Due Rivoluzioni (articolo del 10 settembre 1930)

Due rivoluzioni

BERLINO, settembre.

I comunisti hanno predicato tutta l’estate: lasciate arrivare a tre milioni la cifra dei disoccupati tedeschi, e la rivoluzione sarà assicurata. — La cifra dei tre milioni, già raggiunta di fatto dai non lavoranti, sarà ufficialmente toccata forse questa, forse la prossima quindicina; il crescendo è costante e non si è nemmeno interrotto in questi mesi caldi per la normale decrescenza estiva, e tutte le previsioni più nere sono autorizzate per l’inverno imminente. I comunisti scialano per la troppa grazia e preannunziano nei loro calcoli apocalittici per il gennaio o febbraio nientemeno che la spaventosa diluviale cifra di cinque milioni di disoccupati in giro per le città tedesche; e in tutti i circoli sia di destra che di sinistra ormai si sussurra più meno apertamente di un inverno di inevitabili barricate e di sanguinosi conflitti.

Di fronte a ciò, anzi insieme e nel bel mezzo di tutto ciò, il carattere più grave, più oscuro e più significativo ad un tempo, con cui si presentano queste elezioni del 14 settembre, nelle quali sembrano destinati a venire al pettine tutti i nodi dell’undicennio repubblicano, è questo: che tutti i grossi e influenti partiti sono rivoluzionari, e che quel che ciascuno effettivamente vuole e promuove quando dice di voler inserire il proprio programma nell’attuale stato di cose per rinnovellarlo e dargli la salute, è una rivoluzione. La rivoluzione interrotta, mozzata e soffocata, anzi — apparentemente almeno — rientrata e rimangiata del 1918 ha lasciato in tutte le bocche l’acquolina tentatrice della palingenesi. Quella mezza rivoluzione che, mutando la forma dello Stato, poté innocentemente lasciare gli antichi principi rappresentanti della vecchia statalità aggirarsi senza speranza per le città tedesche, ha lasciato anche i germi e i conati della stabilità nuova errare pericolosamente insoddisfatti e sofferenti nel limbo del nuovo stato di cose. Donando, come fece con esempio di disinteresse veramente unico nella storia degli avvente rivoluzionari, «il regno al sopraggiunto re» borghese, che disorganizzato e impreparato com’era a sua volta non se l’aspettava e non se lo meritava, la Socialdemocrazia, tradì allora non soltanto sé stessa, ma tutti gli altri, e condannò con sé stessa anche gli altri alla rivoluzione eterna. Sconta ora essa e fa scontare a tutti gli altri quest’errore storico contro sé stessa, che essa per altro si ascrive, e che anche gli altri le ascrivono, a merito: di non avere cioè approfittato del crollo generale e dell’essere a cavallo dell’onda per attuare a fondo la propria rivoluzione, ma di avere invece voluto «salvare lo Stato», lo stato cioè degli altri. Bellissimo merito; ma che logica c’è in tutto questo?… La teologia distingue anche i peccati di omissione; e per i partiti essi sono indubbiamente i più gravi, e si possono pagare, si pagano anzi quasi sempre con la perdizione…

Certo vale come attenuante alla Socialdemocrazia di Ebert e di Scheidemann il fatto che per una fatale coincidenza di cose il destino del popolo tedesco apparisse trasmesso in quell’istante decisivo alle mani dell’Intesa; ed Ebert e Scheidemann videro certo chiaro il pericolo di attuare l’ideale statale della socializzazione in un momento in cui il nemico pareva aver disponibilità di vita e di morte della nazione tedesca, e avrebbe probabilmente fatto giustizia, col blocco della fame, di qualsiasi velleità rivoluzionaria a fondo. Ma di certi salti nel buio si ha il coraggio o non lo si ha; e rivoluzionari per davvero si è o non si è. Salvare del resto una volta tanto lo Stato per succhiarselo lentamente per decenni col muso aguzzo del vampiro, non avendo avuto il coraggio di abbatterlo con la tozza e cieca zampata dell’orso, è uno di quei meriti discutibili sui quali soltanto la storia potrà dire alla fine l’ultima parola. L’aspirazione alla statalità è una di quelle imperiose esigenze dello spirito, a cui non è possibile né lecito sottrarsi; e che nemmeno la più eroica quanto illogica delle rinunzie può eludere o ingannare; e finisce poi lo stesso per trovare la via alla propria soddisfazione non fosse altro che su quella forma degenere di Stato che è la greppia organizzata…

La rinunzia della Socialdemocrazia nel 1918 a correre e far correre l’alea della propria statalità percorrendo fino in fondo, come talvolta la storia impone, la via del proprio errore, è all’apice dei mali odierni della Germania. E’ stato e continua ad essere da undici anni l’equivoco degli equivoci. E’ questo equivoco che ha determinato ed è venuto sempre più accentuando negli anni successivi fino ad oggi quel rivoluzionarismo di tutti i partiti di cui parlavamo, il quale non è soltanto uno stato d’animo di crescente attesa messianica, ma sempre più appare come una necessità d’azione per liberare la comunità dalla pesante ed estenuante servitù sociale impostale, come una catena sulle braccia, dalla Socialdemocrazia, minacciante oramai di paralisi non solamente le braccia, cioè la finanza e l’economia, ma il cuore stesso dello Stato. La formula di un «Nuovo Quattro Novembre», o di un completamento del primo rimasto interrotto e sospeso, costituisce così ora, in quella vaga aspettazione miracolistica e redentrice che in ogni regime parlamentare si impadronisce dello spirito pubblico alla vigilia di una consultazione popolare, un luogo comune di press’a poco tutti i partiti, e ha un senso concreto non soltanto per la Socialdemocrazia a cui il primo Quattro Novembre appartenne, ma anche per gli altri. Il senso anzi, a essere esatti, è in qualche modo invertito: poiché, mentre per la Socialdemocrazia una continuazione del Quattro Novembre allora interrotto non può significare oramai altro che la conservazione pura e semplice delle formidabili posizioni da allora conquistatesi nei comodi baluardi assicurativi, e perciò, per chiamarlo col suo giusto nome,, un rivoluzionarismo diciamo così conservatore (i fini ultimi della socializzazione marxista veramente rivoluzionari sono passati, dal 1918 al Comunismo, nato appunto in quei giorni per ereditare la tradizione e la missione lasciata cadere dalla Socialdemocrazia imborghesita); per tutti gli altri partiti invece, dalle destre più estreme fino ai medi anche più pantofolai, un’azione di rinnovamento e di risanamento non può avere e non ha altro senso se non quello di una riscossa e di una liberazione, ormai non più rimandabili, dal Socialismo, insediatosi nell’undicennio repubblicano — malgrado la rivoluzione a metà — nei gangli decisivi dello Stato. Rivoluzionarismo vero e proprio dunque questo dei partiti conservatori, e senza ormai quasi più nulla di conservativo, perchè, lungo tutta la gamma delle sue gradazioni dall’estrema destra al settore medio, intende investire e scalzare lo Stato socialdemocratico in tutte le sue forme e in tutta l’opera realizzata in undici anni: dalla politica estera d’intesa e d’adempimento cioè, che è la mira dei destri, a quella interna di Assicurazione sociale, che è la mira del Centro: paralizzanti l’una e l’altra insopportabilmente l’economia e le finanze dello Stato.

Il Gabinetto Bruning, che è il primo gabinetto della Revisione e della Antiassicurazione, è il primo atto di questa riscossa antisocialdemocratica. Di qui l’importanza capitale del suo appello al popolo, il quale significherà: o la continuazione del tentativo di risanamento con la graduale reinserzione delle masse dei disoccupati nella vita economica e morale del paese, ovvero l’abbandono senza ritegno alla cavalcata dell’economia socialista, moltiplicatrice automatica della disoccupazione, verso il cerchio della morte E l’una e l’altra delle due alternative è una rivoluzione.

 

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