I soldati politici in Europa (articolo tratto da “Signal” – seconda e ultima parte)

[ prima parte ]

Richiamiamoci alla memoria un’ora della storia europea in cui diventa particolarmente evidente tanto la potenza come la tragedia del militarismo europeo. E’ l’ora della battaglia di Malplaquet.

«Il principe ereditarlo di Prussia attendeva la grande ora con tutta la sua passione. Quei giorni di attesa della grande battaglia francese sono da considerare senz’altro come i giorni più felici della sua vita. Noi ce lo dobbiamo rappresentare al consiglio di guerra, calmo ed ardente alle esposizioni del Duca di Marlborough e del Principe Eugenio di Savoia, oppure presso il molino di Sart, con la sua figura stagliala in mezzo ai brillanti ufficiali. Sollevare lo sguardo sopra le pianure lievemente ondulate e già autunnali della provincia dell’Halnout. Un umido splendore copre i boschi ed i ruscelli nei raggi del sole. Il paesaggio è dominato dai riflessi delle armi lucenti, dalle diecine di migliaia di soldati che si esercitano, dal rumore delle loro manovre sotto le bandiere ondeggianti, dalla musica lontana delle fanfare. Il cuore umano è commosso da quel brivido misterioso suscitato dal meraviglioso ordine di colonne che in una disciplina ferrea sono pronte a combattere e morire. Il fiore della gioventù di un’aristocrazia guerriera europea era convenuto in queste pianure per affermare combattendo il suo valore. Essi si sfidavano senza odio o altra passione all’infuori di quella di andare verso il nemico con coraggio e con un portamento incontestabilmente elegante, seguendo le sventolanti bandiere di seta. Da parte francese fra gli ufficiali più giovani combattevano dodici futuri generali, fra i quali anche il pretendente al trono degli Stuart sotto l’incognito romantico di Cavaliere di S. Giorgio, parente di sangue di Federico Guglielmo, che combatteva dall’altra parte. Egli era tanto distinto per bellezza e maniere quanto per il contegno valoroso e tradizionale, tipico degli Stuart. Da parte degli alleati, sotto Lottum ed accanto al giovane principe ereditano prussiano, si trovava l’alfiere Curzio Cristoforo di Schwenn che diventò più tardi maresciallo di Federico il Grande e che fu il vincitore di Mollwitz e Praga. Sotto il generale sassone Mattia von der Schulenburg, il vinto di Fraustadt ed il futuro maresciallo veneziano ed eroe di Morea, combatteva Maurizio di Sassonia appena tredicenne, figlio di Augusto il Forte e di Aurora von Konigsmarrk, futuro maresciallo di Sassonia, destinato a riportare le più brillanti vittorie per le bandiere francesi contro le quali egli, ancora adolescente, combatteva allora per la prima volta. Il nobile corpo degli ufficiali di ambo le parti si sentiva quasi come legato da sentimenti comuni, considerandosi come un ceto internazionale che combatteva e moriva per professione e lo faceva nella forma più perfetta, inattaccabile da nessuna critica malevola. Alla vigilia della battaglia, improvvisamente, dall’ala sinistra dei francesi e da quella destra degli alleati, gli ufficiali di ambe le parti uscirono per scambiarsi un’infinità di cortesie e attenzioni. Grumbkow s’intrattenne cordialmente coi generali di divisione francesi Guebrian ed Albergotti. Alla fine fu estremamente difficile separarsi e gli addii furono toccanti.» (Dal libro di Cari Hinrichs, «Federico Guglielmo l»)

Come l’ultimo guizzo di una fiamma che sta per spegnersi, la vecchia ma non ancor morta coscienza di un unità europea ed occidentale si manifestò in quell’ora. Ma le concessioni politiche e religiose di quel militarismo non erano più da lungo tempo, pervase da questa consapevolezza benché essa riunisse le più alte menti Ira i condottieri d’Europa. Impegnato per gli interessi e la potenza delle dinastie, rappresentante e beneficiario degli Stati nazionali che stavano per formarsi, il militarismo europeo dal concetto continentale, cioè una casta guerriera pensante ed agente per l’Europa, non è ormai che una chimera. Quando Carlo il Valoroso di Borgogna riunì il fiore dei cavalieri burgundi per alimentare le battaglie di Grandson e Murten contro gli Svizzeri, allora si egli poté contemplare con segreto orgoglio gli stendardi e le ori-fiamme di un’aristocrazia che, sotto il segno romantico e mistico del Vello d’Oro, l’emblema dei cavalieri occidentali, pensava, combatteva e moriva per l’Europa.

Ma già nel campo di Carlo il Valoroso la forza morale e materiale del militarismo cavalleresco non era più quelle di una volta. Se rievochiamo i tempi ancor più antichi della storia, ci si presenta un quadro ancor più elevato delta sin compattezza. Nelle battaglie di Poitiers, sui campi catalaunici, sul campo di battaglia presso Liegnitz, nelle crociate, il nome ed il concetto «Europa» si presenta come l’impulso spirituale di tutti i combattenti.

Le ore che riuniscono questi soldati europei per difendere il continente contro i Saraceni (Poiliers), contro l’ondata dei popoli orientali (sui campi catalaunici) contro i Mongoli (Liegnitz), sono veramente grandiose e durature manifestazioni per il benessere d’Europa. Su questi campi di battaglia l’Europa conquista i suoi confini territoriali e spirituali, si arricchisce della vita segreta e sacra che sorge dal sacrificio.

Nelle successive guerre civili europee sparisce, è vero, l’essenza dello spirito di un unitarismo europeo ma non il suo valore, né l’immaginazione d esso. Da Grandson sino a Malplaquet si verifica l’ultima fase della distruzione dell’Europa come unita territoriale e spirituale. Ma le forze rimangono nascoste e restano in attesa. Rimangono le virtù che hanno dipinto in colori imperituri l’immagine del militarismo europeo, i sentimenti dell’onore, del valore, dell’ubbidienza verso Dio e verso la propria coscienza, rimane la morte come coronazione e continuazione della vita.

 Rimangono la religiosità ed il rispetto di fronte ai miracoli della creazione, l’estasi e l’umiltà dell’amore. Rimane l’Europa come culla delle virtù umane e, nonostante tutti gli sconvolgimenti morali, si conserva la corrente della vita e le sue tracce rimangono visibili in tutte le creazioni europee.

Alla line fu estremamente difficile separarsi e gli addii furono toccanti, così finisce la cronaca sulla vigilia della battaglia di Malplaquet. E’ una tragica ironia quella che illumina questo incontro. L’altezzoso spirito europeo raccoglie i suoi guerrieri per dimostrar loro ancora una volta l’indistruttibile. Le nuvole del cielo europeo si sono ammassate ancora più scure e più minacciose e sopra i ruderi dell’ordine pericolante guizzano i primi baleni dell’anarchia. Suo temibile emblema, la ghigliottina, indica la via verso la nuova epoca delle masse.

Ma una cosa rimane: è già esistito in Europa, in una forma travolgente, un militarismo politico che si e sottomesso alla legge dell’unità continentale. Esso è tramontato, ma le epoche della sua potenza sono anche le epoche della potenza e dell’unità europea, dell’infrangibilità dei suoi spiriti e del benessere dei suoi popoli. Quando più tardi questa forma s infranse, questo spirito continuò a vivere negli eserciti che cominciarono a dividersi in nazioni e Provincie e le virtù militari furono poi limitate al concetto della nazione anziché, come prima, a    quelle dell’Europa. Questa limitazione ci appare come una perdita, e lo è in verità, se si ammette che l’Europa sia un unità incondizionatamente unita nel destino del suo divenire e nei fatti politici ed economici interdipendenti. Dal punto di vista europeo la virtù militarista di un giuramento alla nazione non può essere considerata che come restrittiva e diminutiva. Però dal punto di vista nazionale ciò è diventato una necessità.

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Divenne necessario conservare la sostanza di un militarismo politico. La forma europea che gli dava vita si era infranta e le classi dirigenti che avevano fino allora esercitato il potere non erano più intatte. Nelle guerre civili europee il servizio volontario dei cavalieri era stato sostituito da mercenari abituali a considerare la guerra come un mestiere per vivere. Il pensiero dei mercenari non si rivolgeva più ai concetti bensì al potere finanziario del loro capo. Nell’anno 1496 il grande capitano dei lanzichenecchi Giorgio di Frundsberg promulgò, a nome dell’imperatore Massimiliano I, dei decreti destinati a sistemare il mercenarismo e a dargli uno statuto. Nell’impegno dei lanzichenecchi verso l’imperatore e l’impero si vede già anticipata l’idea fondamentale che il futuro soldato non può essere immaginato che come soldato politico. Questo progetto si rivelava ardito ed elevato e sarebbe stato realizzabile ad una sola condizione: che la sua idea, cioè il potere politico dell’impero, fosse veramente esistita in Europa. Il progetto era destinato a fallire perchè l’idea era tramontata e le nuove dinastie non possedevano più un senso di responsabilità politica europea. E come avrebbero, questi mercenari, potuto avere idee più larghe di coloro che erano destinati ad averle?

Il mercenario divenne cosi automaticamente l’antagonista del soldato politico. Egli divenne una funzione entro una formazione militare mossa secondo regole formalizzate, tenuta insieme da esercitazioni, minacce e punizioni, priva di onore personale, insomma, una macchina bellica azionata da leggi, matematiche.

Di fronte a ciò ci si domanda: Ma non e il successo che decide? Federico il Grande aveva pur combattuto e vinto le sue guerre con tali eserciti.

E’ il caso di correggere un errore storico.

L’esercito col quale Federico il Grande conquistò il primo alloro nella prima Guerra Slesiana contro l’imperatrice Maria Teresa d’Absburgo, corrispondeva perfettamente, è vero, alle idee di quel tempo sull’organizzazione e la direzione di un’armata. L’idea del militarismo politico gli era tanto sconosciuta quanto lo era ai suoi avversari. Dato che non esisteva nessuna differenza nel campo spirituale e materiale degli eserciti contrapposti, la decisione fu dovuta, in un primo tempo, alla superiorità strategica del  Re.

Però l’esercito col quale Federico il Grande portò a termine la Guerra dei Sette Anni costituiva una contraddizione quasi rivoluzionaria alle idee vigenti sulla struttura d’un esercito in generale. La continua minaccia di sconfitta e la pressione della strapotente coalizione avevano costretto il Re ad allontanaci dalle idee tradizionali della scuola di guerra. Egli era quasi sempre costretto ad agire proprio in quei momenti nei quali la regola tradizionale glielo avrebbe proibito. Egli non poteva permettersi di essere soltanto un capo che porta a termine la partita con la vittoria, anzi, nell’accampamento di Bunzelwitz la partita si presentava come perduta Ma il Re osò quanto sarebbe stato impossibile ai generali ed ai capi militari della sua epoca. Egli entusiasmò i cuori letargici dei suoi mercenari per la sua causa perduta, egli fece appello al loro onore e scopri cosi la fede del soldato sepolta sotto i rigori di una coercizione materiale. Egli vinse perchè aveva superato il peso morto delle idee tradizionali sui mercenari e sul loro militarismo.

Egli non usufruì delle esperienze di quella guerra. La nuova valorizzazione delle idee militari da lui suscitati si arrenò già durante la sua vita e tra i suoi successori prevalse la discussione sulla questione se per l’addestramento del soldato, 75 passi al minuto fossero migliori di 76.

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Il capovolgimento di questo complesso d’idee parte dalla Francia. Esso sorse con la tempesta della rivoluzione francese. L’entusiasmo che animava gli eserciti della rivoluzione condusse per primo in Francia ad un grandioso rinascimento del militarismo politico. Questo militarismo era fanaticamente sospinto dalle idee della rivoluzione. Napoleone poteva fidarsi del nuovo slancio delle anime. Con il suo aiuto egli annientò gli eserciti dei sovrani assolutisti. «Combattemmo uno contro cinque, ma con noi combatteva la Marsigliese», dice la famosa canzone del soldato della rivoluzione francese.

Nel 1792 si formò una coalizione europea per abbattere la rivoluzione. Ma nessuna idea che avrebbe potuto dire qualche cosa ai popoli si associò a questa coalizione. Gli eserciti di quest’ultima, privi di una profonda animazione, nella battaglia della Champagne vennero dispersi da soldati mal equipaggiati ma combattenti con fanatismo.

L’ufficiale prussiano Scharnhorst, dopo aver attentamente studiato gli eserciti di quella guerra, prese la decisione di tradurre in prussiano l’entusiasmo della rivoluzione francese. Un giorno questa decisione verrà considerata il punto di partenza per la nuova scoperta e rivalutazione del militarismo politico in Prussia. La Prussia seguì allora l’esempio francese, ma i resultali furono, in rapporto a quell’esempio, come l’abbozzo di fronte alla costruzione finita.

E’ troppo ardito dire che da questo punto venne presa una decisione che nei suoi effetti si sparse oltre le frontiere prussiane? Esaminiamo un po’ il secolo passato, esaminiamo i suoi tentativi di trovare una forma concreta per le ardenti esigenze delle masse. Di fronte alia luce diffusa della strategia politica ci si presenta il nuovo spirito che comincia ad animare gli eserciti d’Europa con limpidezza meravigliosa e duratura. I progetti dei giacobini, come vennero chiamati i primi soldati prussiani politici, non hanno, è vero, oltrepassato i loro esordi, ma tuttavia era stato fatto un grande passo in avanti per fare delle forze elementari del soldato un nuovo elemento basilare dell’ordine sociale.

Si potrebbe affermare che la limitazione di queste forze all’egoismo nazionale stabilisca lo stato di guerra permanente fra le singole nazioni. E ci si potrebbe chiedere per quale ragione si spera che il militarismo politico europeo possa svilupparsi proprio nel momento in cui i popoli cominciano a difendete i loro diritti ed i loro interessi in nome delle medesime virtù militari vigenti al lato dei   loro  avversari.

Queste obiezioni e questi dubbi sono giustificati. Nel sesto anno della seconda guerra mondiale siamo ancora ben lontani dall’immagine ideale di una comunità europea. La guerra è entrata nella fase della distruzione totale. I limiti della sopportabilità delle sofferenze sembrano quasi raggiunti. Tuttavia abbiamo il presentimento che le ultime domande alla nostra vita siano rimaste ancora insoddisfatte.

Però, come possiamo avere il coraggio di sognare una comunità europea mentre siamo nell’incubo della morte?

Le prove che abbiamo da superare e l’orrore della morte che ci circonda provano che il militarismo politico europeo non esiste ancora. Se esistesse, la tragedia dell’Europa sarebbe già terminata e la sua riscossa sarebbe già in atto. Il velario davanti al quale si svolgono le scene delle nostre sofferenze si aprirebbe, e apparirebbe lo sfondo sul quale la nuova Europa unita potrebbe costituirsi in armonia con le sue necessità.

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Domandiamoci dunque se esiste l’idea d’un ordine europeo nel quale il militarismo politico tende a conquistare il potere.

Quest’idea esiste; però come possiamo acquisire un militarismo politico difendendolo nel medesimo tempo nel senso delle necessità europee?

Lo possiamo acquisire dalla forza e dall’esempio dei soldati politici che già oggi sono i paladini della nuova Europa.

Lo possiamo acquisire dagli effetti del terrorismo e dalla distruzione che vengono portati contro l’Europa dai mondi occidentale ed orientale.

Perché questa è la realtà dell’Europa d’oggi: la vecchia forza non si è spenta; sotto immani pressioni si completa una nuova cristallizzazione. Essa si completa con un procedimento di massima intensità, essa chiama il giardiniere olandese dalle sue serre, il pescatore norvegese dai suoi fiordi, l’impiegato danese dal suo ufficio. Una commozione di coraggio e di orgoglio avvince il padre di famiglia nella Vallonia e in Fiandra. Nelle strade di Brusselle risuona il passo dei volontari di Degrelle. La croce e la bandiera, la massima filosofica, l’immagine crollante del mondo materialista, l’epoca di fermentazione, l’inquietudine in genere, l’odio, la pietà, l’amor fraterno, la disperazione per la perdita di un mondo, un desiderio indefinito per qualche cosa d’impreciso … molteplici sono gli indizi che precedono gli esordi della riscossa. Tutte le passioni sono scatenate, e tutte le passioni desiderano l’ordine invece del caos, la forza vitale invece della morte.

Sul Do, sul Nipro, presso Narva, nelle Beschidi e nelle montagne bosniache si levano numerose croci e lapidi sopra le tombe dei primi testimoni della riscossa europea. E’ da qui che si indirizzano ai popoli le domande poste dai caduti. Nessun ironia le può respingere: esse restano. Esse pongono i problemi europei sotto nuove e vivide luci, intensificando l’inquietudine di coloro che in mezzo al caos crescente volgono lo sguardo verso i primi segni d un nuovo ordine. Dove sono i limiti del caos? Quando siamo stati felici? Chi può darci risposta?

I morti non rispondono più. Ma i vivi hanno preso i loro posti e parlano per loro. La loro volontà Imperativa è più acuta e più dura che mai — come sono diventati  più acuti e duri i profili della vita e della morte durante i cinque anni di lotta corpo a corpo.

Essi sono schierati nelle formazioni delle SS che custodiscono l’anelito della risorgente volontà europea di potenza e di grandezza. Chi in Europa oserebbe dubitare della decisione di questi uomini della Waffen-SS? Un freddo realismo, lontano da qualsiasi illusione e da sogni romantici, unisce la sostanza politica e la conduce ai posti di collaudo della grande battaglia per l’esistenza europea. Chi osa dubitare che queste energie ammassate non siano capaci di trovare per l’Europa la migliore delle soluzioni?

Ciò è più di un’egemonia tedesca.

Il comandante della compagnia è fiammingo e comanda uomini tedeschi — sottufficiali norvegesi istruiscono Tedeschi provenienti dalla Transilvania e dall’Ungheria. Nei cortili delle caserme e nelle scuole di guerra della Waffen-SS il carattere ed il contegno, lo spirito e l’indole decidono il rango. Ma questo rango deve affermarsi nei posti di collaudo della  guerra.

La politica inglese dei satrapi non trova più terreno in Europa.

Per la prima volta dopo il crollo di una classe dirigente ermetica si sta formando un nuovo germe. Esso e stato deposto nel terreno della vita europea e intorno ad esso si raccolgono tutti gli elementi capaci di aderire alla sua cristallizzazione. Questo è un fenomeno naturale che non è spiegabile con le esperienze della storia, è perciò che esso non sì sviluppa secondo le debolezze gli errori delle epoche passate. Esso non continua la vecchia forma, la sua meta non è la restaurazione di una singola classe sociale.

Esso costituisce l’esordio di una nuova vita europea. Il fatto più stupefacente è che i fautori più volonterosi di questo sviluppo sono i nostri stessi avversari i quali portano i loro eserciti meccanizzati e privi di anima contro il continente europeo. Qui l’intenzione dell’avversario ci appare nella luce d’una profonda ironia. Ogni atto di distruzione aumenta l’essenza politica europea e porta a termine il suo armamento morale. Gli atti di terrorismo destinati ad annientare la vita storica dell’Europa, affermano l’odio degli esseri senza storia contro una forma elevala dì vita umana: però essi affermano anche l’eterno valore di questa forma come anche la necessità di unire per essa tutte le forze del nostro essere.

Il combattente politico europeo, posto su un nuovo gradino di consapevolezza e di volontà, supererà il caos. Egli è la forza elementare del militarismo politico di domani che dovrà essere affermato da tutti i popoli europei come l’arma migliore perché esso solo garantisce l’esistenza ed il risorgimento d’Europa.

Allora le sofferenze non saranno state vane.

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