Una pace che non poteva vivere (prima parte)

Tratto da Signal

Una pace che non poteva vivere

Perchè al 1919 dovette seguire un 1939

«Ditemi, Cecoslovacchia e Jugoslavia sono tutt’uno? …» Non si tratta di una domanda rivolta da uno scolaretto d’otto anni al maestro di una scuola missionaria nelle foreste australiane. No: chi la formulava era un Pari d’Inghilterra, un membro della Camera Alta di Londra, e la domanda era diretta a un altro Pari, nel 1937, dopo una discussione alla Camera dei Lordi. L’uno non ebbe ritegno di porre la domanda, né l’altro di riferirla a terzi. È dunque sempre vera la vecchia esperienza, che un Inglese colto e più informato delle cose d’Africa che di quelle d’Europa.

Alla Conferenza della Pace del 1919, a Parigi, Lloyd George si oppose spesso alle esagerate pretese dei Francesi. Dal canto loro gli uomini politici francesi lo indispettirono rinfacciandogli la sua ignoranza delle più elementari nozioni di geografia. Ma anche i francesi non hanno mai brillato in codesto campo. Con che sarcasmo vennero accolte da Bismarck le pretese che Parigi accampò dopo il 1866, proclamando che la Francia non permetterebbe mai che la Prussia si affacciasse allo Zuider Zee! «Il fatto che questo nome è comparso persino in forma ortograficamente corretta nei fogli parigini, fa ritenere con certezza che si tratta di un suggerimento straniero, non francese» — disse Bismarck. Cosi venivano stimate fin d’allora, da un’autorità come lui, le conoscenze che potevano avere i Francesi di una regione europea assai vicina. Nel 1919, per giunta, i più sfacciati postulanti si fecero innanzi in abbondanza con memoriali sul genere di quelli compilati da un Benes sulle cose di Boemia e Moravia, confondendo ancor più quel poco che sapevano gli uomini politici che lavoravano alla cosiddetta pace.

20.000 chilometri di nuove frontiere

Da codesta ignoranza; da memoriali delle parti interessate, di cui non si era in grado di saggiare la veridicità; dal bisogno di fare della Francia una Potenza  assolutamente dominante sul continente, mentre per natura e per forza demografica essa è fra gli Stati europei di second’ordine; dall’urgenza, che l’Inghilterra provava, di mantenere la grande Potenza francese entro limiti non pericolosi; dall’ingerenza da parte americana di una teoria astratta, ma appunto per ciò più che mai ostinata: da tutto ciò nacquero, nel 1919, le nuove frontiere. Fatto in una volta, in pochi mesi! In un’epoca in cui l’agglomerazione di grandi moltitudini nelle città e nei bacini industriali, in cui il rapido sviluppo dei trasporti spingeva a stringere in unità territori più vasti, se si voleva mantenere il tenore di vita preesistente, in tale epoca le frontiere politiche e doganali vennero prolungate per 20000 chilometri ! Vennero creati molti nuovi enti statali minori, che, per poter vivere, erano costretti a tendere, almeno entro certi limiti, ad approvvigionarsi con produzione propria; perciò dovevano fatalmente intaccare il midollo stesso dell’Europa, abbassarono il livello generale della vita e ridussero ancor più la capacità dell’Europa di gareggiare con continenti più omogenei, come l’America. Col moltiplicarsi del numero degli Stati la mancanza generale di sicurezza venne anche aggravata inquantochè le superfici di attrito, che avevano condotto alla guerra, aumentarono in misura maggiore del prolungamento complessivo delle frontiere politiche. Tale effetto apparve non appena incominciò a dileguare la stanchezza generale che tenne dietro alla guerra mondiale. Allora ognuno prese a stipulare patti con ciascun altro e contro tutti; patti il cui valore è dimostrato a sufficienza dalla fine ingloriosa della Piccola Intesa. Infine le nuove frontiere portarono all’immiserimento di territori e di centri di produzione che in passato erano stati floridi a vantaggio di tutta l’Europa. Basti pensare allo stato di abbandono della zona del Corridoio, al decrescere della produzione nell’Alta Slesia diventata polacca e all’immenso impoverimento dei Sudeti, in cui si raccoglievano un tempo i tre quinti di tutta l’industria austro-ungarica.

Abbiamo qui un’esemplificazione eloquentissima del fatto che le paci d’imposizione, nella loro impostazione essenziale, erano non solo inique, ma anche contrarie alla vita ed insostenibili. Perciò la vita stessa doveva procedere un giorno alla revisione di quelle costrizioni. Lo abbiamo veduto nel caso della Cecoslovacchia. Essa risultò insostenibile non appena la Germania ricuperò un grado normale di vitalità. Nei primi anni dopo la creazione di quello Stato, i Tedeschi ad esso assegnati pagarono un po’ più del 60% di tutte le tasse e, negli ultimi anni di crisi, ne pagavano ancora il 40%. Inoltre, ad onta di ogni tentativo di mutare tale stato di cose, quasi la metà (46%) delle esportazioni dalla Cecoslovacchia si dirigeva verso il Reich e verso l’Austria. Sommando le tasse pagate dai Tedeschi entro lo Stato cecoslovacco e le esportazioni assorbite all’estero dai Tedeschi, si otteneva un totale annuo doppio dell’elevatissimo importo del bilancio militare della Cecoslovacchia. Popolazioni di lingua tedesca venivano in tal modo a pagare quasi due volte un Esercito che veniva tenuto in piedi esclusivamente contro di loro. Uno sciopero dei contribuenti all’interno, una guerra commerciale all’esterno sarebbero bastati per abbattere tutto quel castello di carte. Come tale, alla fine, venne giudicato quello Stato anche dall’Inghilterra e dalla Francia.

Didascalia immagine:  Trentanni di lotta. Nel 1914, quando l’intesa sfidò la Germania e l’Austria, il gioco della grande diplomazia aveva toccato l’apogeo. Nel 1914, la Germania dovette lasciarsi dare scacco matto, a Versaglia, dalla coalizione dei suoi avversari. Dalle angustie del dopoguerra si levò la Germania nazionalsocialista. L’Inghilterra spinse di nuovo alla lotta. Ma il cimento del 1940 le strappò di mano le pedine alleate. 1941 : la partita continua

[ continua ]

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