Bernard Heinrich Wilhelm von Kleist

Bernard Heinrich Wilhelm von Kleist

Nun, o Unsterblichkeit, bist du ganz mein!

Ora, immortalità, tu m’appartieni!

***

Che cosa è preferibile: essere stati felici per breve tempo o non esserlo stati mai?

***

“Il pensiero che su questa terra non sappiamo niente, assolutamente niente della verità, che ciò che qui chiamiamo verità si chiama dopo la morte del tutto diversamente e, per conseguenza, lo sforzo di acquistare una proprietà che ci segua anche nella tomba è in tutto vano e sterile, questo pensiero ha dato una scossa al sacrario della mia anima: il mio unico è più alto scopo è crollato, non ne ho più alcuno.”

Opere

Drammi

La famiglia Schroffenstein (Die Familie Schroffenstein, 1803)

Roberto il Guiscardo (Robert Guiskard)

La brocca rotta (Der zerbrochne Krug, commedia, 1806)

Anfitrione (Amphitryon, commedia, 1807)

Pentesilea (Penthesilea, 1808)

La battaglia di Arminio (Die Hermannsschlacht, 1808)

Caterina di Heilbronn (Das Käthchen von Heilbronn, 1810)

Il principe di Homburg (Prinz Friedrich von Homburg, 1810)

Racconti

Il terremoto in Cile (Das Erdbeben in Chili, 1807).

La marchesa di O… (Die Marquise von O…, 1808)

Il fidanzamento a Santo Domingo (Die Verlobung in St. Domingo, 1808)

La mendicante di Locarno (Das Bettelweib von Locarno, 1810)

Il duello (Der Zweikampf,1811)

Santa Cecilia (“Die heilige Caecilie”, 1810)

Il trovatello (“Der Findling”, 1811)

Romanzi

Michael Kohlhaas (Michael Kohlhaas, 1810)

Saggi

Sul teatro di marionette (Über das Marionettentheater, 1810)

Traduzioni italiane

 

La mendicante di Locarno. Testo tedesco a fronte Amos Edizioni – 2011
Epistolario Carabba – 2010
Lettere alla fidanzata SE – 2010
Pentesilea. Testo tedesco a fronte Marsilio – 2008
La marchesa di O…-Michael Kohlhaas Feltrinelli – 2008
La brocca rotta-Anfitrione-Il principe di Homburg Garzanti Libri – 2005
Il teatro delle marionette Il Nuovo Melangolo – 2005
I racconti Garzanti Libri – 2004
La marchesa von O. Passigli – 2003
Michael Kohlhaas. Testo tedesco a fronte Marsilio – 2003
Sul teatro di marionette. Testo tedesco a fronte La Vita Felice – 2003
Pentesilea Einaudi – 2003
La marchesa di O… Marsilio – 2002
Anfitrione-Cimbelino I Quaderni del Battello Ebbro – 2000
Il duello Filema – 2000
Bambole giocattoli e marionette. Testo tedesco e francese a fronte Passigli – 1999
Teatro Lampi di Stampa – 1999
Tutti i racconti Mondadori – 1997
Il principe di Homburg BUR Biblioteca Univ. Rizzoli – 1997
Michael Kohlhaas Mondadori – 1997
Kathchen di Heilbronn ovvero La prova del fuoco. Grande dramma storico-cavalleresco Adelphi – 1996
La marchesa di O. Michael Kohlhaas. Terremoto di luce BUR Biblioteca Univ. Rizzoli – 1994
Il fidanzamento a San Domingo Passigli – 1993
Bambole-Morale del giocattolo-Sul teatro di marionette Passigli – 1992
Santa Cecilia o la potenza della musica Passigli – 1990
Kathchen di Heilbronn Einaudi – 1988
Tutte le opere Mondadori – 2011
La marchesa di O… e altri racconti Rizzoli – 2001
Racconti Vallardi A. – 1996
Favole senza morale Mondadori – 1995
Morale del giocattolo. Tre incursioni nell’immaginario dell’infanzia Nuovi Equilibri – 1991
Sul teatro di marionette. Aneddoti. Saggi Guanda – 1986
Opere vol.1 Guanda – 1980
Der Zerbrochne Krug Guanda – 1978
La giustizia ingiusta. Michael Kolhaas una storia moderna d’altri tempi Guanda – 1978
Die marquise von O… Guanda – 1978

Opere scelte di H. von Kleist, a cura di L. Traverso                                                     Milano 1943

Critica consigliata

J. Brun, L’univers tragique de Kleist, Parigi, 1966

H. E. Brand, Kleist und Dostojewskij, Bonn, 1970

R. Saviane, Kleist, Firenze, 1989

R. Steig, Heinrich von Kleists Berliner Kämpfe (1901)

F. Servaes, Heinrich von Kleist (1902)

Joachim Maass Kleist: una biografia, tradotto dal tedesco da Ralph Manheim (1983)

Heinz Ohff, Heinrich von Kleist: Preussisches Schicksal di Ein, Piper Verlag, Monaco di Baviera (2004)

A.M. Carpi, Un inquieto batter d’ali : vita di Kleist, Milano 2005

Links consigliati

www.deutschelyrik.de/…/progetto-poesia-tedesca

http://www.zeno.org/nid

Biografia e Poetica

(a cura di Barbara Spadini)

Heinrich von Kleist è un poeta e scrittore che, ancora oggi, pur avendo trovato enormi consensi critici e fama postuma, confermati dall’istituzione del prestigioso premio letterario internazionale  “H. von Keist”, resta – per personalità e poetica- un enigma, come si può cogliere anche dal suo ritratto, in quel viso dai lineamenti infantili che contrasta con  mani appena  quindicenni, che già  imbracciavano le armi nel corso dell’assedio di Magonza.

Nel comune segno del destino di  tanti poeti romantici, l’esistenza breve  di Kleist termina in un’immane tragedia, ancor  più immane poiché voluta e cercata, atta a  porre fine alla straziante sofferenza del pensare, un lacerante pensare che – nel dar senso agli eventi attraverso il filtro dell’autoreferenzialità- pone tuttavia alla coscienza interrogativi talmente inquietanti da non poterne sopportare oltre il peso. Ecco, allora, la follia, il suicidio, la morte eroica, la malinconia e la depressione, risposte che Kleist e tanti poeti hanno dato alla loro vita quotidiana, esprimendo il meglio nello scrivere ma cedendo a se stessi , sperimentando cadute fatali   ed anche   sconquassanti segni di squilibrio nei confronti di eventi dolorosi e verso la loro accettazione, o verso l’inesorabile affondamento delle illusioni e dei sogni, con effetti devastanti nell’anima.

Scegliere di vivere la propria vita attraverso l’occhio del poeta, significa imprimere valori “aggiunti” alle persone, alla Natura, allo spirito ed al sentire: questa predisposizione, privata del controllo razionale, porta a provare dolori e patire sofferenze che i più nemmeno sospettano. Significa anche, però, sperimentare emozioni riservate a pochi e sapere regalarne agli altri, attraverso la propria presenza ed anche, in modo immortale, attraverso lettere, versi e racconti : le testimonianze del tempo  raccontano di come  questo giovane scrittore, ovunque si presentasse, sapesse  rimanere nella memoria di tutti e tutti colpiva  nel profondo, per stile, modi, grazia , fascino naturale ed anche per quell’ inconfondibile vena di magnetismo malinconico e lunare che traspare dagli occhi in ogni suo ritratto d’epoca.

Kleist è autore scarsamente conosciuto e letto  in Italia ed aspetta una riscoperta autorevole: nel mentre consiglio di conoscerne meglio la vita  e la profonda sensibilità attraverso uno scritto  della studiosa A.M. Carpi, che in “Un inquieto batter d’ali” coglie  Kleist e la sua opera in  molti aspetti inediti, facendone  comprendere già dal titolo l’essenza vera: la grazia, ricercata per tutta la  vita ed anche  nella  morte.

Nato a Francoforte sull’Oder il 18 ottobre 1777 dal capitano dell’esercito prussiano  Joachim Fredrick von Kleist e da Juliane Ulrike, sua seconda moglie, Heinrich proviene dall’ ambiente “uradel” tedesco, da una famiglia di ascendenza nobile fin dal  XVI secolo.

Il padre muore quando Heinrich ha solo undici anni ed anche la madre scompare prematuramente, quattro anni dopo: Kleist si trova quindi orfano e solo con la sorellastra Ulrike – alla quale sempre fu legato-  a quindici anni .

La sua educazione è affidata ad un amico di famiglia, un pastore luterano. Terminati gli studi secondari , così come il padre, anche il giovane Kleist entra nell’esercito prussiano, partecipando da ufficiale  con il Reggimento di guardia  all’assedio di Magonza, nel 1793 ed alla campagna del Reno (1796).

L’esperienza nell’esercito si conclude con il suo congedo volontario e col grado di luogotenente il 4 aprile 1799 : questo a causa della sua indole pacifica e pacifista, in contrasto con i valori militari, ma anche per l’odio sempre dichiarato per Napoleone ( l’anno 1799 è quello dell’ascesa al potere di Bonaparte, che diviene primo console per dieci anni)  ed anche per la sua fede di matrice illuminista, espressiva di un’etica di fratellanza universale.

Il ricordo di questi sette anni di vita militare divengono un rimpianto, quello di non averli spesi per completare una preparazione scientifica maggiormente approfondita.

Successivamente studia  legge e filosofia all’Università di Francoforte sull’Oder:  a causa della sua inquietudine e della sua vita disordinata ed errabonda lascia anche gli studi universitari,  mentre  la Prussia crolla sotto le armate napoleoniche e nel 1800 ottiene  un posto di funzionario al Ministero delle finanze di  Berlino.Qui   frequenta i circoli ed i  salotti letterari di Rahel Varnhagen von Ense e Henriette Herz.

Nel 1801 parte da  Berlino per  Parigi, sostando a  Dresda in compagnia della sorella Ulrike,   fermandosi  poi a Berna, ove stinge amicizia con  Heinrich Zschokke e Ludwig Friedrich August Wieland, figlio del poeta Christoph Martin Wieland.

In questo periodo   compone “Guiskard”  e “ Der zerbrochne Krug” ( in italiano tradotto come :”la brocca infranta”), opera  nata come risposta ad una scommessa con gli amici bernesi.

Nel gennaio del 1800 conosce Wilhelmine von Zenge figlia del comandante della guarnigione di Francoforte: Heinrich ventitreenne e “Minetta”( così dolcemente la chiamava) di venti, si innamorano.

Duecento lettere, a partire dal gennaio 1800,  testimoniano le fasi di questa importante relazione, impostata sul “sogno” di Heinrich, quello di dedicarsi con la sua amata ad una vita agreste, fuori dalle regole imposte dal quotidiano e dalla società civile, alla ricerca  di un puro contatto con la natura e con i valori originari dell’uomo, da realizzarsi sulle rive del piccolo lago svizzero di Thun ( Berna).

A questo cerca di educare la giovanissima fidanzata, per vivere con lei in un “Lebensplan”  che tuttavia Minetta non saprà accettare, come si coglie da un brano di una sua lettera a Heinrich :”(sono)troppo debole per i compiti di una contadina”.

Il giovane sognatore- che chiedeva all’amata : ” un amore esaudito e felice”,  rivolgendosi a lei con parole quali: “Posso fidarmi del sentimento del mio cuore credulo che tanto facilmente si farebbe ingannare dai Suoi segni?”, o come :” “Fiducia e stima: ecco i pilastri senza i quali l’amore non può reggersi. Senza stima non ha valore, senza fiducia non ha gioia” ed ancora:” “Confida in me pienamente! Finché il timoniere è in vita sii tranquilla! Entrambi saremo sommersi dalle onde o entrambi giungeremo felicemente in porto. Può il vero amore augurarsi sorte più benigna?”- solo ventiquattro mesi dopo, mortalmente deluso e amareggiato per la fine di un sentimento, che era anche e soprattutto progetto di vita, scriveva:” Cara fanciulla, non scrivermi più. Non ho altro desiderio che di morire presto”( dicembre 1802).

Nel 1802 Kleist rientra in Germania: a Weimar incontra  Goethe, che lo loda e ammira, Schiller che lo recensisce favorevolmente  e Wieland padre, che lo adotta.

Goethe farà  rappresentare nel 1808  “La brocca rotta” nel teatro di Weimar, che non piacque affatto al pubblico, perché rappresentava una satira della corruzione e delle ipocrisie del potere contemporaneo. Eppure Goethe aveva scelto la commedia di Klest più rappresentabile, poiché le altre  erano troppo inadeguate ai tempi, per  composizione e  temi.  Goethe a questo proposito ebbe a dire : ” mi dispiace vedere degli spiriti artistici che scrivono per un teatro che ancora deve venire”, rammaricato per aver riconosciuto il talento di Kleist senza poterlo sostenere.

Soggiorna  quindi a Lipsia e a Dresda, tornando poi  nuovamente a Parigi. In questo ambiente nasce il  suo primo dramma, la tragedia Die Familie Schroffenstein (1803, titolo originale: Die Familie Ghonorez).

Solo nel 1804 ritorna al suo lavoro a Berlino: trasferito quindi al  demanio a Königsberg, manterrà l’impiego con relativa regolarità fino al dicembre 1806.

Viaggiatore instancabile e spirito inquieto, nel corso di  una nuova trasferta verso Dresda ( gennaio 1807), ove cura la stampa delle sue opere, Kleist viene fermato  dai francesi per sospetto spionaggio, arrestato  ed incarcerato per sei mesi  in Francia a Châlons-sur-Marne. Durante la detenzione lavora alla tragedia Penthesilea.

Scarcerato  raggiunge Dresda in agosto  dove, con  la  collaborazione di Adam Heinrich Müller (1779-1829) pubblica l’almanacco filosofico-letterario  Phöbus per il 1808. Per questo ambizioso progetto letterario cerca  e non ottiene i contributi sperati da Goethe e Jean Paul. Gli undici numeri effettivamente pubblicati contengono  frammenti di Penthesilea, La Brocca infranta, Guiscardo, Käthchen von Heilbronn, i racconti Die Marquise von O… e Micheal Kohlhaas, nonché contributi di altri autori.

Nel 1809 si reca  a Praga tornando poi a  Berlino. Di questo periodo è una nuova grave malattia di tipo nervoso e psicosomatico,forse il principio di una patologia schizofrenica, legata anche alla  convinzione divenuta ossessiva di dover uccidere Bonaparte.

Il suo dramma più celebre  e tormentato, Der Prinz Friedrich von Homburg, vede luce in questo momento, ma  la sua rappresentazione raccoglie insuccesso di pubblico e critica. Questa delusione segna la fine della produzione poetica di Kleist.

Nell’ottobre 1810 con la collaborazione di  Adam Müller progetta un’impresa giornalistica all’avangurdia,  fondando un quotidiano nazionalista e conservatore: il giornale della sera Die Berliner Abendblätter che, uscendo di pomeriggio, riportava la cronaca dei fatti locali della giornata. Questo quotidiano  cesserà  la pubblicazione nel febbraio 1811 a causa di  seri problemi con la censura del tempo e per la mancanza di finanziamenti.

Kleist rimasto senza lavoro, respinto dagli editori, incompreso come autore, dirà in una lettera: ““…vedermi considerato da loro un membro assolutamente inutile dell’umana società, non più degno di alcune simpatia, mi addolora estremamente”. Per questo motivo, coronando con un atto estremo la propria sensazione di inutilità, profondamente irritato per l’alleanza che la Prussia, dopo la Sassonia, stava cercando con Napoleone, si dà la morte  il 21 novembre a Berlino sulle rive del Wannsee, insieme alla sua amica Henriette Vogel, una donna sposata e   malata di tumore, in un omicidio-suicidio, condividendo l’identica volontà di chiudere con la vita: Heinrich  le spara, poi rivolge l’arma contro se stesso.

Lettera indirizzata alla sorellastra Ulrike, in cui annuncia il suicidio

« Ich kann nicht sterben, ohne mich, zufrieden und heiter, wie ich bin, mit der ganzen Welt, und somit auch, vor allen anderen, meine teuerste Ulrike, mit Dir versöhnt zu haben. Laß sie mich, die strenge Äußerung, die in dem Briefe an die Kleisten enthalten ist, laß sie mich zurücknehmen; wirklich, Du hast an mir getan, ich sage nicht, was in Kräften einer Schwester, sondern in Kräften eines Menschen stand, um mich zu retten: die Wahrheit ist, daß mir auf Erden nicht zu helfen war. Und nun lebe wohl; möge Dir der Himmel einen Tod schenken, nur halb an Freude und unaussprechlicher Heiterkeit dem meinigen gleich: das ist der herzlichste und innigste Wunsch, den ich für Dich aufzubringen weiß. » « Non posso morire senza essermi riconciliato, contento e sereno come sono, col mondo intero e soprattutto con te, mia carissima Ulrike. Lascia, l’affermazione precisa è contenuta nella lettera ai Kleist, lascia ch’io mi ritiri. In realtà, tu hai fatto per me non dico quanto stava nella forze di una sorella, ma nelle forze di una creatura umana, al fine di salvarmi: la verità è che per me non c’era aiuto possibile sulla terra. E ora addio; possa il cielo donarti una morte solo a metà così gioiosa e indicibilmente serena come la mia: questo è l’augurio più cordiale e più profondo che io possa concepire per te. »

“Sappi soltanto che la mia anima, al contatto con la sua, è diventata pienamente matura alla morte; che ho misurato tutta la magnificenza dell’animo umano alla stregua del suo, e che muoio perché su questa terra non mi rimane più nulla da imparare e da acquisire”. (alla cugina Maria)

Oggi Heinrich Kleist, incompreso ed ignorato dai contemporanei, è considerato il massimo drammaturgo del movimento romantico tedesco e narratore di ampie vedute e grandissima modernità: nessun altro autore è riuscito a raggiungere eguale energia espressiva, trasposta anche nella propria indignazione patriottica.

Ispirato romanticamente da ansia ed inquietudine, alla ricerca di affetto ed amore, ma anche guidato da ideali illuministici e dall’interesse profondo per le idee kantiane, che gli facevano avvertire costantemente  l’esigenza di ordine ed equilibrio ( di un Lebensplain, un piano o programma di vita senza il quale  l’esistere diviene  disperazione e disagio) , mostra tutta questa tensione- alla  vana ricerca di un fine a cui arrivare e per cui continuare ad esistere- nella sua tragedia Penthesilea, che riprende una  tematica classica greca, sviluppandola in significati nuovi attorno a non comuni personaggi.

Penthesilea, regina delle amazzoni che uccide l’amato Achille poi suicidandosi diviene un’eroina kleistiana, divisa nell’anima dalla dannazione  del proprio  senso del dovere e del  desiderio dell’ istinto, creando in lei  un vuoto incolmabile  origine della propria  follia, che apre  le porte a  pulsioni  barbare, violente e ferine.

Tutti gli eroi di Kleist sono limpidi e cristallini, ma tutti votati ad una vita e  ad un destino  fuori dall’ordinario, incompresi  secondo le regole comuni ,come ben dice un grande critico: ”di fronte agli eroi kleistiani il viandante di Goethe è un prudente sperimentatore del numinoso e Faust un metodico architetto della propria anima”(Ladislao Mittner), a sottolinearne il loro profilo originale e fuori portata della comprensione del pubblico dell’epoca.

Il meglio della sua  produzione drammatica è racchiusa, oltre che in Penthesilea, anche in Das Kathchen von Heilbronn, ove una trasognata fanciulla vive umiliata e contemporaneamente esaltata da un amore , descritta in un ritratto umano  di  umiltà e passione nel quadro vivido ed incantato del mondo medievale tedesco, e soprattutto in Der Prinz von Homburg, scritta nel 1810 e pubblicata nel 1821, dramma in cinque atti ambientato nel mondo militare prussiano, che :” inscena il conflitto tra gli impulsi dell’individuo e l’astratta ragione di stato. Protagonista è Friedrich, principe di Homburg, giovane ufficiale della cavalleria brandeburghese. Egli vaga per il palazzo in stato di sonnambulismo e raccoglie un guanto della fidanzata Natalia. Al risveglio, vedendo il guanto, si turba. Non sente gli ordini impartiti per l’imminente battaglia contro gli svedesi. Nel momento decisivo dello scontro, agisce perciò di sua iniziativa e porta l’esercito alla vittoria. Tutti lo applaudono come un eroe, ma il principe elettore vuole che sia condannato a morte per indisciplina. Friedrich è sconvolto. Quando il principe lo lascia arbitro della propria sorte, si schiera con la ragion di stato e si riconosce colpevole. Va con gli occhi bendati incontro alla morte. Nel punto estremo gli tolgono la benda: intorno a sé è la corte riunita per celebrare le sue nozze con Natalia e il suo trionfo di eroe”.

I personaggi kleistiani esprimono sempre un carattere, quella della “verità inverosimile”, attraverso lo scontro fra la realtà e la razionalità che l’analisi dei  fatti lascerebbe credere e la verità del sentimento, unica chiave di indagine possibile all’uomo: da qui la tendenza  lirico- narrativa di Kleist a calare in cornici  crudissime, ossessive, violente, i propri eroi , che indugiano tuttavia nel sogno, nell’enigma, nell’  ascolto del cuore,tanto da vivere eventi che hanno una conclusione paradossale, inattesa,che sovverte la logica :”    Formato dall’illuminismo, isolato fra i romantici, Kleist è anticipatore del realismo (..)paradossale epigono dell’antichità pagana germanica, è dominato dalla ricerca ossessionante del proprio destino attraverso i dettami del sentimento, il quale, pur preda di tragiche contraddizioni interne e in idealistica antitesi col mondo, è tuttavia sempre l’unica fonte di certezza, contro la logica e la verosimiglianza (…) L’importantissimo saggio Über das Marionettentheater (1810; Sul teatro delle marionette), riscoperto in questo secolo, esprime la sua nostalgia dello stato di grazia estetico-religiosa, cioè di incosciente gravitazione su se stessi, che l’uomo ha perduto senza rimedio: non gli resta perciò che l’eroico esercizio dell’autodisciplina. L’inverosimiglianza forzata sarà una delle caratteristiche del mondo poetico di Kleist, sin dalle prime prove drammatiche”.

Accanto alle parole dell’introduzione al già citato saggio:” Un inquieto batter d’ali” e con un articolo che illustra le caratteristiche del “ Wanderer” all’interno del Romanticismo tedesco, alle quali ben si adatta anche Heinrich Kleist, viaggiatore schizofrenico all’interno dell’ anima ,che ha saputo narrare con  grazia le proprie contraddizioni e la propria fragilità , facendole divenire più umane, si ricorda il Kleist narratore, filosofo, saggista, compositore di odi e scritti di guerra, che lo rendono autore originale,  versatile e fecondo, senza poterlo ascrivere, infine, ad alcun movimento letterario.

“Uomo inesprimibile”: così si considerava Heinrich von Kleist. Ma era anche un prevaricatore, nella sua ossessiva pretesa di dedizione e nel suo sospetto su tutto e tutti. Uno di quegli “uomini dell’istante”, come disse Nietzsche, che s’innamorano del fango in cui affondano e che correndo dietro alla gloria si riducono a “brucare la fiducia in se stessi dalle mani di adulatori ubriachi”. Una sorella inquieta, “anfibia” fra i due sessi, una mite fidanzata abbandonata dopo anni di un torturante rapporto, un amico carissimo, bello come un dio greco, poi un’infaticabile protettrice – a questi ultimi due proporrà, invano, di suicidarsi con lui. A dargli retta troverà, infine, un’amica casuale. Amore, sesso? No, è quasi certo che quest’uomo arcisensuale, autore di testi a quel tempo scandalosi, non abbia mai fatto davvero esperienza né dell’uno né dell’altro. In verità, sopra ogni cosa avrebbe voluto essere accolto sulla scena del mondo. “Io voglio, io devo entrare, e fosse di traverso”: così scriveva adolescente sull’album della sorella Wilhelmine. Drammaturgo, prosatore e poeta tra i massimi della letteratura tedesca, il grande pubblico lo conosce soprattutto per “La Marchesa di O”, “Michael Kohlhaas”, “La brocca rotta”, “Käthchen von Heilbronn”, “Il principe di Homburg”. Non tutti sanno invece che questo ex ufficiale ed ex funzionario statale prussiano, contando su una libertà di stampa che era di là da venire, pubblicò uno dei primi quotidiani della storia del giornalismo, i “Berliner Abendblätter”, sulle cui pagine apparvero saggi, aneddoti, reportages che sono fra i più brillanti esempi della sua prosa. Kleist fu un acuto rilevatore dei primi segni della cultura di massa, ma all’arte arrivò tardi e della sua eccezionalità si resero conto solo in pochi. Dai più venne, nel bene o nel male, equivocato. Il suo teatro fu ritenuto irrappresentabile, mentre maggior successo ebbe con gli splendidi racconti, benché scritti unicamente per denaro. Di Kleist restano più di duecento lettere – e parallela alle lettere doveva essere la sua “Storia della mia anima”, mai mostrata a nessuno, mai finita e forse data alle fiamme alla vigilia del suicidio. Ovunque andasse – Berlino, Parigi, Berna, Dresda, Strasburgo, Konigsberg, Praga – lasciava un’impressione indelebile: uomini e donne, letterati e non, personaggi di fama o sconosciuti parlano di lui in diari, epistolari, autobiografie, unanimi nel rilevare il suo volto infantile, la gentilezza quasi femminea, gli stralunati silenzi e gli improvvisi sbocchi di una smodata sete di comunicazione. Di questi materiali di prima mano, e soprattutto delle lettere, Anna Maria Carpi si serve per mettere a fuoco il “vero” Kleist, il Kleist sconosciuto. Questa biografia restituisce, in una narrazione serrata, tragica, lirica, un personaggio estremo che brucia in solitudine le sue tensioni interiori, sempre alla ricerca, come i suoi protagonisti, di una verità che sfugge e di una “impossibile” via che porti alla felicità. Poiché, come dice la Carpi “nessuno confessa, lui meno che mai, ciò che sa benissimo: la felicità suprema è bifronte. Essere se stessi – ma col plauso del mondo”.

 

 

der Wanderer

 

Il viandante – “der Wanderer” – nel Romanticismo tedesco è un avventuriero dello spirito, un essere che va alla ricerca di sé stesso, o meglio dell’indefinibile che sfugge ad ogni più rigorosa disamina razionale.
Caspar David Friedrich: Il Viandante sul mare di nebbia, 1818,
Amburgo, Kunsthalle

Wanderer, Wandern, Wanderung sono parole molto importanti per la storia del grande immaginario romantico tedesco. Il “viandante”, nella nostra mentalità latina è sempre stato colui che transita da un luogo all’altro, da una collettività all’altra, consapevole che la casa, il gruppo sociale ben identificato sono gli ambiti che gli competono, che sente suoi ed in cui si riconosce. Egli è legato affettivamente alla famiglia, alla casa degli avi, alla terra che lavora, sia essa sua o non lo sia; il cammino è un viaggio, da programmare e compiere nel più breve tempo possibile perché ostico e talvolta pericoloso; riveste carattere episodico e tradizionale – ad esempio, l’abitudine millenaria alla transumanza delle antiche civiltà pastorali. E il viaggio, quando è conseguenza dell’imperativo della fame, genera angoscia, diventa trauma, dilacerazione; diviene il dolore degli emigranti che, con poca o nessuna attenzione per le nuove realtà che li circondano, cercano di ricostruire luoghi e collettività il più possibile vicini a quelli che hanno dovuto abbandonare.

Ben differente è invece la connotazione auratica che la parola Wanderer, viandante, assume nelle terre di lingua tedesca. Qui, chi segue un cammino non si dirige verso qualcosa di connotabile fisicamente, verso un “luogo” reale, tangibile; al contrario, egli è un avventuriero dello spirito, un essere che va alla ricerca di sé stesso, o meglio dell’indefinibile, di ciò di cui una lontana eco del proprio animo rende certi dell’esistenza, ma che sfugge ad ogni più rigorosa disamina razionale. I pellegrini e i Clerici vagantes che solcavano l’Europa delle prime ere cristiane: ecco il referente, il misticismo universalistico di chi fa della Wanderung, quasi sempre a piedi, quasi mai a cavallo, il fine e non il mezzo; di chi giace per una notte sotto un riparo di fortuna, od offerto da uno stanziale ospitale, ben sapendo che ciò non è, nè è desiderato, per sempre; che il giorno successivo il cammino dovrà riprendere, lungo prati verdi, colli boscosi, radi villaggi annunciati da campanili appuntiti, sotto cieli sempre mossi, sempre spazzati dal vento, talvolta plumbei ed ostili; talvolta in compagnia, ma più spesso da soli.

E’ la galleria di paesaggi, più realistici di quanto non possa pensare chi non ha mai viaggiato in Germania, usciti dal pennello del pittore Caspar Friedrich; realistici ma pure pervasi da una profonda, commossa religiosità mistica, che per uno spirito romantico è essa pure, inevitabilmente, realtà.

Il Wanderer, l’uomo in cammino con bastone e mantello che cerca sé stesso, esiste e vive dunque immerso, congiunto alla natura, Ma non necessariamente si tratta di una natura ostile; al contrario, essa può anche essere il campo in cui si esprimono e si realizzano i disegni del Divino. Così la concepisce Klopstock, cantore di una vitalità essenziale, profonda, in cui anche il tuono, la folgore, devono essere ammirati e capiti; perché capire ed ammirare la folgore sarà capire ed ammirare Dio.

Sulla stessa prospettiva, ma più lontano da una visione personale cristiana e allo stesso tempo più vicino ad un panteismo cosmico, pagano ed anche olimpico, si colloca Goethe.

Goethe, la cui opera è come poche ricca di Wanderung; è un viandante Guglielmo Meister, che, nella Theatralische Sendung (La vocazione teatrale) rinuncia alla sicurezza borghese per seguire l’imperativo della sua passione interiore ed una compagnia di squattrinati artisti girovaghi; per incontrare poi, nei Lehrjahre (Anni di apprendistato), quell’imperativo – “Ricordati di vivere!” – che rammenta la necessità ed il diritto all’entusiasmo, allo sguardo infantile, meravigliato e divertito sul mondo e sugli uomini anche da parte di chi non è stato mai o non è più Wanderer, e nel benessere borghese ci vive gratificato. Molte sono le liriche, nella poesia goethiana, ispirate alla Wanderung; indimenticabile e commovente la quiete religiosa emanata dai pochi versi che compongono il Wanderer Nachtlied.

Su tutte le vette è silenzio,
dalle cime degli alberi odi
appena un sospiro.
Gli uccellini tacciano nel bosco.
Attendi, solo: presto riposerai anche tu.

Sguardo infantile, meraviglia, e allegria; talvolta anche rifiuto dell’universo limitato ed organizzato nella quotidianità; ecco alcune caratteristiche che possono perciò contraddistinguere il Wanderer romantico. Le incontriamo in Aus dem Leben eines Taugenichts (Vita di un perdigiorno) di Eichendorff, dove il protagonista canta:

Dio vuole dimostrare il suo favore a chi
manda per il vasto mondo,
Egli vuole mostrare le sue meraviglie
Sui monti, nel bosco, al fiume, nei campi.

Lo stesso spirito informa anche il primo Lied del ciclo Die Schöne Müllerin (La bella molinara) di Müller, musicato da Schubert. Questa lirica è diventata una vera e propria canzone popolare.

Ma il cammino esistenziale del Wanderer può anche condurre ad un esito infausto; e questo comincia quando il movimento non è più essenziale a se stesso ma diventa una tensione verso qualcosa, una ricerca esteriore; “Dove tu non sei, là è la felicità”, recita la lirica Der Wanderer di Schmidt. Si compie quando la volontà di solitudine, di Einsamkeit prende il sopravvento sulla necessità e sul desiderio di socializzare. “Chi solitudine sceglie, ben presto solo sarà”, canta il vecchio arpista nella Theatralische Sendung; l’uomo, essere sociale, riesce ad espandere e ad espandere tutte le sue potenzialità, ad esistere totalmente solo vivendo nel sociale; andando incontro agli altri, parlando il loro linguaggio. Rinunziare al mondo, chiudersi totalmente nell’individualità, significa rinunziare ad una parte di sé; e la dilacerazione (Zerrissenheit) che ne consegue apre il baratro dell’ipocondria, della schizoidia, della follia, scelta e/o destino tragico di molte importanti figure artistiche dell’Ottocento romantico. Goethe esemplifica bene questi stati d’animo in uno dei suoi inni più belli: Harzreise im Winter (Viaggio invernale nello Harz).

Nella macchia il sentiero si perde,
dietro i suoi passi
si chiudono di colpo gli arbusti,
si rialzano l’erbe,
l’inghiotte la solitudine. (…)
Dapprima spregiato, or spregiatore,
segretamente, in inetto
amore di sé,
il proprio valore consuma.

Anche a questa infausta avventura dello spirito spetta una Waderung privilegiata: è la Winterreise (Viaggio d’inverno), ciclo liederistico ancora di Müller e musicato da Schubert. La natura, da madre amorevole si è qui fatta strega e matrigna; il paesaggio invernale, bianco e gelido, che accoglie nella monotonia i passi del protagonista, che fugge da una wertheriana delusione amorosa, non promette più calore ne’ primavera. Il tempo si annulla; non esiste una sequenza narrativa, non esiste più il passato ne’ il futuro, ma solo un disperato, eterno presente. Esiste solo un’amarissima riflessione sulla crudeltà ed ostilità umana, in uno spazio uguale ed illimitato che sprofonda in se stesso; l’innavicinabilità alla comunità degli uomini, o più generalmente dei viventi, da cui il protagonista si esclude e si sente escluso; e la scelta, nell’ultimo Lied, di condividere il cammino con un altro reietto, un vecchio mendicante suonatore di organetto, troppo simile all’arpista di Goethe. Raramente la musica, in tutta la sua storia, ha conosciuto note tanto tragiche, agghiaccianti quanto quelle con cui Schubert ha saputo magistralmente rivestire la Winterreise.

Ma, con il progredire dell’Ottocento, il mondo germanico diviene sempre meno adatto alla Wanderung. La ricerca spirituale individuale non trova più posto in un sistema di vita dove l’operosità è finalizzata esclusivamente al profitto ed al dominio sulla natura; dove oggetti e comportamenti vengono standardizzati nel gusto Biedermeier; dove l’unico tipo di analisi conoscitiva cui viene data credibilità è quella scientifica. Goethe e Müller descrivevano uomini che si chiudevano dei confronti del mondo, ora si può assistere ad un mondo che si chiude nei confronti dell’individualità.

La Wanderung viene relegata ad uno spazio circoscritto, lontano dalla vita quotidiana; quello della solenne liturgia wagneriana, che celebra sé stessa ed il popolo tedesco. E’ un mondo onirico, mitologico, ma anche necessariamente artificiale, perché scenico. Così Wotan e Sigfrido sono Wanderer; così anche l’Olandese Volante e Kundry, Ebreo errante al femminile in Parsifal, per i quali la Wanderung non è più una scelta o addirittura un premio divino, bensì la più atroce delle condanne.

La produttività grande borghese richiede ormai figure ed imprese monolitiche, ben cementate alla terra; come la mitica casa dei Buddenbrook, a Lubecca, descritta da Thomas Mann. La stasi e non più il movimento, il lasciarsi andare alla regolarità quotidiana sotto un tetto accogliente sono la seduzione, da cui è impossibile fuggire anche quando odora di morte. Seduzione cui cede Giovanni Castorp in Der Zauberberg (La montagna incantata ), quando, raggiunto il sanatorio di Davos in Svizzera per visitare suo cugino, ancora lievemente malato, non riesce più a staccarsene per alcuni anni, venendone poi strappato solo allo scoppio della Grande Guerra.

La staticità monolitica è caratteristica propria dei regimi totalitari; l’assurdo progetto hitleriano di Germania, un’Acropoli di dimensioni colossali, progettata a Berlino e mai realizzata a causa dello scoppio della guerra, esemplifica ciò degnamente. Niente di imprevedibile, quindi, nel fatto che gli anni del nazionalsocialismo non portino fortuna al Wanderer. Bisognerà aspettare il secondo dopoguerra per vedere il premio Nobel attribuito ad un grande scrittore che ha fatto della Wanderung la caratteristica costante dei suoi personaggi, in Oriente come in Occidente alla ricerca della propria identità spirituale che nasce ed esiste nella dialettica eterna e pregnante tra interiorità ed esteriorità, tra Io e Mondo: Hermann Hesse.

Svalbard
svalbard@iol.it
(Pubblicato su “I Fatti” – novembre 1989)

 

Scelta di poesie

Der höhere Frieden

Wenn sich auf des Krieges Donnerwagen,

Menschen waffnen, auf der Zwietracht Ruf,

Menschen, die im Busen Herzen tragen,

Herzen, die der Gott der Liebe schuf:

 

Denk ich, können sie doch mir nichts rauben,

Nicht den Frieden, der sich selbst bewährt,

Nicht die Unschuld, nicht an Gott den Glauben,

Der dem Hasse, wie dem Schrecken, wehrt.

 

Nicht des Ahorns dunkelm Schatten wehren,

Daß er mich, im Weizenfeld, erquickt,

Und das Lied der Nachtigall nicht stören,

Die den stillen Busen mir entzückt.

 

Das letzte Lied

 

Fern ab am Horizont, auf Felsenrissen,

Liegt der gewitterschwarze Krieg getürmt.

Die Blitze zucken schon, die ungewissen,

Der Wandrer sucht das Laubdach, das ihn schirmt.

Und wie ein Strom, geschwellt von Regengüssen,

Aus seines Ufers Bette heulend stürmt,

Kommt das Verderben, mit entbundnen Wogen,

Auf alles, was besteht, herangezogen.

 

Der alten Staaten graues Prachtgerüste

Sinkt donnernd ein, von ihm hinweggespült,

Wie, auf der Heide Grund, ein Wurmgeniste,

Von einem Knaben scharrend weggewühlt;

Und wo das Leben, um der Menschen Brüste,

In tausend Lichtern jauchzend hat gespielt,

Ist es so lautlos jetzt, wie in den Reichen,

Durch die die Wellen des Kozytus schleichen.

 

Und ein Geschlecht, von düsterm Haar umflogen,

Tritt aus der Nacht, das keinen Namen führt,

Das, wie ein Hirngespinst der Mythologen,

Hervor aus der Erschlagnen Knochen stiert;

Das ist geboren nicht und nicht erzogen

Vom alten, das im deutschen Land regiert:

Das läßt in Tönen, wie der Nord an Strömen,

Wenn er im Schilfrohr seufzet, sich vernehmen.

 

Und du, o Lied, voll unnennbarer Wonnen,

Das das Gefühl so wunderbar erhebt,

Das, einer Himmelsurne wie entronnen,

Zu den entzückten Ohren niederschwebt,

Bei dessen Klang, empor ins Reich der Sonnen,

Von allen Banden frei die Seele strebt;

Dich trifft der Todespfeil; die Parzen winken,

Und stumm ins Grab mußt du daniedersinken.

 

Erschienen, festlich, in der Völker Reigen,

Wird dir kein Beifall mehr entgegen blühn,

Kein Herz dir klopfen, keine Brust dir steigen,

Dir keine Träne mehr zur Erde glühn,

Und nur wo einsam, unter Tannenzweigen,

Zu Leichensteinen stille Pfade fliehn,

Wird Wanderern, die bei den Toten leben,

Ein Schatten deiner Schön’ entgegenschweben.

 

Und stärker rauscht der Sänger in die Saiten,

Der Töne ganze Macht lockt er hervor,

Er singt die Lust, fürs Vaterland zu streiten,

Und machtlos schlägt sein Ruf an jedes Ohr, –

Und da sein Blick das Blutpanier der Zeiten

Stets weiter flattern sieht, von Tor zu Tor,

Schließt er sein Lied, er wünscht mit ihm zu enden,

Und legt die Leier weinend aus den Händen.

 

Mädchenrätsel

Träumt er zur Erde, wen

Sagt mir, wen meint er?

Schwillt ihm die Träne, was,

Götter, was weint er?

Bebt er, ihr Schwestern, was,

Redet, erschrickt ihn?

Jauchzt er, o Himmel, was

Ists, was beglückt ihn?

Share

Comments are closed.