Un sinistro errore nella tragedia (Articolo del 27 gennaio 1944 a firma Generale A. Beltramo)

UN SINISTRO ERRORE NELLA TRAGEDIA

Retroscena militare del vergognoso otto settembre

La storia particolareggiata dell’armistizio di Badoglio e dei suoi retroscena è ancora da. fare; ma è interessante raccogliere sin da ora i materiali che un giorno dovranno servire a scrivere questa brutta e umiliante pagina del nostro dramma, nazionale. Sulla dislocazione dell’esercito italiano al principio del settembre 1943 e sul carattere militarmente assurdo e avventuroso della decisione presa da Badoglio, un ufficiale bene informato ci fa presente quanto segue:

L’armistizio dell’8 settembre era militarmente eseguibile? Poteva il suo stipulatore, indipendentemente dalle vergognose condizioni accolte — quella resa a discrezione che la stessa stampa dei 45 giorni aveva sempre dichiarata inaccettabile per l’onore e la dignità dell’Italia — credere che l’ordine da lui dato alle forze italiane di cessare in ogni luogo ogni atto di ostilità contro le forze angloamericane, ma di reagire ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza, si prestava ad essere eseguito, astrazione fatta dai sentimenti che animavano i singoli comandanti verso l’alleato?

Anzitutto dobbiamo considerare un fattore psicologico: la parola armistizio vuol dire per i soldati fine della guerra; non si può finire la guerra contro il nemico e ricominciarla contro l’amico. Le navi, gli aeroplani potevano essere ingannati e dirottati durante la navigazione; non le forze armate terrestri, che specialmente fuori del territorio metropolitano erano frammiste con quelle alleate e dotate di un armamento individuale e collettivo dì gran lunga inferiore.

Le dislocazioni

Si deve esaminare, la situazione militare inoltre, o meglio la dislocazione del nostro esercito alla data dell’8 settembre.

Nell’Italia meridionale la 7.a Armata (Gen. Arisio) doveva insieme con altre divisioni germaniche (alcune rientrate dalla Sicilia con armi e materiali) contrastare l’avanzata in Calabria degli angloamericani, mentre 65.000 italiani sbandati dalla Sicilia stavano penosamente risalendo la penisola per riordinarsi. Nell’Italia centrale la 5.a Armata (Gen. Caracciolo), con un corpo d’armata in Corsica, doveva organizzare a difesa il territorio affidatole. Nell’Italia nord-orientale l’8.a Armata (Gen. Gariboldi) stava stentatamente ricostruendo le sue unità reduci dal fronte russo. Nell’Italia nord-occidentale la 4.a Armata (Gen. Vercellino) era in movimento di rientro dalla Francia fino dal 27 Agosto con lo scopo apparente di rinforzare le truppe operanti in Italia, ma con quello reale di prevalere al momento opportuno sui reparti germanici dislocati nella zona. Analogo compito avevano le divisioni alpine inviate al Brennero prima ancora del 25 Luglio. Il Comando delle forze armate della Sardegna (Gen. Basso) presiedeva l’isola contro eventuali sbarchi alleati con il concorso di alcune unità blindate tedesche passate poi in Corsica e di qui in Toscana.

Alla frontiera orientale la 2a Armata (Gen. Robotti) con giurisdizione in Slovenia e Dalmazia, stava combattendo i partigiani di Tito e di Mihailovic a fianco dei Croati e dei Tedeschi; in Montenegro un corpo d’armata manteneva l’ordine in quel turbolento paese; in Albania la 9.a Armata (Gen. Dalmazzo) stava guerrigliando con gli insorti albanesi; in Grecia la 11.a Armata (Gen. Vecchiarelli) inquadrata nel gruppo di armate di von Jacob aveva in corso vaste operazioni di rastrellamento; nelle Isole dell’Egeo vi erano presidi italo-tedeschi; nell’isola di Creta, baluardo meridionale dì quel mare, una nostra divisione (Gen. Carta) faceva buona guardia insieme con divisioni germaniche. In tutta la Balcania le forze aeree della Luftwaffe prevalevano sulle nostre per qualità e quantità di apparecchi.

Oltre alle armate mobilitate ed operanti sopra elencate c’erano nell’interno del paese, presso i depositi ed i centri di mobilitazione i richiamati del ‘906 e le reclute del ‘924. Aggiungasi infine le unità della difesa contraerea, frammiste con la Flak e ammontanti a diverse decine di migliaia di uomini, in gran parte istruiti in Germania o da istruttori germanici.

Questa era la situazione dell’esercito italiano in territorio e fuori del territorio nazionale. Con questo esercito, in parte dislocato a bella posta, sì sarebbero dovute disarmare le divisioni germaniche già arrivate in Italia e che stavano arrivando a ritmo accelerato dal 25 luglio; divisioni veterane di più fronti, munite di ottimo armamento e protette da numerosa aviazione, fattori questi che avrebbero compensato ad usura la loro inferiorità numerica rispetto a quelle italiane. Gli Italiani erano numericamente superiori, ma la loro efficienza bellica (addestramento, armamento, spirito di disciplina ed aggressivo) era ben poca cosa. Una sola grande unità poteva ritenersi realmente efficiente: il corpo d’armata motocorazzato (Gen. Carbone), composto della divisione motorizzata Piave, della divisione corazzata Ariete II, della divisione corazzata GG. FF. che, insieme con altre divisioni, tra cui la Granatieri di Sardegna fatta rientrare dalla Slovenia, era stato raccolto da mesi intorno a Roma con l’occulto scopo di impedire ai Tedeschi l’occupazione della capitale. Furono alcune di queste unità che resistettero valorosamente parecchi giorni alle forze germaniche, in obbedienza agli ordini ricevuti, pur recriminando di spargere un sangue che avrebbe potuto scavare un solco incolmabile fra due eserciti fino allora alleati. La loro condotta ebbe però un degno riconoscimento da parte dei germanici con le seguenti parole: «Se le divisioni italiane in Sicilia avessero combattuto contro gli Anglo-americani come avete combattuto voi contro di noi la Sicilia non sarebbe stata occupata!»

Pugnalata alle spalle

La 4.a Armata era in crisi di movimento, e dopo un simulacro di resistenza inscenato nel Cuneese si sbandava rapidamente; l’8.a Armata non aveva nessuna consistenza bellica; le unità alpine che erano al Brennero combatterono qualche ora, ma erano senza munizioni; i Comandi territoriali furono travolti dall’irruenza della reazione tedesca. In diverse località della penisola ci furono comandanti italiani che avendo combattuto a fianco dei germanici nelle steppe della Russia o nelle sabbie della Libia si ribellarono all’idea di versare sangue fraterno. Nel breve lasso di due o tre giorni quello che era stato l’esercito italiano nel territorio metropolitano sì trasformò in masse di sbandati e di internati, mentre la quasi totalità dei magazzini e depositi militari venne devastata, dispersa, saccheggiata da parte delle popolazioni vicine, colte da una forma di follia distruttiva e di disonestà collettiva veramente impensabili ed obbrobriose. Ma la tragedia fu ben più grave presso le unità delle armate dislocate in Balcania dove i nostri soldati si trovarono improvvisamente senza saperlo e contro loro volontà alleati dei ribelli contro i quali avevano fino allora combattuto ed ai quali cedettero per ordine superiore armi, materiali bellici e vettovaglie.

La storia di quei tristi eventi non è ancora conosciuta in tutti i suoi orrendi particolari. Si sa quello che è successo in Istria e nel Goriziano dove era già’ dilagata la marea slava comunista. Solamente l’energico intervento dei camerati tedeschi affiancati da formazioni di CC. NN. che non vollero tradire i loro caduti, ristabilì faticosamente la situazione; ma la responsabilità di quei morti risale a chi sottoscrisse lo scellerato armistizio. Sulla sua testa ricadrà la maledizione di tutte le famiglie italiane che attendono ancora notizie dei loro cari dispersi.

Anche l’uomo della strada capisce, in base a quanto precede, che la decisione dell’8 settembre fu, non solo politicamente ma militarmente, un sinistro errore, una pugnalata alle spalle dell’esercito.

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