La Repubblica e i lavoratori (articolo del 4 gennaio 1944)

La Repubblica e i lavoratori

 

S’è detto da molti che il partito fascista repubblicano non deve aver tema di costituire numericamente una minoranza. In linea di massima siamo noi pure di questo parere. Se concepiamo il partito come un’aristocrazia del pensiero e dell’azione e lo vogliamo primo nella lotta e nel sacrificio, esempio di patriottismo, di equilibrio e di rettitudine, è chiaro che meno numeroso sarà e maggiori risulteranno le probabilità di vederlo mantenersi fedele ai principii. I Templari, che così potentemente influirono sulla civiltà del XII e del XIII secolo, non erano più di quindicimila nell’intera Europa! Comunque, a prescindere dal fatto che, sorti per combattere gli Infedeli e vincolati dal triplice voto di castità, di povertà e di obbedienza, i militi del Tempio si trasformarono con gli anni in una confraternita di banchieri e finirono implicati in un processo di eresia, non va perduto d’occhio che altro è assolvere, come fu il caso loro, una missione in margine allo Stato ed altro prendere sopra di sé la responsabilità diretta del reggimento di uno Stato, non solo: altro era l’Europa sullo scorcio del Medio Evo, allorché le masse non contavano nulla e una minoranza risoluta e bene organizzata quale i Templari o l’Ordine Teutonico bastava a sollevare di peso un popolo, ed altro uno Stato moderno, dove la massa è tutto o quasi tutto. Oggi una minoranza scelta, organica, concorde e disciplinata potrà tecnicamente riuscire sufficientissima a maneggiare le leve di comando di una pubblica amministrazione e a condurre gli affari di una comunità, ma politicamente, moralmente, storicamente le occorrerà pur sempre il consenso di uno almeno tra i fattori integranti della nazione. La fiducia, per quanto legittima, nelle virtù delle minoranze non saprebbe escludere il fatto, di evidenza palmare, che nessuna minoranza può ormai più senza grave discapito prescindere durevolmente dall’appoggio o per lo meno dalla benevola neutralità di una maggioranza.

Per spiegarci meglio, pagheremo l’esempio della più aborrita ma anche della più potente fra le minoranze che nell’età moderna hanno esplicato un’azione politica di grande stile: la Massoneria. La Massoneria non ha mai annoverato sui propri ruoli più di qualche centinaio di migliaia di adepti in paesi che contavano parecchi milioni di abitanti, ma sarebbe ingenuo supporre che essa non abbia fatto assegnamento, per mantenersi al potere, se non sulla collaborazione o sulla complicità dei massoni. Quel che formò la forza della setta fu un certo complesso di dottrine o di parole d’ordine, accuratamente scelte, sulle quali seppe concentrare il consenso, illuminato o no, di milioni di profani, che nulla conoscevano della sua esistenza e tanto meno dei suoi riti, che non ne speravano vantaggi e non ne temevano danni, in una parola, che vivevano totalmente all’infuori di essa.

Non era, del resto, questa una novità. Dai tempi più remoti, quelli di Eleusi e di Pitagora, degli Orfici e degli Alessandrini, per non dire degli antichi Egizi, tutte le associazioni sacerdotali ebbero una faccia essoterica e una esoterica, un aspetto pubblico e uno privato: e se il secondo assicurò loro continuità e durata è fuori dubbio che il loro successo esterno dipese sempre in gran parte dal primo. Fra le quinte, la Massoneria dell’Ottantanove lavorò a instaurare la laicità, scalzare la monarchia e fondare il potere del Terzo Stato: ma quelle che le spianò la strada e portò acqua al suo mulino fu l’aver gettato in pasto alle masse che materialmente dovevano scendere in piazza per fare la Rivoluzione i Diritti dell’Uomo, la libertà di commercio dei grani e l’abolizione delle decime, della mano morta e di qualche altro residuo feudale, tutte cose che potevano anche essere indifferenti a Danton o a Robespierre ma che non lo erano di certo al sanculotto e alla tricoteuse.

Lasciando la storia per l’attualità, vorremmo ora chiedere a quanti auspicano la rinascita della patria: «Qual è l’elemento della nazione italiana più suscettibile di diventare, nell’ambito della repubblica sociale, la maggioranza apolitica, la maggioranza non fascista della minoranza fascista?».

Rifacciamoci ai precedenti. Il fascismo repubblicano è nato ieri, ma il fascismo monarchico ha occupato il potere vent’anni. E quale fu tra il 1922 e il 1942, il suo polo magnetico, il suo punto di convergenza sul quadrante della società italiana? Né nord né sud, né est né ovest. Salito al potere in nome di un ideale di conciliazione, Mussolini tentò mettere d’accordo capitale e lavoro, i due poli contrari della civiltà liberale, il cui conflitto ci aveva portati alla drammatica situazione del triennio 1919-22. Il plano era bellissimo: i fatti, ahimè, lo frustrarono. Schieratasi a fianco del regime nel momento in cui si riteneva spacciata, non appena la pace sociale tornò a regnare in paese la borghesia capitalistica non ebbe altro pensiero fuorché quello di costringere il fascismo, impastoiandolo, a segnare il passo o, se non altro, a rinviare sine die ogni riforma radicale. Il corporativismo, l’idea maestra di Mussolini in materia statutaria, venne sterilizzato all’ingrosso e al dettaglio: all’ingrosso, perchè, dopo averne lungamente attesa la nascita, la Camera dei Fasci e delle Corporazioni visse solo sulla carta invece di diventare il foro operante delle forze vive del paese : al dettaglio, perchè i datori di lavoro non lasciarono nulla di intentato onde defraudare tacitamente gli operai di tutto quanto il regime credeva avere assicurato loro o tentava assicurar loro. Conclusione: alla classe lavoratrice non rimasero, della rivoluzione fascista, fuorché i vantaggi secondari: le garanzie contro i licenziamenti, le vacanze pagate, le colonie estive, le provvidenze sanitarie, il dopolavoro e le minori migliorie sociali. Le sfuggì, invece, tutto il resto, che era il massimo oggetto delle sue speranze, cioè una nuova impostazione dei rapporti fra capitale e lavoro e soprattutto la prospettiva di aver voce nel governo degli interessi generali della produzione. Quando ci dichiariamo stupiti ed offesi dell’ingratitudine degli operai per le agevolazioni materiali di cui il regime aveva assicurato loro il beneficio, abbiamo noi riflettuto che quella ingratitudine ha la sua origine in una grande delusione?

Oggi, quel che più preme è non arenarsi sullo stesso scoglio. Il desiderio di riscuotere il maggior numero di adesioni non deve spingerci a tentar di entrare ad ogni costo nelle grazie di tutti. Non si può puntare l’ago magnetico su tutti i punti della bussola contemporaneamente. Il programma conciliatore vuol esser rinviato a un secondo o a un terzo tempo, se non, ove occorra, sacrificato del tutto. In tempo di rivoluzione bisogna avere il coraggio di scegliere fra gli elementi di una società, come ai bivi si sceglie l’una o l’altra strada, se non si vuol, rischiare di tornare di continuo sui propri passi. La borghesia, ancora una volta sbigottita dallo spettro rosso, dà segno di voler riavvicinarsi al regime? Si riavvicini pure, ma non facciamole troppo di cappello. Conosciamo di lunga data l’animo della borghesia italiana, dal magnate all’intellettuale, e sappiamo qual calcolo si possa fare sopra da essa nell’ora del bisogno. I «premi della libertà» sono roba di ieri. In Italia, l’unica classe davvero interessante è oggi quella formata dal popolo lavoratore: operai, contadini e piccoli impiegati. Impostiamo audacemente l’edificio della Repubblica, che non a caso fu chiamata «sociale», sul socialismo, per usare la parola cruda, anche se a taluno essa fa ancora paura. Niente riforme affrettate, s’intende. La ricostituzione e la riforma della nostra economia produttiva, così per quanto riguarda gli uomini come per quanto riguarda le cose, dovranno essere progressive, prudentemente maturate e largamente discusse, procurando, nella misura del possibile e sin dall’inizio, vale a dire sin da ora, di dare anche alle masse la facoltà di far conoscere il loro pensiero in materia: giacché siamo latini, non dimentichiamolo, ed è un errore presentare a latini una legge bell’e fatta, senza aver dato loro adito alla deliberazione che ha condotto a promulgarla. Ma, con queste cautele e con tutte le altre che risultassero necessarie, atteniamoci fedelmente alla direttiva prescelta e non fasciamocene deviare né ritardare da nessuna minaccia, da nessun canto di sirene.

L’Europa è ormai, dalla Germania alla Russia, irrevocabilmente socialista, e lo rimarrà. Ci sia permesso aggiungere, in camera charitatis, che, in cospetto del binomio anglo-americano, cioè del blocco dei plutocrati, quelle che oggi insanguinano il Continente sono divergenze di metodo, non di ideali. La vera tragedia odierna sta nel fatto che la guerra dell’Est è una guerra intestina, un conflitto fra proletari aventi pressappoco le medesime vedute sull’organizzazione del mondo, una parte dei quali è stata però momentaneamente strappata alla comunità europea dal massimalismo anti-romano e dal furbesco disegno, fra asiatico e giudaico, di far trionfare una propria formula estremista a danno dei concorrenti, valendosi del concorso degli avversari. Non dobbiamo, tuttavia, perder d’occhio che la guerra con la Russia è una guerra fra concezioni rivali, non tra concezioni antitetiche. Il vero nemico è, per noi come per la Russia, il capitalismo liberale, il regime dello sfruttamento illimitato del lavoro e dell’illimitato profitto del capitale. Se sapremo restare in tale ordine di idee, se sapremo convincere i nostri lavoratori che la repubblica sociale sarà domani il loro bene, il loro demanio materiale e spirituale, avremo con noi tutto il popolo, per adesione spontanea e oso dire immediata, quand’anche i motori primi della rivoluzione restino una minoranza, un’aristocrazia, un ordine di Templari. E quel giorno, che potrebbe essere vicinissimo, vedremo, come per incanto, farsi dense anche le file dell’esercito combattente, giacché, non altrimenti di quanto accadde durante la Rivoluzione Francese, i soldati nasceranno sui nostri passi come gli uomini dalle pietre di Deucalione.

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