Knut Hamsun: un itinerario esistenziale tra arte e natura

Tratto da TerraInsubre

Knut Hamsun: un itinerario esistenziale tra arte e natura

di Clemente Giannini

Il legame inestricabile tra letteratura ed esperienza che contraddistingue l’opera di Hamsun evidenzia la condizione dell’uomo moderno, che vive da estraneo nel proprio tempo.

L’acqua viva e i ghiacci offrono i loro specchi all’eterna fantasia delle luci del Nord. E la più viva bellezza dei Paesi settentrionali è in questo chiarore con delicate sfumature che viene a coprire gli oggetti d’una tenue trasparenza senza deformarne le linee, senza sminuirne i rilievi, senza rafforzarne le ombre; luce calda dei giorni d’estate, che si espande nelle lente apoteosi di un tramonto prima di attenuarsi in un violaceo crepuscolo; luce dei giorni d’inverno, scintillante, luccicante, sotto la quale splendono i ghiacci e la rugiada s’inargenta in una sinfonia di biancori. Con questi tre elementi: l’acqua, il ghiaccio, la luce, i Paesi settentrionali sviluppano le loro bellezze diverse. La naturale conclusione di ciò è che, per il carattere eccezionale delle sue manifestazioni, il paesaggio esercita una profonda azione sulla vita degli uomini del Nord, strettamente sottomessa al suo potere ed alla sua bellezza.

Il Paese di Hamsun è un luogo poetico: poetico per la natura aspra, taciturna; così stranamente illuminato, che le bellezze sembrano fatte per essere eterni misteri. Tutto vi è pittoresco: fiordi, foreste, fieli, il luminoso confine d’una prateria, la cupa macchia d’un gruppo di pini, l’acqua immobile d’un lago, un’arida landa, il lungo raccoglimento dell’inverno nordico, quando il giorno non è più che un solco di pallore fra due ondate di tenebre. Nulla di voluttuoso in rutto ciò: “Giovane uomo, guarda le foglie teneramente verdi dei nostri alberi: non sono mai vellutate e scure come quelle del Sud. Il nostro amore ha meno sensualità che freschezza”, canta un poeta svedese. Il paesaggio della terra scandinava invita l’uomo a pensare a quel che vi è di recondito in esso. Questa terra ha l’attrazione tutta spirituale delle terre povere. La seduzione di questo Paese è nella sua mistica rudezza, nella solitudine, nelle linee grandi e tristi, ma pure così fini, come i tratti di un volto umano. E poetico lo è ancor di più per la sua storia, per le sue leggende: agli eroi dei tempi mitologici succedono personaggi di tragedia moderna, non meno misteriosi dei guerrieri del Valhalla. La Bibbia ha sostituito le rune, che cantavano Odino: naturale il pietismo. Le loro cavalcate somigliano a scorrerie vichinghe. Natura, Storia, psiche umana, tutto è poetico. Il langtam e Io stamning sono le caratteristiche dell’anima nordica. Il langtam è il desiderio che ci porta ad uscire da noi stessi, è la malinconica voluttà di misurare la nostra impotenza; lo stamning è la sensazione che tutte le cose concorrono a creare un’armonia: si stabilisce in tal modo uno scambio simpatico tra noi e le cose. L’aspetto del Paese crea le anime, le plasma, e dà all’arte scandinava quei caratteri generali che si ritrovano un po’ dappertutto nella vita della regione.

L’uomo nordico ha una forte e spiccata originalità, il sangue degli intrepidi Normanni scorre ancora nelle sue vene; egli facilmente assimila l’influsso delle letterature straniere senza che questo riesca a sopprimere i suoi caratteri particolari. Si può dire che nessuna delle letterature moderne sia così autoctona e presenti tratti suoi propri come quella scandinava. Forse perché essa è una letteratura soprattutto naturalistica. Il sentimento della Natura è l’anima della vita artistica della Scandinavia. Nulla di ricercato o di voluto: non sono i “René” che vanno in cerca di solitudine nell’America lontana, in mezzo a foreste secolari, per ritrovare, secondo una determinata dottrina filosofica, nella vita selvaggia la natura primitiva, e per cercare la libertà nell’isolamento dalla società e dal mondo. Quel sentimento, che una schiera infinita di poeti ha tradotto in versi nel corso del XIX secolo, fu anche una necessità storica, che divenne poi necessaria espressione artistica. Ma quel movimento, essenzialmente determinato da motivazioni contingenti, tendeva, per vari gradi, ad uno sconfinato egoismo. Nulla di analogo nell’arte scandinava. Il sentimento della Natura è, come si diceva, la sua spina dorsale: per questa ragione forse riesce a noi così difficile comprendere gli scrittori nordici; il loro Paese è troppo diverso dal nostro e diversi sono i valori e i bisogni dello spirito, come è diversa la luce del loro sole. Tuttavia, come acutamente osservava Miguel de Unamuno, è pur vero che i prodotti dello spirito “quanto più risentono della vita regionale tanto più sono universali”. La leggenda di Gosta Berling, ad esempio, ci rapisce e ci ammalia, sebbene non ci lasci sognare nella leggenda, come vi sogna l’anima scandinava, che vi ritrova se stessa, tale qual è.

Se nel panorama della letteratura scandinava moderna esiste uno scrittore che ha saputo valorizzare al massimo grado il genius loci, conferendogli un respiro universale senza tuttavia depauperarlo dei tratti specifici, oserei dire identitari, che lo contraddistinguono, in una parola del suo legame indissolubile e primigenio con la terra, questi è senza dubbio Knut Hamsun. Knud Pedersen Hamsund – questo il suo vero nome – nacque a Lom nel Gudbrandsdal il 4 agosto del 1860; trascorse la sua prima giovinezza nel Nordland e alle isole Lofoten, dove i suoi genitori lo condussero all’età di quattro anni. A diciassette anni Hamsun si reco a Rodo, dove fece l’apprendista calzolaio: ma la nostalgia della sua patria meridionale ben presto lo indusse a cambiare il punteruolo con la penna. I suoi primi versi, Et Gensyn (Un incontro), una lunga ballata romantica, sono del 1878; dello stesso anno è anche un racconto alquanto barocco, Bjorger. Nessuno allora fece attenzione a questo romanzo del giovane poeta; eppure, tra le immagini goffe, che vi abbondano, si nota una fine e penetrante analisi psicologica. A Rodo, in quel piccolo villaggio di pescatori, videro quello strano giovane con gli occhiali scaricare carbone dai piroscafi; finché un bel giorno scomparve. Nel corso di dieci anni si provò a tutti i mestieri: fece il maestro elementare, lo spaccapietre ed anche il cocchiere. Vita irrequieta la sua, ricca di tutte le esperienze, che, affinando in lui l’ingegno, ne doveva prodigiosamente destare e sviluppare il senso della personalità. Il suo insaziabile “divenir del mondo esperto” e lo spirito avventuroso del vichingo lo dovevano inevitabilmente portare sul ponte di una nave che salpava per l’America. Voleva fare il pastore evangelico; ma, giunto a Chicago, non riuscì a fare altro che il conduttore di autobus, il venditore ambulante e poi l’impiegato. Nell’estate del 1883 era di nuovo ad Oslo, dove visse tutto raccolto in una miserabile cameretta. I ricordi freschi delle sue impressioni d’America s’insinuavano nelle pagine dei suoi scritti. Queste note di viaggio furono pubblicate sul Dagbladet nel 1886. Intanto, nell’autunno dello stesso anno, vinto dalle difficoltà della vita e dall’incomprensione e ostilità dei suoi concittadini, traversò di nuovo l’Atlantico; in alcune lettere al Verdens Gang e in altri suoi scritti egli ha assai ben rappresentato i suoi viaggi d’oltre Oceano, le sue esperienze e le sue attività di terrazziere del Dakota. Gli riuscì finalmente di poter essere accolto nella cerchia degli Scandinavi residenti in America come un “bell’ingegno”; e nella loro capitale, Minneapolis, tenne una serie di conferenze letterarie.

Ma la pubblicazione di Sult (Fame), nel 1890, fu una rivelazione: tale romanzo segnava una svolta decisiva nella storia della narrativa norvegese. Hamsun riesce in tal modo ad affermare la propria personalità artistica e ad entrare nel novero dei grandi narratori di fama mondiale. Nell’inverno del 1891-92 tenne in diverse città della Norvegia una serie di conferenze sulla letteratura nazionale; e non risparmiò giudizi severi su Ibsen, Bjornson -sebbene amasse tanto questo poeta – e su Kjelland: iniziò così il grande rinnovamento neoromantico della letteratura norvegese. Dopo di allora la sua vita trascorse serena nella propria patria, malgrado le dolorose vicende che hanno rattristato la sua vecchiaia, per aver egli preso posizione in favore di Adolf Hitler sostenendo l’occupazione tedesca della Norvegia durante l’ultimo conflitto mondiale, atteggiamento che gli valse, a guerra conclusa, un’imputazione per collaborazionismo con relativo processo.

L’eterno viandante di tutte le strade del mondo non può sottrarsi allo spirito del suo tempo; ma l’arte reca sempre impressa l’incisiva potenza dell’eccezionale personalità del poeta. Evidente nelle sue o-pere l’influenza degli scrittori russi, particolarmente per la sottile analisi introspettiva di certi tipi malati o anormali; più evidente ancora l’influsso di quelli americani per l’uso di strabilianti metafore e per l’abilità dell’espressione: ma tutto ciò, ripeto, non riesce ad alterare le caratteristiche personalissime della sua scrittura.

“Ecco la funzione della poesia – egli scrive – rappresentare il vagabondare del pensiero e del sentimento, i viaggi senza meta e senza traccia, farti col cuore e col cervello, le singolari virtù del sistema nervoso, il pulsare del sangue, tutta l’inconsapevole vita dell’anima”. Tale tecnica era stata applicata nella stesura di Sult, dove non troviamo un povero che ha fame, come nel Bondestudentar di Arne Garborg. Hamsun ci dà una triste e grigia rappresentazione della vita quotidiana; ma sa portare il lettore dentro il mondo delle allucinazioni, delle reazioni nervose, dei deliri della febbre, delle visioni del poeta, dove esse eccitano la fantasia. Molto vicino a questo romanzo è Mysterier (Misteri), rappresentazione della vita di una piccola città di provincia. Hamsun non ha pubblicato che una sola raccolta di poesie, Det vilde Kor (Il corno selvaggio), e un solo poema epico, Munken Vendt (Il monaco Vendt). Ma in tutti i suoi scritti e romanzi scorre sempre una potente vena lirica. Racconti come Pan, poema delle nordiche notti, quando il sole e la luce tutto avvolgono in una sola inebriante pienezza e al di là del bene e del male la vita diventa tutta spontaneità di espressione, finché, infrangendosi l’incantesimo, tutto quel mondo si sfalda convulsamente, e Victoria, eterna saga dell’amore, non possono definirsi che prosa poetica. È quando considera il problema della civiltà che Hamsun diventa pessimista: detesta la moderna vita sociale, la borghesia ed il progresso materiale. Egli ama la vita in se stessa e per se stessa, nell’ammirazione estatica di Under Hostistjemen (Sotto le stella d’autunno) e nella struggente malinconia di En Vandrer spiller med sordin (Un viandante canta in sordina).

Poiché egli ama la vita, combatte gli uomini del vecchio mondo. “Onorate i giovani”, grida “e impiccate gli infanticidi “. Per questo ama Bjornson. E, in fondo, per tale motivo egli è un ottimista, anche se detesta la società, qualcuno anzi lo definirebbe un nichilista attivo. Meno originale è come autore di teatro; i suoi drammi – tra gli altri Ved Rigets Port (Alle porte del regno), Livets Spili (Il gioco della vita), Dronning Tamara (La regina Tamara) – malgrado l’elegante dialogo ed alcune scene geniali, hanno minor valore dei romanzi lirici. All’alba del Novecento, un elemento più positivo, meno personale, entra nel suo orizzonte poetico. A mano a mano che aumenta il suo disprezzo per l’industrialismo e l’omologazione, cresce il suo amore verso la terra. La forma delle sue opere si fa più realistica. Rappresenta con piglio polemico la società urbana e disegna immagini satiriche della vita cittadina in Born af Tiden (Figli del Tempo) e in Segelfoss By (La città di Segelfoss), mentre innalza un inno alla vita produttiva con il grandioso romanzo Markens Grode (Germogli della terra), pubblicato nel 1917. In esso si volge di nuovo alla Natura, celebra la vita primitiva e creativa, il contadino, l’uomo dei campi.

Si fa strada, nell’universo interiore di un uomo che aveva girato il mondo, sperimentando sulla propria pelle la precarietà del viaggiare, sapientemente descritta in opere come Landstrykeren (Il vagabondo) e Ringen slutten (Il cerchio si chiude), l’ansia del radicamento, la necessità di trovare, nel “ritorno alla terra”, un antidoto alla condizione propria del Viandante, di colui che vive “senza madre né padre, senza un tavolo intorno al quale raccogliere i propri cari, senza una tomba da onorare e con il cuore sordo alla voce del dio della patria”. Forse anche per assecondare questo recondito moto dell’animo, egli scelse quindi di ritirarsi nell’eremo di Norholmen, presso Grimstad, dove serenamente si spense il 20 febbraio 1952. Gli ultimi anni di vita del poeta trascorsero fasciati di silenzio: in ragione delle sue scandalose scelte politiche, un abisso si era aperto tra lui ed il suo popolo. Ma la morte ruppe questo silenzio. Il poeta norvegese Sigurd Hoel, che per primo ne rammentò la statura umana ed intellettuale all’indomani della sua scomparsa, affermò che il romanticismo – come uomo e come cittadino – lo aveva perduto “ma – scrisse – quando le attuali polemiche cesseranno le opere di Hamsun continueranno ad esercitare ancora il loro grande fascino”. Come romantico è stato il più grande stilista che la Norvegia abbia mai avuto, il creatore di quello stile “tremendamente capriccioso, così impregnato del senso vivo della Natura, che gli uomini in esso scompaiono quasi, come i segnali stradali nell’interno di una grande foresta”.

Knut Hamsun è un ingegno essenzialmente poetico; poetico nei dolci abbandoni dell’anima sua, in cui lo spirito dell’artista si lascia dominare dalla fantasia e vede e sente e vive realmente quello che sogna; poetico nella concezione idealistica della vita e del mondo; poetico nell’espressione dell’immagine, viva e forte, ma non oltre misura, così che essa ci si rivela precisa e spiccata senza stridenti contrasti: perché un’intima armonia del suo spirito sa fondere i toni discordanti, in una serie infinita di note. Le sue opere sono frutto dell’intuizione, non del raziocinio. I personaggi, che ci presenta, sono espressioni spontanee della sua fantasia; essi sentono, pensano, agiscono per una forza arcana ed istintiva; Hamsun li vede vivere nel suo spirito e vivi ce li presenta.

La ragione di questo temperamento poetico va ricercata soprattutto nella grande potenza lirica, soggettiva, del suo Io interiore. Il suo spirito accentratore erompe rigoglioso e dappertutto lascia la propria impronta. Soggenivismo e naturalismo: tra questi due limiti è tutta la sua arte. Il sentimento della Natura è vivido, fresco, spontaneo, direi ingenuo. Il mare odora della frizzante salsedine dei fiordi nativi, la campagna manda un odore dolciastro si terriccio, di foglie stormenti; e lassù sull’alto fjell scosceso, l’arsiccia casa di granito abbandonata canta tutta la selvaggia poesia del deserto e della solitudine. Tre i fattori determinanti della poetica hamsuniana: la Natura, la coscienza e il legame perché questi due mondi possano comprendersi e unificarsi, la solitudine. Vita intima della coscienza nelle lunghe e fredde giornate dell’inverno nordico; e nella primavera poi, al sopravvenire della luce, egli effonde tutta la sua vitalità esuberante in una sconfinata dedizione alla Natura. Non descrizione della Natura, ma penetrazione e comprensione; il suo spirito non si limita all’ammirazione delle bellezze naturali, ma si fonde nell’intimo essere delle cose per rintracciarne l’eterno legame che unisce il singolo al tutto, il particolare all’universale. La sua coscienza è il vortice interiore in cui si fondono le immagini della sua fantasia, armonizzandosi e prendendo forma e vita. La sua anima profondamente poetica, il suo spirito sempre anelante all’ideale, messi a contatto con il mondo, con il “valore negativo dell’essere”, generano l’attrito e la scintilla: quindi il motivo ironico che talvolta troviamo nelle sue opere.

La fantasia del poeta vaga melodiosa sui, monti e sul mare: le immagini si allacciano l’una all’altra per danzare una misteriosa danza intessuta di echi mitici. Il suo spirito sente pulsare nella solitudine d’un paesaggio gigantesco il ritmo eterno del suo grande cuore. La solitudine è madre della fantasia e il luogo dove egli vive, le dolci contrade native, intagliate dal mare e dai laghi, sono vive e animate da mille e mille esseri fantastici. Le sue creature hanno morbidezza e varietà, l’alternarsi di rudezza e di dolcezza degli esseri reali. Non esagera nell’uso di scene aspre e crudeli: le affronta però, senza debolezza, e nella pittura delle passioni umane ritrova la rudezza primitiva dell’anima nordica.

Egli sa che il lettore non ama e non ritiene se non quello che egli stesso con la propria immaginazione finisce di creare. Le descrizioni impeccabilmente esatte snervano il nostro pensiero e servono ad inaridire le facoltà creatrici della nostra mente, che ha pur bisogno del continuo movimento. Hamsun fonde, con tocco infallibile, i tratti precisi che eccitano la nostra attenzione con quelli generali e volontariamente vaghi, che permettono alla nostra immaginazione di esercitarsi. E in questo tocco sicuro ed efficace risiede tutta la potenza della sua arte; nell’armonica compresenza di questi elementi è il segreto del suo stile. Che è fatto di luci e di ombre; pallide penombre in cui la nostra mente cerca, vede e intravede, lasciandosi cullare da una tenue indecisione, che gradatamente acquista un senso misterioso e luci abbaglianti, dalle quali l’immagine appare radiosamente rischiarata, finita, nitida e bella nella pura linea.

Questa tecnica dei contrasti è tratteggiata con destrezza di grande artista: momenti psicologici ch’egli descrive minutamente, tocchi di pennello che con la luce del loro colore rischiarano le più intime regioni dell’anima umana; accenni fugaci e passeggeri, brevi tratti, chiaroscuri, immagini quasi impercettibili, perché troppo tenui e leggere, sfumature che non si possono materialmente riprodurre e definire, ma che si lasciano solo intuire. Questa è la sua grande arte, piena di quelle luci così vive e così diverse che i suoi occhi hanno veduto, piena di una tacita armonia, quella che il suo cuore ha sentito nella contemplazione della Natura.

Nell’analizzare l’animo delle sue creature Hamsun segue e accompagna sempre lo svilupparsi della vita dello spirito, di quella vita formata da intense commozioni e tenui emozioni, di dolci sensazioni e di ardenti desideri, di passioni, di dubbi e di speranze; di tutti quei sentimenti che, in una scala di gradazioni infinite, sanno penetrare e vibrare nel cuore umano tanto leggermente da farlo appena increspare, ma che pure sanno colpire da spezzarlo. E a mano a mano ch’egli analizza la vita dell’anima, celata nel più profondo dell’essere, accompagna e descrive lo svolgersi di quell’altra vita, espressa dal mondo contingente e reale, che si manifesta nell’azione, determinata dal caso e dalla necessità, non sempre in armonia con i nostri intendimenti, anzi spesso in contrasto con essi.

Dall’antitesi tra questi due mondi, il reale e l’ideale, azione e pensiero che mai, o quasi, riescono ad armonizzarsi interamente, sgorga tutta la dinamicità e, quindi, tutta la drammaticità delle sue creazioni. Solo tratti essenziali, accenni necessari in forma sintetica di queste due vite egli presenta al lettore; di modo che noi possiamo, riunendo con una linea i tratti comuni, avere il profilo esatto e preciso dell’una e dell’altra. E così l’immagine rappresentata acquista precisione e lividezza, poiché l’osservazione del poeta non si limita alla superficie delle cose, ma discende, finché è possibile, più a fondo, nei segreti recessi del cuore e della mente.

 

Hamsun tramviere a Chicago nel 1884.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vignetta su Hamsun massacratore dei grandi autori nordici (1897).

 

 

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