I soldati politici in Europa (articolo tratto da “Signal” – prima parte)

UNA NUOVA TAPPA NEL PENSIERO OCCIDENTALE:

I SOLDATI POLITICI IN EUROPA

di Cornelius v. d. Horst

“…Sul Don, sul Nipro, presso Narva, nelle Beschidi e nelle montagne bosniache si levano numerose croci e lapidi sopra le tombe dei primi testimoni della riscossa europea. E da qui che s’indirizzano ai popoli le domande poste dai caduti. Nessun’ironia le può respingere: esse restano. Esse pongono i problemi europei sotto nuove e vivide luci, intensificando l’inquietudine di coloro che in mezzo al caos crescente volgono lo sguardo verso i primi segni di un nuovo ordine. Dove sono i limiti del caos? Quando siamo stati felici? Chi può darci riposta?…”

Soldati politici in Europa? Non sarebbe più logico, più promettente ed anche più utile per il concetto di vita europea, se si potesse già parlare di un militarismo unitario in Europa? Indaghiamo un po’ i fatti storici i quali ci dicono che anche nelle epoche della decadenza e dell’anarchia europea è sempre esistita la consapevolezza di un destino comune. Esaminiamo un po’ le guerre civili e nazionali del nostro continente e costateremo che esse furono sempre combattute per un miraggio luminoso: per l’Europa. Rendiamoci conto che tutti i popoli di questo continente vivono e soffrono, amano e si sacrificano anche oggi soltanto per l’Europa.

Ma noi non possiamo parlare di quello che era o di quello che sarà. L’una e l’altra cosa sono egualmente seducenti ma pericolose per lo spirito desideroso di indagare la verità. Lo spirito dell’essere umano caduto nella crisi è pronto ad accettare immaginazioni romantiche ed illusioni avvincenti. Ma se l’incomprensione della verità storica è stata sovente la sfortuna dell’Europa e la causa delle sue crisi ininterrotte, dovremmo aver imparato a non fare ancora una volta della realtà un campo di profezie utopistiche.

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Al gradino gnoseologico più inferiore, la storia appare come un calcolo matematico. Abbiamo qui la vera patria della dottrina marxista che sostiene l’esistenza di un’evoluzione matematica e quindi logica della società umana. Questo sviluppo, partendo dagli esseri primitivi, conduce, attraverso molteplici gradini e mutamenti, attraverso aristocrazia e borghesia al giusto “dominio” della massa che costituisce l’ideale della società senza classe, cioè l’ultima e buona forma dell’esistenza umana.

Ma la storia è azionata da una logica superiore che noi chiamiamo logica elementare. Essa sorge da profondità inaccessibili per la ragione matematica e quindi anche per le leggi causali da essa sviluppate. Esistono, è vero, nella vita umana causa ed effetto che sembrano creare un interdipendenza fra il destino di un’epoca e quello dell’epoca precedente. Ma — splendore e grandezza d’Europa — l’uomo attivo di ogni tempo si oppone alle leggi presentategli come immutabili e si leva al di sopra del fato. La volontà dinamica di affermarsi nella propria epoca secondo le doti e le capacità, sovente oltre il possibile, queste sono le stigmate della forza produttiva dell’essere umano

Le generazioni decadenti non guardano che indietro, domandando al passato le regole di vita. La risposta è sempre di carattere romantico e quindi sterile. Il passato si presenta nello splendore di una meravigliosa perfezione Tuttavia il concetto moderno si vede preso da un dubbio. L’uomo d oggi, cosciente della impossibilità di trapiantare le forme una volta vigenti, cerca nuovamente di strappate il mistero dell’esistenza al domani, all’avvenire. Ma anche il domani non dà risposta esso vuol essere conquistato.

Che cosa rimane? Un miscuglio di sogni e illusioni, miscuglio non troppo resistente, che diventa preda della propaganda marxista la quale presenta dei fatti realistici apparentemente incontestabili: era cosi, e cosi, sarà cosi.

Dopo queste considerazioni di apparenza letteraria e stilistica ritorniamo al nostro punto di partenza. Citiamo ancora una volta questo punto di partenza, colla pretesa di appassionare il nostro pensiero: in Europa esistono dei soldali politici i quali si trovano sulla via di superare la bassa logica della ragione matematica. Il loro vessillo, il loro credo e l’alta logica elementare dalla quale sono sorti gli spiriti, gli dèi e gli eroi d’Europa per popolare il regno dei cieli. Non si può ancora dire che esista qualche cosa di più. Se ciò fosse potremmo sostenere che esiste veramente un militarismo politico europeo e la battaglia per l’Europa sarebbe già decisa La vittoria sarebbe sua come anche la conseguenza della vittoria: la risurrezione dell’Europa ed il benessere dei suoi popoli.

Sforziamoci dunque di vedere la realtà.

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Lo storico tedesco Leopoldo von Ranke opponeva un’obiezione ad ogni causalità: ogni epoca tende a Dio. Questa è la grande affermazione d’un tedesco dal pensiero veramente europeo, contrapposta all’idea del destino immutabile che sembra assegnato ad un’epoca. Egli proclama la libertà e la potenza dello spirito umano di liberarsi dal peso di tradizioni empiriche. Ogni epoca può vivere a sé, cioè essa non ha bisogno di agire su basi di esperienze effettuate, essa non ha bisogno della storia per riconoscere quanto le spetta.

Ma Ranke non pensa soltanto all’umanità bensì anche alla divinità. Dio, la reale potenza della storia. Dio, la forza creatrice che risiede nel cuore umano. Dio, che benedice le bandiere e santifica le passioni, Dio che ricompensa le opere umane col premio della durata.

E l’opera umana degli Europei e l’Europa. Questo latto non permette ancora alcuna conclusione sulla durata di quest’opera, ma è possibile dire che la passione di questa confessione per l’Europa si ripete in tutte le epoche. Accanto agli aristocratici, i borghesi ed i contadini riempiono le file degli eserciti. Nonostante le parecchie differenze nello stile e nel concetto di vita, nonostante le differenze di lingue e di costumi, rimane pur sempre il fatto che tutti i popoli i quali hanno combattuto insieme o l’uno contro l’altro si sono sempre schierati per la durata e l’ordine dell’Europa.

C’è stato un tempo in cui queste idee andavano impallidendo. La formazione degli Stati nazionali nei tempi lontani del Rinascimento sembra sfatare definitivamente l’obbligatorietà del concetto europeo. Ma qui sorge la domanda se Francesco I nelle sue guerre contro Carlo V era soltanto un antesignano di un tentativo di egoistica egemonia francese. Gli attacchi che egli effettuò e rinnovò per consolidare ed estendere il suo dominio non erano forse, visti nelle loro fondamenta, il nascere di un nuovo, giovane mondo in Europa che la taciturna, stanca aristocrazia dell’imperatore non poteva più sostenere?

Dove cova e si sviluppa l’insurrezione si forma un vuoto nel quale le forze creative debbono affluire Cosi agì Carlo XII, cosi Guglielmo d’Orange, cosi Gustavo Adolfo di Svezia, cosi Richelieu, cosi Federico il Grande, così Napoleone. Ed è una immaginazione troppo semplicistica credere che le guerre del passato abbiano avuto per movente soltanto l’egoismo delle nazioni E’ vero, l’avidità di dominio delle nazioni resta sempre una potente forza motrice. Ma già nel corso della guerra il senso della responsabilità si presenta al futuro vincitore; essa pretende da lui un opera che trascenda le frontiere della propria terra e del proprio popolo. Egli deve contenere ed eliminare il caos dei vinti per la propria sicurezza e per non compromettere la vittoria conseguita.

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[ continua ]

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