Anna Luise Dürbach Karsch

Anna Luise Dürbach Karsch

Die Karschin

Die deutsche Saffo

Opere

Auserlesene Gedichte (1764)

Neue Gedichte (1772)

Gedichte (post., 1792, a cura della figlia Karoline Luise von Klencke)

 

 

Links consigliati

www.oapen.org/xtf/download?type=document&collection=oapen

www.wortblume.de/dichterinnen/arie.htm

Biografia e poetica

( a cura di Barbara Spadini)

Anna Luise Karsch è stata una poetessa che, nel tempo, ha saputo imporre il proprio status, pur nata in una famiglia umile,  vivendo con gli introiti della propria arte.  Ancor più nota diviene la  figlia, Caroline Luise von Klencke e, notissima,   la nipote Helmine Christiane von Chezy, poetessa e librettista di  pur discusso successo.

La vita di Anna Luise non è stata né semplice né gioiosa, poiché gli eventi succedutisi  possono mostrare quanto il pregiudizio verso la cultura espressa da una donna fosse, a quel tempo, vivo entro le famiglie rurali, ricche di tradizioni semplici, ma diffidenti verso la possibilità che, per una contadina, potesse apririsi una via differente al lavoro agreste.

E’ immaginabile lo sforzo di Caroline  per abbattere via via gli ostacoli che, fin da piccola, gravano sulla sua sorte e sulla sorte di tante giovani come lei: eppure, molto infelice nel privato e priva di fascino, non del talento, il suo dar battaglia per imporsi attraverso la conoscenza, come donna di cultura, la rende modello autorevole, significativo.

Nata ad Hammer, nella Slesia, il primo dicembre 1722, in una famiglia di agricoltori e gestori di una birreria modestissima, vive i primi anni nella povertà.

Uno zio si prende cura della sua educazione , dopo la morte del padre nel 1728, ospitandola nella propria casa ed insegnandole a leggere e scrivere, in tedesco ed in latino.

La madre- che nel mentre si è risposata- ritenendo inutile e pericoloso per la crescita sana di Anna questo incontro con i primi rudimenti della cultura, la riconduce entro la casa paterna , avviandola al lavoro nei campi  ed all’aiuto domestico per la crescita dei suoi fratelli minori.

Anna, grazie ad un amico, piccolo allevatore, riesce a procurarsi alcuni libri, attraverso i quali amplia i propri orizzonti : a dieci anni circa inizia a nascondere alla famiglia la propria voglia di conoscere, sfogliando quei tesori  in gran segreto.

Il suo destino , segnato dalla tradizione del tempo , la vede giovanissima sposa, a sedic’anni, di un uomo che la rende infelice.

Il marito è un mercante di stoffe piuttosto violento: ad alleviare la pena, Anna continua a leggere ed inizia a scrivere piccoli componimenti poetici di stile e tono religioso.

Il divorzio arriva quando Anna è in attesa del terzo figlio: sola e senza soldi  si  ritrova di nuovo alla mercè della madre, che le impone un nuovo matrimonio, che si rivela tutt’altro che sereno.Il sarto Karsch, è uomo inconcludente e dedito al bere, che non riesce a badare a se stesso, tantomeno alla sua famiglia. Nasce il quarto figlio, intanto ne muoiono due, in tenerissima età.

Attraverso qualche conoscenza, tra cui il maestro del borgo in cui vive, riesce a farsi conoscere con qualche poesia d’occasione pubblicata su giornali locali.

Anna mette in luce anche , nelle sue poesie, una grande ammirazione per Federico II di Prussia : per questo viene notata anche in ambienti più colti, tanto che un generale prussiano, attorno al 1761 , decide di conoscerla e di aiutarla.

Rimasta vedova, il militare la conduce  con la figlia  a Berlino , introducendola nella propria famiglia e sistemando l’altro  figlio in una casa di sua proprietà, curato da persone fidate.

Questo dà modo ad Anna di dedicarsi ad una preparazione più accurata e di conoscere i  letterati dei circoli berlinesi : nel 1764 vede finalmente la luce una prima raccolta di poesie. Anche Federico II la conosce di persona, invitandola a corte a leggere le sue poesie e  offrendole un aiuto economico, che però non arriverà mai.

Lessing, Moses Mendelssohn, Goethe, Herder , intanto, leggono le sue opere e l’incoraggiano a proseguire.

Di questo periodo sereno è anche la conoscenza col famoso poeta  Johann Wilhelm Ludwig Gleim: tra i due si mantiene nel tempo una relazione di tipo intellettuale ed epistolare di grande interesse letterario e critico.L’amore di Anna Luise dichiarato a Gleim rimarrà, però, solo un sogno incompiuto.

Ella continua la sua vita mantenendo se stessa e i figli con i proventi delle proprie opere, cosa eccezionale per il periodo , dando prova di autonomia e di capacità non comuni, umane e letterarie, considerando che nei circoli letterari  Anna è e resta donna, di umili origini, autodidatta : motivo, questo, di ammirazione profonda e di  diffidente sospetto da parte di molti  poeti tedeschi del periodo, che la tollerano  appena.

Nonostante ciò, viene invitata in società, lodata, celebrata quasi come una “mosca bianca”, un poco esibita e , comunque, sempre poco compresa profondamente.

Federico Guglielmo II  però , per onorarne il coraggio , nel 1787, le dona una casa, ove Anna si può sistemare agevolmente, vivendo in pace gli ultimi quattro anni della propria vita. Muore, infatti, a  Kreis Schwiebus , nei pressi di Berlino, il  12 ottobre 1791.

La sua mente acuta e  curiosa, lo spirito pronto e sapientemente caustico al bisogno,  la capacità geniale  di essere in grado di creare poesie estemporanee su qualsiasi argomento proposto- rivelando doti di improvvisazione non comuni- ha contribuito a renderla famosa e celebrata- nel 1785 con  un monumento, raffigurata in abito greco e con la lira in mano- come  :” deutsche Saffo”.

Poco nota in Italia, tanto da rendere necessaria una ricerca critica su testi tedeschi ed inglesi e , nel web, entro siti solamente tedeschi, è comunque poetessa che merita  riconoscimento e attenzione .

Scelta di opere

Belloisens Lebenslauf

 

Ich ward geboren ohne feierliche Bitte

Des Kirchspiels, ohne Priesterflehn

Hab ich in strohbedeckter Hütte

Das erste Tageslicht gesehn,

Wuchs unter Lämmerchen und Tauben

Und Ziegen bis ins fünfte Jahr,

Und lernt’ an einen Schöpfer glauben,

Weil’s Morgenroth so lieblich war,

So grün der Wald, so bunt die Wiesen,

So klar und silberschön der Bach.

Die Lerche sang für Belloisen,

Und Belloise sang ihr nach.

Die Nachtigall in Elsensträuchen

Erhub ihr süßes Lied, und ich

Wünscht’ ihr im Tone schon zu gleichen.

Hier fand ein alter Vetter mich.

Und sagte: du sollst mit mir gehen.

Ich ging und lernte bald bei ihn

Die Bücher lesen und verstehen,

Die unsern Sinn zum Himmel ziehn.

Vier Sommer und vier Winter flogen

Zu sehr beflügelt uns vorbei;

Des Vetters Arm ward ich entzogen

Zu einer Bruderwiege neu.

Als ich den Bruder groß getragen,

Trieb ich drei Rinder auf die Flur,

Und pries in meinen Hirtentagen

Vergnügt die Schönheit der Natur,

Ward früh ins Ehejoch gespannet,

Trugs zweimal nach einander schwer,

Und hätte mich wol nicht ermannet,

Wenn’s nicht den Musen eigen wär,

Im Unglück und in bittern Stunden

Dem beizustehn, der ihre Huld

Vor der Geburt schon hat empfunden.

Sie gaben mir Muth und Geduld,

Und lehreten mich Lieder dichten,

Mit kleinen Kindern auf dem Schooß.

Bei Weib- und Magd- und Mutterpflichten,

Bei manchem Kummer, schwer und groß,

Sang ich den König und die Schlachten,

Die Ihm und seiner Heldenschaar

Unsterblichgrüne Kränze brachten,

Und hatte noch manch saures Jahr,

Eh frei von andrer Pflichten Drang

Mir Tage wurden zu Gesang!

*

Neujahrswunsch an den Rinderhirten

In ihrem sechszehnten Jahr, 1738.

 

Geliebter Freund! des höchsten Güte

Schenkt abermal ein neues Jahr,

Drum bringt dir mein erfreut Gemüthe

Die Pflicht ergebner Wünsche dar.

Wenn Zeiten, Tag und Jahre schwinden,

So grünet die Beständigkeit;

Man wird sie stets im Flore finden,

Sie ändert sich nicht mit der Zeit:

Wenn sich verwechseln Jahr und Wochen,

So bleibt sie doch ununterbrochen.

Wo Redlichkeit und Tugend blühen,

Da ist die Falschheit schon verbannt,

Es heißt vergebens ihr Bemühen,

Sie findet einen Gegenstand,

Der ihr von lauter Treue saget

Und alle Flatterei verjaget.

Ich kenne schon dein reines Wesen,

Du bist von zarter Kindheit an

Mein tugendhafter Freund gewesen,

Drum nimm die treuen Wünsche an,

Die zwar aus schlechter Feder fließen

Und sich in diese Zeilen schließen:

Der Geber aller guten Gaben,

Der Herr, von dessen Gütigkeit

Wir Seel- und Leibeswohlfahrt haben,

Der wolle bei erneuter Zeit

Dein Haupt mit Heil und Kraft belegen,

Er kröne dich mit reichen Seegen.

Er wende was dich kann betrüben,

Und schenke was dein Wohlseyn mehrt,

Er stürze die dein Unglück lieben;

Und wenn er meinen Wunsch erhört,

Laß er dich bald was Schönes wählen,

Und viel vergnügte Jahre zählen.

*

Arie

In Schwiebus 1742

 

Vergnügte Einsamkeit! du bist die Ruhe,

So meine stille Brust sich längst erwählet,

Was ich hier unternehm, gedenk und thue,

Das wird der Weltcensur nicht aufgestellt;

Bin ich gleich stets allein und ganz verborgen,

So bleibt mein freier Sinn doch ungekränkt:

Ich lebe höchst content und ohne Sorgen,

Weil mir die Einsamkeit Vergnügen schenkt.

 

Es giebt verschiedene Art von Lustbarkeiten,

So die galante Welt höchst schätzbar preist;

Doch wenn mans überlegt sinds Eitelkeiten,

Drum sag ich noch einmal: mein freier Geist

Ehrt mit gelaßnem Muth die stillen Stunden,

So das Verhängniß mir hier zugezählt,

Es wird auch in der That sonst nichts gefunden,

Das mehr Vergnügen giebt und mir gefällt.

 

So magst du denn o Welt, das Eitle loben,

Geh mache dir Pläsir wie dirs beliebt,

Mir ist die größte Lust noch aufgehoben,

Die dort das höchste Gut den Seelen giebt.

Ach ich verlache nur das Weltgetümmel,

Indem mein Herze sich die Losung setzt:

Mein bester Theil mein Schatz ist noch im Himmel,

Und hier ist Einsamkeit was mich ergötzt.

*

Das Harz-Moos

Als Herr Dohmdechant Freyherr Spiegel zum Diesenberg

etwas Moos vom Harzgebürge mitgebracht hatte.

(Zu Halberstadt den 10ten des Weinmonaths 1761)

 

Gott zeigt in seiner Schöpfung-Werke,

Sich über unserm Haupt, sich auf der Erde groß;

Er gab der Sonne Glut, er gab dem Löwen Stärke,

Und bildete das kleinste Moos,

Das an dem Harzberg wächst, fein zweigigt wie Cypresse,

Voll kleiner Knospen, untersprengt

Mit etwas Röthe, so, wie junger Mädchen Blässe

Im Antlitz sich mit roth vermengt,

Wenn sie der Jüngling angeblicket;

Die Flur, der Garten und der Wald

Und selbst die Hügel sind geschmücket,

Doch andre Blumen sterben bald,

Das fein gebaute Moos bleibt, wenn sie schon gestorben,

Tief unter Schnee noch unverdorben.

Wie ähnlich ist es mir! tief lag ich unter Gram

Viel schwere Jahre lang, und als mein Winter kam,

Da stand ich unverwelkt und fieng erst an zu grünen.

Ich muste, wie das Moos, dem Glück zum weichen Tritt,

Dem Thoren zur Verachtung dienen.

Einst sterb ich! Doch mein Lied geht nicht zum Grabe mit!

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