Il problema abitativo, ieri (prima di due parti)

Già alcuni dei numeri della Rivista hanno ospitato capitoli tratti dal libro “Politica della Famiglia”, edito da Bompiani nel 1938. Proponiamo qui in due parti (la prima la pubblichiamo oggi) un ulteriore contributo di strettissima attualità dedicato al problema dell’urbanizzazione e, soprattutto, alla condizione della famiglia cosiddetta urbana. Prima di lasciarvi alla lettura pregherei di notare l’uso del linguaggio adoperato, soprattutto se confrontato con similari studi tecnici di parte tedesca (un esempio per tutti trovare il termine “utenti” fa chiaramente evidenziare il diverso costrutto ideologico). E, visto che si fa riferimento nel testo alle Siedlung tedesche desideriamo dare un’idea di come queste costruzioni fossero con immagini tratte da uno dei volumi da noi editi.

 

POLITICA DELL’ABITAZIONE FAMILIARE URBANA

a) – Il settore della politica familiare che comprende le misure intese a reagire all’influenza dell’ambiente sul nucleo familiare cittadino è meno complesso di quello che ha per oggetto il nucleo familiare rurale: si concreta infatti nella politica dell’abitazione familiare urbana.

Il problema è strettamente connesso a quello dell’inquilinato, in quanto una politica demografica concepita come politica della famiglia non può prescindere da questo rilevantissimo fenomeno. Il dott. Ichock, noto studioso francese di medicina sociale, ha affermato: «Il problema della casa è il «nodo» della questione sociale»; e certo — anche se molti altri fattori hanno contribuito a determinare quel complesso di mali che si è chiamato «questione sociale» — l’affermazione è esatta non solo in quanto, mentre in passato quasi ogni famiglia aveva la sua casa, oggi tale condizione è eccezionale, ma anche in quanto uno degli elementi che forse più contribuiscono ad accentuare nell’uomo moderno la sensazione di isolamento, di scontento, di disagio economico, morale e spirituale (determinata, è vero, da tanti altri motivi) è dato dal sentire che l’ambiente nel quale egli vive con sua famiglia, l’ambiente nel quale le gioie e i dolori della vita si provano, si comunicano, si alleviano o si esasperano è un ambiente estraneo, perché la casa è d’altri; e spesso, per tanti motivi economici e psicologici, è un ambiente nemico.

A questo aspetto del problema della casa deve essere unito quello quantitativo, cioè la frequente o costante deficienza di ambienti rispetto alle esigenze di un normale incremento demografico; deficienza connessa, del resto, allo stesso fenomeno dell’inquilinato, in quanto non essendo questo che la risultante dell’applicazione dei principi economici  capitalistici al settore delle abitazioni, la produzione di case è stata, finora, un fatto esclusivamente industriale, soltanto influenzato da poche norme che riguardano, soprattutto, l’aspetto igienico dell’edilizia, ed inadeguatamente si preoccupano delle esigenze sociali e demografiche cui l’edilizia. stessa dovrebbe ubbidire.

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b) – In tema di politica della casa, assume valore decisivo il problema dell’inquilinato, triste conseguenza dell’urbanesimo, conosciuta, temuta e biasimata anche nell’antica Roma, e che oggi, così come esso si presenta, soprattutto nelle grandi metropoli, costituisce, in certo senso, il tramite verso tipi di abitazione in cui le concezioni estreme combaciano: i Service Flats  della Gran Bretagna, le Apartmnen Houses degli Stati Uniti, le Ledighaime della Germania, cioè gli edifici con appartamenti separati, e servizi comuni, sono, dal punto di vista morale e demografico, allo stesso livello delle abitazioni operaie collettive russe. L’inquilinato sanziona la recisione dei legami ideali fra la famiglia e la casa, favorisce ed accelera il rapido smembramento dei nuclei familiari, conduce — per l’influenza del fattore commerciale — a concezioni della casa che rendono la dimora degli uomini simile a quella degli animali inferiori.

Nella società moderna il fenomeno dell’inquilinato, per effetto di molteplici cause connesse, soprattutto, allo sviluppo dell’economia capitalistica, si consolida ed acquista una diffusione che non ha precedenti nella storia; quello che dovrebbe — dal punto di vista morale — essere l’eccezione, diventa la regola: l’enorme maggioranza della popolazione vive in una casa che non è propria, e tale circostanza è così generale e permanente che ormai la popolazione più non se ne accorge e considera il sistema come una necessità assoluta: «II nesso tra vita familiare e la casa non solo non è più considerato come essenziale, ma viene spezzato, rifatto e disfatto replicatamente con crescente indifferenza, specie nei paesi in cui i vincoli familiari sono divenuti meno stretti» (Orestano).

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e) – E’ connesso al fenomeno dell’inquilinato, è anzi una manifestazione di esso, il cosiddetto «nomadismo urbano» ; cioè quel movimento che per vari e più o meno fondati motivi la popolazione compie nell’interno della stessa città, cambiando dimora un numero più o meno grande di volte in un periodo dato di tempo.

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d) – Anche al fenomeno dell’inquilinato, cioè al fatto che l’edilizia sia stata finora un’industria ispirata esclusivamente — salvo l’effetto di alcuni interventi limitati all’aspetto igienico-sanitario — a criteri strettamente economici, si devono attribuire le caratteristiche delle abitazioni moderne, dal punto di vista del numero medio di vani per appartamento, dell’ampiezza dei singoli vani, dell’esistenza o inesistenza di elementi che siano determinati da concezioni favorevoli all’incremento demografico. L’industria edilizia, preoccupata esclusivamente del tornaconto mercantile del suo esercizio, nell’assoluta maggioranza dei casi, ha creato e continua a creare abitazioni concepite e realizzate con indifferenza, se non con ostilità, verso il concetto dei bambini e della famiglia numerosa.

Si deve però riconoscere che la questione delle dimensioni delle abitazioni — e quindi del numero dei vani e dell’ampiezza di questi — non può, senza adeguati provvedimenti, essere risolta pretendendo dai costruttori e proprietari di case un atteggiamento che, il più spesso, è in piena armonia con la domanda degli utenti, la quale, a sua volta, rispecchia la tendenza riduzione delle nascite.

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e) – I tentativi di soluzione del problema dell’inquilinato adottati un po’ dovunque mediante la costituzione di cooperative edilizie e la concessione di prestiti a condizioni di favore per la costruzione di case urbane e rurali, specialmente a favore delle famiglie bisognose, hanno avuto un’applicazione esigua. Come si è giustamente osservato, il sistema cooperativo non è adatto a risolvere questo problema «che è problema di masse» (Orestano).

In Germania — contemporaneamente a quella ci si potrebbe chiamare la politica demografica agraria, cioè basata su misure intese a contrastare l’urbanesimo e a mantenere ed elevare il saggio demografico delle categorie rurali — si svolge una notevole attività nel campo della cosiddetta colonizzazione sub-urbana, cioè nel creazione di case singole con giardino, vendute, a baso prezzo e con ammortamento a lungo termine, ai capi famiglia appartenenti alla piccola borghesia; in base ad un decreto dell’aprile 1936, le Kleinsiedlungen debbono comprendere almeno 1000 metri quadrati di terreno coltivabile e debbono essere considerate fondamentalmente non come parte di un semplice progetto edilizio ma come parte di un programma di sistemazione agraria dretto a porre la popolazione a contatto con la terra. Sono state costruite molte migliaia di queste piccole Siedlungen, scegliendone accuratamente, da un punto di vista raziale e morale, i proprietari ; esse sono pagate mediante piccole mensilità il cui importo in molte zone viene ridotto via via che il numero dei figli aumenta. Si spera che questa colonizzazione sub-urbana, che è diventata uno spettacolo comune nell’approssimarsi alle città tedesche, contribuisca all’aumento delle nascite, e costituisca anche un fattore di stabilità sociale ed economica.

In questo settore anche la legislazione francese contiene alcune disposizioni interessanti. In virtù di una legge del 5 dicembre 1922, modificata il 13 luglio 1928 (Legge Loucheur), lo Stato è tenuto a concedere sovvenzioni ai privati che costruiscono, allo scopo di abitarle con le famiglie, case di tipo economico; l’importo di queste sovvenzioni (attualmente sospese) è fissato in una somma pari a 5.000 franchi per una famiglia che comprenda almeno tre figli di età inferiore ai 18 anni, e tale importo è accresciuto di 2.500 franchi, per ogni figlio di età inferiore ai 18 anni a partire dal quarto, fino ad un limite massimo di 15.000 franchi. Inoltre, lo Stato concede delle sovvenzioni ai comuni, agli enti pubblici, alle società per la costruzione di case popolari, agli uffici di beneficenza, alle casse di risparmio, ecc. che costruiscono delle case popolari d’affittare alle famiglie con più di tre figli di età inferiore ai 16 anni; società di credito immobiliare sono autorizzate a concedere dei mutui alle società cooperative, per la costruzione di case economiche, in cui tutti gli azionisti abbiano più di tre figli, anche i comuni e i dipartimenti sono autorizzati a costruire case popolari a condizioni che i due terzi delle abitazioni (calcolati in base all’importo degli affitti) siano destinati alle famiglie con di tre figli. Gli enti costruttori possono emettere dei prestiti per la realizzazione del programma di costruzioni previsto dalla legge citata; lo Stato interviene partecipando al pagamento degli interessi, in modo tale che l’onere di interessi a carico degli organismi che emettono il  prestito non superi il 2 %; gli anticipi consentiti agli enti, alle società o ai privati sono ridotti dal tasso del 4 % a quello del 2,50 o del 2,75%; i compartimenti e i comuni potranno contribuire fino ad una partecipazione massima dell’1,50% nell’abbassamento del tasso di interesse.

Un decreto del 9 gennaio 1923 obbliga i dipartimenti e i comuni a dare la preferenza alle famiglie numerose, specialmente a quelle con almeno 6 figli, nell’acquisto e nella locazione delle case economiche. Gli acquirenti di piccole exploitations rurali o di giardini operai possono ottenere, dalle società di credito agricolo dalle società di credito immobiliare, appositi mutui: la durata dell’ammortamento viene fissata tenendo conto del numero dei figli del mutuatario; le famiglie con almeno sei figli possono ottenere la dilazione massima di 25 anni prevista da una legge del 20 agosto 1920.

Nelle case popolari costruite dai dipartimenti, dai comuni, dagli uffici pubblici e dalle società appositamente autorizzate, i due terzi delle abitazioni (calcolati in base all’importo degli affitti) debbono essere riservati alle famiglie con più di tre figli di età inferiore ai 16 anni.

A prescindere dalla soluzione integrale del problema dell’inquilinato, il Fascismo segue già degli indirizzi precisi per ovviare, intanto, ad alcuni inconvenienti dell’inquilinato stesso: basta ricordare, in proposito, i lodevoli sforzi compiuti attraverso gli istituti per le case popolari (riuniti in un Consorzio nazionale la cui attività è particolarmente utile agli effetti della ripartizione dei finanziamenti) e l’Istituto nazionale per le case degli impiegati dello Stato. Recentemente la politica edilizia del Fascismo ha preso un indirizzo ancor meglio adeguato alle esigenze più immediate del problema, attraverso quello spostamento di visuale che si concreta nel passaggio dalla concezione della casa popolare a quella della casa popolarissima; nel senso dell’abbandono del sistema — ereditato dal passato — della costruzione di quartieri operai più o meno rispondenti alle esigenze igieniche ed al progresso sociale determinato dal Fascismo, e dell’adozione di un criterio del tutto diverso: costruire borgate periferiche o addirittura extra-urbane nelle zone rurali prossime alle città; che può costituire la prima fase di un movimento opposto a quello dell’urbanesimo: la «dispersione delle città nelle campagne, per riportare in esse la popolazione rurale che se ne era distaccata, attratta da un falso miraggio di interesse. Le sue forme sono chiare e convincenti: quartieri ed edilizia sparsa, borgate periferici o del tutto staccate dall’aggregato urbano, mezzi di comunicazione rapidi ed economici, nuovi centri rurali dotati di tutti gli impianti e le attrattive prima riserva alle città, grandi zone di verde intervallate ai nuclei edilizi, ecc».

[ continua ]

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