Il problema religioso – quarta e ultima parte

E termina con questo odierno il capito su “Il problema religioso” tratto dal libro del 1937 di Federico Federici “Nazionalsocialismo”, sperando di aver fornito così un contributo documentale al tema.

[ terza parte ]

I primi veri appelli rivolti ai « fautori di una religione tedesca » risalgono al 1907-8 e furono opera di un pittore, insegnante alla scuola di Barmen, il professor Ludwig Fahrenkrog. Così nel 1908 si fonda una libera associazione, che fa suoi i principi: « Dio in noi — la legge in noi — autoredenzione ». Fin da questo suo primo sorgere s’annunciava quindi la religione nuova come un immanentismo.

La storia di tali sette, liberamente fondate da ogni persona, la quale nel suo intimo sentisse un profondo fermento religioso inappagato dalle religioni positive, e, grazie al suo fuoco, si facesse centro di un gruppo di seguaci, che andavan sempre via via aumentando, finché non sciamassero, dietro ad un nuovo profeta religioso, è molto intricata e complessa, né è ora il caso di ripercorrerla in tutte le sue fasi. Interessante sarà per noi notare invece, come nei movimenti giovanili del Wandervogel ed affini, grazie ai quali abbiamo visto ridestarsi e sorgere momenti che sono divenuti poi caratteristici della nuova Germania, si andassero chiaramente ponendo le premesse di questo mondo religioso. Ritrovavano essi, svincolalidosi dalle tradizioni e dalle costumanze più recenti della Germania del secondo Reich, tradizioni più antiche, il popolo, la natura. Tutto questo nella forma cara al romanticismo tedesco, di quello, s’intende, che s’accendeva allo spettacolo della natura e per la tradizione, e non già dell’altro, che tutto contaminava di sensuali conati misticizzanti e cristianeggianti. Ci s’esaltava per la natura, pel popolo, per la tradizione; si andava alla ricerca delle usanze di un mondo primitivo; e tutto ciò che ad esso s’era, con l’andar degli anni, sovrapposto, pareva estraneo, nemico. Il cristianesimo, che Carlomagno aveva imposto ai Sassoni con la strage di Verden, diventava una religione straniera e nemica. Tuttavia i secoli, che separavano questi entusiasti germani del secolo XX dai loro proavi, impedivano di restaurare il culto di deità determinate nel seno delle foreste, o sull’alto dei monti, e solo quello che pareva essere il senso ultimo della religione arcaica : un culto panteistico per la natura, poteva risorgere e rivivere. Rinasceva però non tanto come culto di questo Tutto, quanto come riaffiorare di un’attitudine atavica dello spirito, cosicché il panteismo era, più che altro, una « forma » in cui si onorava l’oggetto vero del culto : la razza. Tutto questo portava ad un immanentismo vago, che si esplicava più che altro sentimentalmente, quale insofferenza di vincoli, di dogmi, di formule fisse. Non religione, ma « religiosità, una parola che include in sè il concetto del rapporto in cui l’uomo sta di fronte alla natura che lo circonda ed al Tutto».

Questo concetto della religiosità, in quanto attitudine religiosa dello spirito di fronte ad una realtà di cui si è parte, è, come l’immanentismo ed il culto per il germanico, un elemento essenziale di tutti questi moti neopagani, che sono, per lo più, fondati su alcuni generalissimi principi, simili a quelli più sopra ricordati, ma liberi da affermazioni particolari, che possono cristallizzarsi in un credo od in una Chiesa.

Questi i motivi essenziali, che, su per giù, avevano in comune le moltissime sette, le quali, nel pre e dopoguerra andate sempre più aumentando di numero, nel 1933 convennero ad Eisenach ad un raduno in cui la maggior parte di esse si strinse in un organismo unico, che non fu una setta nuova, bensì un compromesso, assumendo il nome collettivo di Deutsche Glaubensbewegung (moto della fede tedesca). Capo ne venne eletto il professor Wilhelm Hauer.

Chi abbia avuta occasione di avvicinare lo Hauer e di sentirlo parlare in pubblico od in privato, potrà facilmente non esser stato convìnto dalle interpretazioni storiche e dalle argomentazioni filosofiche con le quali egli giustifica il suo credo religioso, ma due cose non potrà certo mettere in dubbio: la sua buona fede ed il suo profondo senso religioso. Egli non ha avuta una vita comune. Nacque da poverissima famiglia in un villaggio della Svevia; fu operaio fino ai diciannove anni; entrò nel Seminario delle Missioni a Basilea: andò missionario in India; si recò a studiare ad Oxford; si laureò a Tubinga; di venne Vicario nel Württemberg; nel 1921 lasciò la Chiesa ed entrò a far parte del corpo insegnante dell’università di Tubinga, Nato e cresciuto nel inondo protestante, ne uscì, egli scrive, perché «: Gesù Cristo non era mai diventato un momento essenziale della mia vita mistica », non però come un nemico, bensì per desiderio di una piò intima ed a lui più confacentesi religione.

Secondo lo Hauer non si sceglie la propria fede; essa è dove regna la libertà determinata dal di dentro ». È, come tutto il testo in noi, dettata dal sangue, che pei noi «si la volontà di Dio, destino ».

Ed il sangue tedesco determina, per questo popolo, una religione al tutto diversa da quella cristiana. Il momento essenziale del cristianesimo e la trascendenza della divinità, l’eteronomia morale: tutto questo è essenzialmente ebraico, estraneo a tutti i popoli indoeuropei: «Fin nell’intimo del concetto di Dio si nasconde la diversità delle due fedi. Nel cristianesimo il Dio personale, che abita fuori dal mondo, è un principio dogmatico saldamente stabilito. La lede indogermanica conosce Dio sì come personalità, ma, partendo dalla consapevolezza, che così viene, mediante il concetto umano, incompiutamente ed uni lateralmente appreso solo un aspetto dell’essere di Dio, contrappone nettamente il personale al super-personale nell’essere di Dio. E Dio, che sopra tutti i mondi è come puro essere di Dio, vive per lei, in una contrapposizione inconcepibile, anche nel mondo. Per lei tutte le espressioni, come « sopra il mondo » e « nel mondo », « personale » ed « impersonale », sono solo simboli fonici per un doppio modo d’essere dell’eterno, che va oltre ogni concetto; un doppio modo d’essere, che, concettualmente, è di fatto contradittorio, ma che, essenzialmente, da colui, la cui anima esperisce la profondità divina, viene intuito come unità ». Questa immanenza sentita, vissuta, se anche non sempre chiaramente concepita, delia divinità, è il carattere primo della fede germanica.

Ma all’obiezione che gli si può muovere, tutti i grandi mistici tedeschi del medioevo da Meister Eckehardt a Taulero aver cercato l’appagamento del loro bisogno religioso in un annullamento del singo o, del particolare, nell’universale, nella divinità; lo Hauer risponde, che la nostra interpretazione è errata, se intendiamo questo annullamento come una dedizione ad un Dio trascendente, li sì annullamento di se come puntualità isolata, però in un universale immanente, che è in noi ed al di là di noi, non mai però fuori di noi. Son secoli e secoli che questo immanentismo indoeuropeo combatterebbe nei pensatori arii contro la trascendenza. Il misticismo germanico, la filosofia di Giordano Bruno, l’idealismo tedesco non sarebbero che modi assunti nella lotta, la quale ora si farebbe più chiaramente cosciente di se,libera nella nuova realtà di esplicarsi compiutamente.

Un secondo carattere di questa fede indogermanica, altrettanto importante e da questo dipendente, è l’autonomia. Far ricorso in fatto di fede, in tema di morale, in materia di decisioni essenziali e vitali, all’autorità, ai documenti, alla tradizione, è intimamente contrario al modo di sentire, di agire, di vivere del germano, È dal più profondo di noi, dalla verità che ci è immanente, che, con un ripiegamento su noi stessi, mediante un lavoro di introspezione e d’autointerrogazione, noi dobbiamo provocare il nascere di questa decisione, che, unica, sarà conforme al modo dell’agente.

Nella Glaubensbewegung dello Hauer si concretano e formulano quindi i momenti ch’eran già essenziali delle particolari sette acristiane : immanenza ed autonomia. Ma anche il terzo momento, quello che si era espresso vagamente con la parola « religiosità », prende qui nuova consistenza. La Glaubensbewegung « non può mai diventare una confessione, quando questa venga intesa come una collettività, la quale abbia scritti confessionali ed un dogma. E parimenti ci pare contradire alla sua essenza, il costringerla in una Chiesa. Noi siamo ben consci della necessità intima della multiformità della fede ». Essa è dunque solo un moto religioso, un moto di liberazione, che deve permettere all’essenza più intima della razza di espandersi liberamente nel modo più elevato: quello religioso. Uno solo è il principio di questa superchiesa: « La forza oggettiva davanti alla quale noi ci inchiniamo, il capo religioso al quale noi prestiamo obbedienza, è la volontà religiosa del popolo tedesco, che si è palesata nelle grandi personalità e nei grandi profeti della fede tedesca ». È in base a questo principio, che la Glaubensbewegung ai suoi seguaci non chiedeva « una » fede, ma la fede come espansione del più intimo di sé. Hauer credeva di potere ammettere nel suo moto tutti coloro che, pur non avendo completamente rotto con le Chiese positive, non paghi in queste, volessero entrare a far parte della nuova comunità, portando seco solo quel tanto di dogma e di credenze formulate, che potesse loro convenire come espressione completa del loro intimo bisogno religioso. Quello che lo Hauer voleva, era soprattutto dare al popolo tedesco una possibilità di religione conforme a quelli che gli parevano essere i bisogni più veri e profondi di esso: una religione che, basata sull’essenza della razza e sulla consapevolezza del valore di questa, fosse all’unisono col nuovo moto politico, anch’esso inteso come espressione razziale; e togliesse quindi, an-che nella formulazione teorica, quei dualismo insanabile che sussiste, malgrado tutto, tra razzismo e cristianesimo. Ma non voleva e non poteva, data la sua concezione della religione come religiosità, volere del proselitismo. Perché turbare la pace religiosa di chi, per una qualsiasi intima ragione, che non si può dal di fuori comprendere, acquieta ed appaga il suo bisogno religioso nel seno di una Chiesa positiva, quando l’unico fine a cui si tende, è, per l’appunto, questo senso religioso ed il suo appagamento? La Glaubensbewegung doveva limitarsi ad enunciare ed annunziare il suo principio, perché i disamorati, gli sbandati, i disorientati potessero trovare in lei Lina via di scampo e di salute. Questa fu la linea di condotta che lo Hauer impose alla Glaubensbewegung dal luglio 1933 all’aprile 1936, vale a dire negli anni in cui rimase suo capo. Un siffatto liberalismo religioso, quest’ampia e serena comprensione, che apriva le porte di una nuova comunità religiosa a coloro i quali avevano persa la fide in una delle confessioni tradizionali, ma che non andava in nessun modo a tentare e turbare i paghi e gli asse stati, era e doveva essere in pieno accordo, con quel liberalismo religioso che il Ministro Kerrl aveva proclamato nei suoi discorsi. Ma c’è una logica intima, che sconvolge i piani, apparentemente meglio archi tettati senz’essere invece tali, perché non in armonia con questa. Quando un paese si rinnova sulla base di un’intuizione del mondo, che, come abbiamo visto, vuole il fanatismo da parte dei suoi aderenti; e quando si annuncia una nuova fede religiosa, non si può fermarsi a mezza via e proclamare il liberalismo. Chi è razzista convinto potrà, per disciplina, non mostrare il suo anticristianesimo, ma anticristiano è essenzialmente; chi appartiene alla Glaubensbewegung, potrà, in determinate condizioni, non fare del proselitismo, ma anticristiano è e deve, un giorno 0 l’altro, essere, per intimo bisogno, portato a combattere, non foss’altro col disprezzo, il credo nemico.

Nel seno della Glaubensbewegung rumoreggiò dunque la rivolta. Una rivolta della quale, dal di fuori, non si poterono seguire le fasi, perché i pubblici fogli, in omaggio alle nuove disposizioni in materia di controversie religiose, non poterono che pubblicare scarse notizie. Ma un giorno si lesse, che il Conte Rewentlow, braccio destro dello Hauer, da sempre esponente del neopaganesimo, direttore del settimanale Reichswarl, organo della Glaubensbewegung, aveva date le sue dimissioni da vice-capo di questa;  e,  pochi  giorni  dopo,  seguì l’annuncio di quelle dello Hauer. Quale la motivazione ufficiale? Il Rewentlow (e lo Hauer si associava a lui) giusti fica va il suo gesto « con ragioni nazionalsocialiste e motivi religiosi ». Gli pareva, partendo dal punto di vista d’un uomo religioso, « cosa assolutamente fuor di luogo e profondamente ripugnante al suo senso religioso far nascere il dubbio e la disperazione in un cristiano onestamente attaccato al suo credo religioso, sparlando della sua fede ». Le ragioni nazionalsocialiste erano varie. Innanzitutto non gli pareva consono allo spirito della politica attuale, che va cercando di creare l’unità nazionale, il fomentare dissidi interni; secondariamente non sarebbe da nazionalsocialista combattere una fede che il nazismo ha posta sotto la sua tutela; terzo, l’andar turbando nella sua coscienza il proprio vicino è contrario a quella libertà di coscienza altamente proclamata nell’autunno 1933 dal rappresentante del Fuhrer.

Rispettabilissimo punto di vista e conforme alla politica religiosa del Ministro Kerrl; ma le dimissioni provano, che l’attrito è più intimo e profondo e che non valgono le ordinanze a toglierlo di mezzo, s’anco, per disciplina e sincera buona volontà, ci s’industria di non turbare la calma.

Ed ecco un manifesto firmato: Lindelsheim, Hessberg, Orlowsky, esprimere le ragioni degli avversari: « 1) lo scopo della Deutsche Glaubensbewegung è il superamento del dualismo confessionale esistente sul suolo del popolo tedesco, grazie ad una fede in Dio che nasce con ogni tedesco. Le fonti di un’esperienza di Dio sono gli ordini voluti da Dio, che noi troviamo (e  la cui osservanza costituisce per noi un dovere) nel popolo, nella razza, nella patria. Perciò è naturale il rifiuto di ogni tentativo di irrigidire la Glaubensbewegung, mediante la determinazione dei suoi fini, in un’intesa confessionale, in una setta, e di inacerbire quindi, con l’andar del tempo, ! attrito confessionale del popolo tedesco. – 2) Questa meta, che deve servire all’unificazione del popolo, fino nella profondità della fede, può essere raggiunta solo quando il lavoro della Deutsche Glaubensbewegung sia conforme a quel valore fondamentale che è stato decisivo, e per la prima volta nella storia tedesca, nel rivolgimento provocato dal Nazionalsocialismo e che tale rimarrà. Questo valore fondamentale non è più, come pei tempi passati, l’individuo, sebbene è il popolo tedesco, è la comunità vivente, voluta ed organizzata da Dio, di coloro che hanno sangue simile ed affine. La conservazione di questo valore, la liberazione dalle catene morali e spirituali, vecchie di secoli, è lo scopo dell’odierna lotta. Il concetto di destino nella fede non deve, per nessuna ragione. venir diviso da quello di destino del popolo, se non vuol equivalere ad una ricaduta nel liberalismo e nell’individualismo del tempo passato. Il nostro destino, come popolo, è d’essere tedeschi; perciò il destino della nostra fede, la nostra fede, la nostra intuizione del mondo e di Dio debbono nascere dalla profondità della specie dove le ha poste una volontà di Dio. 3) Questa meta ed organizzazione intima del lavoro esclude la cosciente ed intenzionale offesa del senso religioso dei tedeschi cristiani, mentre invece ordina la lotta decisiva per la conquista del l’anima tedesca, la sua libertà, il suo immediato rapporto con Dio. Così il nuovo sforzo non si dirige mai contro tedeschi di confessione cristiana, bensì contro il confessionalismo che vuole sottomettere i tedeschi nelle loro forze più profonde ad un concetto di valore razzialmente estraneo. – 4) Da questa nostra meta nasce naturalmente la nostra fedeltà illimitata verso il Fuhrer e lo Stato, che non permettiamo sia da nessuno posta in dubbio. Chi tenta d’interpretare la nostra lotta per giungere alla Volksgemeinschaft tedesca, come una lotta contro la Volksgetneinschaft, ignora completamente quelle leggi, per le quali il farsi di una nuova realtà è sempre connesso con triboli e pene. Chi poi nel « piano religioso » vede un « campo a se », sottoposto a leggi particolari, che stanno fuori della totalità del popolo, non parla la lingua del presente e del futuro, bensì quella del passalo. – 5) Da questo modo di concepire lo scopo e l’organizzazione intima della Glaubensbewegung deriva, per la futura sua forma e direzione, quante segue. Inquadrandosi il lavoro della Deutsche Glaubensbewegung nel quadro totale, è diventata inutile una direzione particolare di essa. Questa potrebbe invece portare a far credere che qualcuno voglia porsi, come « Fuhrer religioso », a lato del Fuhrer Cancelliere del Reich.

Per comprendere i! valore pieno di queste dichiarazioni, conviene tener presente il momento in cui vennero scritte, vale a dire dopò la tregua religiosa ordinata dal Ministro Kerrl e le accuse che a questi innovatori religiosi erano state mosse dai dimissionari. La prima condizione serve una volta da arma per accusare l’organizzazione dello Hauer di confessionalismo, per giungere poi, nell’ultimo paragrafo, a sospettarlo di volersi fare « Gran Sacerdote » ; mentre un’altra volta funziona, nell’articolo terzo, da bavaglie. Onde nasce quella dichiarazione poco chiara, che però, interpretata a dovere, si risolve in un gioco di parole:  non si combatteranno tedeschi perché cristiani, ma in ciò che è il vero modo d’essere cristiani. Ricordando il tenore delle motivazioni, con le quali Hauer e Rewentlow giustificavano le loro dimissioni, si può vedere poi quale propriamente sia l’animo di questi rinnovatori relativamente alle due confessioni cristiane, e come l’anticristiane-simo attivo e positivo sia, inevitabilmente ed essenzialmente, un motivo del razzismo convinto. Cosa infatti potrebbero essere in questa sede, se non la conseguenza di questa lotta, le necessarie « pene ed i triboli » congiunti al farsi di una nuova realtà?

Sulla base poi della dichiarazione di fedeltà assoluta (e certo sincera) al Nazionalsocialismo ed al Fuhrer, nell’articolo 2 della loro dichiarazione, si credono autorizzati a proclamare l’impossibilità del liberalismo religioso, che è l’indirizzo segui Lo sia dallo Hauer, sia dal Kerrl. Il « destino della fede », che non deve essere diviso dal « destino del popolo », non può voler dire se non questo: un tedesco non può essere che nazionalsocialista (razzista), ma, essendo tale, non può essere che acristiano.

Se ricordiamo poi un’affermazione contenuta in un altro articolo apparso nello stesso « Durchbruch » poco dopo la pubblicazione di questa dichiarazione : la « religione », come tale, esser diventata inutile al popolo tedesco, al quale basta ormai una «fede», si vedrà anche il significato religioso, oltre che polemico, dell’accusa mossa allo Hauer di volersi far «Gran Sacerdote»  d’una religione e porla così a lato del Fuhrer politico. La Glaubensbewegung, formatasi in un’organizzazione unitaria, s’anche non voleva e non poteva farsi vera Chiesa, costituiva una dualità di fronte allo Stato, sia pure sorta col consenso di questo. Una dualità, che non occorre sia un’opposizione, ma solo una distinzione, per essere sentita dai più coerenti ed integrali razzisti (i quali, meno preoccupati di evitare urti politici, son però tutti presi da un bisogno di intima unità), come una disarmonia. La «religione», in quanto «collegamento » ad una realtà altra, già compiuta e perfetta, non è più un bisogno per il razzista. Egli trova nel suo fare politico, nel più ampio significato della parola, che è fare il quale sorge da un’intuizione del mondo e quindi inquadrato nell’universale, un appagamento che non ha bisogno, per realizzarsi, di compiersi in funzione di valori ulteriori. Il razzismo, che nella Glaubensbewegung dello Hauer s’avviava ad esser una religione, qui dichiara mutile la religione, come compimento di una fede, la quale, animando di se tutta la vita del popolo, non lascia intorno a questa attività un margine oscuro in cui la religione possa insinuarsi ed abbia ragione di esistere.

Queste difficoltà, che il Nazionalsocialismo incontra sul terreno religioso, sono un guaio per lui inevitabile, ma sono pure indice della sua forza. Esso ci si è palesato come l’aspetto politico di un rinnovamento spirituale, di una nuova fede, nella quale, il popolo tedesco ha attinto fiducia in se e nel suo avvenire. Questa fede è la sua forza e la sua ragione, la garanzia della nuova Germania. Che questa fede s’espanda e s’allarghi a tutti i campi, tentando di informare di sé ogni moto del popolo tedesco e di risolvere in se ogni problema di questo, è segno della sua vitalità. Il Nazionalsocialismo è moto della fede tedesca.

[ FINE ]

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