I Bombardamenti aerei indiscriminati: realtà e propaganda (seconda e ultima parte)

[ prima parte ]

Seconda e ultima parte del breve saggio pubblicato da “Storia Militare”

Nel 1940 il manuale di servizio della Luftwaffe, il Luftkriegsfuhrung del 1935-36, fu sottoposto a una revisione in cui, fra altre osservazioni, a proposito degli attacchi terroristici si ribadì che non erano consentiti a meno che l’aviazione nemica avesse bombardato i quartieri di abitazioni delle città tedesche, nel qual caso le incursioni di rappresaglia avrebbero rappresentato l’unico mezzo per dissuadere il nemico dal continuare, osservando anche che gli attacchi alla popolazione civile potevano irrigidire la volontà di resistenza e avere dunque un effetto contrario a quello ricercato. La dottrina della Luftwaffe prevedeva l’impiego tattico dell’arma aerea rivolto alla conquista preventiva della superiorità nel cielo delle operazioni, in modo da poter svolgere il compito fondamentale di appoggio alle unità dell’Esercito.

Il Marshal of the Royal Air Force Hugh Trenchard in un’immagine di fine degli anni Venti.

Nel frattempo, si agiva nelle retrovie dell’avversario con attacchi ai comandi, depositi, vie di comunicazione, rinforzi, ma in nessun caso si progettavano bombardamenti indiscriminati, cioè mirati a colpire la popolazione nemica (14). Lo si farà soltanto dopo l’area bombing della RAF contro le città tedesche e non a caso le V1 e V2 avranno il nome di Vergeltungswaffen, armi di rappresaglia. Al contrario, l’impiego delle forze da bombardamento britanniche e americane fu soprattutto strategico, quello della RAF rivolto a colpire la popolazione tedesca per tentare di spezzarne il morale, quello delle United States Army Air Forces a disarticolare l’industria e le infrastrutture della Germania, e in Giappone a terrorizzare il popolo nipponico per piegarne la volontà di resistenza. Tenuto conto della diversità dei compiti assegnati alle aviazioni alleate e a quella tedesca si deve concordare con Denis Richards e Hilary Saunders quando scrivono che la Luftwaffe si limitò a essere una sorta di “donna di servizio” dell’Esercito (15). In questa ottica il bombardamento di Varsavia del 25 settembre 1939 e di Rotterdam del 14 maggio 1940 furono legittime azioni militari con finalità tattiche coordinate con le esigenze operative delle forze di terra, anche se, come era inevitabile, finirono per coinvolgere la popolazione civile. Peraltro, nei due bombardamenti si mirò alle zone in cui si sapeva che era schierato il grosso delle truppe nemiche, essendo evidente che in quelle battaglie all’interno di città era praticamente impossibile dirimere con esattezza le posizioni, assai frazionate. tenute dall’avversario.

Come prevedevano non solo i comandi tedeschi ma anche gli Stati maggiori di tutto il mondo, sia a Varsavia sia a Rotterdam gli attacchi delle truppe contro le guarnigioni che le difendevano avrebbero concluso in breve tempo e con la vittoria le operazioni in Polonia e in Olanda. In simili situazioni colpire volutamente dall’aria i civili non avrebbe portato alcun vantaggio, ma soltanto suscitato l’ostilità di gran parte dell’opinione pubblica mondiale. Dire che furono presi di mira i civili per convincere i difensori a capitolare ha poco senso perché comunque la resa si sarebbe ottenuta in breve tempo con l’offensiva in corso, e basta ricordare che a Rotterdam l’attacco aereo si ebbe soltanto a causa del ritardo con cui giunse ai velivoli tedeschi l’annuncio dell’arrivo della delegazione olandese che aveva il compito di trattare la capitolazione della città.

Ritornando all’estate 1940, fino al bombardamento del 7 settembre del porto e delle raffinerie nell’East End di Londra l’aviazione tedesca non aveva effettuato attacchi di obiettivi all’interno di zone residenziali proprio per evitare il coinvolgimento dei civili. La RAF non ebbe scrupoli del genere e già nella notte fra l’11 e il 12 maggio, cioè circa quattro mesi prima dell’incursione su Londra, aveva bombardato Monchengladbach (16). Anche su questo aspetto alcuni storici inglesi hanno assegnato una sorta di primogenitura alla Luftwaffe affermando che gli attacchi dell’aviazione britannica contro le città della Germania erano cominciati soltanto dopo di quello tedesco su Rotterdam che invece, come sappiamo, è di due giorni posteriore a Monchengladbach. D’altronde, già nel corso della guerra James Spaight, capo della segreteria del ministero britannico dell’aeronautica e dunque fonte non sospetta, aveva sottolineato che era stata la RAF a iniziare i bombardamenti che potevano coinvolgere la popolazione civile (17).

Dopo l’incursione su Monchengladbach il Segretario di stato per gli Affari esteri Lord Halifax tranquillizzò Churchill comunicandogli che il raid non aveva provocato alcuna reazione negativa negli Stati Uniti (18). Le reazioni del governo americano erano valutate per ché si voleva evitare ogni incrinatura con un alleato che forniva aiuti e pronto a schierarsi in guerra al fianco della Gran Bretagna appena fosse stato possibile. Benché il 1° settembre 1939, allo scoppio della guerra, il presidente statunitense Roosevelt avesse rivolto un solenne appello ai governi di Francia, Germania, Inghilterra, Italia e Polonia affinché fosse scongiurato il coinvolgimento dei civili con bombardamenti aerei di città non difese, il silenzio di Roosevelt dopo Monchengladbach accordava una sorta di via libera ai bombardamenti notturni inglesi di obiettivi all’interno di città lontane dai fronti di combattimento, prologo di una strategia che si sarebbe imperniata sul “moral effect”.

L’inizio

Nella notte fra il 24 e il 25 agosto 1940 alcune bombe caddero su Londra nei pressi del Tamigi verso la zona della City. Era accaduto che un aereo di una squadriglia di bombardieri tedeschi, che seguivano il corso del fiume per raggiungere e colpire i depositi di carburante di Thameshaven nei sobborghi orientali della città, sbagliò rotta, proseguì troppo verso ovest e sganciò, ma le bombe non provocarono alcun allarme fra i londinesi. John Colville, il segretario privato del Primo ministro, annotò nel suo diario: “Lunedì, 26 agosto. Londra è stata bombardata sabato notte da un aereo tedesco. Per rappresaglia abbiamo inviato 89 apparecchi a Berlino”. Sempre lunedì 26 agosto “The Times” pubblicò che era stata sganciata qualche bomba sui dock provocando solo “danni molto esigui” (19). Sono riscontri importanti perché forniscono informazioni sul fatto a circa quarantotto ore dal momento in cui si era verificato, cioè quando Colville, grazie al suo incarico, aveva potuto avere notizie di prima mano e quando “The Times”, allora il più autorevole quotidiano del mondo, aveva mandato qualcuno a controllare evidenziando l’irrilevanza dei danni.

I danni lungo una via dell’East End londinese.

Pressoché tutta la storiografia è concorde nell’attribuire le bombe a un errore di rotta del velivolo tedesco, ma, come ormai era sua abitudine, il governo britannico subito presentò l’episodio come un deliberato attacco contro i civili, anche se poche bombe non potevano essere scambiate per un bombardamento indiscriminato dell’allora più grande metropoli del mondo. Basti pensare che quando la Luftwaffe, il 7 settembre successivo, colpì Londra dopo gli attacchi della RAF contro Berlino di cui si parlerà, lo farà con più di 300 bombardieri che agirono nella piena luce del giorno in un’incursione che fu la più massiccia che la capitale britannica subì nel corso della guerra. Dunque, se le bombe tedesche della notte del 24 agosto rappresentavano un bombardamento indiscriminato di Londra, sarebbe stato impossibile capire perché fosse stato portato con una tale incredibile “timidezza” e non invece con un numero di velivoli almeno simile a quello che sarà impiegato contro la città due settimane dopo in fin attacco che indiscriminato non fu.

È anche vero che a Londra nessuno sapeva che le bombe erano da addebitare a un errore, ma ciò non sembra una scusante valida perché, oltre al fatto che era nota la frequenza di errori del genere, i danni “molto esigui” che “The Times” attestava e provocati soltanto da “un aereo”, come Colville scriveva, avrebbero dovuto orientare verso un incidente non intenzionale.

Soprattutto, il governo e i comandi britannici non potevano non aver riflettuto su cosa potessero significare le poche bombe cadute sulla città quando la Luftwaffe dimostrava di essere sempre attenta a non colpire le zone abitate.

Con la rapidità e la spregiudicatezza che gli erano congeniali, Churchill colse subito l’opportunità di influire sul corso della battaglia nei cieli inglesi nella quale la RAF sembrava avviata alla sconfitta. Per farlo ordinò che la notte successiva, quella fra il 25 e il 26 agosto, Berlino fosse colpita per rappresaglia da un’ottantina di bombardieri “Whitley” e “Hampden”. Diversi velivoli non riuscirono a raggiungere l’obiettivo e i danni arrecati furono modesti, ma nelle notti successive la capitale tedesca fu ancora bombardata più volte (20). Il 4 settembre, nel discorso allo Sportpalast di Berlino, Hitler annunciò una pesante ritorsione se i bombardamenti di Berlino non fossero cessati; Churchill rispose facendo colpire ancora la città nella notte fra il 5 e il 6, essendo ben cosciente – e questo è un punto della vicenda da tenere a mente – che in tal modo si sarebbe provocato il bombardamento di Londra. Infatti, il pomeriggio del 7 cominciarono gli attacchi della Luftwaffe contro la capitale britannica.

Il porto fluviale di Londra sotto attacco nel pomeriggio del 7 settembre 1940

Mentre per bombardare Londra e altre città inglesi gli aerei della Luftwaffe decollavano dai vicini aeroporti del Belgio, dei Paesi Bassi e della Francia, nel 1940 quelli della RAF per raggiungere Berlino dovevano affrontare un lungo percorso che prevedeva la possibilità di non poter neppure rintracciare l’obiettivo, come d’altronde accadde a qualche velivolo nel primo attacco nella notte tra il 25 e il 26. In quell’incursione, soltanto un terzo dei bombardieri sostenne di aver sganciato sui bersagli prestabiliti. Si deve concludere che i raid fossero giustificati non per i danni che potevano causare, ma soltanto se lo scopo era quello della provocazione, tanto più che a riconoscere che Berlino non costituisse un obiettivo di importanza primaria era lo stesso stato maggiore della RAF. Secondo la definizione che appare nella storia ufficiale sull’offensiva aerea strategica contro la Germania, quegli attacchi contro la capitale tedesca non furono che “un contentino per il Primo ministro” (21).

Non sembra si possa dubitare del fatto che la reazione del governo britannico fosse nient’altro che un tentativo di mutare le sorti della battaglia che l’aviazione germanica stava combattendo con elevate possibilità di successo nei cieli dell’isola per la conquista della supremazia aerea, una vittoria che faceva temere lo sbarco della Wehrmacht sulle coste inglesi, e l’ipotesi che con i bombardamenti di Berlino Churchill sia riuscito a deviare sulle città britanniche gli attacchi che i bombardieri della Luftwaffe portavano ogni giorno contro gli aeroporti, le installazioni e i centri di controllo e di comando della RAF è diffusamente trattata dalla storiografia. A nostro parere, piuttosto che di un’ipotesi si dovrebbe però parlare di una certezza, quella che con i bombardamenti di Berlino il Primo ministro abbia agito deliberatamente per indurre l’aviazione tedesca a deviare l’offensiva dalle strutture del Fighter Command alle città, alleviando in tal modo la pressione che logorava la RAF quando non si riusciva a ripianare le perdite di aerei e di piloti. Testimonianze in questo senso non mancano. L’Air Marshal Robert Saundby, che fu vice capo della forza da bombardamento dell’aviazione britannica – il Bomber Command – afferma che il Primo ministro decise di “giocare una carta rischiosa” approntando una trappola che spingesse Hitler a una guerra di bombardamento delle città distogliendolo da quella contro la RAF (22). Perfino Churchill è esplicito allorché scrive che, piuttosto che evitare a Londra e ad altre città eventuali attacchi aerei, era più importante mantenere l’articolazione degli aeroporti e l’efficienza degli squadroni da caccia, e conclude dicendo che il Fighter Command accolse con sollievo il dirottamento su Londra delle incursioni (23).

Un bombardamento di Colonia. In alto a sinistra un ordigno da 4.000 libbre.

Se li ebbe, Churchill accantonò qualsiasi scrupolo al pensiero degli uomini, donne e bambini suoi connazionali che sarebbero potuti morire sotto le bombe a causa della strategia rivolta a dirottare verso le città britanniche gli attacchi della Luftwaffe. Inoltre, nell’aviazione inglese stavano maturando decisioni che si rifacevano alle teorie di Hugh Trenchard e che il 30 ottobre 1940 sfoceranno, come vedremo, nella direttiva di passare ai bombardamenti indiscriminati contro le città tedesche, seppure affiancandoli all’inizio a quelli contro le industrie, in vista di quell”‘absolute1y devastating exterminating attack by very heavy bombers” (24) contro la Germania che Churchill, in un memorandum per il ministro della Produzione aeronautica Lord Beaverbrook, indicava come indispensabile già l’8 luglio 1940, due mesi prima del raid tedesco su Londra.

Nella notte di plenilunio fra il 14 e il 15 novembre 1940 la Luftwaffe colpì Coventry, una città che allora contava 240.000 abitanti (25) e che aveva una delle più alte concentrazioni di industrie per la produzione bellica della Gran Bretagna. Componenti e motori aeronautici, motori per carri armati, artiglierie, veicoli militari, corazzature, armi, munizioni e molto altro facevano di Coventry forse il centro di produzione bellica più importante di tutto il Regno Unito. A seconda delle fonti, il raid causò un numero di morti, mia certificato ufficialmente, che va da più di mille a 568 e a 380.

Anche se ai bombardieri era stato ordinato di mirare alle industrie, che erano quasi tutte all’interno del tessuto urbano, i rapporti britannici contemporanei indicarono che il violento fuoco dell’artiglieria contraerei costrinse i velivoli a sganciare da una quota molto elevata, il che spiega il fatto di bombe che caddero un po’ dovunque (26). Anche Kesselring, nell’interrogatorio al quale si è già accennato, testimoniò che ci fu una dispersione del carico di bombe nonostante le preventiva preparazione dell’incursione con l’esatta identificazione degli obiettivi (27). Comunque, furono colpite i tre quarti delle fabbriche e la vitale produzione della città fu paralizzata per oltre un mese e non ritornò a livelli simili ai precedenti se non più di tre mesi dopo.

Benché fosse evidente che quello di Coventry, pure se intenso, non era un attacco contro i civili, il Primo ministro lo indicò come un bombardamento indiscriminato. Fu ordinata una “rappresaglia” e si scelse Mannheim, colpita nella notte fra il 16 e il 17 dicembre dai bombardieri della RAF, ma, a differenza di Coventry, la parte interna ed edificata della città tedesca, cioè quella che verrà bombardata, era un zona residenziale senza alcun impianto industriale o militare né di altro genere che potesse avere un interesse bellico. Fu la prima incursione per la quale si usò l’espressione ”area bombing” e in assoluto la prima di tutta la guerra 1939-1945 con le caratteristiche del bombardamento indiscriminato, cioè finalizzato a colpire unicamente la popolazione (28). Le foto di Mannheim scattate alcuni giorni dopo da un ricognitore mostrarono che, a causa di alcuni errori, i risultati non erano stati così buoni come ci si sarebbe aspettato, ma tutto era destinato a “migliorare” nel giro di pochi mesi con il progressivo debutto dei bombardieri pesanti “Stirling”, “Halifax” e “Lancaster”.

La cittadina di Kleve dopo il bombardamento del 7 ottobre 1944.

Anche se i bombardamenti di ritorsione erano stati pianificati fin dall’estate 1940, si attese un motivo valido che li giustificasse e il motivo fu identificato in Coventry. Il fatto che il primo attacco deliberatamente di rappresaglia sia stato quello contro Mannheim permette una considerazione: esso fu effettuato quando i bombardamenti della Luftwaffe contro Londra e altre città inglesi erano cominciati da più di tre mesi, e benché subito fossero stati definiti come indiscriminati nessuna ritorsione era stata attuata, cosa che induce a pensare che, contrariamente a ciò che il governo inglese proclamava a scopi propagandistici, in realtà quelli del Blitz non fossero giudicati bombardamenti indiscriminati.

Avvalendosi delle sue indubitabili qualità oratorie, durante i primi tempi del Blitz Churchill aveva dichiarato:

Non chiediamo alcun favore al nemico. Non esigiamo da lui alcun pentimento. Al contrario, se stasera la popolazione di Londra dovesse decidere con un proprio voto se stipulare un accordo al fine di fermare il bombardamento di tutte le città, la stragrande maggioranza urlerebbe: “No, noi renderemo ai tedeschi la misura, e più della misura, di ciò che hanno inflitto a noi” (29).

Ricordando che la vera causa di tutto non furono i danni molto esigui delle poche bombe cadute su Londra il 24 agosto 1940, ma i reiterati bombardamenti inglesi di Berlino che seguirono, la mossa spregiudicata del Primo ministro aveva parato una possibile sconfitta della RAF e forse della Gran Bretagna. Ora bisognava pensare a come ottenere la vittoria.

Da Trenchard a Portal

A poco più di un mese dalla fine della guerra, il 28 marzo 1945 in un memorandum diretto all’Air Marshal Arthur Harris Churchill affermò:

Mi sembra sia venuto il momento di ridiscutere la questione dei bombardamenti delle città tedesche all’unico scopo di provocare terrore, altrimenti noi otterremo il controllo di un paese totalmente distrutto. Per esempio, in Germania noi non potremmo ricavare materiali da costruzione per i nostri bisogni perché almeno temporaneamente essi saranno necessari localmente per i bisogni dei tedeschi. Considero necessario concentrarsi sugli obiettivi militari quali i carburanti e le comunicazioni subito dietro il fronte di battaglia piuttosto che seguitare con meri atti di terrorismo e sfrenate distruzioni (30).

Stoccarda dopo il bombardamento del 12-13 settembre 1944.

Nonostante fosse stato il più determinato sostenitore dell’uso terroristico dell’arma aerea, dopo la vittoria Churchill tenterà di oscurare in tutte le maniere la finalità terroristica assegnata al Comando Bombardieri e giunse a rifiutare nel giugno 1945 il permesso per l’istituzione di una medaglia per la campagna di bombardamento strategico, mentre Harris, dal febbraio 1942 capo del Bomber Command e protagonista degli attacchi a tappeto contro le città tedesche, fu l’unico personaggio del vertice militare britannico della seconda guerra mondiale che alla fine della guerra non sarà premiato con un seggio alla Camera dei Lords e relativo titolo nobiliare.

Se si vuole seguire il passaggio progressivo dagli attacchi aerei contro obiettivi isolati a quelli contro bersagli posti all’interno di aeree abitative con l’inevitabile conseguenza di provocare vittime civili, e infine a quelli contro la popolazione nemica in assenza di specifici obiettivi di interesse bellico, non si possono trascurare due personalità della Royal Air Force: Hugh Trenchard, che al passaggio ai bombardamenti indiscriminati fornì l’ispirazione, e Charles Porta1 che, prima come comandante della forza da bombardamento della RAF poi come capo di Stato maggiore dell’ Aeronautica, li attuò.

Il Marshal of the Royal Air Force Hugh Montague Trenchard è considerato il padre dell’Aeronautica britannica. Per dieci anni, dal 1919 al 1929, capo di Stato maggiore della RAF, Trenchard sembrava indicare come obiettivi del bombardamento strategico – sui quali peraltro fu sempre vago – l’industria, i centri economici e i trasporti, ma il fattore decisivo sarebbe stato il morale del nemico. Si doveva infrangere non tanto la capacità dell’avversario di condurre la guerra quanto la volontà di combatterla. Per anni egli sostenne che l’impatto psicologico dei bombardamenti sarebbe stato devastante e di ben venti volte maggiore di quello materiale (31) e che dunque la resa dell’avversario sarebbe scaturita dal “moral effect” ottenuto con la degradazione della vita quotidiana della popolazione conseguita con la distruzione della struttura industriale, delle comunicazioni, dell’economia e della rete dei trasporti. Ma proprio il forte accento sulla pressione psicologica porta a chiedersi se, oltre agli attacchi alle infrastrutture, la dottrina sottintendesse anche quelli alle città prescindendo dall’eventuale presenza al loro interno di obiettivi industriali o militari. In proposito è significativa un’osservazione che nel maggio 1928 fece il capo dello Stato maggiore generale imperiale, il Field Marshal George Milne: “Benché tutti quelli indicati [da Trenchard] siano legittimi bersagli militari, si verificherebbe che, se l’obiettivo è una certa fabbrica di calzature, quello vero sarebbe la città in cui la fabbrica si trova e le vittime i suoi inermi abitanti” (32).

Non va poi dimenticato che durante la seconda guerra mondiale Trenchard partecipò, come consigliere di Churchill, alle riunioni in cui si discuteva l’impiego dell’arma aerea. Sta di fatto che quando il 10 maggio 1940 Churchill assunse la carica di Primo ministro subentrandoa Chamberlain, l’aviazione britannica effettuò un cambiamento di strategia che finirà per sfociare nel bombardamento notturno incendiario a tappeto delle città. Non ci sono elementi per addebitare a Trenchard questo mutamento, anche se in una riunione del 2 giugno 1941 indetta dal capo di stato maggiore della RAF egli, da sempre fedele all’azione risolutiva del moral effect, raccomandò di bombardare le città in modo da assicurarsi che ogni bomba servisse a qualcosa: quando non centrava l’obiettivo militare o industriale avrebbe comunque avuto il ruolo ancora più importante di colpire le abitazioni e dunque di deprimere il morale del nemico (33). Una strategia che aveva già arruolato un adepto, l’Air Marshal Charles Frederick Portal, e che con ogni probabilità non mancò di influenzare le decisioni del Primo ministro.

L’espediente che Churchill adottò fra l’agosto e il settembre 1940 con i bombardamenti di Berlino aveva avuto un precedente significativo. Il 12 maggio 1940 egli presiedette una riunione per discutere della critica situazione militare in Francia, dove combatteva anche la British Expeditionary Force. L’allora capo di Stato maggiore della RAF, l’Air Chief Marshal Cyril Newall, suggerì uno stratagemma che avrebbe previsto un “meccanismo” non diverso da quello che il Primo ministro adotterà meno di quattro mesi dopo: Newall consigliò di lanciare un’offensiva aerea contro la Germania percht in tal modo si sarebbero indotti i bombardieri tedeschi a colpire per ritorsione obiettivi in Inghilterra, allontanandoli dai cieli della Francia (34). È difficile pensare che per salvare le strutture e i mezzi della RAF Churchill non avesse in mente quello che aveva proposto Newall per cercare di raddrizzare la situazione francese.

Nell’aprile 1940 Portal divenne il capo del Bomber Command. Egli affermò che i bombardamenti di Varsavia e di Rotterdam consentivano all’Inghilterra di “togliersi i guanti”, ossia di non preoccuparsi di questioni etiche se riferite alla Germania, così come non se ne poneva Churchill quando il 15 maggio espresse il pensiero che guiderà la strategia aerea britannica: picchiare sul popolo tedesco per convincerlo che si aveva “la volontà e i mezzi per colpirlo duramente” (35).

Una direttiva del 13 luglio dimostra che il capo del Comando Bombardieri era, come abbiamo accennato, un convinto sostenitore delle tesi da anni espresse da Trenchard. Quel giorno Portal elencò le industrie aeronautiche e le raffinerie che dovevano essere attaccate nelle successive notti di luce lunare senza però mancare di sottolineare che, essendo i bersagli isolati e dispersi in ampie zone disabitate, l’altissima percentuale di bombe destinate a non colpirli non avrebbe causato nessun altro danno, rendendo le incursioni poco remunerative (36). In una lettera all’Air Vice Marshal William Sholto Douglas, quattro giorni dopo scriveva che gli sembrava discutibile concentrare gli sforzi su obiettivi come le fabbriche di aerei, e seguitava: “Io non dico che non si debba mai bombardarle, ma penso che si dovrebbe farlo quando si trovano all’interno di aree industriali, con lo scopo principale di corrodere il morale e con quello, secondario, di interferire sulla produzione” (37). Come indicava Trenchard, era il bombardamento delle fabbriche collocate all’interno delle città che avrebbe fiaccato il morale del nemico, un risultato rispetto al quale Portal qualificava secondario quello di ostacolare la produzione aeronautica.

Era questa la strategia che si andava elaborando cinquanta giorni prima dell’inizio degli 1 attacchi tedeschi contro Londra e quattro mesi prima di Coventry, una strategia in cui, al di fuori dei giri di parole, l’uccisione di civili diventava intenzionale. Come del resto si desume da una riunione del 22 luglio dello Stato maggiore della RAF in cui si stabilì che gli obiettivi strategici non dovevano essere sacrificati a quelli che miravano a piegare il morale del nemico, precisando tuttavia che, se la distruzione del bersaglio non fosse stata possibile, l’interruzione della produzione causata dal moral effect, e dunque dal coinvolgimento della popolazione, sarebbe stata la migliore alternativa (38).

Quando, come si è visto, la notte fra il 25 e il 26 agosto 1940 Churchill decise di iniziare i bombardamenti di Berlino, lo Stato maggiore dell’Aeronautica comunicò a Portal che i bersagli dovevano essere le centrali elettriche e ì gasometri della città, ma la direttiva specificava anche che “lo scopo principale di questi attacchi sarà quello di causare il maggiore intralcio possibile e la massima confusione alle attività industriali e in genere alla popolazione civile della zona” (39), precisazione quest’ultima che indica come la situazione si stesse approssimando a una svolta. Una svolta verso cui ci si avvicinava rapidamente: il 6 settembre, in una lettera all’Air Marshall Richard Perse, il Primo ministro indicò che sarebbe stato utile attaccare le città fra le più piccole della Germania (40), e la RAF seguirà il suggerimento bombardando fino agli ultimi giorni di guerra anche piccole cittadine senza alcuna valenza militare o industriale.

A ottobre per Portal arrivò la nomina a capo di Stato maggiore dell’Aeronautica con il grado di Air Chief Marshal. In una riunione del giorno 23 di quel mese Portal propose un programma di pesanti bombardamenti incendiari su aree densamente popolate, alla fine si concordò che si sarebbero colpiti i depositi di carburanti e le raffinerie e che comunque era necessario intensificare le azioni rivolte a piegare il morale della popolazione tedesca (41).

La finzione che i bombardieri inglesi attaccassero soltanto obiettivi di interesse bellico fu abbandonata con una direttiva di una settimana dopo, il 30 ottobre 1940, che prescriveva di eseguire regolari e violente incursioni contro i maggiori centri urbani e contro industrie allo scopo principale di provocare distruzioni molto pesanti che dimostrassero al nemico la potenza degli attacchi e gli facesse sperimentare quali ne erano le conseguenze (42). Quando si accertò che nel corso di un bombardamento della capitale tedesca la stazione ferroviaria Potsdamer Bahnhof non era stata colpita, in una lettera a Churchill della fine di ottobre Portal affermò che eventuali obiettivi all’interno di Berlino avevano scarso interesse perché “Berlino è l’unica città che noi bombardiamo come città” (43). Si trattava dunque di bombardamenti indiscriminati già in atto un paio di settimane prima dell’incursione della Luftwaffe su Coventry, che peraltro non fu attaccata “come città” ma per ostacolare una produzione industriale di vitale importanza per lo sforzo bellico britannico.

Ci si avviava verso gli attacchi terroristici con un crescendo di direttive che si concluderà nel febbraio 1942 con la dichiarazione che il vero obiettivo da colpire erano i civili. Su direttiva del Primo ministro, il 12 dicembre 1940 Portal affermò che si imponeva un cambiamento che prevedesse il passaggio dagli obiettivi militari a quelli politici, vale a dire a bombardamenti che piegassero il morale della popolazione tedesca con incursioni contro città che fossero anche “di una qualche valenza industriale” (44). Nel maggio 1941 l’Air Vice Marshal Norman Bottomley, vice capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, dichiarò che si doveva spezzare il morale della popolazioni dei più importanti centri industriali tedeschi (45) e il 9 luglio una direttiva dello Stato maggiore della RAF ordinò di colpire il sistema tedesco

dei trasporti e di “distruggere il morale di tutta la popolazione civile e in particolare degli operai dell’industria” (46). Il 21 settembre lo Stato maggiore precisò ulteriormente il suo intento:

Lo scopo di un attacco a una zona abitata di una città è quello di spezzare il morale della popolazione che la abita. Per raggiungerlo dobbiamo ottenere due cose: primo, dobbiamo rendere la città fisicamente inabitabile e, secondo, dobbiamo far capire alla popolazione a quali pericoli va incontro. Lo scopo immediato dunque è doppio: provocare distruzioni e l’angoscia di essere uccisi (47). Il 29 settembre Portal presenta un programma che, senza più preoccuparsi di operai, industrie o trasporti, esplicitava la strategia, d’altra parte già in atto, che era quella stessa che aveva annunciato il Primo ministro il 15 maggio 1940: picchiare duramente sulla popolazione tedesca.

Il programma di Portal si basava su un calcolo: con 4.000 bombardieri e 60.000 bombe al mese si sarebbero distrutte 43 città con più di 100.000 abitanti in cui complessivamente vive-vano 15 milioni di civili. Frantumata la volontà di resistenza dei tedeschi si sarebbe vinta la guerra in sei mesi (48). Il programma non ebbe seguito perché ancora non si disponeva delle forze necessarie, che comunque sarebbero arrivate presto. Infine, il 14 febbraio 1942, una direttiva del ministero dell’Aeronautica emanata da Bottomley autorizzava il Bomber Command a eseguire attacchi contro le città tedesche senza alcuna restrizione (49), e il giorno dopo Portal specificò che doveva essere chiaro, se ancora non lo si era compreso, che i punti di mira erano i quartieri di abitazioni, precisando che “i bersagli devono essere le aree edificate e non, per esempio, gli arsenali, i cantieri navali o le fabbriche di aerei” (50). Cosicché quando, il 22 febbraio 1942, l’Air Marshal Arthur Harris assunse la guida del Comando Bombardieri, la natura e la finalità della campagna di incursioni contro la Germania ormai erano state decise. Il 30 marzo il consigliere scientifico di Churchill, il professar Frederick Lindemann, poi Lord Cherwell, ribadì che l’unica strategia da adottare era quella del bombardamento a tappeto delle città (51), e a sua volta, sempre nel 1942, il ministro dell’Informazione Brendan Bracken affermò che “i nostri piani prevedono di bombardare, bruciare e distruggere spietatamente in ogni modo che ci è possibile il popolo responsabile della guerra” (52).

Dunque era la popolazione tedesca l’obiettivo da colpire e Harris non fece altro che percorrere quella strada fino all’ultimo giorno. Nella primavera 1944 non fu facile convincerlo che era necessario sospendere per alcune settimane gli attacchi terroristici e colpire obiettivi logistici e militari in vista dello sbarco in Normandia, una direttiva sulla quale Harris non mancò di manifestare il suo disaccordo tanto che anche in quel periodo seguitò a impiegare una buona parte degli aerei nei bombardamenti contro i civili. Peraltro, nell’ottobre 1943, in una relazione indirizzata ai vertici della RAF, aveva espresso con chiarezza la sua strategia: bombardamento a tappeto delle città tedesche, uccisione dei lavoratori, distruzione della vita civile e “nessun tentativo, neppure collaterale, di colpire industrie” (53).

I bombardamenti incendiari delle città, o meglio la strage della popolazione tedesca, fu alimentata sino alla fine, quando con ogni evidenza e già da mesi la Germania risultava irrimediabilmente sconfitta. Il furioso bombardamento di Dresda nella notte fra il 13 e il 14 febbraio 1945 sfugge a un’interpretazione che preveda un qualche criterio di razionalità bellica, né, fra tanti esempi che si possono citare, si capisce quale fosse lo scopo dell’incursione contro Pforzheim, una città di 65.000 abitanti priva di qualsiasi interesse militare che pagò con 20.277 morti il bombardamento della notte fra il 23 e il 24 febbraio 1945 (54).

Benché nel giugno 1942 Churchill avesse dichiarato che le città tedesche sarebbero state

sottoposte a un’ordalia fino ad allora mai sperimentata da nessuno, e più tardi che per sconfiggere la Germania non esistesse un limite alla violenza alla quale si sarebbe ricorsi (55), un mese dopo parlando dei bombardamenti terroristici affermò:

Nei giorni in cui combattevamo da soli, rispondemmo alla domanda: “come faremo a vincere la guerra dicendo: “faremo a pezzi la Germania a furia di bombardamenti”. Da allora le enormi perdite inflitte all’Esercito e al potenziale limano tedesco dai russi, e il contributo offerto dal potenziale umano e logistico degli Stati Uniti, hanno reso disponibili altre possibilità. Nonostante tutto, sarebbe un errore rinunciare alla nostra idea originaria […l che un pesante. spietato bombardamento della Germania in scala sempre crescente non soltanto vanificherà il suo sforzo bellico […l ma creerà delle condizioni assolutamente intollerabili alla massa della popolazione tedesca (56).

Dunque, nel luglio 1942 il Primo ministro britannico ammetteva che ci fosse la possibilità di cessare i bombardamenti delle città, ma gli attacchi proseguirono fino a raggiungere il culmine nella primavera 1945 senza che si ottenesse il cedimento del morale del nemico, così come non lo ottennero gli attacchi incendiari americani contro le città giapponesi.

Oltre che moralmente inammissibile (57), la campagna terroristica della RAF fu sbagliata perché non vale dire che senza di essa la produzione tedesca di armamenti sarebbe stata ancora maggiore, non considerando che se il Bomber Command si fosse dedicato agli obiettivi militari, industriali e logistici, i danni alla macchina da guerra del nemico sarebbero stati molto più pesanti e il conflitto si sarebbe concluso prima. Dopo la resa della Germania la conferma venne dal ministro tedesco della Produzione bellica Albert Speer, che indicò come i bombardamenti diurni di precisione americani contro le industrie e le infrastrutture avessero causato danni assai maggiori degli attacchi notturni della RAF, attacchi che non solo non avevano inciso sulla produzione ma neppure erano riusciti a piegare il morale della popolazione e dei lavoratori (58).

(14) Sull’argomento si veda J. W. Legro, op. cit., pag. 116- 1 18.

(15) D. Richards e H. Saunders, Royal Air Force, 1939-1945, London, HMSO, 1953. Vol. I. pag. 19.

(16) The National Archives (d’ora in poi: NA), London, CAB 65/13, War Cabinet Meeting May 14 1940.

(17) J. M. Spaight, Bombed Vindicated, London. Geoffrey Bles Ltd., 1944, pag. 47.

(18) NA, London, CAB 65/13, War Cabinet Meeting May 14, 1940.

(19) Si veda J. Friedrich, La Germania bombardata. La popolazione tedesca sorto gli attacchi alleati 1940-1945, Milano. Mondadori, 2004 (ed. orig. 2002), pag. 53.

(20) Il giornalista americano William Shirer, che in quei giorni era a Berlino, parla nel suo diario di “una settimana consecutiva di bombardamenti notturni inglesi”: W. L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Torino, Einaudi. 1962 (ed. orig. 1959), pag. 844.

 (21) C. Webster e N. Frankland, The Strategic Air Offensive Against Germany, London, HMSO, 1961, Vol. I, pag. 152.

(22) R. Saundby, Air Bombardment. The Story of its Developmeni, New York, Harper, 1961, pag. 96. Si veda anche G. H. Quester, Deterrence Before Hiroshima: The Airpower Background of Modern Strategy. New York. John Wiley & Sons. 1966, pag. 117.

(23) W. S. Churchill, The Second World War, Vol. 2, Their Finest Hour. London, Cassell, 1949. pag. 291-292.

(24) Ivi, pag. 505.

(25) City of Coventry, Municipal Handbook, 1948, pag. 4.

(26) A. C. Grayling, op. cit., pag. 59-60

(27) Allied Control Authority for Germany, op. cit., Vol. 9, pag, 178

(28) C. Webster e N. Frankland, op. cit., vol. I, pag. 163, 215, 226-227

(29) Citato in M. Walzer, Guerre giuste e ingiuste. Un discorso morale con esemplificazioni storiche, Napoli, Liguori Editore, 1990 (ed. orig. 1977), pag. 335

(30) S. Lingu, F. Butler et al., Violation of International Law: The British Area Bombing Campaign of World War Second, Joint Forces Staff College, Joint and Combined Staff Officer Course, Norkfolk, Virginia, 2006.

(31) NA, London, AIR 918, Chief of Air Staff to the War Office Staff, April 1923.

(32) Citato in C. Webster e N. Frankland, op. cir., Vol. IV.

(33) NA. London, AIR W2795, Minutes of Meeting 2 June 1941 on Bombing Policy.

(34) Ivi, CAB 65/13, War Cabinet Meeting May 12 1940.

(35) Ivi, CAB 65/13, War Cabinet Meeting May 15 1940.

(36) Ivi, AIR 1411930, Letter from AM Portal to Air Ministry, July 16 1940.

(37) Ivi, AIR 1411930, Letter AM Portal to AVM Douglas, July 17 1940.

(38) Ivi, AIR 141194, Air Staff Conference Minute6 July 22 1940.

(39) A. C. Grayling, op. cir., pag. 54.

(40) M. Gilbeif (a cura di), The Churchill War Paper II. Never Surrender, May 1940-December 1940, London, Heinemann, 1994, pag. 784.

(41) NA, London, AIR 91443. Notes of Meeting 23 October 1940 on Bombing Policy.

(42) C. Webster e N. Frankland, op. cit., Vol. I , pag. 157.

(43) NA, London, AIR 14/89, Letter CAS Portal to Prime Minister October 1940.

(44) Ivi, CAB 65/16, War Cabinet Meeting December 12 1940.

(45) Ivi, AIR 2013359, Memo Bottomley to Freeman, May 17 1941.

(46) C. Webster e N. Frankland, op. cit., Vol. IV. pag. 135-140.

(47) S. Ling, F. Butler et al., op. cit.

(48) H. Boog, citato in J. Friedrich, op. cit., pag. 69-70.

(49) M. Hastings, Bomber Command: The Myth and Reality of the Strategic Bombing Offensive, New York, The Dial Press, 1979, pag. 147.

(50) C. Webster e N. Frankland, op. cit., Vol. I pag. 324.

(51) Ivi, Vol. I. pag. 331.

(52) Citato in J. C. Ford. The Morality of Obliteration Bombing. in R. A. Wasserstrom (a cura di). War und Morulity. Belmont, California, Wadsworth. 1970. pag. 139.

(53) M. Connelly, Reaching for the Stars: A New History of Bomber Command, London, I. B. Tauris, 2001. pag. 115.

(54) J. Friedrich, op. cit.. pag. 93. Il numero dei civili uccisi a Pforzheim in una sola notte supera quello dei londinesi morti nei quasi cento attacchi portati dalla Luftwaffe contro la capitale britannica negli otto mesi del Blitz (20.083).

(55) S. A. Garrett, Ethics und Airpower in Worid War II: The British Bombing of German Cities, New York, St. Martin’s Press, 1993, pag. 31.

(56) Citato in M. Walzer, op. cit., pag. 341-342.

(57) Sull’argomento si veda A. C. Grayling, op. cit.. passim.

(58) C. Webster e N. Frankland, op. cit., Vol. IV, Appendice 37, Interrogatorio di Albert Speer 18 luglio 1945.

Share

Comments are closed.