Hermann Hesse

In fondo al cuore sapeva (o credeva di sapere) di non essere veramente un uomo, ma un lupo venuto dalla steppa

Felicità: finché dietro a lei corri

non sei maturo per essere felice,

pur se quanto è più caro tuo si dice.

Finché tu piangi un tuo bene perduto,

e hai mete, e inquieto t’agiti e pugnace,

tu non sai ancora che cos’è la pace.

Solo quando rinunci ad ogni cosa,

né più mete conosci né più brami,

né la felicità più a nome chiami,

allora al cuor non più l’onda affannosa

del tempo arriva, e l’anima tua posa.

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Opere

quindici raccolte di poesie e trentadue tra romanzi e raccolte di racconti

Romantische Lieder,1898 ( Canti romantici)

Eine Stunde hinter Mitternacht , 1899 (Un’ora dopo mezzanotte)

Hinterlassene Schriften und Gedichte von Hermann Lauscher, herausgegeben von H. Hesse 1902 ( Scritti e poesie di H.L. pubblicati da Hermann Hesse)

Gedichte 1902 (Poesie)

Peter Camenzind, 1904

Boccaccio, 1904

 Franz von Assisi,, 1904

Unterm Rad, 1906 (Sotto la ruota)

Diesseits,1907 (Da questa parte)

Umwege, 1912 (Vie traverse)

Gertrud,1910

Aus indien. Anfzeichnungen von einer indischen Reise, 1913 ( Note da un viaggio in India. Schizzi di viaggio, poesie, un racconto)

Rosshalde, 1914

Knulp. Drei Geschichten aus dem Leben Knulp 1915 (Knulp. Tre storie della vita di Knulp)

Am Weg, 1915 ( Per via)

Musik des Einsamen, 1915 ( Musica del solitario)

Demian, 1916-17

Marchen, 1913-17 ( Favole)

Zarathustras Wiederkehr. Ein Wort an die deutsche Jugend von einem Deutschen, 1919 ( Il ritorno di Z. Una parola alla gioventù tedesca)

Klingsors letzter Sommer, 1920 (Peregrinazioni)

Wanderung

Blick ins Chaos,1920 ( Sguardo nel caos)

Ausgewählte Gedichte,1921 (Poesie scelte)

Siddharta

Kurgast Psychologia Balnearia oder Glossen eines Badener Kurgastes, 1924 ( Una cura termale)

Steppenwolf, 1927  ( Il lupo della steppa)

Krisis. Ein Stück Tagebuch, 1926 (Crisi. Un brano di diario)

Die Nürnberger Reise,

Betrachtungen

Narziss und Goldmund ( Narciso e Boccadoro)

Diesseits,1930

Die Morgenlandfahrt, 1932 ( Pellegrinaggio in Oriente)

Vom Baum des Lebens, 1934 ( Dall’albero della vita)

Fabulierbuch, 1935 ( Il libro delle narrazioni)

Erinnerung an Hans

Neue Gedichte, ( Nuove poesie)

Gedenkblätter,1937 (Pagine commemorative)

Die Gedichte (Poesie)

Das Glasperlenspiel. Versuch einer Lebensbeschreibung des Magister Ludi Josef Knecht samt Knechts hinterlassenen Schrijten. Herausgegeben von Hermann Hesse,1935-43 ( Il gioco delle perle di vetro.Tentativo di introduzione alla storia)

Traumfährte,1945 (Viaggi di sogno)

Krieg und Frieden. Betrachtungen zu Krieg und Politik seit dem Jahre 1914

Späte Prosa,1951 ( Tarda prosa)

Briefe, 1957 ( Scritti)

Gesammelte Dichtungen

Piktors Verwandlungen

Beschwörungen

Gesammelte Schriften

Stufen, 1961 ( Gradini)

    

     

       Links consigliati

it.wikipedia.org/wiki/Hermann_Hesse

www.hermann-hesse.de/it

biografieonline.it/biografia.htm?BioID=200

www.hessemontagnola.ch

www.scaruffi.com/writers/hesse.html de.wikipedia.org/wiki/Hermann_Hesse

www.hermann-hesse.de

www.hermann-hesse.com

www.dhm.de/lemo/html/biografien/HesseHermann

           www.calw-und-hermann-hesse.de

      www.viaggio-in-germania.de/hesse.html

           www.lafrusta.net/pro_hesse.html

              www.gss.ucsb.edu/projects/hesse/

it.wikiquote.org/wiki/Hermann_Hesse –citazioni aforismi

Biografia e Poetica

( a cura di Barbara Spadini)

E’ alquanto improbabile poter sintetizzare o esprimere qualcosa di nuovo riguardo questo autore, amatissimo in tutto il mondo, letto, studiato, tradotto in tutte le lingue, criticamente fortunato.

Con certezza è possibile, invece,  ravvisare in Hesse un artista ad ampio raggio, che ha saputo infondere in generazioni di lettori  il desiderio di aprirsi al sé interiore ed iniziare a  scrutarlo: tutte le sue liriche ed i suoi racconti sono pervasi da riflessioni talmente profonde da provocare nel lettore il  “dover” per forza, se non per amore; per logica, se non per emotività, sondare il proprio spirito, riconoscendone frammenti qui, là e altrove tra le sue pagine e ,molto spesso, soffrendo poiché Hesse – come pochi- è evocatori di fantasmi, di paure, di grandezze, di debolezze, di amore, di solitudine e di coraggio.

Hermann Hesse scuote. La mente, lo spirito e l’anima. Leggerlo in un momento di crisi, significa rialzarsi. Gustarlo in un momento sereno, induce a riflettere sulla Felicità e sulla consapevolezza che non durerà più che un attimo.

Per chi scrive, egli è innanzitutto filosofo e la Vita è il tema che si ripete, in mille forme differenti e tutte grandi, nella sua vastissima produzione in prosa e poetica.

Uomo di natura “borderline”, per utilizzare un termine oggi usato correntemente in Psicologia, racchiude nella sua opera anche l’aspetto dello squilibrio ed instabilità che- fin da piccolo-  fu una sua peculiare caratteristica : la  lunga vita, inquieta, fatta di scelte , esperienze e viaggi, testimoniata dalla biografia a seguire, denota un percorso originale e  unico, saldato dalla dedizione al proprio costante ed instancabile lavoro di ricerca visiva  e di scrittura.

Molte cose potrebbero essere dette, considerando anche il difficile periodo storico in cui Hermann Hesse si colloca e che attraversa le due guerre mondiali e un difficile ultimo dopoguerra.

Sappiamo bene, la storia ce lo insegna, che tanti autori- vissuti entro la cornice della seconda guerra mondiale- hanno subito a volte una recensione critica “di parte”: Hesse , non pubblicato ma nemmeno  censurato durante il periodo del Nazionalsocialismo, subì per questo l’antipatia di una certa corrente critica, esaltato però da un’altra come protettore di artisti tedeschi in esilio e di ebrei legati al mondo della cultura.

Da una parte non ebbe particolari attriti con il Nazionalsocialismo, dall’altra li ebbe invece “post-liberazione”, con coloro cui  parve sospetta la non censura della sua opera.

In realtà Hermann Hesse esprime altro rispetto alle valutazioni critiche di una o dell’altra scuola di pensiero, poiché -va sempre ricordato – la propria preparazione e sensibilità, espressa in versi e prosa,  sorpassa e addirittura scavalca ogni impegno solo sociale, politico o nazionale, rendendo il suo pensiero quasi atemporale, eterno, valido a priori, destinato alla riflessione interiore più che al mondo.

Leggere letteratura attraverso filtri differenti dalla semplice volontà di incontrare armonia di versi e pensieri ben scritti, coniugando Estetica e Etica nel bello e buono che ogni libro lascia come traccia nell’esperienza individuale del lettore, pare a chi scrive una forzatura estrema e lo era anche per Hesse stesso, sostenitore del principio “uomo come opera d’arte”, tipico di Novalis, per citare un altro grande tedesco o proprio dell’induismo, religione( o forma mentis, più appropriatamente)che gli era sempre appartenuta, o effetto dell’incontro con la psicanalisi, provata sulla propria pelle, per ricostruirsi “uomo nuovo”, osservatore di se stesso:” per Hesse l’arte, il compimento della soddisfazione interiore, significava connettersi con un senso profondo ed essenziale associato al termine “casa”. Questa casa però non era la casa dei suoi genitori. Era piuttosto un ritorno a qualcosa di intangibile, legato a un’intuizione, ma unico per ogni individuo. Era un ritorno e un’andata alla stesso tempo e poteva essere raggiunta solo attraverso l’arte, ovvero attraverso la faticosa formazione di se stessi”.

E’ fuori di dubbio che Hesse non abbia mai ( volontariamente mai) mischiato arte e politica: l’artista, lo scrittore, non è colui che può influenzare, mutare o salvare il mondo e la società, ma colui che – attraverso la propria opera- riflette su se stesso e sulla percezione del mondo esterno dovuta al farne (consapevolmente)esperienza, nell’ottica spirituale della formazione, composizione,trasformazione del proprio essere Persona.

Per questo motivo filosofia esistenzialista, psicologia, religiosità , spiritualità orientale, arte, musica , immagine fuse con la parola, divengono negli scritti di Hesse una formidabile sintesi .

Scrittore, poeta e pittore: non si dimentichi mai questa “triplicità” che, legata alla congenita predisposizione al viaggio reale ed interiore, rende Hermann Hesse personalità poliedrica, cosmopolita, culturalmente variegata.

Hermann Hesse nasce il 2 luglio 1877 a Calw sulla Nagold, nel Baden- Württemberg ( Foresta Nera).

 Il padre, Johannes Hesse, russo d?origine baltica aveva sposato Maria Gundert, vedova Isenberg.

 La famiglia di fede pietista, impegnata verso le missioni in India, trasmette ad Hermann  profonda cultura e molteplicità di valori , uniti però ad una certa freddezza genetica verso il senso nazionalistico e verso il concetto di patria: del resto la nonna materna era francese, il padre russo, mentre il nonno Gundert, era orientalista di fama e cultore massimo di lingue e dialetti dell’India. La madre invece, era assistente di Gundert , che -fra le altre cose- aveva fondato  la Calw Publishing House, una delle più importanti case editrici pietiste d’Europa.

Per comprendere pienamente la tipologia familiare entro la quale Hermann Hesse cresce e matura, si riporta questa nota:” La madre, Maria Gundert Hesse, vedova Isenberg, era nata nel 1842 a Talatscheri (India anteriore). Aveva trascorso l’infanzia in India. Aveva frequentato quindi l’istituto femminile a Korntal, dove i suoi interessi letterari non erano stati assecondati, al punto che in seguito, nonostante la sua abilità stilistica e la sua ricca fantasia, essi trovarono espressione soltanto in liriche d’ispirazione cristiana sul modello dei canti liturgici, trascritte sui diari di viaggio o contenute nelle lettere ad amici e persone vicine.

Curò per i lettori tedeschi la biografia in inglese di C.E. Dawson (1881), e così pure David Livingstone. L’amico dell’Africa (seconda edizione 1899). Dopo un anno di lavoro come donna di servizio a Corcelles, dove aveva imparato anche il francese (conosceva altre cinque lingue), la piccola Maria Gundert ritorna in India e fa esperienza, grazie alla confidenza con il missionario Hebich, di un cambiamento radicale avvenuto nella propria esistenza: decide di “dedicarsi, d’ora in avanti, alla realizzazione del regno di Dio sulla terra”. A questa scelta è legato anche il matrimonio. Nel 1865 sposa il missionario Charles Isenberg (1840-70), originario di Londra, con il quale lavora presso la missione di Heiderebad. Deve però tornare improvvisamente in Europa, dove Isenberg muore. Da questo matrimonio nascono i due fratellastri di Hermann Hesse: Theodor e Karl Isenberg.

Quattro anni dopo la morte del primo marito Maria Gundert sposa Johannes Hesse, il padre di Hermann. Lo aveva conosciuto nella propria casa paterna a Calw, città natale di Hermann Hesse, il secondogenito di questo matrimonio. Johannes Hesse, un individuo erudito dalla personalità spiritualmente ricca, dall’aspetto ascetico e dal corrispondente stile di vita, era nato nel 1847 a Weissenstein (Estonia), quinto figlio del medico Carl Hermann Hesse e di Jenny Lass. Nel 1865 Johannes Hesse aveva inoltrato domanda per l’inserimento nell’istituzione missionaria di Basilea, poiché aspirava a una “comunità corporativa” nella quale “si stemperasse quella consapevolezza del proprio sé”, che proprio il figlio cercò invece costantemente di perseguire. Dopo aver conseguito gli ordini a Heilbronn, Johannes Hesse si recò nel 1869 in India, diventò insegnante di lingua presso il seminario di Mangalore e si applicò allo studio della lingua canarese. Per ragioni di salute è costretto a rientrare in Europa e dal 1873, come aiutante del suocero, è responsabile all’interno della casa editrice per la conduzione della rivista missionaria. Dal 1881 al 1886 espletò l’incarico di insegnante di storia dell’evangelizzazione presso la scuola missionaria a Basilea, dove il giovane Hermann insieme al fratello e a due sorelle (due neonati erano morti immediatamente dopo il parto) trascorse l’infanzia. La famiglia ritorna quindi definitivamente a Calw. Qui il padre svolge la sua complessa attività missionaria e pubblicistica e dirige, dal 1893 al 1905, come successore di Hermann Gundert, la casa editrice. Morì nel 1916 a Korntal, la moglie nel 1902 a Calw.

Il figlio Hermann porta i nomi di entrambi i nonni. Pur non avendo conosciuto personalmente il nonno paterno (1802-96) cercò tuttavia di risvegliare i legami di sangue con l’Est (l’Estonia apparteneva dal 1721 alla Russia) attraverso un interesse coltivato nel corso della sua esistenza per la politica e la letteratura di quel paese. Carl Hermann Hesse,nonno pterno, in qualità di medico dello stato russo, rimase da parte sua indifferente al pensiero positivistico-materialistico dominante a quel tempo. Organizzò regolarmente nella propria casa letture bibliche, nel 1833 fondò un orfanotrofio ed esercitò la propria attività fedelmente fino alla morte, rivelando un’etica professionale oggi difficilmente riscontrabile fra i medici.

Con Hermann Gundert, il nonno materno (1814-93), il giovane Hesse ebbe probabilmente a Calw contatti più assidui. Era nato a Stoccarda e aveva frequentato il seminario di Maulbronn. Fornito di un talento poliedrico scrisse drammi (fra cui Pietro il Grande) e poesie, studiò teologia a Tubinga come seguace di David Friedrich Strauss conseguendo la laurea in filosofia. In seguito si allontanò radicalmente dal maestro, la cui opera fondamentale, Vita di Gesù, criticamente considerata, era apparsa nel 1835, e si oppose con numerose pubblicazioni e articoli nella sua rivista “Il foglio missionario cristiano” alle tendenze razionalistiche della teologia contemporanea. Tuttavia, indipendentemente dal nipote poeta, egli si fece un nome grazie al lavoro missionario svolto in India, nonché come linguista, studioso di sanscrito, indologo, lessicografo e traduttore. Conosceva il tedesco, l’inglese, il francese e l’italiano e predicava correntemente in hindustàni, malese e bengàli. Allo stesso modo conosceva kannada, telugu e tàmil e disponeva di conoscenze relative a una dozzina di lingue e dialetti. “Egli non solo parlava sanscrito insieme ai bramini indiani” scrive Hesse nel 1960 al cugino Wilhelm Gundert, rinomato studioso della lingua giapponese, “ma conseguì anche un’intima e innamorata confidenza con il mondo variegato delle lingue indogermaniche, che gli si rivelò non solo nella grammatica e nel vocabolario ma anche nella sua pelle, nella sua attrattiva, nella sua musicalità” (B IV, p. 384). Fra le opere principali di Hermann Gundert sono da citare la grammatica malese e il dizionario indiano-inglese-malese, che apparve dopo venticinque anni di lavoro nel 1872 e che è rimasto un’opera fondamentale sino a oggi. Mentre in India, e in particolare a Kerala, già da tempo era conosciuto per il suo talento, in Germania soltanto oggi si acquista coscienza dell’importanza di questo linguista, indipendentemente dal suo legame di parentela con Hermann Hesse. Grazie a un paziente lavoro l’indologo e teologo Albrecht Frenz ha esemplarmente curato gli scritti postumi di Hermann Gundert: il Diario di Malabar 1837-59, scritti e resoconti da Malabar e il Diario di Calw 1859-93, pubblicandoli fra il 1983 e il 1986 presso l’editore Steinkopf di Stoccarda.

Questi scritti offrono, agli esperti come ai profani, uno sguardo d’insieme sulla vita e sul metodo di lavoro di questa personalità del diciannovesimo secolo, che varcò confini di nazioni e religioni. Hermann Gundert, nonostante la sua rigida devozione e il suo senso dell’obbedienza e dell’autorità, era uomo sensibile e di spirito, disposizioni che in lui si accompagnavano a una geniale vivacità giovanile e a una giocosa fantasia, a un profondo amore per la musica e a un umorismo creativo – caratteristiche, queste, ereditate in forma lievemente diversa anche da Hermann Hesse. Julie Dubois Gundert (1809-85), la nonna materna, nacque da una famiglia di viticoltori nei pressi di Neuchâtel. Con lei entrò nella famiglia un elemento svizzero-francese, che in Hesse si manifestò nella sua attrazione verso l’Europa occidentale e nell’interesse per la lingua e la letteratura francese, che si rifletté nel suo carteggio amichevole con Romain Rolland e André Gide. Julie Gundert era una rigida calvinista, anche lei impegnata in India come missionaria, dove periodicamente si occupava dell'”Istituto femminile” fondato dal marito. Fondamento esistenziale per i genitori e, prima di loro, per i nonni di Hesse era, quindi, il cristianesimo protestante di matrice pietista. L’educazione dei figli nell’osservanza di quei principi era, soprattutto allora, un’impresa ardua ma del tutto legittima”.

Dal 1881 al 1886 la famiglia Hesse si trasferisce a Basilea, ove Hermann inizia la frequenza scolastica presso un’istituzione per figli di missionari. In questo periodo si evidenziano in lui tanto l’attitudine allo studio e l’intelligenza pronta quanto la vivacità del temperamento, che mal gli farà sopportare la disciplina, le regole, la severità educativa. Per questo la madre sarà assai preoccupata, tanto da asserire in una lettera indirizzata al marito e  che risente moltissimo della sua fervida impronta pietista:”  Prega insieme a me per il piccolo Hermann […] Il bambino ha una vitalità e una forza di volontà così decisa e […] un’intelligenza che sono sorprendenti per i suoi quattro anni. Che ne sarà di lui? […] Dio deve impiegare questo senso orgoglioso, allora ne conseguirà qualcosa di nobile e proficuo, ma rabbrividisco solo al pensiero per ciò che una falsa e debole educazione potrebbe fare del piccolo Hermann”( lettera del 1881).

Per questo motivo il padre, cercando di contrastare la natura ribelle ed inquieta del bambino, decide di affidarlo all’istituzione scolastica tutta la settimana, in modo che Hermann rimanesse in famiglia soltanto la domenica.

Tornato alla nativa  Calw con la sua  famiglia nel 1886, scrive la sua prima favola- Die beiden Bruder- che verrà pubblicata nel 1951.

Qui completa gli studi ginnasiali pur controvoglia, ottenendo  comunque  risultati di ottimo livello sia in greco che latino e mostrando una non comune predisposizione per la musica. Scrive poesie e manifesta un talento particolare per il disegno.

Frequenta lezioni private di violino, lezioni personalizzate di latino e greco dal padre e nel 1890  si prepara  in una scuola privata a Göppingen ,in Svevia, per poter accedere- tramite gli esami di ammissione regionali (Landexamen) al seminario protestante di Maulbronn.

Nel marzo 1892 Hermann fugge dal seminario. A seguito della fuga, che si conclude col suo ritrovamento il giorno successivo, subisce otto giorni di isolamento, viene sospeso  ed espulso dal seminario per cattivo esempio ai compagni.

Il padre lo invia allora, per curarsi i nervi, o per “ liberarsi dai demoni” al pastore protestante ed esorcista  Christoph Blumhardt. In giugno  Hermann compra una pistola e tenta il suicidio,non riuscito solo per il mal funzionamento dell’arma, ottenendo con questo gesto di estrema ribellione  non l’attenzione familiare che sperava in merito alle proprie vere aspirazioni , ma il ricovero nella casa di cura per malattie mentali ed epilessia a Stetten, ove trascorre quasi un anno in condizioni psicologiche  estreme. Questa prova lo porterà al conflitto col padre ed all’abbandono della religiosità familiare, troppo rigida e severa,  costrittiva e inadatta alla propria personalità autonoma, libera, anticonformista.

Il 14 settembre 1892 un quindicenne Hesse, ben lungi dall’essere stato domato dai sistemi educativi del padre, gli indirizza la seguente lettera: “Gentile Signore! Poiché Lei si mostra stranamente così pronto al sacrificio, mi è concesso forse di chiederle sette marchi ovvero un revolver. Dopo che Lei mi ha indotto alla disperazione, sarà sicuramente pronto a liberare me da questa e lei da me stesso. In realtà avrei dovuto crepare già a giugno”.

Dopo aver vagato da una casa di cura all’altra, piegato ma non spezzato, incompreso nel suo limite ( o nella sua grandezza), cioè quello di non volersi uniformare a nessun costo, cerca comunque di convincere la famiglia ad una riabilitazione mediante la proposta di terminare gli studi a Basilea, ospite del pastore Pfisterer: ottenuta fiducia, si iscrive qui al liceo di Cannstatter, ma non porterà a termine gli studi.

Dopo un  apprendistato da  libraio a Esslin di soli quattro giorni,  viene ritrovato dal padre a Stoccarda e mandato nuovamente  in cura, questa volta  dal dottor Zeller a Winnenthal.

 Qui trascorre alcuni mesi dedicandosi al giardinaggio, finché ottiene il permesso di tornare in famiglia. Viene quindi inviato nel 1894 dal padre in fabbrica, apprendista orologiaio( orologi da campanile) alla Heinrich Perrot di Calw.

In questo periodo di duro lavoro, Hermann inizia la sua personale ricerca nel campo dello studio letterario, utilizzando la vasta biblioteca di nonno Gundert, che comprendeva tutto lo scibile sulla poesia e  filosofia del XVIII secolo. Legge Novalis, Schiller, Goethe, ma si appassiona soprattutto alla letteratura contemporanea   (Turgenev, Hamsun, Ibsen ,Dostoevskij) e alla letteratura orientale, maturando sempre più la propria personalità letteraria .

A Tübingen, ove resterà per tre anni,  lavora come apprendista libraio da Heckenbauer legge, studia e compone poesie.

Nel 1899 pubblica Romantische Lieder (Canti romantici), presso Pierson di Dresda. A luglio, pubblica  a Lipsia invece  Eine Stunde hinter Mitternacht (Un?ora dopo mezzanotte), raccolta  composta  nell?inverno 1898-1899 a Tübingen.

Questo  libro viene recensito favorevolmente da Rilke , che ne dirà: ”Le parole sono come di metallo e si leggono lente e pesanti”.

Tra il 1899 e il 1903 vive a Basilea, lavorando  nella libreria Reich e dall?antiquario Wattenwyl.

Nel 1901 compie il suo primo viaggio in Italia, visitando  Genova, Firenze, Pisa e Venezia.

Nel 1902 pubblica Hinterlassene Schriften und Gedichte von Hermann Lauscher, herausgegeben von H. Hesse (Scritti e poesie di Hermann Lauscher, pubblicati da H. Hesse) per le  edizioni  Reich di  Basilea, seguito da  Gedichte (Poesie, ed. Grote, Berlino), dedicate alla madre, che muore poco prima della pubblicazione del libro.

Nel 1903 visita nuovamente l’Italia insieme a Maria “Mia” Bernoulli, fotografa e pianista svizzera, pronipote  di famosi scienziati, la sua fidanzata.

Nel 1904 pubblica Peter Camenzind presso l?editore Fischer a Berlino e gli studi biografici Boccaccio e Franz von Assisi (ed. Schuster e Löffler, Berlino e Lipsia).

 Il romanzo Peter Camenzind è il suo primo vero successo: questo gli consente di abbandonare il lavoro e di intraprendere definitivamente la sola attività di scrittore.

Sposa Maria,da cui avrà tre figli  : Bruno (nato nel 1905), Heiner (1909) e Martin (1911).

 Hesse si trasferisce, insieme alla moglie , in una semplice casa rurale   in affitto a Gaienhofen sull?Untersee, nel Baden(sul  lago di Costanza, nella zona di confine svizzero-tedesco). In questo periodo Hesse collabora alla rivista liberale März con Ludwig Thoma e Kurt Arom (1907-1912) e fa amicizia con Othmar Schoeck, che musicherà alcune delle sue poesie. Collabora a varie riviste, fra cui Die Propyläen, Die Rheinlande, Simplicissimus, condividendo con la moglie interessi cuturali, intellettuali ed artistici.

Nel 1906 pubblica Unterm Rad (Sotto la ruota), ispirato dalla vicende autobiografiche del periodo di  Maulbronn, fatto di rigida educazione e di amarezze scolastiche; negli anni a seguire escono  i racconti Diesseits (Da questa parte) nel 1907, Nachbarn (Vicini) nel 1908,  Umwege (Vie traverse) nel 1912; il romanzo Gertrud  è  del 1910 .

Nel 1911 Hesse intraprende un lungo viaggio  col pittore Hans Sturzenegger : giunge fino a Singapore e Sumatra e rientra alla fine dell?anno,dopo una grave forma di malattia intestinale, che non gli consente di prolungare il viaggio fino in India. Questo viaggio,però,  lo riconduce all’infanzia, agli interessi della famiglia e gli consente, forse, di dar pace- attraverso una risposta spirituale ricercata nella forma e nei luoghi originari- al tormentoso fardello del ricordo .

Terminando così al suo rientro il periodo di vita in campagna, a cui credeva più la moglie che Hermann, nel 1912 si trasferisce in Svizzera, nella zona di Berna.

Del 1913 sono le   Aus Indien. Anfzeichnungen von einer indischen Reise (Note da un viaggio in India, schizzi di viaggio, poesie, un racconto; ed. Fischer, Berlino).

Nel 1914, mentre incombeva  la prima guerra, pubblica  Rosshalde, storia del matrimonio fallito d?un artista (ed. Fischer, Berlino).

In questo periodo si ammala seriamente il figlio Martin, poi ricoverato in una casa di cura.

Il 3 novembre 1914, in un messaggio scritto  sule pagine di Neue Zürcher Zeitung,  lancia un appello di umanità e  non violenza , destando così scalpore negli ambienti nazionalisti, in odore di tradimento.

Smentendo questo sospetto , dichiarato inabile al servizio militare, ove si presenta da volontario, per tutta la durata del conflitto presta servizio nella Deutsche Gefangenenfürsorge, per l’assistenza ai prigionieri tedeschi di guerra; pubblica nel 1916 il giornale degli internati tedeschi, la Deutsche Internierten Zeitung e  fonda una casa editrice, il Verlag der Bücherzentrale für deutsche Kriegsgefangene, che pubblicherà 22 volumi fra il 1918 e il 1919.

Nel 1915 con la pubblicazione di Knulp. Drei Geschichten aus dem Leben Knulp (Tre storie dalla vita di Knulp, romanzo edito da Fischer, Berlino), opera dalla lunga genesi e molti abbozzi, si denota una “linea di demarcazione” artistica, un cambiamento che si spingerà via via  ad un tipo di narrazione e poesia più esistenziale e filosofica, meno condizionata dal solo  lato estetico .

Di questo periodo sono anche: Am Weg (Per via, quattro racconti, pubblicato presso Reuss e Itta a Costanza) e  Musik des Einsamen (Musica del solitario, nuove poesie, pubblicato nella serie Salzer Taschenbücher, presso l?editore Salzer di Heilbronn).

Nel 1916 muore il padre mentre la  moglie Mia , che già aveva dato segni di squilibrio, viene ricoverata in una clinica per malattie mentali.

Vince alcuni premi letterari e divenne amico di famosi scrittori, musicisti ed artisti, patendo invece nella vita affettiva: la moglie, di nove anni  più anziana,era donna autosufficiente ed indipendente da lui, arrecando in Hesse una situazione di solitudine ed insicurezza,che egli cerca di compensare con il vegetarianismo, la pittura, la teosofia e le religioni indiane.

Nel 1917 per un esaurimento nervoso si ricovera a Sonnmatt, in una casa di cura privata vicino Lucerna, dove viene sottoposto ad una terapia di elettroshock.

Hesse, particolarmente predisposto ai crolli nervosi ed alla depressione, entra poi in terapia dallo psicanalista dott. J.B. Lang, allievo di Jung, che lo salva da una grave crisi e  lo mette in grado di  costruire una personalità più forte e consapevole. Questo contatto ed esperienza personale con la  psicoterapia e di incontro con la psicanalisi avranno echi importanti nelle sue opere in prosa,  nel Demian ( 1916 – 1917) ed anche nel Lupo della steppa.

Nel Demian si nota inoltre per la prima volta anche la svolta pacifista, convinzione  a cui Hesse si manterrà fedele in tutta la sua produzione letteraria a venire.

Il 1919 segna l’allontanamento e la separazione da Maria ed il trasferimento nel Canton Ticino a Montagnola, che diverrà la residenza di Hesse fino alla morte.

 In questo periodo le condizioni economiche dello scrittore sono assai instabili, quindi  vive con l’aiuto di alcuni amici, fra cui i Camuzzi che lo ospitano.

Pubblica Märchen (Favole; scritte fra il 1913 e il 1917, ed. Fischer, Berlino) e Demian, sotto lo pseudonimo di Emil Sinclair (Isaac von Sinclair, amico di Hölderlin); rimette  il premio Fontane per scrittori esordienti, assegnato al romanzo.

Esce inoltre , anonimo,  Zarathustras Wiederkehr. Ein Wort an die deutsche Jugend von einem Deutschen (Il ritorno di Zarathustra. Una parola alla gioventù tedesca, ed. Stämpfli, Berna; esce sotto il suo nome nel 1920 presso Fischer) ed inizia a curare la pubblicazione di una rivista mensile di carattere politico-letterario, “Vivos voco”.

Nel 1920 vengono pubblicati : Klingsors letzter Sommer;  Wanderung (Peregrinazione, 13 schizzi in prosa e 10 poesie) e Blick ins Chaos (Sguardo nel caos, ed. Seldwyla, Berna: comprende i saggi su Dostoevskij I fratelli Karamazov o il declino d?Europa e Pensieri sull?idiota di Dostoevskij). Pubblica su Vivos voco due recensioni su Freud, una sul Bhagavadgita ed anche sul  libro del conte Keyserling  “Reisetagebuch eines Philosophen” (Diario di viaggio di un filosofo). In questi anni allestisce più volte delle mostre dei suoi dipinti.

Pubblica invece nel 1921   Ausgewählte Gedichte (Poesie scelte). In febbraio, maggio e luglio, mentre sta scrivendo il Siddharta, si sottopone a varie sedute psicanalitiche con Jung a Küsnacht, cercando di risolvere il disagio psichico dell’uomo e di ritemprare lo scrittore, alle prese proprio  con la composizione dello specchio di sé : Siddharta, sintesi dell’esperienza in India, viene pubblicato a fine anno.

Nel 1924 ottiene nuovamente la cittadinanza svizzera che aveva perduto per sostenere l’esame regionale nel Württemberg ed il  divorzio dalla moglie Mia Bernoulli.

L’anno successivo sposa a Basilea la cantante Ruth Wenger, con cui compie in dicembre un viaggio in Germania, dove tiene alcune letture pubbliche delle sue opere.

Purtroppo nel 1925 la moglie  s?ammala di tubercolosi. A novembre lo scrittore compie un ulteriore  viaggio in Germania ove, a Monaco, incontra Thomas Mann.

Pubblica  Kurgast (Una cura termale), già comparso nel 1924 (Psychologia Balnearia oder Glossen eines Badener Kurgastes -Psicologia balneare o Postille di un ospite della stazione climatica di Baden), prendendo spunto da un evento biografico, poiché Hesse, perseguitato dai dolori reumatici, si recherà ogni anno a Baden (Zurigo),dal 1923 al 1952, ogni anno per curarsi.

Se la psicanalisi anni prima aveva sostenuto l’ispirazione per Siddharta,nel 1926  è il Flauto magico e   il  Don Giovanni di Mozart, alle cui rappresentazioni assiste più volte,  a consentirgli di completare in sei settimane  Steppenwolf (Il lupo della steppa), redatto convulsamente, come già mesi prima Krisis. Ein Stück Tagebuch (Crisi. Un brano di diario).

In pochi mesi  fallisce anche il secondo matrimonio: esso  termina con la richiesta di divorzio di Ruth, che lo ottiene in breve tempo:” La crisi emotiva che travolse Hesse fu riflessa nel romanzo Il lupo della steppa del 1927. Come il protagonista, Hesse dopo essere stato colpito da una crisi psicologica, accompagnata da un oppressivo pensiero di morte, prese una decisione cosciente di superare la sua depressione e la sua natura introversa cominciando a frequentare le taverne, le sale da ballo e i luoghi più famosi di Zurigo e Berna, dove non aveva finora mai trascorso molto tempo. In questo periodo incontrò Ninon Dolbin Aüslander, una storica dell’arte, che iniziò a vivere con lui dal 1928. Ninon influenzò molto Hesse con il suo temperamento”.

Il  1930 vede la pubblicazione di Narciso e Boccadoro : Hesse rifiuta di eliminare dal libro la descrizione di un pogrom, di conseguenza il libro non vedrà una ripubblicazione, anche perché non ben accolto da un pubblico volto ad un forte senso di appartenenza, anche eroica, alla Patria.

“Sotto il regime nazista, i suoi scritti trovarono atipici estimatori: il ministro tedesco per la propaganda Joseph Goebbels inizialmente difese le sue opere. Tuttavia, nel momento in cui avanzò la richiesta di non censurare le parti del libro Narciso e Boccadoro in cui si trattava di pogrom, Hesse si ritrovò nelle liste di proscrizione naziste. Durante la seconda guerra mondiale ospitò nella sua casa di Montagnola intellettuali costretti all’emigrazione(…) . Egli era fermamente convinto che l’artista non potesse in alcun modo cambiare la società, e che la politica potesse rovinare la prospettiva dell’artista, forse addirittura distruggendolo. Il ruolo dell’artista era quindi quello di rimanere devoto alla propria arte e di non essere influenzato dalle ideologie né di destra né di sinistra”.

Vengono pubblicati  Diesseits (Da questa parte), in cui compaiono nuovamente i racconti, rielaborati, Diesseits, Nachbarn e Schön ist die Jugend (Bella è la giovinezza).

Nel 1931 Hesse si sposa per la terza volta, con l’archeologa e storica dell’arte Ninon Dolbin.

Lasciata la famiglia Camuzzi , si trasferisce in una nuova casa di proprietà dell’amico Hans Bodmer a Montagnola, presso Lugano. Sceglie anche di allontanarsi  dalla Accademia prussiana delle arti, alla quale era iscritto dal  1926 e pubblica nuovamente  nella raccolta Weg nach Innen (La via interiore): Siddharta, Animo infantile, Klein e Wagner e L?ultima estate di Klingsor.

“Fu dopo la sua ritirata a Montagnola che Hesse cominciò a sentire di essere abbastanza distaccato da potersi interessare ai problemi politici e sociali. Non fu mai incline all’allineare se stesso con una particolare ideologia; era ancora un cercatore: un artista alla ricerca di se stesso.
Hesse si era definitivamente distaccato dalla sua educazione borghese, perché era stato fortemente influenzato da Nietzsche, dai romantici tedeschi e dalle religioni orientali. Cercò in questo periodo di combinare questi fili di pensiero nella sua filosofia esistenzialista, che si occupavano di trovare la strada per casa e di scoprire il divino nella natura essenziale di ogni individuo”.
Nel corso dei dodici anni a seguire, Hesse conduce vita ritirata, insieme alla moglie, donna ideale per  un uomo inquieto, amante della casa, disponibile alla massima comprensione e ad accudire il marito,pur essendo indipendente, colta ed autonoma: “ La mattina e il pomeriggio si dedicavano alla pittura, al giardinaggio e alla corrispondenza, mentre la sera lui leggeva e scriveva. Durante gli anni Hesse era diventato un rispettato pittore di acquarelli e aveva anche dipinto alcuni dei suoi libri. Continuò a sviluppare il suo talento come pittore tra gli anni ’30 e gli anni ’40”.

Nel 1932 pubblica Die Morgenlandfahrt ( Pellegrinaggio in Oriente),  con copertina  illustrata da Alfred Kubin e  comincia a lavorare al Glasperleaspiel (Il giuoco delle perle di vetro), che terminerà nel 1943.

Nel 1934 pubblica presso la casa editrice Insel la raccolta di poesie Vom Baum des Lebens (Dall?albero della vita), dedicata alla moglie  Ninon.

Diventa membro dello “Schweizerischer Schriftstelletverein” (Unione svizzera degli scrittori),riceve la visita di Martin Buber; in ottobre incontra a Baden Thomas Mann; a dicembre pubblica sulla Neue Rundschau l?introduzione al romanzo: Das Glasperlenspiel,  Versuch einer allgemeinverständlichen Einführung in seime Geschichte von Hermann Hesse (Il giuoco delle perle di vetro, tentativo di una introduzione alla sua storia. Saggio alla portata di tutti). L’anno successivo esce Fabulierbuch (Libro di narrazioni), composto da diversi  racconti  scritti trent’anni prima e che  Hesse voleva fossero materiale per un libro di leggende.

Lo scrittore riceve  nel 1936 il premio Gottfried Keller della fondazione Martin Bodmer di Zurigo.

Nel 1937 esce la raccolta Neue Gedichte (Nuove poesie ) e Gedenkblätter (Pagine commemorative), pubblicate in prima edizione in Germania durante il Nazionalsocialismo.

Nel 1943 esce il suo ultimo grande capolavoro Il gioco delle perle di vetro e nel 1946 gli venne conferito il premio Nobel per la letteratura: “Anche se ricevette il premio Goethe nel 1946, seguito dal premio Nobel, sempre nel 1946, divenne così depresso che si ritirò di nuovo in una casa di cura. Solo nel marzo del 1947 si sentì abbastanza in salute da ritornare a Montagnola, dove trascorse i suoi ultimi quindici anni di vita, seguiti dalla sua ricerca artistica e dalla cura per la sua fragile salute. Sebbene molti scrittori, politici e amici lo invitarono ad avere un ruolo attivo in politica nel nome della pace, Hesse continuò a rifiutare di impegnarsi in alcuna delle due parti politiche, in alcuno dei paesi e in alcuna delle ideologie. Nelle recensioni, nei saggi e nelle lettere scrisse a proposito del pericolo del capitalismo americano in Europa, che lui definiva l’americanizzazione dell’Europa, e del totalitarismo dell’unione sovietica. Era chiaro che il suo non-coinvolgimento avesse a che fare con la “politica” della non-violenza. Hesse rifiutò di compromettere la sua integrità o di supportare le cause che potevano essere manipolate da una fine nefasta. Per lui veniva prima l’umanità, non un partito politico o tanto meno un movimento politico e credeva che la pace sarebbe potuta essere raggiunta solo se fosse stata data libertà alle persone, con la quale avrebbero realizzato le loro spinte umanitarie”.

Nel 1945 esce Traumfährte (Viaggi di sogno, nuovi racconti e favole), dedicato a Ernst Morgenthaler, pubblicato da Fretz e Wasmuth. Nel 1947 ottiene la laurea honoris causa dell?Università di Berna.

Tra il 1946 e il  1962  Hesse pubblica solo poesie e racconti, intrattenendo però  una sempre più vasta attività di  corrispondenza epistolare. L’archivio di Hesse a Offenbach contiene 35.000 lettere scritte a Hesse delle quali sono complementari ben 17.000  sue  risposte.

Nel 1951 escono Späte Prosa (Tarda prosa, racconti dal 1944 al 1950) e Briefe (Lettere),una scelta di 200 lettere dal 1927 al 1950.

Nel 1952 in occasione del settantacinquesimo compleanno di Hesse, vengono pubblicate Gesammelte Dichtungen (Opere, in sei volumi).

Nel 1956 viene fondato il premio Hermann Hesse.

Del 1957 sono i Gesammelte Schriften (Scritti) in sette volumi e del 1961 Stufen (Gradini)  scelta di poesie, alcune inedite.

“Per come si ampliò la guerra fredda negli anni ’50, Hesse si ritirò dalla scena pubblica e tenne per sé le proprie opinioni. Fatta eccezione per la scrittura di brevi racconti, trascorse le sue giornate dipingendo, scrivendo lettere e combattendo contro varie malattie. Soffriva continuamente di periodici attacchi di depressione e di spossatezza fisica. Dopo il 1950, la sua vista cominciò ad indebolirsi e nel 1955 le cattive condizioni cardiache gli impedirono di lasciare Montagnola. Fu proprio in questo periodo che i dottori scoprirono che era malato di leucemia, i cui sintomi si intensificarono verso la fine del 1961. Grazie alle trasfusioni di sangue poté tuttavia vivere ancora fino all’8 agosto del 1962. A Montagnola si trova il “Museo Hermann Hesse” a lui dedicato”.

“Il fatto che Hesse sia riuscito, nonostante i ripetuti conflitti interiori e in contrasto con le decisioni famigliari, ad assecondare la propria volontà, non può essere spiegato soltanto con la caparbietà e la forte consapevolezza della propria missione. Già tredicenne “una cosa gli era chiara”: diventare “poeta oppure niente”. La sua disobbedienza verso la tradizione famigliare appare piuttosto profondamente legata alla conseguente rottura con le norme proprie di un secolo che sta volgendo alla sua fine, un salto verso il nuovo. Le parole di Arthur Rimbaud, secondo cui il poeta “dà voce all’ignoto”, nella misura in cui “esso dà segni di sé nello spirito del proprio tempo”, possono ben esprimere ciò che rappresentò Hermann Hesse, l’uomo e il poeta, il quale tuttavia si distingue dai suoi contemporanei rispetto a lui più radicali e più conservatori”.

“Hesse appartiene alla generazione di Thomas Mann, Rilke e Hofmannsthal. Alla sua nascita, si intrecciano all’interno della storia letteraria europea e tedesca differenti correnti letterarie. Con la morte di Eduard Mörike (1875) ebbe termine l’epoca tardoromantica, particolarmente vivace sul piano letterario grazie al circolo dei poeti svevi. Erano ancora in vita tuttavia Theodor Storm e lo svizzero Gottfried Keller, entrambi esponenti del “realismo romantico”. Le Novelle zurighesi di Keller apparvero nell’anno in cui nacque Hesse, come la novella di Storm Il curatore Carsten e L’assomoir di Emile Zola, romanzo cui si deve la fama dell’autore come “naturalista” e la successiva influenza esercitata nell’ambito della letteratura europea. Nel 1877 fu pubblicato anche Le colonne della società di Henrik Ibsen, un dramma che cercava di svelare la fragile morale e le menzogne della società di allora. Dostoevskij viveva ancora. Il suo romanzo I fratelli Karamazov, che Hesse rilesse più volte nel corso degli anni successivi, apparve (in versione non definitiva) nel 1880. Si è voluto vedere in Dostoevskij un precursore della psicanalisi. Indubbiamente Hesse, al pari di altri importanti letterati, subì insieme al fascino per l’opera del grande romanziere russo l’influenza del pensiero di Freud, che interpretava la “bugia vitale” (Lebenslüge) di Ibsen come “rimozione” (Verdrängung). Inoltre Hesse era particolarmente predisposto all’introspezione e all’autoanalisi in ragione dell’educazione pietista ricevuta.

Altrettanto importanti, per quanto concerne la formazione filosofica e di filosofia della storia di Hesse, furono il pensiero di Jacob Burckhardt (1818-97) e di Friedrich Nietzsche (1844-1900): in misura maggiore forse quello di Nietzsche, il quale nelle sue Considerazioni inattuali aveva condannato la vittoria della Prussia nella guerra franco-tedesca del 1870-71, definendola “un’estirpazione dello spirito tedesco a favore del regno tedesco”, contrapponendosi all’opinione pubblica dominante del tempo; come fece più tardi Hesse che, durante la Prima guerra mondiale, biasimò la mentalità nazionalistica dei suoi compatrioti. Considerare una vittoria come sconfitta e al contrario i periodi di profonda umiliazione come preparatori a un rinnovamento spirituale: questo pensiero dialettico, provenga esso dalla scuola di Platone, Hegel o Marx, dei saggi cinesi o dei pensatori religiosi indiani, attraversa come filo conduttore tutti gli scritti di Hesse, nella misura in cui egli non si prefigge solo di indicare posizioni fra loro inconciliabili, ma di considerarle come diversi aspetti di un medesimo fenomeno da portare a una sintesi. Della crescente espansione delle attività economiche, successiva alla costituzione del regno tedesco, non si parlava nella famiglia Hesse, fondamentalmente impegnata nella difesa e protezione dei valori religiosi e spirituali più che di quelli materiali. Anche in merito al rapido progresso nel campo delle scienze naturali e della tecnica, verificatosi in particolare nell’ultimo ventennio di fine secolo, Hesse si espresse, allora e più tardi, in termini piuttosto scettici, senza tuttavia condannarlo esplicitamente.Pur cercando di favorire sul piano culturale e sociale la composizione dei conflitti, non considerava invece in modo favorevole – in questo, fu un tipico tedesco del sud – l’unificazione del regno tedesco sotto l’egemonia della Prussia. Non provò simpatia nei confronti di Bismarck e dell’imperatore e, intenzionalmente, non si recò mai a Berlino. Il Württemberg sotto Carlo I (1864-91) aveva combattuto nel 1866 contro i prussiani ed era entrato “volontariamente costretto” nel Reich.

Circa vent’anni prima della nascita di Hesse la città di Calw contava 1483 abitanti, 1436 dei quali protestanti e 47 cattolici. La sua favorevole posizione geografica nella valle del fiume Nagold ai piedi di un “susseguirsi di colline di rara bellezza” della Foresta Nera, unitamente alla sua storia ricca di tradizioni e all’originalità degli abitanti, sono temi che ricorrono nelle poesie di Hesse. Fondata da una fra le più antiche famiglie nobili del ducato di Svevia nel dodicesimo secolo, Calw aveva già nella metà del tredicesimo un suo sistema giuridico ed era passata nel 1308 sotto la signoria dei conti di Württemberg. Le afflizioni causate dalla peste, i saccheggi e le distruzioni provocati dalle truppe imperiali nel corso della Guerra dei Trent’anni, fecero comporre a Johann Valentin Andreä (1586-1654) l’Elegia sulla città di Calw miseramente decaduta. Egli riorganizzò la chiesa del Württemberg, fu precursore del pietismo e decano nella città di Calw.

Nel XVII e XVIII secolo Calw fu centro commerciale e industriale del Württemberg e acquistò importanza sovraregionale e internazionale grazie alle attività finanziarie della cosiddetta “Calwer Compagnie”: i banchieri dei duchi del Württemberg, come un tempo ad Augusta i Fugger e i Welser erano stati banchieri del Sacro Romano Impero. Si aggiungano anche una società per il commercio del legno e fabbriche tessili con concerie, che permangono sino al ventesimo secolo. Hesse definì la propria città natale “Gerbersau”. Sia compito del lettore stabilire se egli assegnasse un significato ironico a tale appellativo, nell’aggiungere che a Calw egli stesso “era stato conciato ben bene”. Tuttavia “là mi trovai a mio agio” scrisse Hesse nella Giovinezza di Peter Bastian (Peter Bastians Jugend, 1902) “poiché la gente di Calw aveva viaggiato ed era più varia e libera di quella della campagna”

Scelta di poesie

Im Nebel

 

Seltsam, im Nebel zu wandern!

Einsam ist jeder Busch und Stein,

kein Baum sieht den andern,

jeder ist allein.

Voll von Freunden war mir die Welt,

als noch mein Leben licht war;

nun da der Nebel fällt,

ist keiner mehr sichtbar.

Wahrlich, keiner ist weise,

der nicht das Dunkel kennt,

das unentrinnbar und leise

von allen ihn trennt.

Seltsam, im Nebel zu wandern!

Leben ist Einsamsein.

Kein Mensch kennt den andern,

jeder ist allein.

Nella nebbia

Strano, vagare nella nebbia!

Solo è ogni cespuglio e pietra,

nessun albero vede l’altro,

ognuno è solo.

Pieno di amici mi era il mondo,

quando la mia vita era ancora luminosa

adesso, che la nebbia cala,

nessuno si vede più.

Veramente, non è saggio

chiunque non conosca il buio,

che piano ed inesorabilmente

da tutti lo separa.

Strano, vagare nella nebbia!

Vivere è solitudine.

Nessuno conosce l’altro,

ognuno è solo.

 

Abendgespräch

Was blickst du träumend ins verwölkte Land?

Ich gab mein Herz in deine schöne Hand.

Es ist so voll von ungesagtem Glück,

So heiß – hast du es nicht gefühlt?

Mit fremdem Lächeln gibst du mir’s zurück.

Ein sanfter Schmerz… Es schweigt. Es ist gekühlt.

Allein

Es führen über die Erde Strassen und Wege viel,

Aber alle haben dasselbe Ziel,

Du kannst reiten und fahren, zu zweien und zu dreien…

Den letzten Schritt musst du gehen allein.

Drum ist kein Wissen, noch Können so gut,

Als daß man alles Schwere Alleine tut.

Altwerden

All der Tand, den Jugend schätzt,

Auch von mir ward er verehrt,

Locken, Schlipse, Helm und Schwert,

Und die Weiblein nicht zuletzt.

Aber nun erst seh ich klar,

Da für mich, den alten Knaben,

Nichts von allem mehr zu haben,

Aber nun erst seh ich klar,

Wie dies Streben weise war.

Zwar vergehen Band und Locken

Und der ganze Zauber bald;

Aber was ich sonst gewonnen,

Weisheit, Tugend, warme Socken,

Ach, auch das ist bald zerronnen,

Und auf Erden wird es kalt.

Für Ninon

Daß du bei mir magst weilen,

Wo doch mein Leben dunkel ist

Und draußen Sterne eilen

Und alles voll Gefunkel ist –

Daß du in dem Getriebe

Des Lebens eine Mitte weisst,

Macht dich und deine Liebe

Für mich zum guten Geist.

In meinem Dunkel ahnst du

Den so verborgnen Stern.

Mit deiner Liebe mahnst du

Mich an des Lebens süßen Kern.

Steppenwolf

Ich Steppenwolf trabe und trabe,

Die Welt liegt voll Schnee,

Vom Birkenbaum flügelt der Rabe,

Aber nirgends ein Hase, nirgends ein Reh!

In die Rehe bin ich so verliebt,

Wenn ich doch eins fände!

Ich nähm’s in die Zähne, in die Hände,

Das ist das Schönste, was es gibt.

Ich wäre der Holden so von Herzen gut,

Fräße mich tief in ihre zärtlichen Keulen,

Tränke mich voll an ihrem hellroten Blut,

Um nachher die ganze Nacht einsam zu heulen.

Sogar mit einem Hasen wär ich zufrieden,

Süß schmeckt sein warmes Fleisch in der Nacht –

Ist denn alles und alles von mir geschieden,

Was das Leben ein wenig heiterer macht?

An meinem Schwanz ist das Haar schon grau,

Auch kann ich gar nimmer deutlich sehen,

Schon vor Jahren starb meine geliebte Frau.

Und nun trab ich und träume von Rehen,

Trabe und träume von Hasen,

Höre den Wind in der Winternacht blasen,

Tränke mit Schnee meine brennende Kehle,

Trage dem Teufel zu meine arme Seele.

Der Wolf

Noch nie war in den französischen Bergen ein so unheimlich kalter und langer Winter gewesen. Seit Wochen stand die Luft klar, spröde und kalt. Bei Tage lagen die großen, schiefen Schneefelder mattweiß und endlos unter dem grellblauen Himmel, nachts ging klar und klein der Mond über sie hinweg, ein grimmiger Frostmond von gelbem Glanz, dessen starkes Licht auf dem Schnee blau und dumpf wurde und wie der leibhaftige Frost aussah. Die Menschen mieden alle Wege und namentlich die Höhen, sie saßen träge und schimpfend in den Dorfhütten, deren rote Fenster nachts neben dem blauen Mondlicht rauchig trüb erschienen und bald erloschen. Das war eine schwere Zeit für die Tiere der Gegend. Die kleineren erfroren in Menge, auch Vögel erlagen dem Frost, und die hageren Leichname fielen den Habichten und Wölfen zur Beute. Aber auch diese litten furchtbar an Frost und Hunger. Es lebten nur wenige Wolfsfamilien dort, und die Not trieb sie zu festerem Verband. Tagsüber gingen sie einzeln aus. Da und dort strich einer über den Schnee, mager, hungrig und wachsam, lautlos und scheu wie ein Gespenst. Sein schmaler Schatten glitt neben ihm über die Schneefläche. Spürend reckte er die spitze Schnauze in den Wind und ließ zuweilen ein trockenes, gequältes Geheul vernehmen. Abends aber zogen sie vollzählig aus und drängten sich mit heiserem Heulen um die Dörfer. Dort war Vieh und Geflügel wohlverwahrt, und hinter festen Fensterladen lagen Flinten angelegt. Nur selten fiel eine kleine Beute, etwa ein Hund, ihnen zu, und zwei aus der Schar waren schon erschossen worden. Der Frost hielt immer noch an. Oft lagen die Wölfe still und brütend beisammen, einer am andern sich wärmend, und lauschten beklommen in die tote Öde hinaus, bis einer, von den grausamen Qualen des Hungers gefoltert, plötzlich mit schauerlichem Gebrüll aufsprang. Dann wandten alle anderen ihm die Schnauze zu, zitterten und brachen miteinander in ein furchtbares, drohendes und klagendes Heulen aus. Endlich entschloss sich der kleinere Teil der Schar, zu wandern. Früh am Tage verließen sie ihre Löcher, sammelten sich und schnoberten erregt und angstvoll in die frostkalte Luft. Dann trabten sie rasch und gleichmäßig davon. Die Zurückgebliebenen sahen ihnen mit weiten, glasigen Augen nach, trabten ein paar Dutzend Schritte hinterher, blieben unschlüssig und ratlos stehen und kehrten langsam in ihre leeren Höhlen zurück. Die Auswanderer trennten sich am Mittag voneinander. Drei von ihnen wandten sich östlich dem Schweizer Jura zu, die anderen zogen südlich weiter. Die drei waren schöne, starke Tiere, aber entsetzlich abgemagert. Der eingezogene helle Bauch war schmal wie ein Riemen, auf der Brust standen die Rippen jämmerlich heraus, die Mäuler waren trocken und die Augen weit und verzweifelt. Zu dreien kamen sie weit in den Jura hinein, erbeuteten am zweiten Tag einen Hammel, am dritten einen Hund und ein Füllen und wurden von allen Seiten her wütend vom Landvolk verfolgt. In der Gegend, welche reich an Dörfern und Städtchen ist, verbreitete sich Schrecken und Scheu vor den ungewohnten Eindringlingen. Die Postschlitten wurden bewaffnet, ohne Schießgewehr ging niemand von einem Dorf zum anderen. In der fremden Gegend, nach so guter Beute, fühlten sich die drei Tiere zugleich scheu und wohl; sie wurden tollkühner als je zu Hause und brachen am hellen Tage in den Stall eines Meierhofes. Gebrüll von Kühen. Geknatter splitternder Holzschranken, Hufegetrampel und heißer, lechzender Atem erfüllten den engen, warmen Raum. Aber diesmal kamen Menschen dazwischen. Es war ein Preis auf die Wölfe gesetzt, das verdoppelte den Mut der Bauern. Und sie erlegten zwei von ihnen, dem einen ging ein Flintenschuss durch den Hals, der andere wurde mit einem Beil erschlagen. Der dritte entkam und rannte so lange, bis er halbtot auf den Schnee fiel. Er war der jüngste und schönste von den Wölfen, ein stolzes Tier von mächtiger Kraft und gelenken Formen. Lange blieb er keuchend liegen. Blutig rote Kreise wirbelten vor seinen Augen, und zuweilen stieß er ein pfeifendes, schmerzliches Stöhnen aus. Ein Beilwurf hatte ihm den Rücken getroffen. Doch erholte er sich und konnte sich wieder erheben. Erst jetzt sah er, wie weit er gelaufen war. Nirgends waren Menschen oder Häuser zu sehen. Dicht vor ihm lag ein verschneiter, mächtiger Berg. Es war der Chasseral. Er beschloss, ihn zu umgehen. Da ihn Durst quälte, fraß er kleine Bissen von der gefrorenen, harten Kruste der Schneefläche. Jenseits des Berges traf er sogleich auf ein Dorf. Es ging gegen Abend. Er wartete in einem dichten Tannenforst. Dann schlich er vorsichtig um die Gartenzäune, dem Geruch warmer Ställe folgend. Niemand war auf der Straße. Scheu und lüstern blinzelte er zwischen den Häusern hindurch. Da fiel ein Schuss. Er warf den Kopf in die Höhe und griff zum Laufen aus, als schon ein zweiter Schuss knallte. Er war getroffen. Sein weißlicher Unterleib war an der Seite mit Blut befleckt, das in dicken Tropfen zäh herabrieselte. Dennoch gelang es ihm, mit großen Sätzen zu entkommen und den jenseitigen Bergwald zu erreichen. Dort wartete er horchend einen Augenblick und hörte von zwei Seiten Stimmen und Schritte. Angstvoll blickte er am Berg empor. Er war steil, bewaldet und mühselig zu ersteigen. Doch blieb ihm keine Wahl. Mit keuchenden Atem klomm er die steile Bergwand hinan, während unten ein Gewirre von Flüchen, Befehlen und Laternenlichtern sich den Berg entlangzog. Zitternd kletterte der verwundete Wolf durch den halbdunkeln Tannenwald, während aus seiner Seite langsam das braune Blut hinabrann. Die Kälte hatte nachgelassen. Der westliche Himmel war dunstig und schien Schneefall zu versprechen. Endlich hatte der Erschöpfte die Höhe erreicht. Er stand nun auf einem leicht geneigten, großen Schneefelde, nahe bei Mont Crosin, hoch über dem Dorfe, dem er entronnen. Hunger fühlte er nicht, aber einen trüben, klammernden Schmerz von der Wunde. Ein leises, krankes Gebell kam aus seinem hängenden Maul, sein Herz schlug schwer und schmerzhaft und fühlte die Hand des Todes wie eine unsäglich schwere Last auf sich drücken. Eine einzeln stehende breitästige Tanne lockte ihn; dort setzte er sich und starrte trübe in die graue Schneenacht. Eine halbe Stunde verging. Nun fiel ein mattrotes Licht auf den Schnee, sonderbar und weich. Der Wolf erhob sich stöhnend und wandte den schönen Kopf dem Licht entgegen. Es war der Mond, der im Südost riesig und blutrot sich erhob und langsam am trüben Himmel höher stieg. Seit vielen Wochen war er nie so rot und groß gewesen. Traurig hing das Auge des sterbenden Tieres an der matten Mondscheibe, und wieder röchelte ein schwaches Heulen schmerzlich und tonlos in die Nacht. Da kamen Lichter und Schritte nach. Bauern in dicken Mänteln, Jäger und junge Burschen in Pelzmützen und mit plumpen Gamaschen stapften durch den Schnee. Gejauchze erscholl. Man hatte den verendenden Wolf entdeckt, zwei Schüsse wurden auf ihn abgedrückt und beide fehlten. Dann sahen sie, dass er schon im Sterben lag, und fielen mit Stöcken und Knütteln über ihn her. Er fühlte es nicht mehr. Mit zerbrochenen Gliedern schleppten sie ihn nach St. Immer hinab. Sie lachten, sie prahlten, sie freuten sich auf Schnaps und Kaffee, sie sangen, sie fluchten. Keiner sah die Schönheit des verschneiten Forstes, noch den Glanz der Hochebene, noch den roten Mond, der über dem Chasseral hing und dessen schwaches Licht in ihren Flintenläufen, in den Schneekristallen und in den gebrochenen Augen des erschlagenen Wolfes sich brach.

IO TI CHIESI

Io ti chiesi

perché i tuoi occhi
si soffermano nei miei
come una casta stella del cielo
in un oscuro flutto.

Mi hai guardato a lungo
come si saggia un bimbo con lo sguardo,
mi hai detto poi, con gentilezza:
ti voglio bene, perché sei tanto triste.


Libri

Tutti i libri del mondo
non ti danno la felicità,
però in segreto
ti rinviano a te stesso.

Lì c’è tutto ciò di cui hai bisogno,
sole stelle luna.
Perché la luce che cercavi
vive dentro di te.

La saggezza che hai cercato
a lungo in biblioteca
ora brilla in ogni foglio,
perché adesso è tua.

Canzone di viaggio

Sole, brilla adesso dentro al cuore,
vento, porta via da me fatiche e cure!
Gioia più profonda non conosco sulla terra,
che l’essere per via nell’ampia vastità.

Verso la pianura inizio il mio cammino,
sole mi fiammeggi, acqua mi rinfreschi;
per sentire la vita della nostra terra
apro tutti i sensi in festa.

Mi mostrerà ogni giorno nuovo,
fratelli nuovi e nuovi amici,
finché senza dolore ogni forza loderò,
e di ogni stella sarò ospite e amico.



SCRITTO SULLA SABBIA

Scritto sulla sabbia

Che il bello e l’incantevole
Siano solo un soffio e un brivido,
che il magnifico entusiasmante
amabile non duri:
nube, fiore, bolla di sapone,
fuoco d’artificio e riso di bambino,
sguardo di donna nel vetro di uno specchio,
e tante altre fantastiche cose,
che esse appena scoperte svaniscano,
solo il tempo di un momento
solo un aroma, un respiro di vento,
ahimè lo sappiamo con tristezza.
E ciò che dura e resta fisso
non ci è così intimamente caro:
pietra preziosa con gelido fuoco,
barra d’oro di pesante splendore;
le stelle stesse, innumerabili,
se ne stanno lontane e straniere, non somigliano a noi
– effimeri-, non raggiungono il fondo dell’anima.
No, il bello più profondo e degno dell’amore
pare incline a corrompersi,
è sempre vicino a morire,
e la cosa più bella, le note musicali,
che nel nascere già fuggono e trascorrono,
sono solo soffi, correnti, fughe
circondate d’aliti sommessi di tristezza
perché nemmeno quanto dura un battito del cuore
si lasciano costringere, tenere;
nota dopo nota, appena battuta
già svanisce e se ne va.

Così il nostro cuore è consacrato
con fraterna fedeltà
a tutto ciò che fugge
e scorre,
alla vita,
non a ciò che è saldo e capace di durare.
Presto ci stanca ciò che permane,
rocce di un mondo di stelle e gioielli,
noi anime-bolle-di-vento-e-sapone
sospinte in eterno mutare.
Spose di un tempo, senza durata,
per cui la rugiada su un petalo di rosa,
per cui un battito d’ali d’uccello
il morire di un gioco di nuvole,
scintillio di neve, arcobaleno,
farfalla, già volati via,
per cui lo squillare di una risata,
che nel passare ci sfiora appena,
può voler dire festa o portare dolore.
Amiamo ciò che ci somiglia,
e comprendiamo
ciò che il vento ha scritto
sulla sabbia.

SULL’AMORE

Sull’amore

Si chiama amore ogni superiorità,
ogni capacità di comprensione,
ogni capacità di sorridere nel dolore.

Amore per noi stessi e per il nostro destino,
affettuosa adesione ciò che l’Imperscrutabile
vuole fare di noi anche quando
non siamo ancora in grado di vederlo
e di comprenderlo –
questo è ciò a cui tendiamo.

PERCHE’ TI AMO

Perché ti amo

Perché ti amo, di notte son venuto da te
così impetuoso e titubante
e tu non me potrai più dimenticare
l’anima tua son venuto a rubare.

Ora lei e’ mia – del tutto mi appartiene
nel male e nel bene,
dal mio impetuoso e ardito amare
nessun angelo ti potrà salvare.

TI PREGO

Ti prego

Quando mi dai la tua piccola mano
Che tante cose mai dette esprime
Ti ho forse chiesto una sola volta
Se mi vuoi bene?

Non è il tuo amore che voglio
Voglio soltanto saperti vicina
E che muta e silenziosa
Di tanto in tanto, mi tenda la tua mano

IL PRINCIPE

Il principe

Volevamo costruire assieme
una casa bella e tutta nostra
alta come un castello
per guardare oltre i fiumi e i prati
su boschi silenti.

Tutto volevamo disimparare
ciò che era piccolo e brutto,
volevamo decorare con canti di gioia
vicinanze e lontananze,
le corone di felicità nei capelli.

Ora ho costruito un castello
su un’estrema e silenziosa altura;
la mia nostalgia sta là e guarda
fin alla noia, ed il giorno si fa grigio
– principessa, dove sei rimasta?

Ora affido a tutti i venti
i miei canti arditi.
Loro devono cercarti e trovarti
e svelarti il dolore
di cui soffre il mio cuore.

Devono anche raccontarti
di una seducente infinita felicità,
devono baciarti e tormentarti
e devono rubarti il sonno –
principessa, quando tornerai?

VIENI CON ME

Vieni con me!

Vieni con me.
Devi affrettarti però –
sette lunghe miglia
io faccio ad ogni passo.
Dietro il bosco ed il colle
aspetta il mio cavallo rosso.
Vieni con me! Afferro le redini –
vieni con me nel mio castello rosso.
Lì crescono alberi blu
con mele d’oro,
là sogniamo sogni d’argento,
che nessun altro può sognare.
Là dormono rari piaceri,
che nessuno finora ha assaggiato,
sotto gli allori baci purpurei –
Vieni con me per boschi e colli!
tieniti forte! Afferro le redini,
e tremando il mio cavallo ti rapisce.

SONO UNA STELLA

Sono un stella

Sono una stella del firmamento
che osserva il mondo, disprezza il mondo
e si consuma nella propria luce.

Sono il mare che di notte si infuria,
che mare che si lamenta, pesante di vittime
che ad antichi peccati, nuovi ne accumula.

Sono bandito dal vostro mondo
cresciuto nell’orgoglio e dall’orgoglio tradito,
sono il re senza terra.

Sono la passione muta
in casa senza camino, in guerra senza spada
e ammalato sono della propria forza.

ANNIVERSARIO

Anniversario

Nel suo vecchio splendore ardente
ed in tutto lo sfarzo voluttuoso
oggi si alza davanti a te l’intero sogno
di quella notte calda d’estate.

E tremando di passioni trasognate,
premi disperandoti con feroce ardore
le piene, belle, spesso baciate
e rosse labbra sulla mia immagine.

STANCO D’AMORE

Stanco d’amore

Nei rami s’addormenta cullando
il vento stanco. La mia mano
lascia un fiore rosso sangue
morire lacerato sotto un sole rovente.

Ho già visto fiorire e morire
molti fiori;
vengono e vanno gioie e dolori,
e custodirli nessuno può.

Anch’io ho sparso
nella vita il mio sangue;
non so però, se mi dispiace,
so solo, che sono stanco.

ROSA PURPUREA

Rosa purpurea

Ti avevo cantato una canzone.
Tu tacevi. La tua destra tendeva
con dita stanche una grande,
rossa, matura rosa purpurea.

E sopra di noi con estraneo fulgore
si alzò la mite notte d’estate,
aperta nel suo meraviglioso splendore,
la prima notte che noi godemmo.

Salì e piegò il braccio oscuro
intorno a noi ed era così calma e calda.
E dal tuo grembo silenziosa scrollasti
i petali di una rosa purpurea.

COME PESANO

Come pesano

Come pesano queste giornate!
Non c’è fuoco che possa scaldare,
non c’è sole che rida per me,
solo il vuoto c’è,
solo le cose gelide e spietate,
e perfino le chiare
stelle mi guardano sconsolate
da quando ho saputo nel cuore
che anche l’amore muore.

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