I Bombardamenti aerei indiscriminati: realtà e propaganda (prima parte)

Correlato con la sezione odierna di “Oggi avvenne” (ovvero il primo bombardamento di Berlino) vogliamo sottoporre questo interessante e istruttivo articolo tratto da “Storia Militare” di cui consigliamo vivamente la lettura.

[ seconda parte on line lunedì ]

Locandine della stampa quotidiana britannica ispirate dai bombardamenti tedeschi sulle città inglesi nen’estate del 1940. (cliccare per ingrandire)

Parlando alla Camera dei Comuni. il 21 giugno 1938 il Primo ministro britannico Neville Chamberlain enumerò alcuni principi che dovevano governare la guerra aerea, gli stessi che saranno ufficializzati dalla Lega delle Nazioni il 30 settembre successivo: 1 – il bombardamento intenzionale della popolazione civile è illegale; 2 – gli obiettivi che possono essere colpiti devono essere di interesse militare e identificabili; 3 – ogni attacco contro legittimi obiettivi militari deve essere portato tentando per quanto possibile di non coinvolgere la popolazione nelle vicinanze (3). Nel settembre 1939, allo scoppio della guerra europea, sarà proprio lo Stato maggiore dell’Aeronautica britannica, quello stesso che ordinerà di ridurre in macerie le città tedesche, a proclamare che l’Inghilterra avrebbe rispettato il principio di non attaccare le popolazioni per spezzarne il morale, e Chamberlain dichiarò che “qualsiasi cosa faranno gli altri, il governo di Sua Maestà mai attaccherà deliberatamente donne e bambini e altri civili al mero scopo di terrorismo” (4).

Di solito in una guerra la popolazione è esposta al rischio non perché venga attaccata ma per la sua prossimità a una battaglia che si sta combattendo o a una struttura d’interesse militare.

Ricordando che un bombardamento aereo poteva essere diretto contro obiettivi connessi allo sforzo bellico del nemico (forze e opere militari, comandi, industrie, fonti energetiche, comunicazioni, depositi, trasporti, centri governativi e così via) e comportare possibili ma non intenzionali vittime civili, al contrario un bombardamento indiscriminato era un attacco che non prevedeva alcun obiettivo militare definito e che era rivolto contro la popolazione, in genere con l’intento di corroderne il morale. La differenza fra i due tipi di attacchi risiedeva nelle loro rispettive finalità e non nel numero dei civili uccisi, finalità belliche nel primo caso e terroristiche nell’altro, tenendo conto che un bombardamento eseguito per colpire bersagli militari all’interno di una città poteva causare un numero di vittime occasionalmente anche elevato a causa di diversi fattori fra cui le condizioni di visibilità, l’immediata vicinanza delle strutture civili ai bersagli militari e l’intensità dell’azione, che comunque era rivolta a distruggere obiettivi di interesse bellico. Se si trascura questo aspetto si può scambiare un’incursione contro obiettivi militari che avesse provocato un alto numero di vittime civili con un bombardamento indiscriminato, nel quale, ripetiamo, l’offesa alla popolazione era invece lo scopo principale dell’attacco.

Il bombardamento notturno a tappeto (area bombing o night-time carpet bombing) delle città della Germania da parte dell’aviazione inglese causò – con il contributo saltuario di quella statunitense, che operava prevalentemente di giorno – la morte di non meno di 570.000 civili tedeschi, dei quali almeno 100.000 con un’età inferiore ai 14 anni. Alle vittime si aggiunsero più di dieci milioni di senzatetto (5). Nel corso della guerra il governo di Londra sostenne che contro la Germania la RAF stava conducendo un’offensiva aerea strategica che colpiva legittimi bersagli di interesse bellico, tanto che nel 1944 alcuni sondaggi di opinione dimostrarono che la stragrande maggioranza degli inglesi era convinta che i raid mirassero soltanto a obiettivi militari. Quando nel dopoguerra la verità si fece strada, l’eccidio dei civili ha originato comunque scarse reazioni nell’opinione pubblica, pronta ad accettare la giustificazione che fu l’aviazione tedesca, la Luftwaffe, a sferrare per prima un attacco contro la popolazione inglese e in generale contro i civili in Europa. Una volta proclamata e diffusa tale interpretazione, in Inghilterra i bombardamenti terroristici della RAF saranno percepiti come una punizione che la Germania aveva meritato.

La torre del palazzo reale di Varsavia centrata dall’ariiglieria tedesca il 17 settembre 1939.

Nel giorni a cavallo fra agosto e settembre 1940 il governo britannico tentò di limitare le continue e logoranti incursioni dei bombardieri della Luftwaffe contro i mezzi e le strutture di terra del Fighter Command – la forza da caccia della Royal Air Force, quella che ogni giorno era impegnata nella cosiddetta “Battaglia d’Inghilterra” – attacchi che mettevano in pericolo il sistema di difesa dell’isola. Principale artefice del tentativo fu il Primo ministro Winston Churchill, che sfruttò un errore di un apparecchio tedesco riuscendo, come vedremo, a spingere l’aviazione germanica a interrompere l’offensiva contro le strutture dell’Aeronautica inglese e a deviarla sulle città della Gran Bretagna, proclamando poi che la Luftwaffe aveva dato l’avvio a una campagna di attacchi aerei indiscriminati.

I ripetuti bombardamenti notturni della RAF che colpirono Berlino tra il 25 agosto e il 5 settembre 1940 provocarono la reazione dell’aviazione tedesca con un’offensiva aerea, conosciuta in Inghilterra come il “Blitz”, che dal 7 settembre 1940 al 10 maggio 1941 fu diretta contro Londra e altre città industriali e portuali della Gran Bretagna (6). Nonostante l’affermazione del Primo ministro britannico, essa non fu una campagna di bombardamenti indiscriminati anche perché sia la Luftwaffe sia Hitler erano certi che i bombardamenti terroristici non fossero in grado di far vincere una guerra, così come il Fuhrer fu sempre convinto che ci fossero ben poche speranze di ottenere un crollo del morale della popolazione inglese (7).

Come già accennato, nel corso del Blitz furono colpiti obiettivi di città industrializzate o con grandi porti e cantieri navali. Fu Londra a subire il numero più alto di attacchi ed è indicativo che i danni maggiori si ebbero nel settore portuale e delle raffinerie del Tamigi, nell’East End e nei quartieri meridionali della città dove era concentrata la gran parte delle fabbriche e nelle zone di Whitehall e della City, dove avevano sede i centri governativi ed economico-finanziari. Sta di fatto che con il Blitz Hitler passò dai preparativi per la progettata invasione dell’Inghilterra prevista dall’operazione “Leone Marino” a un’offensiva aerea che colpisse militarmente la Gran Bretagna e la spingesse a scendere a patti, senza dover ricorrere a un’operazione anfibia con sbarco sulle spiagge britanniche che avrebbe comunque comportato difficoltà tecnico-militari e soprattutto il pericolo di un impegno totale degli Stati Uniti in favore dell’Inghilterra. Inoltre, Hitler non ripose mai una vera fiducia nell’invasione e dalla riunione di vertice che si tenne il 3 1 luglio al Berghof cominciò a pensare che lo sbarco d’invasione dell’Inghilterra fosse impossibile (8).

Hitler rifiutò gli attacchi terroristici a centri abitati della Gran Bretagna che gli erano stati suggeriti il 30 giugno 1940 dal generale Alfred Jodl, capo dell’ufficio operazioni del Comando supremo della Wehrmacht (9), un rifiuto che derivava sia dal fatto che egli considerava inefficaci i bombardamenti contro i civili, sia dalla sua speranza di raggiungere un compromesso di pace con l’Inghilterra non oltre la primavera del 1941: un risultato politico della massima importanza che avrebbe evitato alla Wehrmacht di combattere su due fronti nel corso della progettata invasione dell’unione Sovietica. Così come la sua ammirazione per le doti di tenacia del popolo britannico gli faceva pensare che un’offensiva aerea terroristica piuttosto che incrinare il morale degli inglesi avrebbero avuto l’unico effetto di accentuare la loro ostilità nei confronti della Germania. In conclusione, il Blitz si configurò come una serie di attacchi a strutture industriali e militari, a differenza dell’area bombing della RAF che prese di mira i quartieri residenziali delle città tedesche. In ogni caso già durante l’inverno 1940-41 la guerra aerea strategica contro l’Inghilterra fu ridotta in misura notevole e all’inizio di giugno 1941 solo il 20 per cento delle forze della Luftwaffe si trovava in occidente.

Già prima del Blitz la propaganda britannica aveva proclamato che i bombardamenti aerei tedeschi di Varsavia del 25 settembre 1939 e di Rotterdam del 14 maggio 1940 erano stati attacchi indiscriminati. A proposito della capitale polacca, durante il processo di Norimberga il Feldmaresciallo Albert Kesselring, nella deposizione del 13 marzo 1946, affermò, senza provocare obiezioni da parte del pubblico ministero americano Robert Jackson che lo interrogava, che nel corso dell’offensiva tedesca contro la Polonia l’incursione su Varsavia era stata un’operazione militare, richiesta dall’Esercito per esigenze tattiche, durante la quale venne fatto quanto era possibile per non colpire i civili (10).

L’articolo 25 della Convenzione dell’Aja del 1907, in vigore nella seconda guerra mondiale, recitava: “È vietato attaccare o bombardare, con qualsiasi mezzo, città, villaggi, abitazioni o edifici che non siano difesi”: esso dunque legittimava il bombardamento di città che fossero difese, come appunto era difesa Varsavia da una guarnigione di 120.000 uomini al suo interno e come lo era anche Rotterdam quando venne bombardata. Il successivo articolo della Convenzione, il 26, disponeva che “il comandante delle truppe d’assalto, prima di intraprendere il bombardamento, e salvo il caso di assalto a viva forza, dovrà fare tutto quanto sta in lui per avvertirne le autorità”. Anche l’articolo 26 fu rispettato. Con un lancio di manifestini da parte di velivoli tedeschi la popolazione di Varsavia fu avvertita degli attacchi aerei e invitata a sfollare e i militari a cessare la resistenza (11), così come il colonnello Pietr Willem Scharroo, che comandava le truppe che difendevano Rotterdam, fu avvertito dal generale Rudolf Schmidt, comandante delle forze attaccanti, che se la guarnigione della città avesse continuato a resistere si sarebbe reso necessario l’intervento dell’aviazione. Scharroo trasmise la richiesta di resa allo Stato maggiore olandese, dopo di che chiese a Schmidt di attendere perché il governo avrebbe inviato a Rotterdam una delegazione. Le ore passarono e il tempo accordato stava scadendo. Alle 13.30, appena si seppe che la delegazione sarebbe arrivata alle 14, Schrnidt mandò un messaggio per annullare l’attacco aereo, ma i bombardieri erano decollati pochi minuti prima dalle basi vicino a Brema volando in silenzio radio e pertanto non si riuscì a fermarli. Quando la prima ondata apparve sulla città, dalle truppe tedesche furono sparati in aria dei razzi rossi nel tentativo di avvertire che l’azione doveva essere annullata, ma i razzi non furono notati, cosa che invece riuscì con la seconda ondata che infatti non proseguì la missione e ritornò alla base con il carico di bombe ancora a bordo (12). I cinquantasette Heinkel He 111 della prima ondata sganciarono sulle linee di resistenza olandesi schierate nel centro della città vecchia che, tortuosa e ricca di legno, prese fuoco, e l’incendio fu alimentato dagli oli vegetali infiammabili fuoriusciti dalle grandi cisterne di una fabbrica di margarina colpita da una bomba. Si trattò di un attacco aereo diretto ad appoggiare i paracadutisti che erano penetrati nella città (13), ma il giorno dopo la stampa britannica sostenne che un bombardamento a tappeto di Rotterdam di inaudita barbarie aveva causato 30.000 morti. In realtà il numero delle vittime fu, a seconda delle fonti, tra 980 e 617.

Nel corso delle operazioni del settembre 1939 Varsavia subì alcuni attacchi aerei contro i difensori che vi erano asserragliati, ma la maggior parte dei danni fu dovuta agli accaniti combattimenti che si svolsero nella città circondata e presa d’assalto e al tiro ininterrotto dell’artiglieria tedesca di grosso calibro contro le posizioni polacche. Oltre tutto, nel bombardamento aereo del 25 settembre, che fu il più intenso, il fumo degli incendi e la polvere sollevata dai combattimenti e dalle artiglierie ostacolarono la mira tanto che una parte considerevole delle bombe cadde sulle posizioni tenute dalla fanteria tedesca nei quartieri nord-occidentali di Varsavia, incidente che provocò un vivace scontro fra i comandi dell’aviazione e dell’Esercito tedeschi. Alla fine dell’assedio e della battaglia, i militari polacchi fatti prigionieri al momento della resa della città furono circa 100.000. A parte la difficoltà di distinguere i civili che morirono a causa dei combattimenti e del tiro delle artiglierie da quelli uccisi dagli attacchi aerei, le cifre proposte dai media per le vittime dei bombardamenti di Varsavia spesso sono tuttora le stesse che, con evidente funzione propagandistica, apparvero sulla stampa inglese dell’epoca e che variano da 10.000 a 50.000, numeri certamente inaffidabili ed esagerati come lo sono sempre quelli riferiti ai bombardamenti quando vengono espressi con cifre approssimative.

La capitale polacca soffrì la situazione militare della quale fu teatro e di questo ci si dimentica quando si afferma che nel bombardamento del 25 settembre furono colpiti volontariamente strutture civili. Le prove riguarderebbero gli estesi danni degli edifici senza però tenere conto della battaglia che si svolse nella città per diciannove giorni, o riguardano il fatto di una bomba che cadde all’interno del recinto dell’ambasciata degli Stati Uniti, o ancora che fu colpito un ospedale che portava “bene evidenti” i simboli della Croce Rossa, dimenticando gli innumerevoli ospedali che nel corso della guerra finirono per essere colpiti nonostante i suddetti simboli, in pratica indistinguibili pure in condizioni ottimali di visibilità per aerei che sganciavano anche soltanto da poche centinaia di metri di quota.

[ continua lunedì 27 agosto ]

Note

(1) G. F. Ghergo, Il ‘Terror Bombing’, in “STORIA militare” n. 135 – dicembre 2004 e n. 136 – gennaio 2005; Id.. Il ‘Firebornbing’ sul Giappone, in “STORIA militare”, n. 153 – giugno 2006; Id., I bombardainenti e i civili, in “STORIA militare”, n. 159 – dicembre 2006.

(2) M. Gioannini e G. Massobrio, Bombardate l’Italia. Storia della guerra di distruzione aerea 1940-1945. Milano. Rizzoli, 2007. pag. 22 (recensito sul n. 174 – marzo 2008 di “STORIA militare”).

(3) N. Jones, Beginning of Strategic Air Power: A History of the British Bomber Force. 1923- 1939, London. Frank Cass. 1987. pag, 141.

(4) A.J.P. Taylor. English History, 1914-1945, Oxford UK, Clarendom Press 1965, pag. 517-518

(5) La produzione storiografica che tratta l’argomento è vasta. Alan Levine, nel suo The Strategic Bombing of Germany 1940-1945 (Westport, Connecticut, Praeger, 1992), ha calcolato (pag. 190) che i civili uccisi furono 593.000.

(6) I civili britannici che morirono nell’intero periodo 1939- 1945 a causa dei bombardamenti aerei furono 51.509: B. Collier, The Defence of the United Kingdom, London, Her Majesty’s Stationery Office (HMSO), 1957. Il numero sale a 60.447 se si considerano anche le vittime delle “bombe volanti” tipo V1 e V2.

(7) Sull’argomento si veda J. W. Legro, Cooperation under Fire. Anglo-German Restraint during World War Second, Ithaca, New York, Cornell University Press, 1995, pag. 117.

(8) I. Kershaw, Did Hitler Miss his Chance in 1940?, in N. Gregor (a cura di), Nazism, War and Genocide, Exeter, U.K., University of Exeter Press, 2005, pag. 117. Si veda anche Oberkommando Heer, Fuehrer Conferences on Naval Affairs, 1939- 1945, 1940, London, The Admiralty, 1947, pag. 64,66,69,70 e 86.

(9) A. Hillgruber, La strategia militare di Hitler, Milano, Rizzoli, 1986 (ed. orig. 1965, II ed. 1982), pag. 285 nota 62.

(10) Allied Control Authority for Germany, Trial of the Major War Criminals before the International Military Tribunal, Nuremberg, 1947-1949, Vol. 9, pag. 175.

(11) AA.VV., Storia dell’aviazione, Milano, Fratelli Fabbri Editori, 1975, vol. 3, pag. 428.

(12) A. C. Grayling, Tra le città morte. I bombardamenti sulle città tedesche: una necessità o un crimine?, Milano, Longanesi, 2006 (ed. orig. 2006), pag. 48-49.

(13) Sui bombardamenti di Rotterdam e di Varsavia si veda G. F. Feuchter. La guerra aerea, Firenze, Sansoni. 1968 (ed. orig. 1956, II ed. aggiornata 1962). pag. 113-1 14.

 

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