Walahfridus Strabone

Walahfridus (Walahfried) Strabone

a cura di Barbara Spadini


opere principali

De cultura hortorum o Hortulus

Libellus de exordiis et incrementis quarumdam in observationibus ecclesiasticis rerum

Visio Wettini

Vita et finis Mammae monachi

Versus de beati Blaithmaic vita et finis

Vita di San Gallo

Vita Othmari

De imagine Tetrici

Critica consigliata

Bartolomucci Nunzia,  Valafrido Strabone. I versus strabi de beati Blaithmaic vita et fine, Ediz. multilingue

 

biografia e poetica

(a cura di Barbara Spadini)

Valafrido  detto  Strabone (lat. strabo “il guercio”) a causa della sua forte miopia, è  scrittore, poeta  e teologo: nato in Svevia nell’anno  808 o 809, proveniente da una famiglia piuttosto modesta, muore nel corso di un viaggio,  attraversando la Loira, a circa quarant’anni, nell’ 849.

Studia teologia a Reichenau , ove il suo maestro di grammatica è Vetti, destinatario della Viso Wettini, poema giovanile di Walafrido e – in seguito –  a Fulda, ove ha la possibilità di conoscere Rabano Mauro, ampliando con questo maestro- allievo di Alcuino di York- la propria preparazione teologica.

In questo periodo di studio, a Reichenau, conosce Gotescalco, diventandone amico e confidente.

Nell’ anno 829 viene assunto da Ludovico il Pio e dalla moglie  Giuditta in qualità di  precettore di Carlo (futuro Carlo il Calvo); per i suoi servigi  ottiene  la nomina ad abate di Reichenau nell’838.

In precedenza, attorno all’anno 833, egli viene allontanato dalla corte e costretto al forzato esilio probabilmente nella città di Weissenburg, per il proprio coinvolgimento nelle lotte dinastiche, politiche e di potere fra i figli di Ludovico il Pio, su iniziativa del principe Lotario. Nell’834, però, assunto il controllo Carlo il Calvo, viene riammesso a corte.

Ancora, nell’838, viene esiliato, a seguito di nuove lotte per il potere dei quattro figli di Ludovico: Lotario I, Pipino di Aquitania, Ludovico II e Carlo il Calvo.

Parte, allora, per  Spira e, successivamente, alcuni studiosi ritengono anche soggiorni a Murbach.

Solo nell’842 Valafrido viene reintegrato nel proprio ruolo di abate , sotto la protezione di Lodovico II, ricoprendo quella carica fino alla morte.

Conosciuta e considerata favorevolmente dai suoi contemporanei, l’opera di Valafrido viene interpretata come esclusivamente teologica: solo in seguito verranno scoperte e rivalutate le sue grandi capacità poetiche.

Poeta lirico,capace di descrivere con enfasi i sentimenti quelli più intimi e quelli legati alla nostalgia,egli  mostra nel verso  il suo genio, veramente unico, personale, originale anche per  la grande  varietà metrica, che sa sapientemente utilizzare, con perizia ed arte.

Tra le sue opere ebbe grande fortuna nel Medioevo la “Glossa ordinaria” della Bibbia, un’opera che comunque mantiene una finalità per lo più compilativa.

Molto più interessanti ed originali i commenti biblici in lingua alto tedesca, o la traduzione del Diatessaron di Taziano, opera che vede la collaborazione di Valafrido e di Rabano Mauro.

Importante, dal punto di vista liturgico, il Liber de exordiis et incrementis quarumdam in osservationibus ecclesiasticis rerum. Questo libro  si occupa di edifici e altari, della posizione delle chiese, dell’uso delle campane, degli equivalenti germanici di termini ecclesiastici in latino, dell’uso delle immagini sacre, dell’evoluzione del rito della messa, dei riti battesimali.

Il suo poema giovanile Visio Wettini, che descrive un vero e proprio viaggio nell’Aldilà, il primo poema ispirato a tale tematica entro la cultura occidentale, mette in luce tutto il suo talento di versificatore in lingua latina; ancor di più il bellissimo poemetto in esametri Liber de cultura hortorum (o Hortulus, dell’arte del giardinaggio) che contiene anche   storie e leggende pagane e cristiane. Qui sono descritte le piante dell’orto monastico (oggi ricostruito a Reichenau), officinali, ornamentali, alimentari,  ricordando per ogni tipologia aneddoti  mitologici e decantando le qualità delle varie specie vegetali.

Quest’opera si inserisce nella vasta tradizione di vari testi precedenti: il Capitulare de Villis di Carlo Magno, il Medicina Plinii di Sereno Sammonico e il Dynamidia dello pseudo-Apuleio, pur mostrando un’originalità peculiare che lo allontana dai modelli citati, dovuta tanto alla capacità di immedesimazione personale entro la trattazione quanto alla splendida capacità di utilizzare l’allegoria per fornire al lettore i vari significati tradizionali delle piante.

Tra le  sue opere politiche va ricordato il poema Versus de imagine Tetrici ( sopra la statua di Teodorico), riferito alla vicenda del trasporto di quella statua, voluto da Carlomagno, da Ravenna ad Aquisgrana, un dialogo tra il poeta e la sua ispirazione (Scintilla), dal carattere fortemente allegorico ed ermetico.

Egli scrive  poi  vite di santi, in prosa o in versi, rielaborando storie e racconti più antichi, come :

Vita et finis Mammae monachi, la vita di san Mama di Cappadocia, patrono di Langres, accusato di magia;

il Versus de beati Blaithmaic vita et finis, storia di un martire irlandese morto nell’825 a causa di un’incursione di vichinghi;

la versificazione della Vita di San Gallo, ultimata da un monaco anonimo (836-7) ;

la Vita Othmari

Una parte della critica ha evidenziato come la conoscenza di Gotescalco, amico al quale Valafrido dedica e scrive le sue liriche più intense, raccontandogli  i pochi episodi della sua vita che attualmente conosciamo, confidandogli i suoi stati d’animo, le sue nostalgie, i suoi timori, possa essere interpretata come la celebrazione di un sentimento d’amore vero e proprio, nell’ipotesi di una relazione omosessuale che, dai documenti, non è provata né ragionevolmente è ipotesi da considerare.

Una nota biografica del conte  Gottschalk il Sassone, a seguire, potrà evidenziare – invece- la più seria ipotesi di un’ammirazione giovanile e  di un’amicizia che ha forse saputo superare il grande divario teologico fra i due monaci.

Ancora, poi, due note: una relativa alla storia della botanica e l’altra sulla tradizione del giardino medievale, dall’epoca carolingia di Valafrido Strabone al Rinascimento.

Scelta di versi

 

 

Cum splendor lunae fulgescat ab aethere purae,
tu sta sub divo cernens speculamine miro,
qualiter ex luna splendescat lampade pura
et splendore suo caros amplectitur uno
corpore divisos, sed mentis amore ligatos.
Mentre splende il chiarore della luna nell’aria,
tu resta sotto la divina meravigliosa vista, guardando
in qual modo dalla luna splenda una luce pura
e nel suo chiarore abbracci in un solo
corpo coloro che sono divisi, ma legati dall’amore della mente.
Si facies faciem spectare nequivit amantem,
hoc saltim nobis lumen sit pignus amoris.
Hos tibi versiculos fidus transmisit amicus;
si de parte tua fidei stat fixa catena,
nunc precor, ut valeas felix per saecula cuncta.
Se il viso non poté contemplare il viso dell’amante,
almeno questa luce sia per noi pegno d’amore.
Un amico fidato ti portò questi versetti;
se da parte tua la catena della fedeltà sta salda
io prego che tu stia bene e felice per tutti i secoli.

Da: Visio Wettini / La visione di Wettinio [826 ca.]

Versus 635-677
635
Prosequitur dictis: “Quantis humana volutet
progenies vitiis, o quis narrare valebit?
Nam licet a domino numerosa peste laborans
abscedat genus humanum factore relicto
atque iugo Satanae sua colla gravare suescat,
640
nulla tamen tanto peccata furore creator
vindicat offensus quam quae contraria constant
Naturae, quod quisque nefas vitare laboret.
Quapropter cunctos nimium certare necesse est,
ne subeat mater scelerum Sodomita libido,
645
et templum domini mutetur in horrida nigri
Serpentis delubra quibus se degere gaudet.
Sordida non tantum hic morbus contagia praebens
inficit alternas, maribus dum turpiter instat,
commaculatque animas ardente cupidine stupri,
650
verum multiplici thalamum violare iugalem
adsolet inluvie, rabiem dum quique sequentes
luxuriae instinctu violenti daemonis acti
Naturae concessa suis stimulante relinquunt
coniugibus luxu licitumque in stupra calorem
655
vertentes Satanae incedunt hostile lupanar.
Unde tibi iubeo auctoris de nomine nostri
ista palam referens ut clara voce revolvas,
nec celare velis quantum discrimen adhaeret
esse subinductas mulieres pluribus aptas.
660
Tempore nam quanto tam foedis sordibus instant,
non capiunt aditus caeli vitamque beatam”.

O quicumque malis cupimus nos subdere tantis,
incidat in mentem tormenti poena futuri.
Dulcis enim est animo carnique insana voluptas,

665
durior heu miseri gravibus plangoribus ignis
tunc veniet, cum finis erit, qui quemque sequetur.
Quaeso probare velis digitum, si ferre per ignem
hunc facilem possis; certe sufferre recusas.
Qualiter aeternum tota cum mole calorem
670
corporis incedis, quo vermis et ignis in aevum
consistunt vitiisque vicem dant omnibus atram?
Tunc Wettinus ait: “Domine, haec proferre pavesco,
vilis enim persona mihi est, nec congruit isti
indicio quod ad humanas transmittitur aures”.
675
Angelus e contra magnam promotus in iram,
incusat: “Quod summa dei sententia iussit,
non audes proferre pigro torpore retentus?”

 

 

Gotescalco

 

Gotescalco (Sassonia, circa 800 – Hautvilliers, 869) è stato un teologo tedesco chiamato anche Gottschalk, Gotescalco il Sassone o Godescalco d’Orbais.

Biografia

Figlio del conte Bern, venne mandato, ancora bambino, all’abbazia di Fulda come oblato, per esservi allevato e diventare monaco, secondo una pratica molto diffusa (solo con papa Celestino IV (1241) fu permesso agli oblati di decidere se dedicarsi o meno alla vita monacale).

Studiò a Fulda e a Reichenau, dove conobbe Valafrido Strabone; tornato a Fulda, cercò di opporsi al voto di oblazione, entrando in conflitto con l’abate del convento, Rabano Mauro, che lo costrinse a pronunciare i voti; lo stesso Rabano scriverà a proposito della validità del voto di oblazione l’opera De oblazione puerorum. L’opposizione di Gotescalco fu discussa nei sinodi di Magonza e di Worms, ma non si conosce la decisione presa a questo proposito: di fatto, Gotescalco fu monaco a Orbais, presso Soissons, in Francia, e poi a Roma e nel nord Italia.

La fama di Gotescalco è legata all’elaborazione della dottrina della doppia predestinazione (gemina praedestinatio): la predestinazione di un certo numero di creature umane alla salvezza e la condanna degli altri alla dannazione eterna, che egli riprende da Agostino d’Ippona e da Isidoro di Siviglia. Per il vescovo d’Ippona, infatti, Dio concede la grazia secondo una decisione imperscrutabile: è perciò vano che l’uomo rivendichi suoi presunti meriti, che dovrebbero valergli la salvezza, di fronte alla libera decisione divina, stabilita fin dall’eternità. Così stando le cose, secondo Gotescalco, come Dio ha liberamente deciso della salvezza di alcuni, ha insieme ab aeterno deciso anche della dannazione di tutti gli altri, come già Isidoro aveva stabilito nelle sue Sentenze (II 6, 1): «duplice è la predestinazione: alla vita per gli eletti, alla morte per i reprobi». In questo Gotescalco viene difeso dai teologi Ratramno di Corbie, Lupo Servato, Floro di Lione, e dal vescovo di Lione Amolone, suoi contemporanei.

Di fronte alla prescienza e alla predestinazione di Dio, che secondo questa teoria coincidono, dal momento che il conoscere, in Dio, è insieme un decidere, restava da chiarire quale sia la funzione della venuta e del sacrificio di Cristo. Per Gotescalco, Cristo è venuto non già a modificare le decisioni di Dio, ma ad annunciare agli uomini che vi erano dei predestinati alla salvezza ed a renderla possibile pagando per loro il prezzo della salvezza, morendo sulla croce. L’annuncio di Cristo è così rivolto unicamente agli eletti, e solo per questi egli si è sacrificato, e non per tutti.

A questo il magistero ufficiale della Chiesa reagisce affermando che come questa interpretazione metta gravemente in dubbio la reale funzione mediatrice della Chiesa e il valore dei sacramenti che essa impartisce, una volta storicamente avvenuto l’annuncio di Cristo della decisione, necessariamente irrevocabile, del Padre.   Per approfondire, vedi la voce Redenzione limitata.

Il pericolo rappresentato, nelle tesi di Gotescalco, dalla messa in discussione della funzione istituzionale della Chiesa, fu subito avvertito dalle gerarchie ecclesiastiche: le dottrine di Gotescalco furono condannate dai vescovi tedeschi riuniti a l’abbazia di Sant’Albano Magonza nel 848 in un concilio presieduto da Rabano Mauro. Espulso da Fulda, Gotescalco entrò nel monastero francese di Orbais. Dopo una seconda condanna emessa da un concilio tenuto a Quierzy nel 849, presieduto dall’arcivescovo di Reims, Incmaro, Gotescalco fu, dopo una pubblica fustigazione, condannato all’ergastolo nel monastero di Hautvilliers, a Épernay, dove morì vent’anni dopo.

I suoi critici

Incmaro distinse, nella controversia, la prescienza divina, consistente nella preventiva conoscenza delle azioni degli uomini, dalla predestinazione, in cui si realizza il premio dei buoni e il castigo dei malvagi. Nel mezzo sta la Chiesa, la cui indispensabile funzione è pertanto garantita: essa si inserisce in quest’ordine che essa pretende sia stato voluto da Dio stesso.

Tuttavia il dibattito sulle tesi del monaco sassone continuò: la distinzione fra prescienza e predestinazione non sembra risolvere la difficoltà del problema, avendo distinto, nella potenza di Dio, il momento cognitivo dal momento della volontà di salvezza o condanna, come se Dio, pur conoscendo ab aeterno la condotta di ogni uomo, sappia e prenda decisioni a suo riguardo solo in un successivo momento.

Nell’850, su richiesta di Incmaro, Giovanni Scoto Eriugena scrisse a confutazione di Gotescalco la De praedestinatione: vi combatte la tesi della doppia predestinazione, sostenendo che non esiste una predestinazione dei dannati. Infatti, come una è l’essenza divina, così unica è la sua volontà e da un’unica volontà non possono derivare due effetti contrari. Sempre a motivo della sua essenza, Dio può essere solo causa di bene, perché il male è per lui, platonicamente e agostinianamente, un non-essere; inoltre non è possibile attribuire a Dio una pre-destinazione, un destinare prima, in quanto Dio è fuori dal tempo, in lui non esiste un prima né un dopo. In Dio non vi può dunque essere né prescienza del male dell’uomo, né predestinazione al male.

Bibliografia

C. Lambot, Oeuvres théologiques et grammaticales de Godescalc d’Orbais, Louvain, 1945

K. Vielhaber, Gottschalck der Sachse, Bonn, 1956

J. Jolivet, Godescalc d’Orbais et la Trinité. La méthode de la théologie à l’époque carolingienne, Paris, 1958

L. Sturlese, Storia della filosofia tedesca del Medioevo, Firenze, 1990 ISBN 88 222 37404

B. Boller, Gottschalk d’Orbais: de Fulda à Hautvillers, une dissidence, Paris, 2004 ISBN 2-7480-2161-4

Botanica

 

La botanica (anche scienza delle piante o fitologia, biologia delle piante) è un settore della Biologia. Le prime raccolte sistematiche delle conoscenze relative alla coltura e alla cura delle piante risalgono alla Grecia antica (Selezione vegetale). Sono stati tramandati, tra altri, due testi di botanica di Teofrasto (IV-III sec. a.C.) e il De materia medica, trattato del medico militare romano Dioscoride (ca. 60 d.C.) in cui si trova la descrizione di grosso modo 600 tipi di piante e che fu opera di riferimento per la Farmacia e la botanica fino al XVII sec. Fino all’epoca moderna veniva utilizzata anche la Naturalis historiae libri XXXVII di Plinio il Vecchio.

Nel ME i conventi – ad esempio quelli di San Gallo, Reichenau o Allerheiligen (SH) – iniziarono a coltivare giardini di Erbe medicinali, che per un millennio ca. servirono da modello anche per gli orti contadini (Giardini). Al IX sec. risalgono sia i piani del convento di San Gallo sia il Liber de cultura hortorum del monaco di Reichenau Valafrido Strabone (809-849), che offrono una descrizione di questo tipo di orti. Nel XVI sec. la botanica venne radicalmente rinnovata da Otto Brunfels (poi medico ufficiale della città di Berna), Hieronymus Bock (1498-1554) e Leonhart Fuchs (1501-1566), che sulla base della loro personale osservazione redassero nuovi manuali di fitologia; i tre studiosi sono di fatto considerati i padri della fitologia ted. L’opera principale di Leonhart Fuchs uscì nel 1542 presso Michael Isengrin a Basilea, città in cui apparvero anche altri trattati di botanica, fra i primi del genere. Konrad Gessner, che si dedicava alla coltivazione di piante selvatiche in due Giardini botanici privati, pubblicò, con la collaborazione di suoi corrispondenti a Berna (Benedikt Aretius), Coira (Johann Fabricius Montanus), Glarona (Fridolin Brunner) e Sion (Kaspar Ambühl), le prime relazioni di escursioni botaniche in alta montagna (Pilatus 1555, Stockhorn e Niesen 1558, Calanda 1559); il suo libro, corredato da disegni analitici di grande precisione, rimase incompiuto. Il botanico e anatomico Caspar Bauhin ampliò i dati della sistematica fitologica, fondò il primo orto botanico dell’Univ. di Basilea (1589) e creò un erbario che raccoglieva oltre 4000 piante. A cavallo tra XVII e XVIII sec., Johann Jakob Scheuchzer effettuò nove escursioni botaniche in Svizzera; un suo allievo, Johannes Gessner, avvicinò alla botanica Albrecht von Haller, suo collega di studi all’Univ. di Basilea. Nel corso degli anni, Haller costituì una rete di collaboratori locali e, anche sulla base dell’esperienza acquisita personalmente sul campo, pubblicò a Gottinga, nel 1742, il primo studio scientifico sulla flora sviz., uscito nel 1768 in una seconda edizione totalmente rielaborata. Il lavoro di Haller costituì un vigoroso impulso a proseguire lo studio della flora alpina, in cui furono coinvolti studiosi sviz. e stranieri (Thomas Blaikie, Johann Christoph Schleicher, Robert James Shuttleworth). In quegli anni, la botanica andava sempre più affrancandosi dalla sua originaria interdipendenza con la Medicina, alla quale attraverso la farmacologia rimase sovente legata, sul piano istituzionale e dei contatti personali, ancora fino al XIX sec.

Verso la fine del XVIII sec. nacque a Ginevra un centro botanico di rinomanza intern., in cui operarono, fino al 1850, un centinaio di studiosi. Questa fase di sviluppo fu marcata da quattro avvenimenti: la fondazione della Soc. di fisica e di storia naturale di Ginevra (1791), l’introduzione dell’insegnamento della botanica presso la locale Acc. (1802), la fondazione della Soc. elvetica di storia naturale nel 1815 (Accademia svizzera di scienze naturali) e la creazione del Conservatoire botanique (1824). Fra i primi botanici ginevrini di particolare rilievo figurano, oltre a Jean-Jacques Rousseau, soprattutto Charles Bonnet, Jean Senebier e Nicolas-Théodore de Saussure. Essi studiarono lo scambio di gas e la nutrizione delle piante e applicarono alla fitofisiologia la sperimentazione e, per la prima volta, anche metodi quantitativi. Il periodo d’oro della botanica ginevrina fu di poco successivo, con Augustin-Pyramus de Candolle e il figlio Alphonse, che si erano formati a Parigi e che si interessarono soprattutto di geobotanica e di nomenclatura.

Anche a Zurigo e Berna il progresso in campo botanico fu strettamente legato alla nascita delle soc. di storia naturale, fondate risp. nel 1746 e 1786 (Società erudite), che, attraverso la gestione di giardini botanici, collezioni di storia naturale e biblioteche specializzate, crearono le premesse per l’istituzione di cattedre di botanica nelle Univ. A Zurigo, importante centro intern. nel campo della botanica nel XIX e XX sec., operò per un cinquantennio il paleobotanico Oswald Heer, a cui si deve la fondazione del Museo botanico (1855) e delle collezioni di reperti botanici (1859) del Politecnico fed. L’ist. univ. di botanica sistematica venne fondato da Hans Schinz nel 1895, mentre Eduard August Rübel creò nel 1918 un ist. privato di ricerca geobotanica, che donò nel 1958 al Politecnico. I successori di Oswald Heer procedettero a un ampliamento sistematico delle collezioni botaniche, cosicché – dopo la riunione degli erbari del Politecnico fed. e dell’Univ. – Zurigo divenne, come Ginevra, sede di uno dei ca. 20 principali erbari del mondo. La cattedra di botanica presso l’Univ. di Berna fu affidata dal 1860 al 1933 a Ludwig Fischer e a suo figlio Eduard, che si occuparono spec. di floristica e di micologia.

A Basilea nel 1836, anatomia e botanica, da quasi 250 anni riunite in un’unica cattedra e quindi legate sul piano istituzionale e delle singole personalità, presero strade distinte. Il primo professore ordinario di botanica, Karl Friedrich Meissner, trasferì (1838-40) l’orto botanico dalla sua prima sede (chiesa dei domenicani) all’Aeschentor. Il giurista Hermann Christ si dedicò allo studio della flora alpina, dell’orto contadino e della sistematica delle felci; August Binz pubblicò un popolare manuale didattico ed escursionistico.

L’esistenza di soc. di scienze naturali favorì lo sviluppo della botanica anche presso l’Acc. di Losanna; Edouard-Louis Chavannes fu il primo professore straordinario di questa disciplina (1835). L’Acc. di Neuchâtel introdusse solo nel 1868 una cattedra (a insegnamento ridotto) di botanica; il primo titolare di rinomanza fu Henri Spinner, cui seguì nel 1946 Claude Favarger, che fondò l’ist. di botanica cittadino. A Friburgo la cattedra di botanica dell’Univ., appena fondata, venne affidata dal 1896 a Max Westermaier.

Dopo la seconda guerra mondiale, il rapido aumento degli studenti e dei compiti affidati alle materie botaniche portò a una nuova suddivisione degli indirizzi di ricerca e a un ampliamento del corpo insegnante. In parallelo, si rafforzò il legame tra la botanica e le altre scienze, cosicché gli studi botanici si orientarono secondo i criteri generali della biologia (biologia molecolare, biologia tecnica ed ecologica). Presso il Politecnico fed. di Zurigo questa evoluzione favorì la creazione di nuovi ist. (Microbiologia nel 1963, biologia cellulare nel 1974, ricerca forestale e dendrologica nel 1979, fitologia nel 1986, ecologia terrestre nel 1990 ecc.), in cui nel 1990 insegnavano complessivamente 42 docenti. Nel 1980, risp. nel 1986, i vecchi ist. di botanica speciale e generale furono accorpati nel nuovo ist. di fitologia. La maggior parte delle altre Univ. sviz. conobbe uno sviluppo analogo. La ricerca venne promossa anche in seno a istituzioni extrauniv., come le Stazioni federali di ricerca agronomica, l’Ist. fed. di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio, l’Ist. fed. per l’approvvigionamento, la depurazione e la protezione delle acque, così come gruppi di studio costituiti dall’Industria chimica. Persiste ancora oggi l’interesse dei privati per la botanica, che si manifesta nella pubblicazione di un gran numero di studi sulla Flora. A fronte della progressiva industrializzazione dell’agricoltura, ma anche in funzione dello studio e della tutela della biodiversità (protezione della Natura), gli studi botanici acquistano sempre maggiore importanza.

Bibliografia
– E. Fischer, Flora helvetica 1530-1900, 1901 (suppl., 1922)
– C. Schröter, «Vierhundert Jahre Botanik in Zürich», in ASESN, parte 2, 1917, 3-28
– J. Briquet Biographies des botanistes à Genève de 1500 à 1931, 1940
– G. Senn, «Der Anteil der Schweiz an der Entwicklung der Botanik», in Die Schweiz und die Forschung, 1, a cura di W. Staub, A. Hinderberger, 1941, 7-17
– K. Mägdefrau, Geschichte der Botanik, 1973 (19922)
– K. Mägdefrau, «Die ersten Alpen-Botaniker», in Jahrbuch des Vereins zum Schutze der Alpenpflanzen und -Tiere, 40, 1975, 33-46
– A. Hauser, Bauerngärten der Schweiz, 1976
– AA. VV., Basilea botanica, 1979
– J. Trembley (a cura di), Les savants genevois dans l’Europe intellectuelle du XVIIe au milieu du XIXe siècle, 1987
– H. P. Fuchs, «Histoire de la Botanique en Valais», in Bulletin de la Murithienne, 106, 1988, 119-168; 109, 1991, 113-221
– AA. VV., Die Zürcher Botanik auf dem Weg zur Moderne, 1990
– AA. VV., «Hundert Jahre Schweizerische Botanische Gesellschaft», in Botanica helvetica, 100, quad. 3, 1990
– P.-E. Pilet, Naturalistes et biologistes à Lausanne, 1991
– K. Lauber, G. Wagner, Flora helvetica, 2 voll., 1996 (20013)

Autrice/Autore: Erwin Neuenschwander / ato

In: hls-dhs-dss.ch/textes/i/I8257.php

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“il giardino medievale”

“http://www.arteantiquaria.it/RESTAURO%20&%20DINTORNI/giardino_medievale.htm

Il giardino dell’età di mezzo, qui è raccontato nei suoi risvolti tecnici, storici e simbolici, attraverso l’analisi di alcune fonti significative e fondamentali per capirne le trasformazioni estetiche e di concetto, dalle origini archetipiche, fino all’esperienza umanistica e proto-rinascimentale.

INDICE dell’articolo:

L’eredità antica/I giardini dei monasteri e il periodo Carolingio/Hortus conclusus/Il giardino orientale/La scuola di Chartres e il giardino cortese/Verso l’Umanesimo/La crisi del Trecento/Verso il giardino rinascimentale/ l’eredità antica

Le immagini preziose tramandate dai codici miniati e le coeve fonti letterarie ci descrivono il giardino medievale come un luogo fantastico senza tempo, dove un variegato universo simbolico confonde il reale e l’immaginario. Mentre le alte mura sembrano nascondere e proteggere questo affresco allegorico, ogni suo particolare echeggia e rimembra nostalgicamente la primitiva beatitudine del giardino dell’Eden, luogo che sedimentò visceralmente tutta la vicenda umana della cosiddetta età di mezzo. Già nell’Odissea di Omero il concetto di eterna primavera abbracciava i desideri e le speranze degli uomini. Il giardino di Alcinoo era un posto ideale, ispirato probabilmente ai giardini pensili di Babilonia o a quelli situati ai margini del Nilo, dove la natura benevola per l’uomo rappresentava la perfetta antitesi di quelle località desolate e deserte del vicino Oriente. La sublimazione di quei disagi dovuti alle impervie condizioni ambientali fiorì nell’immaginario di quella stagione umana e permise l’illusoria impaginazione concettuale di un modello paradisiaco. I fiori e i frutti dovevano essere eternamente a disposizione del fruitore e questa aspettativa si riscontra anche nelle Etymologiae di Isidoro di Siviglia dei primi anni del VII secolo, dove si suggella all’Hortus una funzione propagatrice di perenne produzione, di nuovo l’eterna primavera. Dopo la caduta dell’impero romano si trasformò il rapporto dell’uomo con l’ambiente naturale. L’alimentazione prettamente proteica dei popoli invasori e la conseguente necessità di pascoli e spazi liberi per l’allevamento relegò l’agricoltura a un ruolo marginale. Il controllo della natura, la sua interazione con elementi culturali insiti nella tradizione classica, nell’alto medioevo venne meno, si perse almeno parzialmente il gusto di circoscrivere in un’unica amalgama il mondo vegetale, animale e quello delle acque. Si ritornò così ad un paesaggio silvo pastorale e solo un sottile legame fra mondo antico e mondo alto medievale permise di mantenere intatte certe affinità allegoriche, simboliche.

I giardini dei monasteri e il periodo Carolingio

Per entrare nell’universo protetto del monastero medievale è bene ricordare le raccomandazioni della regola di San Benedetto, riferite alla necessaria presenza di acqua e di un hortus all’interno dell’insediamento monastico. Come le Villae Rusticae della campagna romana questi edifici religiosi erano corredati da quattro tipologie di spazi coltivati: orti, frutteti (pomaria), giardini con alberi (viridaria), erbari (herbaria). Al centro del chiostro sorgeva un albero, l’arbor vitae della genesi con quattro sentieri d’acqua, reminiscenza dei quattro fiumi di biblica memoria. Lo spazio risulta diviso geometricamente da aiuole separate e da vialetti coperti da pergole ed è costituito da varie parti, ognuna delle quali ha una sua propria destinazione ben definita. La globalità di questa realizzazione così concepita rappresentava la perfetta sincronia tra aspettativa intellettuale teologica della Gerusalemme celeste e una mondana ma rassicurante organizzazione razionale dello spazio interno. Il poemetto o libro della cultura degli orti di Valafrido Strabone, monaco di Reichenau del IX secolo, detta il primo modello costruttivo del Giardino medievale, che mantenne nel corso dei secoli la sua primigenia ideazione, nonostante alcune successive lievi modifiche: aiuole rialzate di forma quadrata o rettangolare conterranno le verdure e i fiori in una sistemazione articolata a scacchiera. I suoi alberi producono frutti che tolgono la fame e la sete mentre quelli dell’albero della vita donano l’immortalità, determinando una sorta di implosione degli effetti primordiali opposti, riferibili al peccato originale. Una differenziazione degli spazi tra giardini e orti, si ebbe con il progetto della riedificazione del monastero-abbazia di San Gallo. Qui si distinsero delle zone destinate alla raccolta delle verdure per l’alimentazione, dalle aree adibite alla coltura di erbe medicinali (semplici). Attigui a queste due zone specifiche vi era il cimitero-frutteto e il claustrum, un quadrato lungo lateralmente 100 piedi, circoscritto da un recinto, come voleva la regola benedettina. Il recupero della cultura classica e un nuovo input creativo dato all’arte del giardino sono tra gli aspetti del periodo Carolingio. Il Capitulare de villis vel curtis imperii descrive un elenco di 89 specie di piante, fiori e alberi. Tale trattato fu stipulato dall’imperatore allo scopo di fornire dettagliate indicazioni sulle specie da coltivare nei suoi possedimenti. La prospettiva unitaria degli avvenimenti umani nelle varie categorie di riferimento è di fatto tangibile nella cosiddetta rinascenza Carolingia: come è avvenuto in altri settori dello scibile umano, anche per quanto concerne l’ideazione di giardini maturò nelle coscienze una nuova attenzione e rinnovata sensibilità. Alberi da frutto, nuove piante, frutti, fiori ed erbe officinali aiutano a circoscrivere e arricchire uno spazio di intimità trascendente. Realtà e simbolo sovente si confondono nell’ambito dell’esperienza monastica benedettina di Cluny. Qui, assai considerevole risulta lo spazio relegato ai chiostri e alle aree coltivate dove si percepivano profumi e fragranze in qualche modo affini sia alla realtà effettiva, sia all’universo allegorico spirituale. I resoconti accurati di certi visitatori riflettono infatti un’incertezza di fondo sulle loro esperienze; non è chiaro se fossero vivide e reali oppure esasperate da un eccessivo zelo ideologico. L’immaginario collettivo del mondo cristiano, dai Benedettini ai Certosini, fino ai Circestensi di Bernardo di Chiaravalle è permeato dall’identificazione col processo simbolico del giardino. Per citare un pensiero di Bernardo: “troverai più nei boschi che nei libri, alberi e rocce ti insegneranno ciò che nessun maestro ti dirà”. Solo nel XII secolo la scuola di Chartres  propagò un approccio nuovo nei confronti della natura, concepita come un insieme di cause dotate di un ordine preciso, di origine divina, senza quelle espressioni simboliche ricorrenti nell’alto medioevo. Il giardino era un frammento di natura modellato dall’uomo, sorta di rifugio ben delimitato e distinto dal mondo esterno, interdipendente nei suoi aspetti culturali e naturali. Nonostante la sua tendenza intrinseca verso l’eterna primavera, doveva comunicare costantemente la sua essenza artificiale ed impermanente. La sua inviolabilità rimanda all’antica concezione persiana del paradiso concepito come un luogo delimitato e protetto. Questo senso di intimità e isolamento è una connotazione antica e costante del giardino, termine questo che attraverso il francese jardin, ci riporta a jart, derivante da un probabile franco gard, con significato, appunto, di chiuso.

hortus conclusus

I giardini della Genesi, quelli del Vangelo e i nuovi cieli e nuova terra dell’Apocalisse di Giovanni sono i modelli di riferimento di tutta l’esperienza alto medievale, ai quali si aggiunse in epoca successiva un nuovo archetipo l’Hortus conclusus del Cantico dei Cantici che recita: “giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa, giardino chiuso, fontana sigillata”. Bernardo di Chiaravalle commentando il cantico descrive il giardino come un continuo gioco di nascondersi e cercarsi tra amante ed amato, tra creatura e creatore. La sua forma quadrata riflette i quattro angoli dell’universo, la Gerusalemme celeste, il suo centro è costituito da un albero (albero della vita) oppure dal pozzo o fonte (fonte di sapienza, simbolo del Cristo e dei quattro fiumi del paradiso). Tre tipologie allegoriche di giardino nella visione bernardiana devono interagire con le differenti ambizioni spirituali delle anime elette: il noceto di Susanna (Hortus nucum) espressione delle sofferenze della vita terrena, l’Hortus deliciarum dimora primordiale di Adamo, e la divina visione dell’Hortus conclusus. L’Hortus conclusus e l’Hortus deliciarum sono le due tipologie che più frequentemente si ritrovano nei documenti. L’Hortus conclusus è un giardino segreto e fantastico, all’interno del chiostro offre riparo e preclude il male. Qui trovano posto fiori e frutti densi di significato simbolico: la rosa (fiore sacro a Venere, attributo delle Grazie) rappresenta la Vergine ma è anche simbolo del sangue divino e per le sue spine oltremodo simbolo delle pene di amore, il giglio (nato dal latte versato da Giunone mentre allattava Ercole) simbolo della purezza e della povertà, le violette (nascono dal sangue del Dio Atti, morto pazzo) simbolo della modestia e dell’umiltà, la melagrana (nasce dal sangue di Bacco) che rappresenta la salda unità della chiesa, la palma (prima della nascita di Romolo e Remo due palme appaiono in sogno a Rea Silvia) simbolo della giustizia di vittoria e fama, il fico (albero sacro a Saturno) metafora della dolcezza, della fertilità, del benessere e della salvezza, l’olivo (pianta sacra a Minerva) simbolo della misericordia, pace, e perfino il trifoglio che allude alla trinità. L’Hortus deliciarum viene cantato nei romanzi cavallereschi. Il Roman de Tristan ed il Roman de Erec ed Enide di Chrétien de Troyes lo descrivono recinto, carico di frutti e fiori eterni, velato di penetrante atmosfera mistica. Il Roman de la Rose, scritto nel 1220 da Guillaume de Lorris e completato nel 1280 da Jean de Meung, ci rende partecipi dei colori e i profumi e ci esplica le sue varie specie vegetali, gli alberi da frutto, piante ornamentali e il refrigerante apporto dell’acqua. Come metafora dell'”amore cortese”, l’Hortus deliciarum è il simbolo del percorso che il cavaliere compie per raggiungere la felicità.

il giardino orientale

Nei secoli centrali del medioevo si osservano miglioramenti sostanziali per l’habitat di orti e giardini dovuti principalmente alle mutate condizioni climatiche, infatti la temperatura si alzò considerevolmente, e per la concomitanza di altri fattori quali lo sviluppo demografico, la migliore qualità della vita e gli scambi interculturali con la civiltà araba. Gli arabi, da sempre maestri nel controllare la natura, sfruttavano al massimo le poche potenzialità che le loro terre aride potevano offrire. Quindi la loro esperienza e le loro tecniche riuscirono a contaminare positivamente l’Occidente attraverso quelle regioni, la cui vicinanza col mondo musulmano, permise di assorbire e incamerare nuove istanze culturali. Le aspettative spirituali del mistico musulmano rimandano assai frequentemente a quella idea nostalgica di giardino paradisiaco. Un’isola artificiale, con il simbolo della montagna sacra umbilicus mundi, era posta al centro alla confluenza di due canali che dividono la configurazione strutturale dell’immenso giardino. Simbolo vitale e di innocenza, l’acqua all’interno del giardino è l’elemento più importante; si manifesta sempre in modo differente con sorprendenti forme di vasche, canali, fontane, zampilli, delimita gli spazi e conferisce al giardino anche una certa musicalità. Nel giardino islamico, le pavimentazioni dei viali, del letto dei canali e delle vasche, sono realizzate in ciottoli policromi o in maiolica, circondate dalla lussureggiante vegetazione con piante a foglie perenni. Le essenze mediterranee sono le più ricorrenti: agrumi, magnolie, bosso, mirto e cipressi, questi ultimi secondo il Corano simbolo di eternità e bellezza femminile. Nella convergenza di tutte le conoscenze che gli Arabi ereditarono dalle civiltà con le quali vennero a contatto, in specifico dalla cultura egizia, da quella persiana e da quella romana, l’arte islamica considerò il giardino come fondamentale complemento di ogni architettura. Il trattato di Abulcasis, del X secolo, argomenta le regole di realizzazione dei giardini: dalla scelta dell’ubicazione, ai metodi di sfruttamento delle risorse idriche fino alla descrizione accurata delle geometrie delle aiuole. I loro sistemi di irrigazione erano per forza di cose all’avanguardia, visto le caratteristiche dei loro territori assolati e aridi come l’Andalusia dove principalmente elaborarono queste tecniche. Un’esplosione di elementi seduttivi e di grande fascino, specchio di un grande e multietnico giardino è la descrizione di Palermo durante il periodo musulmano e normanno svevo. Qui i secoli a cavallo tra il X e il XIII secolo furono il crocevia di incontro tra civiltà differenti che interagendo fra loro proposero nuovi elementi di scambio culturale. Espressione di questo stato di cose i giardini della Zisa e della Cuba e la squisita struttura quadrangolare (quattro elementi, terra e creazione) dell’Eden di Monreale.

la scuola di Chartres e il giardino cortese

L’alone mistico fiabesco del giardino medievale non è solo frutto dell’ispirata tradizione orientale ma deriva parallelamente anche dal fermento rinnovativo della scuola di Chartres. Questa traduce le esperienze della scuola di Oxford che nel XIII secolo rese più rigoroso l’interesse per gli studi fisici, con una attenzione particolare per i fatti e le concatenazioni di cause razionali, nell’ambito specifico della realtà naturale. Gli spazi verdi, che nei secoli precedenti erano unicamente destinati agli ambienti monastici, nel 200-300 dopo la riorganizzazione del paesaggio agrario e la rinascita delle città, tornarono ad essere parte costitutiva degli insediamenti urbani e suburbani. Orto e vigna diventano parte integrante della residenza gentilizia e popolana. In un’ottica prettamente ispirata al francescanesimo maturò nelle coscienze il concetto platonico di Anima Mundi sorta di identificazione dell’universo in un grande essere mediatore tra la divinità e il mondo materiale. Il concetto di Anima Mundi interagì con l’universo magico simbolico del futuro giardino cortese e si riflesse in un variegato carosello di rappresentazioni paradigmatiche: una splendida creatura femminile si manifesta come allegoria della natura e della Vergine, oppure l’Albero della vita della genesi, che qui nel XII-XIII secolo equivale invece a tutte le molteplici forme assunte dalla natura. Nella corte, luogo adibito alla vita elegante e mondana, nacquero forme, che propagarono vivide la loro essenza nei giardini funebri, nei magici verzieri, attraverso i giardini d’amore e di automi in un coinvolgimento totale di fiaba e realtà di concretezza e illusione. In un romanzo cavalleresco l’Erec et Enide di Chrétien de Troyes si divulga il prototipo del giardino incantato. La sua inviolabilità, l’eterna primavera le erbe officinali e il canto degli uccelli sono le prerogative essenziali per paragonarlo all’Eden, dove l’esistenza era ancora immune dal peccato originale. Chi si addentra nei suoi meandri e vive in quel contesto deve percepire la protezione data dall’essere in un luogo senza condizionamenti materiali. Precedentemente al Chrétien, Robert d’Orbigny fu l’autore di un testo ispirato alla storia d’amore tra un musulmano e una cristiana, ambientata in tre ipotetici giardini: il locus amenus dell’infanzia con la mandragora, il giardino funebre con il sarcofago vuoto (Cenotafio) e gli automi mossi dal vento, il giardino magico con un vermiglio (Albero d’Amore) tutti elementi simbolici relativi alla vicissitudine amorosa dei due amanti.

verso l’umanesimo

La concezione immaginifica del giardino nel basso medioevo in ambito dantesco, si intromette nella sfera introspettiva di un percorso iniziatico. Questa tendenza verrà poi sostituita dalla catarsi filosofica fruibile nel rigore delle novelle boccaccesche (Decameron) nell’avvicendamento di narrazioni e discussioni (Il Paradiso dell’Alberti) e nel dibattito politico (gli Orti Oricellari). Lentamente si avvia un processo di trasformazione tra reminiscenze e innovazioni in un ottica laicista. Città e giardino diventano degli avamposti a protezione dell’uomo contro le manifestazioni della natura avversa. Come si percepisce nelle novelle del Decameron, la natura torna ad essere sottomessa alla volontà umana per trasformarsi artificiosamente in un qualcosa di diverso. Un’opera che ha contribuito alla divulgazione della conoscenza delle tecniche agrarie attorno alla metà del XIII secolo, fu il Ruralia Commoda (I Piaceri della Campagna) di Pietro de’Crescenzi. Diffuso soprattutto nell’Italia settentrionale il testo affronta varie tematiche sulla vita rurale, identificando tre modelli definiti di giardino che devono essere limitrofi all’abitazione e recintati. Piccoli spazi sottintendono la dimensione sociale più modesta del proprietario e sono così descritti: il Giardino di erbe piccole miniatura del giardino cortese di forma quadrata, con piante medicinali, aromatiche e fiori ai margini, con un certo numero di alberi (viti, peri, meli, cipressi, ed altre essenze) che davano ombra lasciando fluire l’aria. I ceti medi potevano permettersi il Verziere, grande prato circondato da fossati e pieno di alberi da frutto, in cui sovente era presente la Pergola-Padiglione. Poi il Giardino per i signori, che si amplia nella sua estensione, include un Hortus conclusus, frutti, piscine, voliere, invece della pergola qui è presente un palazzo costituito da alberi e ogni sorta di interventi decorativi di arte topiaria. Il primo scritto che affronta le problematiche relative alla lavorazione di un orto-giardino personale è di un autore fondamentale per lo sviluppo della cultura umanistica: il Petrarca. Trattasi di una dissertazione sulla manutenzione dei propri spazi verdi, in cui si analizza aspetti meteorologi insieme alle pratiche essenziali della coltura della terra. Il Poeta fece dei tentativi, con esiti non propriamente positivi, nell’orto della basilica di S. Ambrogio a Milano, dove si propose di piantare alcuni tipi di ortaggi e piante come il lauro, in un ambiente climatico non adatto per quel genere di colture.

la crisi del trecento

La grande crisi demografica ed economica della fine del XIII secolo culminata con il tragico propagarsi della peste nel 1348, si riflette nelle espressioni artistiche e culturali del periodo. Il giardino delle novelle del Boccaccio, non è altro che una sorta di rifugio spirituale per evadere da tutto ciò che rappresenta la malattia, anche dalle conseguenti degradazioni morali che il caos dell’endemia ha portato. Il giardino descritto è a pianta centrale, con un Palagio, pergolati di vite, roseti e un prato il cui centro è impreziosito da una fonte di marmo bianco. Come riflesso vivo di certi ambienti di corte angioini che il novellante frequentò, nacque così il giardino privato fiorentino che, sugli spazi liberati dal calo demografico post-endemico ebbe modo di svilupparsi.

verso il giardino rinascimentale

“Il rapporto fra Umanesimo nascente e lo spirito del Medioevo morente è molto piú complicato di quanto siamo soliti credere. Abituati come siamo a vedere le due civiltà come due complessi nettamente separati, ci sembra che la sensibilità per l’eterna giovinezza dell’antichità classica e il ripudio del logoro apparato con cui il Medioevo aveva dato espressione ai suoi pensieri si siano diffusi come una improvvisa rivelazione. Come se gli animi, mortalmente stanchi di allegorie e di stile altisonante, avessero compreso a un tratto: non piú quello, ma questo! Come se l’aurea armonia dei classici fosse apparsa improvvisamente ai loro occhi come una redenzione, come se essi avessero accolto l’antichità classica col giubilo di un’anima che ha finalmente trovato la sua salvezza. Ma non è cosí. In mezzo al giardino del pensiero medievale, tra la vecchia vegetazione ancora lussureggiante, il classicismo è venuto su a poco a poco”.

Gli aspetti del giardino medievale e i suoi messaggi spirituali intrinseci non furono accantonati, ma furono recuperati e inglobati in una visione neoplatonica. I primi esempi di giardino quattrocentesco si ispirarono ancora all’Hortus conclusus monastico. Ma segnali di rinnovamento si avvertono a Firenze con il Giardino del Paradiso degli Alberti, con gli Orti Oricellari e Villa Lo Specchio a Quaracchi. Mentre Niccolò V verso la metà del Quattrocento riuscì a creare un ampio e innovativo giardino, nell’ambito di una ristrutturazione dei palazzi vaticani: il giardino comincia qui ad essere concepito come uno spazio ideale sul quale interagiscono elementi di differente utilizzo, ecco quindi un teatro, una sala cerimoniale, condotti d’acqua sotterranei per rifornire una fontana e una varietà consistente di alberi e fiori. In altre manifestazioni successive si inizierà a ideare un coordinamento spaziale e visuale tra strada, palazzo, giardino e paesaggio, con l’asse prospettico che attraversa la struttura del giardino. Si fece ricorso ad elementi di filtro tra spazi aperti e chiusi come il portico, e poi siepi di bosso, sculture, statue in muratura e manufatti architettonici, come nei giardini medicei dove tutto era finalizzato a un’integrazione armonica di architettura e natura, nel rispetto di quelle concezioni neoplatoniche care al pensiero rinascimentale.

Nicola Fontana

Bibliografia:

F. Cardini-M. Miglio, Nostalgia del Paradiso, Laterza 2002.

L. Impelluso, La natura e i suoi simboli, Electa 2003.

Prometheus quindicinale di informazione culturale anno I n. 20 (Il giardino dell’arte di Valeria la Paglia)

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