La Rivoluzione del 1917. La lunga strada del comunismo (terza e ultima parte)

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3.    I finanzieri internazionali

A partire dal 1905 la Banca Kuhn & Loeb inizia a sostenere finanziariamente la rivoluzione russa fornendo da un lato appoggio a Lenin, Trotzkij e Zinoviev e dall’altro sobillando con agenti provocatori i prigionieri russi in Giappone. Incaricati della distribuzione del denaro, proveniente oltre che da Schiff anche da suo genero Felix Warburg (il fondatore della Federal Reserve nel 1913), da Otto Kahn, Mortimer Schiff, Max Breitung, Jerome H. Hanouer, Guggenheim, tutti membri del B’nai B’rith, furono due membri della Pilgrims inglese e della Round Table, i massoni Lord Alfred Milner e l’ambasciatore britannico a Mosca Sir George Buchanan, in ciò autorizzati dallo stesso governo britannico.

La rivoluzione russa ebbe naturalmente il pieno appoggio dello stato maggiore tedesco: la rete bancaria passava infatti per la Germania attraverso il Sindacato Reno-Westfalia, un consorzio ebraico guidato dal magnate del carbone Kirdorf, la banca Warburg e Co. di Amburgo e la Speyer di Francoforte, per estendersi in Svezia alla Nya Bank passando attraverso l’israelita Oìaf Aschberg. Partecipavano inoltre: la banca ebraica Gunzbmg con sedi a Pietroburgo, Tokyo e Parigi e la Lazard Frères di Parigi. Allo scoppio della rivoluzione il governo del Kaiser mise a disposizione di Lenin il famoso “vagone piombato” con cui Lenin giunse il 16 aprile del 1917 a San Pietroburgo, accompagnato da 31 compagni fra cui la moglie Krupskaja, Zinoviev, Abramovitch, Rosenblum, Ines Armand e Radek (un secondo contingente di 250 rivoluzionari seguirà in maggio), ma soprattutto con lettera di accredito di 40 milioni di franchi-oro. Trotzkij, da parte sua, liberato dalle carceri canadesi grazie all’intervento del correligionario, “Colonnello” House e di Sir William Wiseman , e munito di passaporto falso, raggiunse Lenin il 17 maggio attraversando l’Atlantico sulla nave “Christiania Fjord” assieme a 275 compagni, anch’egli supportato da importanti finanziamenti. Il solo Lord Milner avrebbe collaborato con 16 milioni di dollari mentre Jakob Schiff, ne avrebbe versati altri 20, al valore, naturalmente, di allora.

Il generale dei bianchi Arsene de Goulevitch, nel suo libro Czarism and Revolution, rapporta che il generale Janin, importante capo occulto del Comitato Centrale russo, in data 7 aprile 1917 annotava nel suo diario sotto il titolo Au G.C.C. Russe (al Quartier Generale russo) che un certo R. nel corso di una conversazione gli aveva riferito che la rivoluzione “fu macchinata dagli Inglesi e più precisamente da Lord [Alfred] Milner e da Sir Buchanan”. Il de Goulevitch aggiungeva quindi che Lord Milner fornì “più di 21 milioni di rubli per il finanziamento della Rivoluzione russa”.

Fra il 1918 e il 1922, secondo il giornalista-scrittore J. Bordiot, Lenin avrebbe rimborsato alla Banca Kuhn, Loeb and Co. 600 milioni di rubli-oro, corrispondenti a qualcosa come 450 milioni di dollari239, mentre la Standard Oil of New Jersey, di proprietà dei Rockefeller, all’indomani della rivoluzione bolscevica dal canto suo si comperava il 50% dei giganteschi campi petroliferi del Caucaso, nonostante fossero ufficialmente di proprietà statale.

li 19 marzo 1917 Jakob Schiff telegrafava a Miliukov, ministro degli Affari Esteri del Governo provvisorio, il seguente messaggio:

“Permettetemi, in qualità di nemico inconciliabile dell’aristocrazia tirannica che perseguitava senza pietà i nostri correligionari, di felicitarmi per il Vostro tramite col popolo russo per l’azione che così brillantemente ha compiuto e di augurare pieno successo a Voi e ai Vostri compagni di governo”.

La persecuzione in realtà esisteva, come pure l’antisemitismo atavico delle masse russe cristiane che vedevano negli ebrei i responsabili diretti dell’uccisione di Nostro Signore, ed erano spinte a periodici pogrom e sollevazioni dalla reazione alle pratiche usurane dei prestatori di denaro ebrei.

La realtà, peraltro, è sempre complessa e sfaccettata: non si può, ad esempio, prescindere dall’opinione di un illustre contemporaneo, Winston Churchill, il quale, dopo aver rilevato come in quel tempo l’antisemitismo fosse appannaggio più delle folle russe che delle classi superiori, menziona l’impegno degli ufficiali dell’esercito imperiale per evitare soprusi e anche casi di degradazione di ufficiali per avere offeso ebrei. Quindi aggiunge:

“Le orde di briganti dai quali la vasta distesa dell’Impero Russo si sta infestando non esitano a soddisfare la loro sete di sangue e di vendetta a spese dell’innocente popolazione ebraica ogni qualvolta ne abbiano occasione”, attribuendo con ciò un ruolo notevole a bande di criminali che scorrazzavano per la Russia.

La situazione in ogni caso contribuì non poco a sollevare l’indignazione dell’intera diaspora contro lo zar. Per i finanzieri israeliti il fatto decisivo fu il rifiuto dello stesso zar di accordare loro l’autorizzazione a creare nel 1905 una Banca centrale, come sarebbe poi accaduto nel 1913 con la Federal Reserve gli Stati Uniti, banca che, attraverso il controllo del credito, avrebbe loro permesso di controllare l’economia russa.

Degna di nota è la composizione della prima amministrazione bolscevica della rivoluzione, dove, su 545 membri, ben 447 erano israeliti, a riscontro di quello che lo stesso Lenin aveva a suo tempo annunciato:

“gli ebrei formeranno i quadri principali della rivoluzione e porteranno la semenza del socialismo fra le masse russe più arretrate”.

Nel settembre 1991 Guy Konopniki, rivolgendosi dalle colonne della rivista Information Juive alla comunità ebraica francese, esclamava:

“Il comunismo era anche una storia ebraica, che ci piaccia o no! […]” mentre sulla stessa rivista un altro autore, Emile Touati, alla vigilia della “caduta” del comunismo, denunciava coloro che avevano abbandonato la causa di Israele per abbracciare quella comunista:

“Più di cinquant’anni dopo la loro esecuzione, Zinoviev, Kamenev e Radek stanno per essere riabilitati in URSS. Si tratta di tre ebrei, assai vicini a Lenin, che hanno giocato un ruolo decisivo nella rivoluzione sovietica e nel movimento comunista internazionale.

[…] essi stessi coscientemente o incoscientemente hanno distolto e sviato il loro idealismo e il loro messianismo per servire, “con tutto il cuore, con tutte le loro anime e con tutte le loro facoltà” una Causa idolatra, e per essi, suicida. Quanti dei nostri hanno creduto che la loro salvezza e la salvezza dell’umanità giustificassero l’abbandono della loro fede e del loro popolo! […]. Ancora nel 1967, undici anni dopo lo choc del XX Congresso, alcune Istituzioni ebraiche celebravano con compiacenza, e anche con fervore, il cinquantesimo anniversario della Rivoluzione di Ottobre con i suoi milioni di vittime che ha distrutto il grande giudaismo russo […]”

(Information Juive, luglio 1988)

Touati intendeva certamente alludere alle persecuzioni scatenate da Stalin contro il suo popolo: ma anche nell’Arcipelago Gulag ci si imbatte nel paradosso di personaggi di origine ebraica posti a capo dell’universo concentrazionista:

“Sotto Stalin nel 1934-35 il capo della Direzione generale dei campi di concentramento era Matvei Davidovic Berman e suo assistente Semen Grigorievic Rappoport. Nella regione del Mar Bianco il capo era Lazare Josifovic Kogan e quello del settore Mar Bianco-Baltico, Semen Grigorievic Filine. Il capo della Direzione generale delle prigioni è un altro ebreo di nome Apetter.

Essi “funzionavano” sotto l’alta autorità del loro correligionario G.G. Yagoda, Commissario del Popolo per gli Affari Interni (G.P.U.), che fu uno dei più crudeli torturatori della polizia politica sovietica. Il suo assistente, ugualmente ebreo, si chiamava Sorensen, detto Jakov Saulovic Agranoff, mentre il capo della Direzione principale della polizia era Lev N. Belski, suo correligionario.

Allorché Stalin, dopo l’espulsione di Trotzkij e di altri vecchi compagni (Kamenev, Zinoviev, Smirnoff), appariva come il padrone assoluto dell’LF.R.S.S., il segretariato del comitato centrale del Partito, di cui era a capo, aveva per titolare un israelita della vecchia guardia, L. M. Kaganovich, di cui Stalin aveva sposato la sorella, Rosa Kaganovich. […] erano ugualmente israeliti: il capo della sezione di propaganda antireligiosa dell’Armata Rossa, Bloch detto Strutchhoff […]; Wallach Finkel-stein, detto Maxim Litvinov, commissario agli Affari esteri; […] Stermann, detto Ivan Maisky, ambasciatore a Berlino; Boris Stein, ambasciatore a Roma; […] ecc.”.

“Fatti generalmente passati sotto silenzio, scrive Emmanuel Ratier nel suo notevole libro Mystères et secrets du B’nai B’rith, la spoliazione della borghesia ebraica e l’eliminazione degli ebrei ortodossi furono condotte dalla sezione ebraica del partito comunista all’uopo costituita, la Evsekzija.

Sono i suoi membri che confischeranno le fabbriche di proprietà degli israeliti, che recupereranno le materie prime e gli stock, inclusi i carretti a mano degli ambulanti ebrei. Si assiste così al sinistro spettacolo di ebrei che spogliano i loro stessi fratelli. È sempre la Evsekzija che patrocinia l’installazione di coloni ebrei sulle terre coltivabili.

Un comitato di Stato (Komzet) venne formato per trasferire degli ebrei in fattorie, assistito da una società che aveva lo stesso scopo (Ozet), chiaramente sotto il controllo comunista. Poiché i fondi necessari all’insediamento dei coloni, per via della miseria di questa povera gente, erano assai importanti, i comunisti ebrei ebbero l’idea di far finanziare le loro operazioni di colonizzazione mediante collette da effettuarsi presso la diaspora ebraica, soprattutto quella degli Stati Uniti, particolarmente per il tramite indiretto del Joint Distribution Committee, organismo di mutuo soccorso creato dalle associazioni ebraiche a partire dal 1922247. A differenza di altri organismi americani, esso disponeva di un sistema di distribuzione proprio, l’Agro-Joint, fatto che gli consentiva di orientare i suoi aiuti esclusivamente verso i correligionari.

L’obiettivo era la raccolta in qualche mese di 10 milioni di dollari per l’acquisto di terre e per l’installazione di 25mila coloni248. Vennero alla fine raccolti ben 7,3 milioni di dollari in più. Più di 180 villaggi ebrei poterono in tal modo essere creati in Crimea e in Ucraina”.

Nel febbraio 1932 in un articolo intitolato “Gli ebrei in Crimea” il B’nai B’rìth poteva compiacersi dei risultati raggiunti constatando che:

“Lo stanziamento in Crimea non ha prodotto soluzioni al problema ebraico in Russia, ma ha, almeno, evitato la dissoluzione del popolo ebraico”.

Sul B’nai B’rith Magazine del marzo 1933 un autore, Norman Bentwich, mentre sottolineava la grande vitalità del popolo ebreo, scriveva:

“L’origine spirituale della Rivoluzione risale ai principi del socialismo negli insegnamenti dei profeti ebrei, anche se il Comunista nega la terra dalla quale è uscito”.

Lo stesso autorevole giornale britannico Times il 10 marzo 1920 confermando i finanziamenti ebraici, faceva anche allusioni ad un “complotto”:

“Si può considerare ormai come accertato che la rivoluzione bolscevica del 1917 è stata finanziata e sostenuta principalmente dall’alta finanza ebraica attraverso la Svezia: ciò non è che un aspetto della messa in atto del complotto del 1773”.

Nasceva dunque il primo grande paese comunista della storia, al quale sarebbe stata affidata una funzione mondiale esclusiva, rivoluzionaria, come testimoniato le parole degli iniziati:

“il comunismo è lo strumento con cui la finanza internazionale britannica abbatterà i governi nazionali in favore di un governo mondiale, di una polizia e di una moneta mondiali”.

Chi parlava così non era il capo di un qualche gruppo rivoluzionario o comunista, ma Nicholas Murray Butler, il 19 novembre 1937 nel corso di un convegno all’Hotel Astor di New York, punto di tradizionale incontro di personalità mondialiste e trampolino di lancio per gli “esordienti” degli agoni politici occidentali. Egli era allora alla guida del British Israel, presidente della Pilgrims’ Society e del C.F.R., amministratore della Fondazione Car-negie e collaboratore del grande banchiere di New York Jakob Schiff. Nel 1931 Butler fu insignito del premio Nobel per la Pace, vale a dire dell’ordine massonico internazionale riservato ai personaggi che, più o meno a loro insaputa, hanno efficacemente lavorato in direzione della Repubblica Universale.

A poco più di settant’anni di distanza dalla rivoluzione bolscevica, un altro mondialista di spicco, l’israelita Zbigniew Brzezinski, dopo aver deprecato i milioni di morti causati da un esperimento sociale antiumano e fallimentare come il comunismo, nel 1989 ne traccia il necrologio:

“[…] il comunismo non possiede più alcuna missione storica […] preconizzo che entro un periodo di tempo storicamente prevedibile il comunismo, quale il nostro secolo lo ha sperimentato, cesserà di esistere”.

In perfetta sintonia con quanto recitava il Bollettino del Grande Oriente di Francia:

“Il comunismo non può essere che una tappa e non un fine”.

Z. Brzezinski è lo stesso personaggio che solo una decina di anni prima, con coerenza tutta massonica, annunciava:

“Il tempo di questo Americano (fortemente radicato e attaccato al suo paese, N.d.R.) è passato. Le forze proletarie rappresentano l’onda del futuro”.

E sulla rivista ufficiale della Commissione Trilaterale, organizzazione fondata nel 1973 da David Rockefeller e di cui Brzezinski fu il teorizzatore:

“noi dobbiamo cercare la cooperazione coi paesi comunisti in vista di un accomodamento innanzi tutto politico, ma ulteriormente filosofico”.

Cooperazione che invero non serviva poi ricercare con troppo impegno dal momento che era già consolidata fin dal 1917 nella forma dei rapporti intercorrenti fra Kapo e inquilini del lager. Lo riconosce il Daily Telegraph, che in un editoriale datato 13 agosto 1979 prende atto di verità inconcusse:

“Dal momento stesso della rivoluzione bolscevica, i politici americani si sono accaniti nell’illusione di poter acquistare l’amicizia comunista. Il loro aiuto massiccio a Stalin negli anni Venti ha permesso al suo regime di sopravvivere, mentre i suoi contadini morivano. L’aiuto fornito dopo la guerra del 1939-1945 gli ha permesso di mettere alla gogna l’Europa dell’Est. Senza le nostre forniture alimentari a buon mercato e il nostro apporto tecnologico, i dirigenti sovietici non avrebbero potuto mantenersi che difficilmente, e meno ancora espandersi sui quattro continenti.

Il tranquillante economico americano, sotto le specie dell’umanitarismo, ha di fatto condannato milioni di uomini alla morte e all’oppressione, e incoraggiato il comunismo… Il socialismo è un fallimento economico. Perché le nostre economie relativamente prospere dovrebbero esse stesse aiutare l’URSS a seppellirci?”.

Il teologo svizzero Urs von Balthasar, assolutamente al di sopra di ogni sospetto di conservatorismo o antisemitismo, nel 1985 dichiarava:

“Comunque il marxismo sembra essere un fenomeno giudaico. Si attende il Messia, e se Egli non viene, bisogna alla fine compiere la salvezza da se stessi. Perciò è un messianismo secolarizzato. Il marxismo leninismo è una deviazione pagano-imperialista di questo messianismo giudaico […]. Ma la storia ci dimostra che gli ebrei vanno a rifugiarsi nel grande popolo cristiano dell’America, anche per essere sostenuti in Israele, e questo può diventare tragico, esplosivo per il mondo intero”.

La domanda finale, che risuscita la trita ed exoterica contrapposizione Occidente generoso e idealista – comunismo bieco e spietato, è il sedativo intellettuale contro un eventuale turbamento indotto nel lettore, capace di spingerlo ad approfondimenti che lo porterebbero fuori dai canoni voluti: così facendo, infatti, potrebbe ad esempio scoprire che lo stesso Daily Telegraph non è che una delle oltre 100 testate controllate a livello mondiale dal cruciale Istituto Internazionale di Studi Strategici di Londra, già guidato dall’israelita Raymond Aron, professore di sociologia alla Sorbona di Parigi, presidente d’onore dell’I.FR.L, l’Istituto Affari Internazionale francese, membro di circoli esclusivi come il Bilderberg e la Mont Pelerin Society, professore honoris causa di Harvard, Oxford, Gerusalemme…

 

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