specialmente a quelli assistenziali.

Il contributo femminile totale è davvero imponente. La signora Scholtz-Klink, capessa delle donne nazionalsocialiste, spera tuttavia che non si tratti di cosa perpetua: «Quando la Germania addita questa magnifica partecipazione delle donne al lavoro – essa scrive -, non lo fa per vantarsi di un successo. Tutti sappiamo quanti problemi siano connessi con tale stato di cose. E’ principio del nazionalsocialismo che la donna maritata, e in ispecie la madre, abbia il suo posto nella famiglia. L’incanalamento del lavoro e il regolamento dei salari in tempo di pace dovranno lasciare aperte alle donne la possibilità di guadagnare; ma le madri dovranno essere liberate dal lavoro come necessità». E’ il voto nostalgico di una donna. Senonché i tempi che corrono sono ferrei. L’economista Winschuh dice al riguardo in un suo libro: «La necessità di saturare il potenziale lavorativo e la scarsità di braccia sono stati più forti dell’ideale di lasciare la donna nella famiglia». Il principio dell’Arbeitslenkung, in altre parole, ha deciso la sorte delle donne. E’ lecito domandarsi se alla fine della guerra i voti e gli ideali ora detti potranno essere realizzati; giacché tutti intuiscono che la fine della guerra non significherà ipso facto la fine dell’attività ad altissima pressione che contraddistingue il conflitto. Ma se, come è prevedibile, la ricostruzione e il nuovo ordine richiederanno un impiego totale delle energie della Nazione, la posizione speciale della donna tedesca non sarà probabilmente modificata. Il suo lavoro e la sua lotta a fianco a fianco dell’uomo continueranno: sarà ancora la Kamerad Frau.

***FINE***

(La foto non era in corredo all’articolo ma da noi tratta dal libro del 1941 “Frauen helfen siegen”)

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