Maria Richard Ernst Stadler

Maria Richard Ernst Stadler

a cura di Barbara Spadini

Form ist Wollust/Forma è voluttà

Form und Riegel mußten erst zerspringen,

Welt durch aufgeschlossne Röhren dringen:

Form ist Wollust, Friede, himmlisches Genügen,

Doch mich reißt es, Ackerschollen umzupflügen.

Form will mich verschnüren und verengen,

Doch ich will mein Sein in alle Weiten drängen –

Form ist klare Härte ohn’ Erbarmen,

Doch mich treibt es zu den Dumpfen, zu den Armen,

Und in grenzenlosem Michverschenken

Will mich Leben mit Erfüllung tränken.

 

 

La forma, stretto catenaccio, doveva alfin saltare,

Lungo rapidi canali il vasto mondo penetrare:

Forma è voluttà, riposo, appagamento celestiale,

Ma io voglio dissodare il mio campo personale.

Alla forma piacerebbe avermi dentro una prigione,

Ma io voglio camminare sempre in ogni direzione –

La forma è durezza cristallina, non compatimento,

Io comunque preferisco ciò che è monco, ciò che è lento,

E mentre diffondendomi io travalico i confini

La vita mi pervade realizzando i propri fini.

 

 

 

Opere

Präludien – Preludi, raccolta di poesie, 1904 (Gedichte)

Über das Verhältnis der Handschriften D und G von Wolframs Parzival, dissertazione , 1906

Wielands Shakespeare, 1910

Das Balzac-Buch. Erzählungen und Novellen, traduzione,1913

Francis Jammes: Die Gebete der Demut, traduzione,1913

Der Aufbruch – La riscossa, raccolta di poesie,1914

Charles Péguy: Aufsätze, traduzione , 1918 ( pubblicazione postuma)

 

Critica

Spazi di transizione. Il classico moderno (1880-1933), a cura di M. Ponzi, Mimesis Edizioni, 2009

 

Traduzioni italiane

Ernst Stadler, La partenza. Testo tedesco a fronte Volume 2 di Ex libris  a cura di M. Pirro, Editore           duepunti, 2010

 

Links

http://tonnochefuma.blogspot.com/2011/02/ernst-stadler-la-partenza.html

 

Biografia e poetica

(a cura di Barbara Spadini)

Insieme ad Georg Heym, Georg Trakl ed a August Stramm si può definire  Ernst Stadler come  personalità poetica  fondante la corrente espressionista  in Germania e, forse, in Europa.

In particolare Ernst Stadler, cultore delle lingue e tradizioni letterarie straniere, aggiunge una caratteristica cosmopolita alla sua poesia, anche se egli è in Italia un perfetto sconosciuto, poco tradotto e ancora da scoprire.

La sua produzione poetica è limitata, anche perchè Stadler muore giovanissimo, seguendo da vicino lo stesso fato di August Stramm: ufficiale della riserva, richiamato alle armi allo scoppio del primo conflitto mondiale, cade trentunenne durante un’azione.

Nato a Colmann, in Alsazia, l’11 agosto  1883 , cresciuto a Strasburgo,  ove  suo padre era sottosegretario e curatore nell’ambiente dellUniversità Kaiser Wilhelm, frequenta il liceo e aderisce al “Das Elsass  Jüngste”, circolo dei “più giovani” d’Alsazia, gruppo letterario che raggruppa poeti e scrittori agli esordi, fra cui Renè Schickele e Otto Flake.

Nel 1902 è tra i  fondatori  della rivista “Der Stürmer”, diretta dall’amico  René Schickele, che nasce come strumento letterario per avvicinare la cultura tedesca a quella francese. Qui vengono pubblicati i suoi primi saggi, articoli e poesie.

Stadler, profondamente affascinato dai simbolisti francesi, ma anche dalla letteratura inglese ed americana, influenzato dal Romanticismo tedesco e da autori come Hofmannsthal,Walt Whitman e Stefan George,  dalle canzoni popolari,dallo stile ditirambico di Nietzsche, da  Richard Dehmel e da Detlev von Liliencron, consegue a Strasburgo nel 1906 la laurea in letteratura romanza, germanica e comparata, un dottorato di ricerca a Monaco di Baviera, vincendo anche una borsa di studio che gli permette di completare ad Oxford la propria preparazione umanistica e  dove lavora moltissimo sul potenziamento delle traduzioni tedesche di Shakespeare di Christoph Martin Wieland.

Inizia poi la carriera di docente universitario: nel biennio 1908-09 insegna all’Università di Strasburgo, viene poi chiamato all’Università di Bruxelles come libero docente di germanistica e, successivamente, accetta la docenza a Toronto come associato (1913): proprio quando si approssima la partenza per il Canada, Ernst Stadler è richiamato col grado di tenente allo scoppio della prima guerra mondiale ed inviato al fronte nella zona delle Fiandre, da dove compila un quaderno di appunti, contenenti cronache ed impressioni di guerra, quasi quotidiano. Cade in combattimento tre mesi dopo l’inizio del conflitto, il 30 ottobre 1914,  a Zandvoorde , nei pressi di  Ypres.  La sua tomba si trova nel locale cimitero di  Ruprechtsau.

Nonostante la salda preparazione, il talento poetico, la grandissima predisposizione di critico letterario e l’importante apporto dato da Stadler nell’ambito delle traduzioni ( ad esempio dell’opera del simbolista francese Henri de Régnier e delle  opere di Charles Peguy e Francis Jammes), la sua precoce scomparsa lascia oggi molte piste di ricerca critica ancora aperte, frammentarie, irrisolte: la sua produzione complessiva porta a pensare ad un’evoluzione notevole, di stile, linguaggio e temi, visibile nella grande differenza fra la prima raccolta Praeludien (1905) e la seconda, considerata il suo capolavoro, Der Aufbruch (1914).

Stadler è un poeta espressionista , a parere di chi scrive, meno “programmatico” di altri : più che dall’idea espressionista, che parte dalle arti visive arrivando poi al linguaggio verbale, proponendo una rivoluzione totale del rapporto uomo- mondo moderno e ricercando una nuova creatività espressiva nell’eccezione, nel fuori- norma, nell’eccesso e nelle emozioni estreme, che liberano l’uomo dalle catene del quotidiano e della normalità, in favore di una concezione estetica alternativa, egli rivolge la propria attenzione soprattutto al rinnovamento formale e linguistico ed anche al veicolare attraverso la poesia  un messaggio anche tematico di vitalità dinamica, ottenuta tra l’altro adottando il verso libero, una  quasi novità.

Per questi motivi si nota un passaggio, anzi un vero e proprio divario fra la produzione poetica dei Praludien, ancora influenzati dalla delicatezza di Hofmannsthal e quella  di  Der Aufbruch, raccolta di poesie maggiormente caratterizzate in senso espressionista e più originale e matura.

Dotato di grandi capacità intuitive, Stadler è poeta ed anche critico: attraverso la sua opera è possibile dare una risposta ad uno degli assilli dell’espressionismo, quello del rapporto Arte- Vita.

La Vita reale, che prevale sull’Arte, è descritta nelle liriche di Stadler in modo assai ambivalente: da un lato la sua attenzione  descrittiva si posa su figure umane emarginate ( tendenza espressionista, anche nel cinema tedesco degli anni Venti), ma reinterpretate secondo canoni  simbolisti, fortemente allegorici.

Così, in molte poesie di Stadler la donna amata viene descritta da un lato attraverso una carica sensuale ben precisa, dall’altro  attraverso un ben determinato  sentimento religioso, entro il quale la Donna è Sophia, mezzo e motivo di elevazione spirituale, cambiamento, miglioramento di sè.

Molto piacevole questa traduzione di Der spruch, poesia di Stadler che permette di coglierne altri motivi lirici vitali: cos’è la Vita? E’ l’Arte dell’eccesso? E cosa lascia l’eccesso? Meglio le forme o i contenuti, le sembianze o le sostanze?

Tutta la vita umana si gioca entro questi chiari scuri che, nella poesia di Stadler, sembrano essere  fondanti .Queste domande sull’esistere sono poi  domande poetiche: in una lirica deve prevalere la forma o il contenuto? Forse- in fondo-  la Vita è Arte ed è un’arte il vivere ed una dimensione non prevale sull’altra: compito del’uomo è cercare i modi per realizzare un equilibrio possibile, così come compito del poeta è quello di mediare fra innovazioni formali e tematiche per arrivare ad una sintesi estetica possibile.

 

Der Spruch/Il detto

In un libro antico mi fermai su una sentenza,

Il colpo che mi inflisse ancora mi tormenta:

E quando in preda ai sensi intorbidati

Spregio l’essere in cambio d’ombre, menzogne e frivolezze,

Quando volentieri mi lascio raggirare da facili piaceri,

E confondo il limpido e l’opaco, come se le mille porte della vita

non fossero serrate ed impenetrabili,

E ripeto parole di cui mai ho sentito la grandezza,

e afferro cose di cui mai ho compreso la natura,

[…]

Innanzi a me si leva la sentenza: uomo, cerca la sostanza!

( traduzione in : http://tonnochefuma.blogspot.com/2011/02/ernst-stadler-la-partenza.html a cura di Leonardo De Marchi / devo alcune considerazioni critiche e le traduzioni di questa poesia e di quella d’apertura a L. De Marchi e  Maurizio Pirro)

Non è facile pervenire ad equilibrio fra forme e sostanze, nè nella vita, nè nella poesia. Da qui la novità stadleriana del verso lungo, maggiormente libero da regole classiche, utilizzato con rime che spesso perdono di evidenza: la vita non tende ad una rima perfetta, ma è spesso difficile, giocata tra ombre e luci, bene e male, gioia e sofferenza, momenti sereni ed inquietudini estreme.

Ecco che la poesia di  Stadler segue lo stesso ritmo, mostrando bellezza e crudezza, perfezione stilistica e non, in un’alternanza interessante, vitale, vigorosa, bella e brutta, tranquilla e inquieta, dolce e amara, come è la vita.

In omaggio ad un grande poeta, che meriterebbe di essere letto dal pubblico italiano, chi scrive ha tentato un’ ingloriosa quanto libera traduzione dal tedesco di una delle poesie a seguire, che coglie entro la metafora del treno la suggestione e la  vivacità della vita come viaggio, tematica cara ai poeti quanto il moto ondoso del mare, nella loro profonda consapevolezza che tutto ciò che parte e si allontana, emozione, pensiero o persona, in qualche modo  sa anche tornare.

Scelta di poesie

 

Der Aufbruch Die Flucht – Sommer

 

Mein Herz steht bis zum Hals in gelbem Erntelicht wie unter

Sommerhimmeln schnittbereites Land.

 

Bald läutet durch die Ebenen Sichelsang: mein Blut lauscht tief mit Glück

gesättigtin den Mittagsbrand.

 

Kornkammern meines Lebens, lang verödet, alle eure Tore sollen nun wie

Schleusenflügeloffen stehn,

 

Über euern Grund wird wie Meer die goldne Flut der Garben gehn.

 

 

Der Aufbruch Die Rast – Weinlese

Die Stöcke hängen vollgepackt mit Frucht. Geruch von Reben

Ist über Hügelwege ausgeschüttet. Bütten stauen sich auf Wagen.

Man sieht die Erntenden, wie sie, die Tücher vor der braunen

Spätjahrsonne übern Kopf geschlagen,

Sich niederbücken und die Körbe an die strotzendgoldnen Euter heben.

 

Das Städtchen unten ist geschäftig. Scharen reihenweis gestellter,

Beteerter Fässer harren schon, die neue Last zu fassen.

Bald klingt Gestampfe festlich über alle Gassen,

Bald trieft und schwillt von gelbem Safte jede Kelter.

 

 

 

Der Aufbruch Die Flucht – Metamorphosen

 

Erst war grenzenloser Durst, ausholend Glück, schamvolles Sichbeschauen,

 

Abends in der Jungenstube, wenn die Lampe ausgieng, Zärtlichkeiten überschwänglich hingeströmt an traumerschaffne Frauen,

 

Verzückte Worte ins Leere gesprochen und im Blut der irre Brand –

 

Bis man sich eines Nachts in einem schalen Zimmer wiederfand,

 

Stöhnend, dumpf, und seine Sehnsucht über einen trüben, eingesunknen Körper leerte,

 

Sich auf die Zähne biß und wußte: dieses sei das Leben, dem man sich bekehrte.

 

Ein ganzer blondverklärter Knabenhimmel stand in Flammen –

 

Damals stürzte Göttliches zusammen . .

 

Aber Seele hüllte gütig enge Kammer, welken Leib und Scham und Ekel ein,

 

Und niemals wieder war Liebe so sanft, demütig und rein,

 

So voller Musik wie da . . .

 

 

 

Dann sind Jahre hingegangen und haben ihren Zoll gezahlt.

 

Aus ihrem Fluß manch’ eine Liebesstunde wie eine Mondwelle aufstrahlt.

 

Aber Wunder wich zurück, wie schöne hohe Kirchen Sommers vor der Dämmerung in die Schatten weichen.

 

Eine Goldspur wehte übern Abendhimmel hin: nichts konnte sie erreichen.

 

Seele blieb verlassen, Sehnsucht kam mit leeren Armen heim, so oft ich sie hinausgeschickt,

 

Wenn ich im Dunkel nach Erfüllung rang, in Hauch und Haar geliebter Frau’n verstrickt.

 

Denn immer griffen meine Hände nach dem fernen bunten Ding,

 

Das einmal über meinem Knabenhimmel hieng.

 

Und immer rief mein Kiel nach Sturm – doch jeder Sturm hat mich ans Land geschwemmt,

 

Sterne brachen, und die Flut zerfiel, in Schlick und Sand verschlämmt . . .

 

Daran mußt’ ich heute denken, und es fiel mir ein,

 

Daß alles das umsonst, und daß es anders müsse sein,

 

Und daß vielleicht die Liebe nichts als schweigen,

 

Mit einer Frau am Meeresufer stehn und durch die Dünen horchen, wie von fern die Wasser steigen.

 

Fahrt über die Kölner Rheinbrücke bei Nacht (1913)

 

Der Schnellzug tastet sich

und stößt die Dunkelheit entlang.

Kein Stern will vor. Die ganze Welt ist nur ein enger,

nachtumschienter Minengang,

Darin zuweilen Förderstellen

blauen Lichtes jähe Horizonte reißen: Feuerkreis

Von Kugellampen, Dächern, Schloten,

dampfend, strömend .. nur sekundenweis..

Und wieder alles schwarz.

Als führen wir ins Eingeweid der Nacht zur Schicht.

Nun taumeln Lichter her .. verirrt, trostlos vereinsamt ..

mehr .. und sammeln sich .. und werden dicht.

Gerippe grauer Häuserfronten liegen bloß,

im Zwielicht bleichend, tot –

etwas muß kommen .. o. ich fühl es schwer

Im Hirn. Eine Beklemmung singt im Blut.

Dann dröhnt der Boden plötzlich wie ein Meer:

Wir fliegen, aufgehoben,

königlich durch nachtentrissne Luft, hoch übern Strom.

O Biegung der Millionen Lichter, stumme Wacht,

Vor deren blitzender Parade

schwer die Wasser abwärts rollen.

Endloses Spalier, zum Gruß gestellt bei Nacht!

Wie Fackeln stürmend! Freudiges!

Saltut von Schiffen über blauer See! Bestirntes Fest!

Wimmelnd, mit hellen Augen hineingedrängt!

Bis wo die Stadt

mit letzten Häusern ihren Gast entläßt.

Und dann die langen Einsamkeiten. Nackte Ufer.

Stille. Nacht. Besinnung. Einkehr. Kommunion.

Und Glut und Drang.

Zum Letzten, Segnenden. Zum Zeugungsfest.

Zur Wollust. Zum Gebet. Zum Meer.

Zum Untergang.

 

Viaggio di notte lungo il  ponte sul Reno  di Colonia

( trad. Barbara Spadini)

L’espresso  stenta la sua strada

e si infila entro  le tenebre.

Nessuna stella vuole uscir per prima.  Tutto il mondo non è che una sola stretta

miniera  al mio passaggio di notte,

ove di tanto in tanto  meccanismi

di luce blu fanno scorgere orizzonti improvvisi: ruota di fuoco,

sfere di luce, tetti, camini, fumo  fumante, correndo … solo per  pochi secondi …

E  tutto è  ancora nero. Come una voce  di  passaggio attraverso le viscere della notte.

Ora vacillano le luci …  perso, solitario, desolato … di più

e schiacciato .. . ed essere ammucchiato.

Facciate grigie come  scheletri ,

seccare  nel crepuscolo, morte di

qualcosa che deve venire .. . oh, avverto un’oppressione

sul cervello.  Pulsa una costrizione nelle vene.

Poi la terra ruggisce improvvisamente come l’oceano:

voliamo, sollevati

regalmente attraverso una turbinosa corrente,

imprigionati  nella notte,in alto sopra il fiume

come curva  di milioni di luci, guardiano  silenzioso,

prima sfilata in cui splende

l’acqua nel suo pesante rotolio a valle.

Interminabile fila, inviata come un  saluto durante la notte!

Un assalto di  torce !  gioiosissimo!

saluta le  navi sul mare blu! Festa di stelle!

Brulicante, sospinta fin lì  con occhi luminosi!

fino a dove la città con le sue ultime case

respinga il suo ospite.

E poi una  lunga solitudine.  Lidi spogliati.

Silenzio.  Notte.  Riflessione.

Contemplazione.  Comunione.

E bagliore e desideri

ultimi, siano  benedizione.  Difficile creazione.

Per la lussuria.  Alla preghiera.  Fino al mare.

Verso la  distruzione.

 

Der Aufbruch Die Flucht – Zwiegespräch

Sprüche. Spruchgedicht von Ernst Stadler

 

Mein Gott, ich suche dich. Sieh mich vor deiner Schwelle knien

Und Einlaß betteln. Sieh, ich bin verirrt, mich reißen tausend Wege fort ins Blinde,

Und keiner trägt mich heim. Laß mich in deiner Gärten Obdach fliehn,

Daß sich in ihrer Mittagsstille mein versprengtes Leben wiederfinde.

Ich bin nur stets den bunten Lichtern nachgerannt,

Nach Wundern gierend, bis mir Leben, Wunsch und Ziel in Nacht verschwunden.

Nun graut der Tag. Nun fragt mein Herz in seiner Taten Kerker eingespannt

Voll Angst den Sinn der wirren und verbrausten Stunden.

Und keine Antwort kommt. Ich fühle, was mein Bord an letzten Frachten trägt,

In Wetterstürmen ziellos durch die Meere schwanken,

Und das im Morgen kühn und fahrtenfroh sich wiegte, meines Lebens Schiff zerschlägt

An dem Magnetberg eines irren Schicksals seine Planken. –

 

Still, Seele! Kennst du deine eigne Heimat nicht?

Sieh doch: du bist in dir. Das ungewisse Licht,

Das dich verwirrte, war die ewige Lampe, die vor deines Lebens Altar brennt.

Was zitterst du im Dunkel? Bist du selber nicht das Instrument,

Darin der Aufruhr aller Töne sich zu hochzeitlichem Reigen schlingt?

Hörst du die Kinderstimme nicht, die aus der Tiefe leise dir entgegensingt?

Fühlst nicht das reine Auge, das sich über deiner Nächte wildste beugt –

O Brunnen, der aus gleichen Eutern trüb und klare Quellen säugt,

Windrose deines Schicksals, Sturm, Gewitternacht und sanftes Meer,

Dir selber alles: Fegefeuer, Himmelfahrt und ewige Wiederkehr –

Sieh doch, dein letzter Wunsch, nach dem dein Leben heiße Hände ausgerenkt,

Stand schimmernd schon am Himmel deiner frühsten Sehnsucht aufgesteckt.

Dein Schmerz und deine Lust lag immer schon in dir verschlossen wie in einem Schrein,

Und nichts, was jemals war und wird, das nicht schon immer dein.

 

Der Aufbruch Die Flucht – Worte

 

Man hatte uns Worte vorgesprochen, die von nackter Schönheit und Ahnung und zitterndem Verlangen übergiengen.

 

Wir nahmen sie, behutsam wie fremdländische Blumen, die wir in unsrer Knabenheimlichkeit aufhiengen.

 

Sie versprachen Sturm und Abenteuer, Überschwang und Gefahren und todgeweihteSchwüre –

 

Tag um Tag standen wir und warteten, daß ihr Abenteuer uns entführe.

 

Aber Wochen liefen kahl und spurlos, und nichts wollte sich melden, unsre Leere fortzutragen.

 

Und langsam begannen die bunten Worte zu entblättern. Wir lernten sie ohne Herzklopfen sagen.

 

Und die noch farbig waren, hatten sich von Alltag und allem Erdwohnen geschieden:

 

Sie lebten irgendwo verzaubert auf paradiesischen Inseln in einem märchenblauen Frieden.

 

Wir wußten: sie waren unerreichbar wie die weißen Wolken, die sich über unserm Knabenhimmel vereinten,

 

Aber an manchen Abenden geschah es, daß wir heimlich und sehnsüchtig ihrer verhallenden Musik nachweinten.

 

An die Schönheit

 

So sind wir deinen Wundern nachgegangen

wie Kinder· die vom Sonnenleuchten trunken·

ein Lächeln um den Mund· voll süßem Bangen

 

und ganz im Strudel goldnen Lichts versunken·

aus dämmergrauen Abendtoren liefen.

Fern ist im Rauch die große Stadt ertrunken·

 

kühl schauernd steigt die Nacht aus braunen Tiefen.

Nun legen zitternd sie die heißen Wangen

an feuchte Blätter· die von Dunkel triefen·

 

und ihre Hände tasten voll Verlangen

auf zu dem letzten Sommertagsgefunkel·

das hinter roten Wäldern hingegangen – –

 

ihr leises Weinen schwimmt und stirbt im Dunkel.

 

Der Aufbruch Die Flucht – Tage

Gedicht von Ernst Stadler

 

I.

 

Klangen Frauenschritte hinter Häuserbogen,

Folgtest du durch Gassen hingezogen

Feilen Blicken und geschminkten Wangen nach,

Hörtest in den Lüften Engelschöre musizieren,

Spürtest Glück, dich zu zerstören, zu verlieren,

Branntest dunkel nach Erniedrigung und Schmach.

 

Bis du dich an Eklem vollgetrunken,

Vor dem ausgebrannten Körper hingesunken,

Dein Gesicht dem eingeschrumpften Schoß verwühlt –

Fühltest, wie aus Schmach dir Glück geschähe,

Und des Gottes tausendfache Nähe

Dich in Himmelsreinheit höbe, niegefühlt.

 

II.

 

O Gelöbnis der Sünde! All’ ihr auferlegten Pilgerfahrten in entehrte Betten!

Stationen der Erniedrigung und der Begierde an verdammten Stätten!

Obdach beschmutzter Kammern, Herd in der Stube, wo die Speisereste verderben,

Und die qualmende Öllampe, und über der wackligen Kommode der Spiegel

in Scherben!

Ihr zertretnen Leiber! du Lächeln, krampfhaft in gemalte Lippen eingeschnitten!

Armes, ungepflegtes Haar! ihr Worte, denen Leben längst entglitten –

Seid ihr wieder um mich, hör’ ich euch meinen Namen nennen?

Fühl’ ich aus Scham und Angst wieder den einen Drang nur mich zerbrennen:

Sicherheit der Frommen, Würde der Gerechten anzuspeien,

Trübem, Ungewissem, schon Verlornem mich zu schenken, mich zu weihen,

Selig singend Schmach und Dumpfheit der Geschlagenen zu fühlen,

Mich ins Mark des Lebens wie in Gruben Erde einzuwühlen.

 

III.

 

Ich stammle irre Beichte über deinem Schoß:

Madonna, mach’ mich meiner Qualen los.

Du, deren Weh die Liebe nie verließ,

In deren Leib man sieben Schwerter stieß,

Die lächelnd man zur Marterbank gezerrt –

O sieh, noch bin ich ganz nicht aufgesperrt,

Noch fühl’ ich, wie mir Haß zur Kehle steigt,

Und vielem bin ich fern und ungeneigt.

O laß die Härte, die mich engt, zergehn,

Nur Tor mich sein, durch das die Bilder gehn,

Nur Spiegel, der die tausend Dinge trägt,

Allseiend, wie dein Atemzug sich über Welten regt.

 

IV.

 

Dann brenn’ ich nächtelang, mich zu kasteien,

Und spüre Stock und Geißel über meinen Leib geschwenkt.

Ich will mich ganz von meinem Selbst befreien,

Bis ich an alle Welt mich ausgeschenkt.

Ich will den Körper so mit Schmerzen nähren,

Bis Weltenleid mich sternengleich umkreist –

In Blut und Marter aufgepeitschter Schwären

Erfüllt sich Liebe und erlöst sich Geist.

 

Der Aufbruch Die Spiegel – Abendschluß

 

Die Uhren schlagen sieben. Nun gehen überall in der Stadt die Geschäfte aus.

 

Aus schon umdunkelten Hausfluren, durch enge Winkelhöfe aus protzigen Hallen drängen sichdie Verkäuferinnen heraus.

 

Noch ein wenig blind und wie betäubt vom langen Eingeschlossensein

 

Treten sie, leise erregt, in die wollüstige Helle und die sanfte Offenheit des Sommerabendsein.

 

Griesgrämige Straßenzüge leuchten auf und schlagen mit einem Male helleren Takt,

 

Alle Trottoirs sind eng mit bunten Blusen und Mädchengelächter vollgepackt.

 

Wie ein See, durch den das starke Treiben eines jungen Flusses wühlt,

 

Ist die ganze Stadt von Jugend und Heimkehr überspült.

 

Zwischen die gleichgiltigen Gesichter der Vorübergehenden ist ein vielfältiges Schicksalgestellt –

 

Die Erregung jungen Lebens, vom Feuer dieser Abendstunde überhellt,

 

In deren Süße alles Dunkle sich verklärt und alles Schwere schmilzt, als wäres leicht und frei,

 

Und als warte nicht schon, durch wenig Stunden getrennt, das triste Einerlei

 

Der täglichen Frohn – als warte nicht Heimkehr, Gewinkel schmutziger Vorstadthäuser,zwischen nackte Mietskasernen gekeilt,

 

Karges Mahl, Beklommenheit der Familienstube und die enge Nachtkammer, mit den kleinen Geschwisterngeteilt,

 

Und kurzer Schlaf, den schon die erste Frühe aus dem Goldland der Träume hetzt –

 

All das ist jetzt ganz weit – von Abend zugedeckt – und doch schon da, und wartend wieein böses Tier, das sich zur Beute niedersetzt,

 

Und selbst die Glücklichsten, die leicht mit schlankem Schritt

 

Am Arm des Liebsten tänzeln, tragen in der Einsamkeit der Augen einen fernen Schatten mit.

 

Und manchmal, wenn von ungefähr der Blick der Mädchen im Gespräch zu Bodenfällt,

 

Geschieht es, daß ein Schreckgesicht mit höhnischer Grimasse ihrer Fröhlichkeit denWeg verstellt.

 

Dann schmiegen sie sich enger, und die Hand erzittert, die den Arm des Freundes greift,

 

Als stände schon das Alter hinter ihnen, das ihr Leben dem Verlöschen in der Dunkelheit entgegenschleift.

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