Il problema religioso – terza parte

Dal libro del 1937 di Federico Federici, il capitolo “Il problema religioso”.

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Ricordo un’intervista con un vecchio Pastore prussiano : « Noi non facciamo della politica, noi non abbiamo mai voluto farne. Alla nostra Chiesa appartengono vecchi nazionalsocialisti della prima ora. Di fronte allo Stato noi siamo sudditi fedeli, ma combattiamo per la nostra intima libertà [e così dicendo la faccia gli si illuminava], per la parola di Cristo! ».

Uno dei più autorevoli portavoce del movimento che s’opponeva ai cristiano-tedeschi, fu, per lungo tempo, Karl Barth, allora professore a Bonn, al quale i nemici rimproveravano di non avere, lui svizzero di nascita, comprensione per i problemi tedeschi e nazionalsocialisti. Contro le pretese dei cristiano-tedeschi, egli affermava, essenzialmente compito della Chiesa essere quello di comunicare al popolo la promissoria parola divina, di modo che essa Chiesa non ha altro ufficio che quello di predicare la parola evangelica. Essa non serve ne agli uomini, ne al popolo, ma a Dio : « La Chiesa evangelica tedesca è la Chiesa del popolo evangelico tedesco, ma serve solo alla parola di Dio ». « La Chiesa crede all’esistenza divina dello Stato come rappresentante e sopporto del pubblico ordine giuridico del popolo; non crede però ad uno Stato determinato, e quindi ad uno Stato tedesco, e neppure ad una forma specifica di Stato; conseguentemente, nemmeno a quella nazionalsocialista. Essa predica il Vangelo in tutti gli Stati del mondo, lo predica anche nel terzo Reich, ma non sotto di esso e nel suo spirito ». La costituzione della Chiesa si può evolvere solo « secondo la Sacra Scrittura, e non mai secondo posizioni o negazioni di un’intuizione del mondo temporanea, politica o sociale, e quindi neppure nazionalsocialista. La comunità dei fedeli non vien determinata dal sangue e quindi neppure dalla razza, sebbene dallo Spirito Santo e per mezzo del Battesimo. Se la Chiesa evangelica tedesca escludesse da sé i giudeo-cristiani o li trattasse come cristiani di classe inferiore, cesserebbe di essere Chiesa cristiana ». Se un Vescovo dell’Impero, in senso non solo amministrativo, dovesse essere possibile nella Chiesa protestante (il che il Barth non ammette, considerandolo prima di tutto, in generale, contrario allo spirito di questa, in secondo luogo, caso mai, solo possibile se il Fuhrer nascesse dal seno stesso della Chiesa come sua espressione, e non mai quando questo venga, in un modo qualunque, imposto dal di fuori) non lo sarebbe mai sotto punti di vista politici (appartenenza al Partito ecc.). L’idea di un capo assoluto è intimamente contraria alla Chiesa protestante, la quale sente in lui un tanto di cattolico e papale, che l’urta : « L’attuale reggimento ecclesiastico — affermava il 16 aprile 1934 il Bruderrat del Libero Sinodo Evangelico — è costituito non secondo la Scrittura, ma secondo il principio del Führer mondano, e culmina, con la sua costituzione episcopale, nell’assoluto dominio del Vescovo dell’Impero. Una simile dittatura, grazie alia quale la comunità dei fedeli viene, come un gregge muto, posta sotto tutela, noi cristiani protestanti dobbiamo rifiutarla. Il Vescovo non deve dominare sulla Chiesa, ma deve servirla ».

Non che questi protestanti disconoscano la necessaria attualità e concretezza della predicazione, ossia quel momento che gli avversari, nell’ambito di una altra ideologia, chiamano la sua condizione razziale. Tutt’altro. II Barth vuole che il Vangelo venga predicato esistenzialmente, in stretta connessione, cioè con la situazione del predicatore. Ma i due momenti, il nazionale ed il sacerdotale, nell’intimo stesso del Pastore, debbono essere disposti gerarchicamente, cosicché la predica sia un dialogo intimo fra il « parroco » ed il « tedesco », « ma il parroco è quegli che deve dirigere questo dialogo, quegli che deve, per così dire, assumersi e compiere l’ufficio di Socrate ».

Il Sinodo confessionale della Chiesa evangelica, che fu tenuto nel marzo 1935 a Dahlem, accusa il Nazionalsocialismo di voler porre una religione di idoli: sangue, razza, popolo, nazione, onore, in luogo della vera fede.

L’opposizione nel campo teologico si fonde e confonde con l’opposizione sul terreno pratico che ne è l’occasione. Il Vescovo del Reich comanda ed impera, ma sempre con minor successo : i parroci si allontanano da lui. Si calcolava, alla fine del 1934, che di 16.000 Pastori che conta la Germania, soli 3000 seguissero la sua bandiera. La Chiesa protestante, causa questi tentativi di riforma esterna ed interna, è dilaniata e minacciata di scissura. Quello che Hitler ed il Partito avevano sempre cercato di evitare, una lotta religiosa a sfondo politico, sta per scoppiare. Conviene correre ai ripari. Così nel giugno 1935 viene eletto un Ministro per gli affari religiosi nella persona di Kerrl, protestante convinto e professante, perché « dia al popolo tedesco anche la pace religiosa ».

Questi si sforzò di rimettere le “cose a posto, separando quello che è il compito organizzativo della Chiesa (vale a dire legislazione, amministrazione, lato politico) da quelli che sono gli affari del culto (cura d’anima, culto ed insegnamento religioso), sottoponendo il primo alla direzione dello Stato, riconoscendo, per quanto riguarda i secondi, la più incondizionata libertà alla Chiesa. Come organo dirigente fondò il Reichskirchenausschuss (Commissione di sorveglianza per le Chiese del Reich) e differenti sottocommissioni regionali, escludendone gli estremisti.

La politica religiosa del Ministro Kerrl tende a ripiegare sulle posizioni iniziali, separando i due campi, politico e religioso. Ma un popolo è come un individuo: vive di una vita una, quindi, rinnovandosi esso nella sua realtà politica, se la Chiesa non vuol straniarsi da lui, occorrerà si adatti anch’essa alle nuove realtà. È in questo senso che il Ministro Kerrl, in un suo discorso del 17 ottobre 1935, affermava che, secondo lui, i due anni di lotta sono stati un bene per la Chiesa, perché questa fu, grazie ad essi, portata di fronte alla nuova realtà tedesca.

Inaugurando poi l’Aula Magna dell’Università di Berlino, teneva un altro discorso, che si può considerare come il riepilogo della lotta ed una dichiarazione del punto di vista del Governo in tutta questa faccenda. « Solo colui che è religioso può essere nazionalsocialista. Del resto né Stato ne Partito possono legarsi ad una confessione. Ogni singolo ha il diritto di farsi da solo un’opinione su queste cose… Noi abbiamo superati due anni di gravi lotte nella Chiesa… Il fato ha battuto alle porte della Chiesa evangelica. Essa è posta davanti alla stessa decisione, che-si presentò altra volta al popolo tedesco nel suo complesso; deve fare i conti con la realtà di fatto, che sono sorti tempi nuovi… Lo Stato non pensa ad immischiarsi delle cose della fede… Come noi, anche il Führer ed il popolo tedesco prendono interesse solo ad una Chiesa che ci segua per una legge sua intima e per libera volontà dei suoi aderenti… Il principio del Führer (Fuhrerprinzip) non è cosa della Chiesa, è principio politico ».

Le affermazioni contenute in questo discorso sono della massima importanza, ma la posizione che con esso assume il Governo non è nuova, e quindi, anziché risolvere la questione, sembra rimettere le cose allo status quo. Per ciò che riguarda i rapporti fra Stato e Chiesa toglie la possibilità di un attrito, in quanto torna al concetto dei due mondi religioso e politico, e fa ammenda degli errori trascorsi e dei tentativi d’intervento dal di fuori nelle cose della Chiesa, con nomine e favori concessi a rappresentanti dei partiti riformatori. Il Governo starà ora fermo ad attendere. Il Nazionalsocialismo ha creato una nuova realtà politica, un nuovo concetto dello Stato, del cittadino; è ora la Chiesa, che, se non vuole straniarsi dalla vita del popolo tedesco, deve avvicinarsi a questa realtà, che è un dato di fatto. Le due situazioni sono intimamente distinte. Se Stato e Chiesa rimanessero in queste loro posizioni reciproche, potremmo dire siano indifferenti l’uno di fronte all’altra. Ma essi hanno un campo in comune, sul quale debbono incontrarsi e che s’era trasformato, da campo lavorato e fecondato dal comune lavoro, in campo di battaglia. Questo campo è l’individuo. Il conflitto fra Stato e Chiesa era proprio nato qui, poiché esso non era  tanto conflitto  politico, quanto opposizione di credi religiosi. Ora, rispetto a questo singolo, il di scorso del Ministro non agevola la si inazione, anzi, direi quasi, aggrava le difficoltà del problema. Riconosce infatti una limitazione molto importante dell’autorità dello Stato di fronte ad una sfera riservata all’intima decisione ed adesione individuale, ma dichiara, che questa decisione, la quale è quella circa i problemi ultimi, è urgente ed impellente per ogni cittadino. Se non si può essere buon cittadino rimanendo indifferenti verso questi valori supremi (e la richiesta è giustificata da parte di un moto politico, che ha come suo sfondo un’intuizione del mondo), è proprio il cittadino, in quanto cittadino, e non solo in quanto seguace di una confessione religiosa, che è spinto e costretto alla lotta per la conquista di una intima armonia.

Come potrà egli uscirne, posto fra due credi, il cristiano ed il razzista, che sono per loro natura antitetici ? Se ci sia un dissidio fra il paragrafo 25 del Programma del Partito, che parla di « cristianesimo positivo », e l’ideologia razzista, non è molto facile il dirlo, poiché non è ben definito cosa ha da intendersi per « cristianesimo positivo » e può anche darsi, che questo accolga elementi tali in sé, da conciliarlo con l’ideologia razzista. Quello che è certo, si è che dualismo esiste invece per ogni fedele, il quale interpreti quel cristianesimo secondo il Vangelo. Ognuno dunque è chiamato a lottare nel suo foro interiore per conciliare gli opposti o per scegliere fra loro. Esteriormente la lotta è cessata, soffocata da un anno dai divieti di discussione sopra cose religiose, sia in pubblico sia sui quotidiani non determinatamente confessionali, e dalle varie misure « politiche » di pacificazione. Ma arde come un fuoco sotto le ceneri. Non lotta politica, ma dissidio d’anime. È però dubbio che continui così. Essa è lotta della generazione presente, allevata nel cristianesimo e fattasi razzista. I più giovani sono razzisti. Dal cristianesimo si disamorano e son molti quelli che confessano: «I riti del Natale non ci dicono più nulla! ». Per un tedesco, che pensa al sangue ed alla razza, di fronte all’albero acceso di candeline, intorno al quale vecchi e giovani cantano:, « Du, stille Nacht, heilige Nacht » il cristianesimo è ben morto.

Ma se il popolo tedesco è consequenziario per sua natura, se nel dualismo fra religione ed intuizione dei mondo, non può quietarsi e deve, da questo stato intimo, esser portato alla lotta, è, d’altra parte, profondamente religioso (ed anche quel bisogno di unità interiore in fondo non è che un bisogno di religione). Non può quindi quietarsi neppure nell’indifferentismo, nello scetticismo, e quel precetto del buon cittadino di fronte ai problemi religiosi è un carattere essenziale del cittadino tedesco. Se fa tanto dunque di liberarsi dalla religione tradizionale, per lui il passo è breve a trasformare quell’intuizione del mondo in religione. Ed ecco sorgere quell’insieme di sette, che, non troppo esattamente, sono designate, fra noi, col nome di neopaganesimo. Non troppo esattamente, perché questo nome può portare a credere ad una risurrezione degli dei, il che non è. Wodanismo ed altri tentativi simili sono esperimenti astratti di restaurazioni religiose, che non hanno avuto nessun significato. Importanti invece, come indici Niello spiritò della nuova Germania, è questo moto come culto del germanesimo, del sangue, della razza. La preistoria di questa religione tedesca si va a cercare in Herder, Schopenhauer, Nietzsche, Lagarde, von Hartmann e molti altri, ma in questi si tratta, di solito, o di accentuazione del momento tedesco nel cristianesimo, o di anticristianesimo, più che di un vero e proprio culto del solo spirito tedesco innalzato a religione e posto in luogo e vece della religione cristiana.

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